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1. La attuale[1] maggioranza ha depositato un DDL per una nuova legge elettorale. L’iter
legislativo è iniziato ufficialmente alla Camera dei Deputati il 31 marzo 2026.
Attualmente (aprile 2026) si trova in esame presso la Commissione Affari
costituzionali della Camera. Secondo un vezzo giornalistico ormai affermato, gli
è stato appioppato il nomignolo di Stabilicum,
sembra per il fatto che dovrebbe consentire alla coalizione vincente la stabilità per l’intera durata della
legislatura. E ciò si otterrebbe mediante un consistente premio di maggioranza. Anche in questo caso, il progetto di legge è
stato prodotto unilateralmente, senza consultazioni o accordi con
l’opposizione. Prendere o lasciare.
2. “Stabilicum”
è dunque il soprannome dato alla proposta di legge elettorale presentata dal
governo Meloni e volta a sostituire l’attuale Rosatellum, con l’obiettivo dichiarato di
garantire una maggiore stabilità di
governo. Dove per stabilità s’intende che il governo duri per una intera
legislatura, indipendentemente dal suo rendimento politico.[2] Nella sostanza si
tratta di un sistema proporzionale corretto
con un significativo premio di
maggioranza (o “premio governabilità”). Il premio può applicarsi a singole
liste oppure a coalizioni. Il contendente (lista o coalizione) che raggiunga il
40% dei voti riceverà un consistente premio
di maggioranza. Il premio può arrivare fino a 70 seggi aggiuntivi alla Camera
e a 35 seggi aggiuntivi al Senato. Il premio sarà attribuito affinché il
vincitore abbia, al massimo, 230 deputati e 114 senatori. Quindi, in
percentuale, giunga ad avere il 57% dei seggi. Chi abbia appena conseguito il
40% dei voti potrà così beneficiare di un premio del 17% dei seggi.
3. Qualora nessun contendente raggiunga la soglia del 40%,
allo scopo di determinare l’assegnazione del premio, è previsto un secondo turno di ballottaggio tra i più
votati (lista o coalizione) che abbiano superato il 35% e non abbiano raggiunto
la soglia del 40%. Qualora le prime due liste o coalizioni non si trovino tra il 35-40% non si darà luogo a nessuna
assegnazione del premio.[3] Spiega D’Alimonte in proposito che se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti e non ci sono due
schieramenti sopra il 35 per cento, il ballottaggio non si tiene e il premio di
maggioranza non viene assegnato: in quel caso tutti i seggi sono distribuiti
con il proporzionale, facendo venir meno l’obiettivo dichiarato di garantire la
governabilità. Potrebbero profilarsi tuttavia anche strani esiti. Può accadere, come ha spiegato
il costituzionalista Ceccanti, che al primo turno vincano coalizioni diverse
alla Camera e al Senato, assegnando quindi due distinti premi di maggioranza.
Può capitare che nei due ballottaggi di Camera e Senato vincano due alleanze
diverse. Può capitare che si vada al ballottaggio in una Camera sola. Si tratta,
a quanto pare, di una soluzione piuttosto improvvisata. Magari da ripensare nei
suoi dettagli. Le grandezze previste per l’assegnazione del premio dicono poi, con
una certa chiarezza che il sistema è indirizzato più che altro alle coalizioni.
Un chiaro messaggio sul fatto che chi non si coalizza perde. Se vogliamo, si
tratta involontariamente di un interessante promemoria per il Centro sinistra
che, nel 2022, ha rinunciato a coalizzarsi e ha fatto vincere gli avversari. La
cosa è un tantino provocatoria, poiché sono note le difficoltà che ha il
cosiddetto campo largo a costruire
una effettiva coalizione.
