mercoledì 29 aprile 2026

Vogliamo cominciare a discutere di legge elettorale?










1. La attuale[1] maggioranza ha depositato un DDL per una nuova legge elettorale. L’iter legislativo è iniziato ufficialmente alla Camera dei Deputati il 31 marzo 2026. Attualmente (aprile 2026) si trova in esame presso la Commissione Affari costituzionali della Camera. Secondo un vezzo giornalistico ormai affermato, gli è stato appioppato il nomignolo di Stabilicum, sembra per il fatto che dovrebbe consentire alla coalizione vincente la stabilità per l’intera durata della legislatura. E ciò si otterrebbe mediante un consistente premio di maggioranza. Anche in questo caso, il progetto di legge è stato prodotto unilateralmente, senza consultazioni o accordi con l’opposizione. Prendere o lasciare.

2. “Stabilicum” è dunque il soprannome dato alla proposta di legge elettorale presentata dal governo Meloni e volta a sostituire l’attuale Rosatellum, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggiore stabilità di governo. Dove per stabilità s’intende che il governo duri per una intera legislatura, indipendentemente dal suo rendimento politico.[2] Nella sostanza si tratta di un sistema proporzionale corretto con un significativo premio di maggioranza (o “premio governabilità”). Il premio può applicarsi a singole liste oppure a coalizioni. Il contendente (lista o coalizione) che raggiunga il 40% dei voti riceverà un consistente premio di maggioranza. Il premio può arrivare fino a 70 seggi aggiuntivi alla Camera e a 35 seggi aggiuntivi al Senato. Il premio sarà attribuito affinché il vincitore abbia, al massimo, 230 deputati e 114 senatori. Quindi, in percentuale, giunga ad avere il 57% dei seggi. Chi abbia appena conseguito il 40% dei voti potrà così beneficiare di un premio del 17% dei seggi.

3. Qualora nessun contendente raggiunga la soglia del 40%, allo scopo di determinare l’assegnazione del premio, è previsto un secondo turno di ballottaggio tra i più votati (lista o coalizione) che abbiano superato il 35% e non abbiano raggiunto la soglia del 40%. Qualora le prime due liste o coalizioni non si trovino tra il 35-40% non si darà luogo a nessuna assegnazione del premio.[3] Spiega D’Alimonte in proposito che se nessuna coalizione supera il 40 per cento dei voti e non ci sono due schieramenti sopra il 35 per cento, il ballottaggio non si tiene e il premio di maggioranza non viene assegnato: in quel caso tutti i seggi sono distribuiti con il proporzionale, facendo venir meno l’obiettivo dichiarato di garantire la governabilità. Potrebbero profilarsi tuttavia anche strani esiti. Può accadere, come ha spiegato il costituzionalista Ceccanti, che al primo turno vincano coalizioni diverse alla Camera e al Senato, assegnando quindi due distinti premi di maggioranza. Può capitare che nei due ballottaggi di Camera e Senato vincano due alleanze diverse. Può capitare che si vada al ballottaggio in una Camera sola. Si tratta, a quanto pare, di una soluzione piuttosto improvvisata. Magari da ripensare nei suoi dettagli. Le grandezze previste per l’assegnazione del premio dicono poi, con una certa chiarezza che il sistema è indirizzato più che altro alle coalizioni. Un chiaro messaggio sul fatto che chi non si coalizza perde. Se vogliamo, si tratta involontariamente di un interessante promemoria per il Centro sinistra che, nel 2022, ha rinunciato a coalizzarsi e ha fatto vincere gli avversari. La cosa è un tantino provocatoria, poiché sono note le difficoltà che ha il cosiddetto campo largo a costruire una effettiva coalizione.