4. Ma vediamo qualche altra caratteristica contenuta nel DDL.
Le liste dei candidati sono tutte bloccate, cioè sono in pratica decise dalle
segreterie dei partiti e imposte agli elettori. Cosa che del resto avviene già
con l’attuale Rosatellum. Gli
elettori potranno crocettare solo la lista e non potranno scegliere tra i
nominativi. Nel caso di una coalizione, scegliendo una delle liste, potranno tuttavia
far pesare maggiormente la loro lista preferita rispetto alle altre liste della
coalizione. Gli attuali collegi uninominali, previsti dal Rosatellum nella misura di circa un terzo, sarebbero così
eliminati. Questa eliminazione sembrerebbe proprio uno degli obiettivi
principali della Destra, poiché le simulazioni dicono che questa potrebbe
perdere proprio nei collegi uninominali. Gli elettori così non avranno in alcun
caso la possibilità di esprimere preferenze individuali per i diversi
candidati. Alla faccia del famoso «riavvicinamento degli elettori alla politica».
5. La soglia di sbarramento è posta al 3% per le liste
singole, e al 10% per le coalizioni, come con il Rosatellum attuale. Lo scopo
sarebbe di evitare un’eccessiva frammentazione, ma anche di permettere la
discesa in campo di formazioni come quella di Vannacci, che nei sondaggi è data
intorno al 3%. Le formazioni che non sono certe di raggiungere il 3% potrebbero
comunque essere indotte a coalizzarsi tra loro, se affini, oppure a coalizzarsi
con formazioni maggiori.
Ogni coalizione dovrà
presentare in anticipo un Programma di
coalizione. Ciascuna coalizione, insieme al programma, sarebbe tenuta anche
a depositare un unico nome da
proporre al Presidente della Repubblica per l’incarico a Palazzo Chigi.[4]
Questa norma è di un certo rilievo, poiché le coalizioni dovrebbero accordarsi
anticipatamente non solo su un programma
ma anche sul nome del candidato a
Premier. Ciò impedirebbe la prassi usuale di designare come premier di
coalizione il leader del partito che abbia ottenuto più voti nella
consultazione. Questa norma sembra fatta apposta per fare lo sgambetto
all’attuale cosiddetto campo largo, ove come è noto non c’è alcun accordo sulla
designazione del nome del candidato premier. E non c’è ancora neppure un
accordo sul perimetro stesso della
coalizione.
6. Ci si potrebbe interrogare circa l’origine di questo Stabilicum. Se abbia dietro una qualche teoria
dei sistemi elettorali, oppure se non sia il frutto di qualche intenso dibattito
oppure di studi e consultazioni. La domanda sarebbe pertinente ma la risposta è
piuttosto deludente. Lo Stabilicum,
forse per la fretta, è stato in realtà scopiazzato
da una precedente legge elettorale nostrana che peraltro aveva avuto davvero
una cattiva sorte. Le leggi elettorali evidentemente sono come il maiale: non
si butta mai via niente!
Il nome “Stabilicum”
richiama esplicitamente l’Italicum,
una legge elettorale del 2015, mai effettivamente utilizzata, con cui
condivide diverse affinità strutturali, come il premio e il ballottaggio. L’Italicum (Legge 6 maggio 2015, n. 52 “Disposizioni in materia di
elezione della Camera dei deputati”) è la legge elettorale che ha disciplinato l’elezione
della Camera dei deputati dal 1° luglio 2016 al 12 novembre 2017, in
sostituzione della precedente legge Calderoli del 2005. La legge dunque è stata
in vigore, sebbene non sia mai stata effettivamente applicata in una qualche
consultazione. Il 25 gennaio 2017
la legge fu dichiarata costituzionalmente illegittima in alcune sue parti da una sentenza
della Corte costituzionale. Sarà così
sostituita dal cosiddetto Rosatellum,
la legge elettorale attualmente in vigore.
7. L’Italicum
riguardava solo la Camera dei deputati, poiché faceva parte, nelle intenzioni
dei promotori, del progetto di riforma costituzionale, sostenuto da Matteo
Renzi e da Silvio Berlusconi (in seguito al cosiddetto Patto del Nazareno), il
qual progetto, tra le altre cose, avrebbe dovuto abolire il Senato come camera
elettiva. La legge renziana aveva avuto una fase di preparazione piuttosto
lunga e tormentata. La sua versione definitiva ebbe l’approvazione del PD
renziano (con il rifiuto tuttavia da parte della minoranza PD che uscì
dall’aula) e di Forza Italia. Si trattava comunque, per lo meno, di un testo
concordato tra maggioranza e opposizione. È noto poi che Berlusconi si ritirerà
dal Patto del Nazareno, determinando così la sconfitta di Renzi al successivo Referendum
costituzionale del 2016.