4. Ma vediamo qualche altra caratteristica contenuta nel DDL. Le liste dei candidati sono tutte bloccate, cioè sono in pratica decise dalle segreterie dei partiti e imposte agli elettori. Cosa che del resto avviene già con l’attuale Rosatellum. Gli elettori potranno crocettare solo la lista e non potranno scegliere tra i nominativi. Nel caso di una coalizione, scegliendo una delle liste, potranno tuttavia far pesare maggiormente la loro lista preferita rispetto alle altre liste della coalizione. Gli attuali collegi uninominali, previsti dal Rosatellum nella misura di circa un terzo, sarebbero così eliminati. Questa eliminazione sembrerebbe proprio uno degli obiettivi principali della Destra, poiché le simulazioni dicono che questa potrebbe perdere proprio nei collegi uninominali. Gli elettori così non avranno in alcun caso la possibilità di esprimere preferenze individuali per i diversi candidati. Alla faccia del famoso «riavvicinamento degli elettori alla politica».

5. La soglia di sbarramento è posta al 3% per le liste singole, e al 10% per le coalizioni, come con il Rosatellum attuale. Lo scopo sarebbe di evitare un’eccessiva frammentazione, ma anche di permettere la discesa in campo di formazioni come quella di Vannacci, che nei sondaggi è data intorno al 3%. Le formazioni che non sono certe di raggiungere il 3% potrebbero comunque essere indotte a coalizzarsi tra loro, se affini, oppure a coalizzarsi con formazioni maggiori.

Ogni coalizione dovrà presentare in anticipo un Programma di coalizione. Ciascuna coalizione, insieme al programma, sarebbe tenuta anche a depositare un unico nome da proporre al Presidente della Repubblica per l’incarico a Palazzo Chigi.[4] Questa norma è di un certo rilievo, poiché le coalizioni dovrebbero accordarsi anticipatamente non solo su un programma ma anche sul nome del candidato a Premier. Ciò impedirebbe la prassi usuale di designare come premier di coalizione il leader del partito che abbia ottenuto più voti nella consultazione. Questa norma sembra fatta apposta per fare lo sgambetto all’attuale cosiddetto campo largo, ove come è noto non c’è alcun accordo sulla designazione del nome del candidato premier. E non c’è ancora neppure un accordo sul perimetro stesso della coalizione.

6. Ci si potrebbe interrogare circa l’origine di questo Stabilicum. Se abbia dietro una qualche teoria dei sistemi elettorali, oppure se non sia il frutto di qualche intenso dibattito oppure di studi e consultazioni. La domanda sarebbe pertinente ma la risposta è piuttosto deludente. Lo Stabilicum, forse per la fretta, è stato in realtà scopiazzato da una precedente legge elettorale nostrana che peraltro aveva avuto davvero una cattiva sorte. Le leggi elettorali evidentemente sono come il maiale: non si butta mai via niente!

Il nome “Stabilicum” richiama esplicitamente l’Italicum, una legge elettorale del 2015, mai effettivamente utilizzata, con cui condivide diverse affinità strutturali, come il premio e il ballottaggio. L’Italicum (Legge 6 maggio 2015, n. 52 “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati) è la legge elettorale che ha disciplinato l’elezione della Camera dei deputati dal 1° luglio 2016 al 12 novembre 2017, in sostituzione della precedente legge Calderoli del 2005. La legge dunque è stata in vigore, sebbene non sia mai stata effettivamente applicata in una qualche consultazione. Il 25 gennaio 2017 la legge fu dichiarata costituzionalmente illegittima in alcune sue parti da una sentenza della Corte costituzionale. Sarà così sostituita dal cosiddetto Rosatellum, la legge elettorale attualmente in vigore.

7. L’Italicum riguardava solo la Camera dei deputati, poiché faceva parte, nelle intenzioni dei promotori, del progetto di riforma costituzionale, sostenuto da Matteo Renzi e da Silvio Berlusconi (in seguito al cosiddetto Patto del Nazareno), il qual progetto, tra le altre cose, avrebbe dovuto abolire il Senato come camera elettiva. La legge renziana aveva avuto una fase di preparazione piuttosto lunga e tormentata. La sua versione definitiva ebbe l’approvazione del PD renziano (con il rifiuto tuttavia da parte della minoranza PD che uscì dall’aula) e di Forza Italia. Si trattava comunque, per lo meno, di un testo concordato tra maggioranza e opposizione. È noto poi che Berlusconi si ritirerà dal Patto del Nazareno, determinando così la sconfitta di Renzi al successivo Referendum costituzionale del 2016.