8. La legge elettorale di Renzi – Berlusconi prevedeva
anch’essa un sistema proporzionale
con un consistente premio di maggioranza.
L’aspetto interessante (e per questo secondo noi decisamente pregevole) è che le coalizioni non erano previste e la
competizione avveniva tra i partiti. La soglia di lista per ottenere il premio
era fissata al 40%. Era eventualmente previsto un doppio turno (tra le liste più votate) qualora nessuna singola
lista avesse raggiunto la soglia per ottenere il premio. Il premio per la lista
vincitrice era di 340 seggi, corrispondente al 54% dei seggi. Era inoltre
prevista una soglia di sbarramento al 3% per tutte le liste.
L’Italicum
concedeva benignamente all’elettore qualche scelta relativa ai nominativi dei
candidati. Nel meccanismo elettorale, erano stati previsti in tutta Italia 100 collegi plurinominali. In ogni collegio,
le liste avevano un capolista bloccato,
designato dal partito. Gli elettori potevano però scegliere, nella lista, due
nominativi di loro preferenza (con alternanza di genere). I capilista potevano
candidarsi in diverse circoscrizioni (al massimo 1o) e poi, in caso di elezione
plurima, avrebbero potuto optare.
Secondo l’Italicum, la competizione, dunque,
doveva avvenire tra le liste delle singole formazioni politiche. La governabilità era assicurata in base
alla lista (e non a eventuali coalizioni). Il premio di maggioranza aveva una
notevole consistenza. Poteva portare una lista che avesse conseguito il 40% dei
voti ad avere il 55% dei seggi. In questo modo, la lista vincente non era
forzatamente obbligata a coalizzarsi con altri.
Veniva parzialmente
accettato il principio del doppio turno,
ma solo per la attribuzione del premio tra le due liste più votate. In altri
termini, nel secondo turno, il singolo elettore (di qualunque partito fosse)
avrebbe potuto contribuire a scegliere quale dei due partiti più votati avrebbe
dovuto avere il premio e quindi avrebbe conseguito il margine sicuro per
governare. Insomma, una lista superiore al 40% avrebbe ottenuto automaticamente
il premio. Al di sotto del 40% si aveva tuttavia il pudore di richiamare gli
elettori al secondo turno per far confermare loro esplicitamente quale delle
due liste più votate dovesse esser premiata.
È appena il caso di ricordare che alcune delle norme
contenute nell’Italicum furono
dichiarate incostituzionali. Di conseguenza, molti hanno analogamente sollevato
dubbi su alcuni analoghi aspetti dello Stabilicum.
La nuova legge nasce così con sospetti di incostituzionalità fin dall’origine.
9. Il confronto tra lo Stabilicum
e il vecchio Italicum di Renzi
certifica dunque in pieno la stretta
parentela tra i due testi. A nostro modesto avviso, era senz’altro meglio
l’originale. Vediamo comunque più in dettaglio alcune considerazioni.
Anzitutto, possiamo
scorgere, dietro a questa straordinaria somiglianza, una notevole identità di intenti dal punto di vista
politico. La Destra odierna mostra così di mantenersi del tutto fedele alla prospettiva renziana –
berlusconiana del Patto del Nazareno. Inoltre, ci par di capire che questa
scelta sia perfettamente in linea con il medesimo disegno complessivo che ha
ispirato le riforme costituzionali recentemente proposte dal Governo Meloni,
che prevedevano l’autonomia differenziata, il premierato e la riforma del CSM.
Lo stesso Renzi oggi dovrebbe fare una certa fatica a dir di no a una legge che
è, in pratica, la brutta copia della sua. Il PD, se avesse uno straccio di
memoria storica, dovrebbe spiegare come e perché oggi ha cambiato idea. Ma
dovrebbe spiegare bene anche quali siano oggi le sue attuali idee sulla legge
elettorale.