8. La legge elettorale di Renzi – Berlusconi prevedeva anch’essa un sistema proporzionale con un consistente premio di maggioranza. L’aspetto interessante (e per questo secondo noi decisamente pregevole) è che le coalizioni non erano previste e la competizione avveniva tra i partiti. La soglia di lista per ottenere il premio era fissata al 40%. Era eventualmente previsto un doppio turno (tra le liste più votate) qualora nessuna singola lista avesse raggiunto la soglia per ottenere il premio. Il premio per la lista vincitrice era di 340 seggi, corrispondente al 54% dei seggi. Era inoltre prevista una soglia di sbarramento al 3% per tutte le liste.

L’Italicum concedeva benignamente all’elettore qualche scelta relativa ai nominativi dei candidati. Nel meccanismo elettorale, erano stati previsti in tutta Italia 100 collegi plurinominali. In ogni collegio, le liste avevano un capolista bloccato, designato dal partito. Gli elettori potevano però scegliere, nella lista, due nominativi di loro preferenza (con alternanza di genere). I capilista potevano candidarsi in diverse circoscrizioni (al massimo 10) e poi, in caso di elezione plurima, avrebbero potuto optare.

Secondo l’Italicum, la competizione, dunque, doveva avvenire tra le liste delle singole formazioni politiche. La governabilità era assicurata in base alla lista (e non a eventuali coalizioni). Il premio di maggioranza aveva una notevole consistenza. Poteva portare una lista che avesse conseguito il 40% dei voti ad avere il 55% dei seggi. In questo modo, la lista vincente non era forzatamente obbligata a coalizzarsi con altri.

Veniva parzialmente accettato il principio del doppio turno, ma solo per la attribuzione del premio tra le due liste più votate. In altri termini, nel secondo turno, il singolo elettore (di qualunque partito fosse) avrebbe potuto contribuire a scegliere quale dei due partiti più votati avrebbe dovuto avere il premio e quindi avrebbe conseguito il margine sicuro per governare. Insomma, una lista superiore al 40% avrebbe ottenuto automaticamente il premio. Al di sotto del 40% si aveva tuttavia il pudore di richiamare gli elettori al secondo turno per far confermare loro esplicitamente quale delle due liste più votate dovesse esser premiata.

È appena il caso di ricordare che alcune delle norme contenute nell’Italicum furono dichiarate incostituzionali. Di conseguenza, molti hanno analogamente sollevato dubbi su alcuni analoghi aspetti dello Stabilicum. La nuova legge nasce così con sospetti di incostituzionalità fin dall’origine.

9. Il confronto tra lo Stabilicum e il vecchio Italicum di Renzi certifica dunque in pieno la stretta parentela tra i due testi. A nostro modesto avviso, era senz’altro meglio l’originale. Vediamo comunque più in dettaglio alcune considerazioni.

Anzitutto, possiamo scorgere, dietro a questa straordinaria somiglianza, una notevole identità di intenti dal punto di vista politico. La Destra odierna mostra così di mantenersi del tutto fedele alla prospettiva renziana – berlusconiana del Patto del Nazareno. Inoltre, ci par di capire che questa scelta sia perfettamente in linea con il medesimo disegno complessivo che ha ispirato le riforme costituzionali recentemente proposte dal Governo Meloni, che prevedevano l’autonomia differenziata, il premierato e la riforma del CSM. Lo stesso Renzi oggi dovrebbe fare una certa fatica a dir di no a una legge che è, in pratica, la brutta copia della sua. Il PD, se avesse uno straccio di memoria storica, dovrebbe spiegare come e perché oggi ha cambiato idea. Ma dovrebbe spiegare bene anche quali siano oggi le sue attuali idee sulla legge elettorale.