È appena il caso di
osservare che quel progetto complessivo di riforma fu in parte cassato dalla
Corte costituzionale e fu poi implicitamente rifiutato dagli elettori con il
Referendum del 2016. Oggi gli elettori hanno cassato la Riforma costituzionale
del CSM. Insomma, possiamo intravvedere una linea indelebile di attacco alla Costituzione che sta lì da
un trentennio, con Renzi, Berlusconi, Meloni e Nordio, passando per Calderoli.
Una vera sfilata di devoti Padri della Patria, promotori della governabilità a
tutti i costi.
10. A ben guardare, bisogna riconoscere che l’Italicum metteva in concorrenza le
singole liste dei partiti. Ciò attribuiva comunque ai partiti una funzione
specifica: l’elettore, nella scelta, avrebbe dovuto basarsi sulla esplicita
identità politica di ciascun partito e sul relativo programma. Con lo Stabilicum invece l’elettore confluisce
la sua scelta prima di tutto alla coalizione,
pur potendo favorire al suo interno un partito preferito. Il programma votato dall’elettore non sarà
un programma di partito. Sarà dunque un programma
di coalizione, assai limitato e frutto di patteggiamenti e veti incrociati.
Anche la scelta eventuale al secondo turno sarà di fatto una scelta solo tra coalizioni (gli equilibri
interni tra i vari partiti saranno quelli acquisiti al primo turno). Se l’Italicum puntava ancora sul partito
quale unità fondamentale del discorso politico, lo Stabilicum punta ormai soltanto sul soggetto debole della coalizione, soggetto tanto debole che
tuttavia si vuol irrobustire artificiosamente a tutti i costi, per farlo
arrivare fino alla fine della legislatura. In secondo luogo – pur con un
meccanismo contorto – l’Italicum
permetteva all’elettore, oltre al fatto negativo del capolista bloccato, di
scegliere due nomi nella lista. Con lo Stabilicum
questo non accade più. Si continua così, in forma baldanzosa, la invasione di
campo dei partiti ai danni degli elettori (che è già ben presente nel Rosatellum attuale).
Insomma, si tratta
complessivamente di un ritorno del progetto renziano – berlusconiano peggiorato
e annacquato. E per giunta già rifiutato dagli elettori e in parte cassato
dalla Corte. Il fatto che tutto ciò possa oltretutto portare anche una qualche sfortuna non è passato neppure per le
menti sopraffine degli estensori.
11. Qual è la proposta di
legge elettorale del campo largo? Sembra che l’intento della maggioranza
sia quello di conseguire almeno un primo
passaggio alla Camera prima dell’estate. Questa determinazione
evidenzia, sul piano politico, una evidente disparità tra maggioranza e
opposizione. Mentre la maggioranza ha una sua proposta unilaterale
relativamente ben definita, peraltro renziana – berlusconiana, come si è visto,
nel cosiddetto campo largo della
opposizione ci sono stati molti mugugni ma nulla sembra muoversi. Il problema principale sembra sia quello di
sapere chi farà il leader della coalizione.[5] Senza ancora aver deciso né il
perimetro né il programma della coalizione. A quanto ci risulta, non esiste una
proposta comune di legge elettorale da parte del campo largo.[6] Non esiste neppure una qualche proposta di legge da
parte del principale partito
dell’opposizione, cioè il PD.
In termini puramente teorici,
tuttavia, non è dato neanche di sapere quali siano attualmente gli orientamenti generali del campo largo in
termini di legge elettorale. Il centro sinistra largo è per il proporzionale o
per il maggioritario? O per qualche tipo di sistema misto? E’ per il turno
unico o per il doppio turno? Liste bloccate o liste aperte? E così via, tutte
le altre domande che sanno anche i bambini.
In realtà non è dato
neanche di sapere quali siano le eventuali valutazioni da parte dei vari
cespugli nei confronti del Rosatellum,
che sarebbe comunque impiegato (pur con tutti i suoi limiti) nel caso in cui
non si riuscisse a produrre la nuova legge elettorale. Lo Stabilicum è meglio o peggio del Rosatellum? Si noti in proposito che, comunque, di qui al 2027 il
percorso è davvero ancora piuttosto accidentato. La maggioranza, in seguito a
qualche incidente di percorso potrebbe essere spinta a dimissioni e ad elezioni
anticipate. Un peggioramento della situazione internazionale potrebbe spingere
a un governo di emergenza, di unità nazionale o simili. Non avere ancora alcuna
idea sulla legge elettorale significa davvero amare una vita spericolata.
12. Va poi segnalata una questione ulteriore di estrema
rilevanza. Approssimandosi la data di scadenza del mandato dell’attuale
Presidente della Repubblica, è legittimo chiedersi se e come una legge
elettorale dotata di un elevato premio di
maggioranza non possa influire sulla
elezione stessa del nuovo Presidente della Repubblica.
Attualmente, secondo
l’art. 83 della Costituzione, il Presidente della Repubblica viene eletto da
una Assemblea costituita dai deputati, dai senatori e da un contingente di
delegati regionali (in ragione di tre per ciascuna regione).[7] Per le prime
tre votazioni è prevista la maggioranza qualificata di due terzi. Ma a partire
dalla quarta votazione è sufficiente la maggioranza assoluta (cinquanta per
cento più uno). La coalizione vincente che abbia ricevuto il premio di
maggioranza dello Stabilicum (sia
cioè approdata al 57% dei seggi parlamentari) potrebbe, con facilità, eleggere
il Presidente della Repubblica. L’unico elemento di incertezza potrebbe essere
legato alla consistenza, non del tutto prevedibile, dei delegati regionali. La
carica di Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere di garanzia per
tutti, potrebbe così finire comodamente tra le “spoglie” di cui potrebbero
quasi sempre beneficiare i premiati
coalizzati dello Stabilicum.
La questione è piuttosto
grave, tanto più che, con la proposta del premierato (per ora forse fortunatamente
in declino), si sta tentando di diminuire le prerogative dello stesso
Presidente della Repubblica. Avremmo in tal caso un Presidente della Repubblica
senz’altro diminuito nei suoi poteri e praticamente nominato dalla coalizione vincente. Quindi, più in generale, nella
valutazione di una legge elettorale sarebbe bene esercitare sempre una certa
prudenza. Una eccessiva unilateralità può produrre effetti perversi piuttosto
gravi. Chi abbia di mira, ad esempio, solo la governabilità (cioè la lunga
durata), potrebbe per ciò stesso portare a gravi alterazioni nell’equilibrio costituzionale
dei poteri.
13. Partitini divisivi e
coalizioni pigliatutto. Ho affermato che, mentre l’Italicum vedeva ancora una competizione tra partiti, lo Stabilicum vede soprattutto una competizione tra coalizioni, le quali sono
essenzialmente le ombre dei partiti. Mi
spiego. Una delle conseguenze dei cosiddetti partiti del leader, nonostante l’afflato universalistico dello
stile populista che li contraddistingue, è la radicalizzazione delle posizioni, con la conseguente loro restrizione
a settori sempre più particolari del cosiddetto “popolo”. Di qui la tendenza
alla costruzione di partitini del leader
con percentuali di consenso piuttosto basse. Si vedano i casi di Vannacci, di Salvini,
ma anche dell’ineffabile Maurizio Lupi di Noi moderati. Oppure i casi di Renzi,
di Calenda, oppure anche di Bonelli e Fratoianni o magari di Riccardo Magi di
+Europa. Si tratta di partitini del leader che, per sopravvivere, sono
costretti a estremizzare le loro
posizioni, sono costretti a marcare
sempre la loro diversità. Anche il M5S sembra comportarsi come i partitini
del leader, cercando di differenziarsi ad ogni costo.