È appena il caso di osservare che quel progetto complessivo di riforma fu in parte cassato dalla Corte costituzionale e fu poi implicitamente rifiutato dagli elettori con il Referendum del 2016. Oggi gli elettori hanno cassato la Riforma costituzionale del CSM. Insomma, possiamo intravvedere una linea indelebile di attacco alla Costituzione che sta lì da un trentennio, con Renzi, Berlusconi, Meloni e Nordio, passando per Calderoli. Una vera sfilata di devoti Padri della Patria, promotori della governabilità a tutti i costi.

10. A ben guardare, bisogna riconoscere che l’Italicum metteva in concorrenza le singole liste dei partiti. Ciò attribuiva comunque ai partiti una funzione specifica: l’elettore, nella scelta, avrebbe dovuto basarsi sulla esplicita identità politica di ciascun partito e sul relativo programma. Con lo Stabilicum invece l’elettore confluisce la sua scelta prima di tutto alla coalizione, pur potendo favorire al suo interno un partito preferito. Il programma votato dall’elettore non sarà un programma di partito. Sarà dunque un programma di coalizione, assai limitato e frutto di patteggiamenti e veti incrociati. Anche la scelta eventuale al secondo turno sarà di fatto una scelta solo tra coalizioni (gli equilibri interni tra i vari partiti saranno quelli acquisiti al primo turno). Se l’Italicum puntava ancora sul partito quale unità fondamentale del discorso politico, lo Stabilicum punta ormai soltanto sul soggetto debole della coalizione, soggetto tanto debole che tuttavia si vuol irrobustire artificiosamente a tutti i costi, per farlo arrivare fino alla fine della legislatura. In secondo luogo – pur con un meccanismo contorto – l’Italicum permetteva all’elettore, oltre al fatto negativo del capolista bloccato, di scegliere due nomi nella lista. Con lo Stabilicum questo non accade più. Si continua così, in forma baldanzosa, la invasione di campo dei partiti ai danni degli elettori (che è già ben presente nel Rosatellum attuale).

Insomma, si tratta complessivamente di un ritorno del progetto renziano – berlusconiano peggiorato e annacquato. E per giunta già rifiutato dagli elettori e in parte cassato dalla Corte. Il fatto che tutto ciò possa oltretutto portare anche una qualche sfortuna non è passato neppure per le menti sopraffine degli estensori.

11. Qual è la proposta di legge elettorale del campo largo? Sembra che l’intento della maggioranza sia quello di conseguire almeno un primo  passaggio alla Camera prima dell’estate. Questa determinazione evidenzia, sul piano politico, una evidente disparità tra maggioranza e opposizione. Mentre la maggioranza ha una sua proposta unilaterale relativamente ben definita, peraltro renziana – berlusconiana, come si è visto, nel cosiddetto campo largo della opposizione ci sono stati molti mugugni ma nulla sembra muoversi.  Il problema principale sembra sia quello di sapere chi farà il leader della coalizione.[5] Senza ancora aver deciso né il perimetro né il programma della coalizione. A quanto ci risulta, non esiste una proposta comune di legge elettorale da parte del campo largo.[6] Non esiste neppure una qualche proposta di legge da parte del principale partito dell’opposizione, cioè il PD.

In termini puramente teorici, tuttavia, non è dato neanche di sapere quali siano attualmente gli orientamenti generali del campo largo in termini di legge elettorale. Il centro sinistra largo è per il proporzionale o per il maggioritario? O per qualche tipo di sistema misto? E’ per il turno unico o per il doppio turno? Liste bloccate o liste aperte? E così via, tutte le altre domande che sanno anche i bambini.