14. In un sistema partitico così frammentato, questi cespugli
avrebbero un certa difficoltà nel sopravvivere. Così, proprio come nel caso
della protezione degli animali in via di estinzione, intervengono le coalizioni. Le coalizioni come le stiamo
sempre più alimentando e immettendo nel processo elettorale, sono un imbroglio
nei confronti degli elettori, sia che riescano a esser durature sia che restino
effimere, sia che non ce la facciano mai a coalizzarsi davvero, come pare sia
destino del campo largo. Sono un imbroglio perché non sono un luogo di effettivo dibattito politico, bensì
costituiscono solo un luogo di compromesso
e di distribuzione delle spoglie. Così si ammazza il confronto politico e si
premiano i concorrenti alla distribuzione delle spoglie.
Il luogo effettivo del dibattito
politico (che finisce per essere sempre estremizzato) viene poi quotidianamente
appaltato ai piccoli leader che strillano per il loro popolo, mentre la pratica
politica effettiva della coalizione (grazie ai veti incrociati e alla
spartizione delle spoglie del programma) finisce per essere una sbobba
incolore, tesa soltanto al galleggiamento quotidiano. Durare fino alla fine
della legislatura senza fare niente. D’altro canto i partiti maggiori, il cui
elettorato è costantemente saccheggiato dai partitini, non riescono mai a
raggiungere una consistenza tale da renderli autonomi o quasi. Così devono
circondarsi della loro corte di cespuglietti, che devono tuttavia essere ricompensati
per la fedeltà. Così si spiega anche la ridda davvero numerosa di incapaci che
popola il sottogoverno.
15. All’elettore viene anzitutto ormai proposta la coalizione,
una specie di partitone generico e vago, con dentro di tutto e di più. Con un
programma altrettanto generico e vago, con un leader che non può fare altro che
il leader populista unificatore, assicurando continuamente che la coalizione è
solida. Poi, se proprio vuole, l’elettore può esprimersi anche per uno dei
leaderini che strillano di più, anche se questo nella coalizione potrebbe
contare come un fante da picche. Detto qui per inciso, bisognerebbe avere il
coraggio di riconoscere che sono queste le vere
ragioni della ingovernabilità. Si fa invece finta che il basso rendimento
politico del sistema sia colpa delle
istituzioni. Colpa soprattutto dei magistrati. Di qui la ridda delle
continue confuse e dannose riforme istituzionali. Il gioco è sempre più
scoperto. Forse gli italiani hanno cominciato ad accorgersene. Non è mai troppo
tardi.
16. Mi auguro che, in questo anticipo di primavera, lo Stabilicum abbia l’effetto di svegliare
i cespugli e cespuglietti dormienti del campo largo e metterli sul chi vive.
Per questo aggiungo qui alcune piccole regulae
ad directionem ingenii. Tanto per aiutare il dibattito. Anzitutto, nel
ragionamento che si fa sui sistemi elettorali, occorrerebbe sempre tener presenti
alcuni principi fondamentali. Non esiste alcun sistema elettorale che possa
fornire una rappresentazione esatta e
dunque giusta del corpo politico dei
cittadini elettori. Occorre avere bene in mente che ciascun sistema elettorale
introduce inevitabilmente delle distorsioni
nel processo di rappresentazione. E le distorsioni hanno sempre notevoli conseguenze,
talvolta anche molto gravi. L’ingegneria
dei sistemi elettorali non ha il compito di evitare le distorsioni. Il
compito sarebbe impossibile. Ha piuttosto il compito di governare consapevolmente le distorsioni, in modo da prevedere le
conseguenze e da raggiungere certi risultati desiderabili.
17. Va considerato che la politica
dei sistemi elettorali sta tutta nella scelta
dei risultati desiderabili che si intendono conseguire adottando un certo
sistema elettorale. È su questi risultati desiderabili che dovrebbero mettersi
d’accordo (o eventualmente scontrarsi) le forze politiche nel momento in cui si
apprestano a definire una nuova legge elettorale. Tuttavia il più delle volte sappiamo
che i risultati desiderabili si accompagnano a piani e finalità inconfessabili.
Fare una legge elettorale per i comodi
del momento è divenuto ormai lo sport nazionale. Nessuno protesta più.
Intanto, come disse Nordio, «Quando governerete, farà comodo anche a voi!». Occorrerebbe una disposizione costituzionale –
e sarebbe pure a costo zero – per cui una nuova
legge elettorale entra in vigore solo
nella legislazione successiva a quella nella quale è stata approvata.