In realtà non è dato neanche di sapere quali siano le eventuali valutazioni da parte dei vari cespugli nei confronti del Rosatellum, che sarebbe comunque impiegato (pur con tutti i suoi limiti) nel caso in cui non si riuscisse a produrre la nuova legge elettorale. Lo Stabilicum è meglio o peggio del Rosatellum? Si noti in proposito che, comunque, di qui al 2027 il percorso è davvero ancora piuttosto accidentato. La maggioranza, in seguito a qualche incidente di percorso potrebbe essere spinta a dimissioni e ad elezioni anticipate. Un peggioramento della situazione internazionale potrebbe spingere a un governo di emergenza, di unità nazionale o simili. Non avere ancora alcuna idea sulla legge elettorale significa davvero amare una vita spericolata.

12. Va poi segnalata una questione ulteriore di estrema rilevanza. Approssimandosi la data di scadenza del mandato dell’attuale Presidente della Repubblica, è legittimo chiedersi se e come una legge elettorale dotata di un elevato premio di maggioranza non possa influire sulla elezione stessa del nuovo Presidente della Repubblica.

Attualmente, secondo l’art. 83 della Costituzione, il Presidente della Repubblica viene eletto da una Assemblea costituita dai deputati, dai senatori e da un contingente di delegati regionali (in ragione di tre per ciascuna regione).[7] Per le prime tre votazioni è prevista la maggioranza qualificata di due terzi. Ma a partire dalla quarta votazione è sufficiente la maggioranza assoluta (cinquanta per cento più uno). La coalizione vincente che abbia ricevuto il premio di maggioranza dello Stabilicum (sia cioè approdata al 57% dei seggi parlamentari) potrebbe, con facilità, eleggere il Presidente della Repubblica. L’unico elemento di incertezza potrebbe essere legato alla consistenza, non del tutto prevedibile, dei delegati regionali. La carica di Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere di garanzia per tutti, potrebbe così finire comodamente tra le “spoglie” di cui potrebbero quasi sempre beneficiare i premiati coalizzati dello Stabilicum.

La questione è piuttosto grave, tanto più che, con la proposta del premierato (per ora forse fortunatamente in declino), si sta tentando di diminuire le prerogative dello stesso Presidente della Repubblica. Avremmo in tal caso un Presidente della Repubblica senz’altro diminuito nei suoi poteri e praticamente nominato dalla coalizione vincente. Quindi, più in generale, nella valutazione di una legge elettorale sarebbe bene esercitare sempre una certa prudenza. Una eccessiva unilateralità può produrre effetti perversi piuttosto gravi. Chi abbia di mira, ad esempio, solo la governabilità (cioè la lunga durata), potrebbe per ciò stesso portare a gravi alterazioni nell’equilibrio costituzionale dei poteri.

13. Partitini divisivi e coalizioni pigliatutto. Ho affermato che, mentre l’Italicum vedeva ancora una competizione tra partiti, lo Stabilicum vede soprattutto una competizione tra coalizioni, le quali sono essenzialmente le ombre dei partiti. Mi spiego. Una delle conseguenze dei cosiddetti partiti del leader, nonostante l’afflato universalistico dello stile populista che li contraddistingue, è la radicalizzazione delle posizioni, con la conseguente loro restrizione a settori sempre più particolari del cosiddetto “popolo”. Di qui la tendenza alla costruzione di partitini del leader con percentuali di consenso piuttosto basse. Si vedano i casi di Vannacci, di Salvini, ma anche dell’ineffabile Maurizio Lupi di Noi moderati. Oppure i casi di Renzi, di Calenda, oppure anche di Bonelli e Fratoianni o magari di Riccardo Magi di +Europa. Si tratta di partitini del leader che, per sopravvivere, sono costretti a estremizzare le loro posizioni, sono costretti a marcare sempre la loro diversità. Anche il M5S sembra comportarsi come i partitini del leader, cercando di differenziarsi ad ogni costo.

14. In un sistema partitico così frammentato, questi cespugli avrebbero un certa difficoltà nel sopravvivere. Così, proprio come nel caso della protezione degli animali in via di estinzione, intervengono le coalizioni. Le coalizioni come le stiamo sempre più alimentando e immettendo nel processo elettorale, sono un imbroglio nei confronti degli elettori, sia che riescano a esser durature sia che restino effimere, sia che non ce la facciano mai a coalizzarsi davvero, come pare sia destino del campo largo. Sono un imbroglio perché non sono un luogo di effettivo dibattito politico, bensì costituiscono solo un luogo di compromesso e di distribuzione delle spoglie.  Così si ammazza il confronto politico e si premiano i concorrenti alla distribuzione delle spoglie.

Il luogo effettivo del dibattito politico (che finisce per essere sempre estremizzato) viene poi quotidianamente appaltato ai piccoli leader che strillano per il loro popolo, mentre la pratica politica effettiva della coalizione (grazie ai veti incrociati e alla spartizione delle spoglie del programma) finisce per essere una sbobba incolore, tesa soltanto al galleggiamento quotidiano. Durare fino alla fine della legislatura senza fare niente. D’altro canto i partiti maggiori, il cui elettorato è costantemente saccheggiato dai partitini, non riescono mai a raggiungere una consistenza tale da renderli autonomi o quasi. Così devono circondarsi della loro corte di cespuglietti, che devono tuttavia essere ricompensati per la fedeltà. Così si spiega anche la ridda davvero numerosa di incapaci che popola il sottogoverno.

15. All’elettore viene anzitutto ormai proposta la coalizione, una specie di partitone generico e vago, con dentro di tutto e di più. Con un programma altrettanto generico e vago, con un leader che non può fare altro che il leader populista unificatore, assicurando continuamente che la coalizione è solida. Poi, se proprio vuole, l’elettore può esprimersi anche per uno dei leaderini che strillano di più, anche se questo nella coalizione potrebbe contare come un fante da picche. Detto qui per inciso, bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere che sono queste le vere ragioni della ingovernabilità. Si fa invece finta che il basso rendimento politico del sistema sia colpa delle istituzioni. Colpa soprattutto dei magistrati. Di qui la ridda delle continue confuse e dannose riforme istituzionali. Il gioco è sempre più scoperto. Forse gli italiani hanno cominciato ad accorgersene. Non è mai troppo tardi.

16. Mi auguro che, in questo anticipo di primavera, lo Stabilicum abbia l’effetto di svegliare i cespugli e cespuglietti dormienti del campo largo e metterli sul chi vive. Per questo aggiungo qui alcune piccole regulae ad directionem ingenii. Tanto per aiutare il dibattito. Anzitutto, nel ragionamento che si fa sui sistemi elettorali, occorrerebbe sempre tener presenti alcuni principi fondamentali. Non esiste alcun sistema elettorale che possa fornire una rappresentazione esatta e dunque giusta del corpo politico dei cittadini elettori. Occorre avere bene in mente che ciascun sistema elettorale introduce inevitabilmente delle distorsioni nel processo di rappresentazione. E le distorsioni hanno sempre notevoli conseguenze, talvolta anche molto gravi. L’ingegneria dei sistemi elettorali non ha il compito di evitare le distorsioni. Il compito sarebbe impossibile. Ha piuttosto il compito di governare consapevolmente le distorsioni, in modo da prevedere le conseguenze e da raggiungere certi risultati desiderabili.

17. Va considerato che la politica dei sistemi elettorali sta tutta nella scelta dei risultati desiderabili che si intendono conseguire adottando un certo sistema elettorale. È su questi risultati desiderabili che dovrebbero mettersi d’accordo (o eventualmente scontrarsi) le forze politiche nel momento in cui si apprestano a definire una nuova legge elettorale. Tuttavia il più delle volte sappiamo che i risultati desiderabili si accompagnano a piani e finalità inconfessabili. Fare una legge elettorale per i comodi del momento è divenuto ormai lo sport nazionale. Nessuno protesta più. Intanto, come disse Nordio, «Quando governerete, farà comodo anche a voi!».  Occorrerebbe una disposizione costituzionale – e sarebbe pure a costo zero – per cui una nuova legge elettorale entra in vigore solo nella legislazione successiva a quella nella quale è stata approvata. Sarebbe una piccola e splendida applicazione del rawlsiano velo di ignoranza. Qualcuno ci sta?