Sarebbe una piccola e splendida applicazione del rawlsiano velo di ignoranza. Qualcuno ci sta?
18. Tecnicamente non è davvero difficile mettere in piedi un
sistema elettorale. Come s’è visto, si possono anche scopiazzare. Il problema
sarebbe dire con chiarezza quale scopo si vuol veramente raggiungere. I sistemi
elettorali si distinguono solitamente in maggioritari,
proporzionali e misti. Ormai abbiamo una vasta letteratura in proposito e
conosciamo bene i vantaggi e gli svantaggi dei diversi sistemi e delle loro
combinazioni. Sistema misto, di per
sé, non è poi neanche una brutta parola. Sottolinea il fatto che certi sistemi
elettorali usano strumenti maggioritari e proporzionali per raggiungere certi
risultati. Un’altra distinzione rilevante è, ovviamente, quella tra singolo
turno e doppio turno. I sistemi elettorali possono: 1) aumentare o diminuire la
frammentazione politica; 2) favorire o meno la stabilità del governo; 3)
conferire più o meno potere agli elettori o ai partiti; 4) rappresentare più o
meno accuratamente talune caratteristiche degli elettori (genere, minoranze,
distribuzione territoriale); 5) condizionare il sistema dei partiti
(bipartitismo, pluri partitismo); 6) esaltare o comprimere il rapporto
personale tra elettori e rappresentanti eletti; 7) aumentare o diminuire il
controllo sugli eletti da parte degli elettori. Quali di questi risultati
vogliamo ottenere? A cosa siamo disposti a rinunciare? Come bilanciare i pro e
i contro delle diverse soluzioni? Sono questioni che riguardano davvero tutti,
questioni fondamentali per il buon funzionamento delle nostre istituzioni,
molto più che le tanto citate bollette, le liste d’attesa, il prezzo dei
carburanti o il contingentamento dei viaggi aerei.
19. Sarebbe il caso allora che si facesse un po’ di chiarezza. Che si procedesse a una informazione diffusa e a un dibattito serio e argomentato. Come s’è fatto nel caso del Referendum sulla Magistratura e sul CSM. Erano argomenti civici davvero difficili, ma un dibattito e un approfondimento c’è stato effettivamente. E i cittadini hanno risposto positivamente. Qui la posta in gioco sarà ancora più rilevante. Certo, in questo caso i cittadini non saranno chiamati a votare in prima persona. C’è un forte rischio di delega ai patteggiamenti tra i partiti che, per i loro interessi particolaristici, possono oltremodo degradare ancor di più il sistema. Il rischio è davvero grande. Non possiamo più accontentarci di soluzioni pasticciate o di soluzioni di comodo. Sono in gioco il rendimento del nostro sistema politico e la qualità della nostra democrazia. Importa ancora a qualcuno?
Giuseppe Rinaldi (29/04/2026)
NOTE
[1] Mi baso sulle informazioni disponibili a
fine aprile 2026. Nella stesura di questo saggio non ho fatto uso di strumenti
di intelligenza artificiale.
[2] Valutare la stabilità dei governi dalla sola
durata è una solenne stupidaggine. Un governo estremamente stabile, cioè che
non sia mai messo in minoranza, può durare a lungo e continuare a fare nulla,
oppure fare guai grossi per tutto il tempo della sua durata. Un esempio è
proprio il governo Meloni.
[3] Ciò varrebbe anche nel caso in cui le due
prime liste abbiano conseguito il 39% e il 34% dei voti.
[4] Questo perché il conferimento dell’incarico
di Premier è prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica.
[5] Si veda in proposito il mio recente Finestre
rotte: Ma quali primarie. Per favore! Pubblicato anche su Città Futura.
[6] Si noti che, attualmente, il perimetro del
campo largo non è affatto definito.
[7] Nella elezione del Presidente della
Repubblica, la riduzione del numero dei parlamentari ha ridotto notevolmente il
peso relativo della componente dei due rami del Parlamento rispetto alla
componente di designazione regionale.