18. Tecnicamente non è davvero difficile mettere in piedi un sistema elettorale. Come s’è visto, si possono anche scopiazzare. Il problema sarebbe dire con chiarezza quale scopo si vuol veramente raggiungere. I sistemi elettorali si distinguono solitamente in maggioritari, proporzionali e misti. Ormai abbiamo una vasta letteratura in proposito e conosciamo bene i vantaggi e gli svantaggi dei diversi sistemi e delle loro combinazioni. Sistema misto, di per sé, non è poi neanche una brutta parola. Sottolinea il fatto che certi sistemi elettorali usano strumenti maggioritari e proporzionali per raggiungere certi risultati. Un’altra distinzione rilevante è, ovviamente, quella tra singolo turno e doppio turno. I sistemi elettorali possono: 1) aumentare o diminuire la frammentazione politica; 2) favorire o meno la stabilità del governo; 3) conferire più o meno potere agli elettori o ai partiti; 4) rappresentare più o meno accuratamente talune caratteristiche degli elettori (genere, minoranze, distribuzione territoriale); 5) condizionare il sistema dei partiti (bipartitismo, pluri partitismo); 6) esaltare o comprimere il rapporto personale tra elettori e rappresentanti eletti; 7) aumentare o diminuire il controllo sugli eletti da parte degli elettori. Quali di questi risultati vogliamo ottenere? A cosa siamo disposti a rinunciare? Come bilanciare i pro e i contro delle diverse soluzioni? Sono questioni che riguardano davvero tutti, questioni fondamentali per il buon funzionamento delle nostre istituzioni, molto più che le tanto citate bollette, le liste d’attesa, il prezzo dei carburanti o il contingentamento dei viaggi aerei.

19. Sarebbe il caso allora che si facesse un po’ di chiarezza. Che si procedesse a una informazione diffusa e a un dibattito serio e argomentato. Come s’è fatto nel caso del Referendum sulla Magistratura e sul CSM. Erano argomenti civici davvero difficili, ma un dibattito e un approfondimento c’è stato effettivamente. E i cittadini hanno risposto positivamente. Qui la posta in gioco sarà ancora più rilevante. Certo, in questo caso i cittadini non saranno chiamati a votare in prima persona. C’è un forte rischio di delega ai patteggiamenti tra i partiti che, per i loro interessi particolaristici, possono oltremodo degradare ancor di più il sistema. Il rischio è davvero grande. Non possiamo più accontentarci di soluzioni pasticciate o di soluzioni di comodo. Sono in gioco il rendimento del nostro sistema politico e la qualità della nostra democrazia. Importa ancora a qualcuno?


Giuseppe Rinaldi (29/04/2026)


NOTE

[1] Mi baso sulle informazioni disponibili a fine aprile 2026. Nella stesura di questo saggio non ho fatto uso di strumenti di intelligenza artificiale.

[2] Valutare la stabilità dei governi dalla sola durata è una solenne stupidaggine. Un governo estremamente stabile, cioè che non sia mai messo in minoranza, può durare a lungo e continuare a fare nulla, oppure fare guai grossi per tutto il tempo della sua durata. Un esempio è proprio il governo Meloni.

[3] Ciò varrebbe anche nel caso in cui le due prime liste abbiano conseguito il 39% e il 34% dei voti.

[4] Questo perché il conferimento dell’incarico di Premier è prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica.

[5] Si veda in proposito il mio recente Finestre rotte: Ma quali primarie. Per favore! Pubblicato anche su Città Futura.

[6] Si noti che, attualmente, il perimetro del campo largo non è affatto definito.

[7] Nella elezione del Presidente della Repubblica, la riduzione del numero dei parlamentari ha ridotto notevolmente il peso relativo della componente dei due rami del Parlamento rispetto alla componente di designazione regionale.






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