Proseguo, in questa seconda parte,[1] la lettura e il commento delle tesi contenute nel saggio di Carlo Rovelli “Sull’eguaglianza di tutte le cose”. In questa parte prendo in esame le lezioni quarta, quinta e sesta. Ho ricevuto qualche critica, a proposito della prima parte, circa l’eccessiva lunghezza. Chiarisco che questi sono appunti di studio e analisi delle posizioni di Rovelli e, per come sono nati, non c’era altro modo di scriverli. Consiglio il lettore volenteroso di non pretendere di leggere tutto in una volta. Di procedere un pezzo per volta, cercando soprattutto di focalizzare i problemi. Non ho consigli da dare al lettore frettoloso. Lasci perdere.
Lezione quarta. Vivere nel corso del tempo.
Flusso
1. È questa sicuramente la lezione più complessa e più
difficile dell’intero libro di Rovelli. Per il fatto che riguarda la
connessione tra il micro livello dei
fenomeni quantistici e il macro livello
della nostra esperienza quotidiana. Si tratta dell’aspetto, in un certo senso,
ancora meno esplorato. Uno degli aspetti più interessanti e provocatori della
nuova fisica è il fatto che essa sembra sempre più fare a meno della dimensione del tempo.[2] Mentre per quanto
riguarda lo spazio si è da tempo alla ricerca dei gravitoni, quelli che dovrebbero essere i quanti di spazio, nel caso del tempo, nessuno o quasi pensa ci
possano essere particelle di tempo. Afferma Rovelli: «Il fluire del tempo
appare decisamente assente nello schema concettuale della gravità quantistica
abbozzato nella lezione precedente. Ma attenzione, appare egualmente assente nella meccanica newtoniana».[3] Eppure, com’è
noto a chiunque, la nostra esperienza di umani è strettamente connessa a questa
entità piuttosto sfuggente che chiamiamo “tempo”. Fin dai suoi inizi, la
filosofia occidentale si è occupata del tempo, fornendo risposte assai
variegate. Questa lezione di Rovelli mira, se non a sciogliere il mistero del
tempo, per lo meno a definirlo nei suoi termini costitutivi. E a stabilire
entro quali limiti possiamo oggi parlare del tempo. Si vedrà che il risvolto fisico del tempo, che comunque
c’è ed è ben solido, più che entro la meccanica quantistica va ricercato nell’ambito
della termodinamica.
2. Il punto di partenza del discorso di Rovelli, naturalmente,
è quello della comune esperienza del
tempo. Spiega Rovelli: «Non è facile caratterizzare esattamente cosa intendiamo
quando diciamo che il tempo scorre […]. Però è chiaro come questo scorrere si
manifesta. Si manifesta in fenomeni peculiari: ricordiamo il passato ma non il
futuro; possiamo decidere il futuro ma non il passato; gli effetti seguono, non
precedono, le loro cause; uno strumento di misura registra eventi passati, non
quelli futuri, e il nostro pensiero si dispiega chiaramente dal passato al
futuro. La chiave per comprendere il fluire del tempo è capire che questi (e
simili) fenomeni non sono manifestazioni
del flusso del tempo: sono essi stessi
ciò che intendiamo quando parliamo di flusso del tempo. Non sono sintomi dello scorrere del tempo: sono essi stessi ciò che chiamiamo lo
scorrere del tempo. Per capire perché il tempo scorre, è sufficiente capire
questi fenomeni».[4] Dunque, detto in soldoni, le cose non sono nel tempo, piuttosto sembra che il tempo
sia una conseguenza di quel che fanno le
cose.
3. Prosegue Rovelli, chiarendo dove vada cercata, secondo la nuova fisica, proprio la fisicità del tempo: «Tutti i fenomeni
orientati nel tempo sono dissipativi. La dissipazione è la sorgente dell’orientamento
temporale di tutti i fenomeni
orientati nel tempo. Quando vi è dissipazione, vi è crescita di entropia, vi è
un gradiente, cioè una differenza, di entropia. In una situazione fisica in cui
vi sia un gradiente di entropia avvengono i fenomeni tipici che caratterizzano
lo scorrere del tempo».[5] Dunque, per Rovelli, il mistero del tempo non sembra
tanto collocato al livello delle micro particelle, nel mondo quantistico, ma
piuttosto sembra collocato al livello dei fenomeni
dissipativi. I fenomeni dissipativi sono i fenomeni di cui si occupa la termodinamica.
4. In questa lezione, purtroppo, Rovelli sembra dare per
scontate un po’ troppe cose. Forse i suoi ascoltatori di Princeton avevano
tutti una buona base di formazione nel campo della fisica, intendo della fisica convenzionale. Non credo questo sia
il caso del lettore medio italiano e non è neppure il caso nostro personale,
poiché chi scrive proviene dalla cultura umanistica. D’altro canto, Rovelli non
poteva mettersi a fare una lezione introduttiva apposita su tutte queste
questioni che sono oltremodo complesse. Fortunatamente Rovelli aveva già
scritto, nel 2017, un altro libretto titolato proprio L’ordine del tempo. Cercherò allora, anche con l’aiuto di questo e di
altri scritti di Rovelli, di recuperare, in via preliminare, alcune nozioni
essenziali per la prosecuzione e comprensione del discorso.
5. I principi della termodinamica
sono noti fin dalla prima metà dell’Ottocento, a partire dall’opera di pionieri
come Carnot e Kelvin. La termodinamica ha avuto uno sviluppo abbastanza
tormentato e diseguale, e solo ultimamente ha trovato una sua formulazione
compiuta. Sebbene alcune questioni teoriche restino apertissime.
Sorprendentemente, la termodinamica aveva preso le mosse da problemi assai specifici,
a partire dalle implicazioni tecnologiche delle macchine a vapore, legate a
loro volta alla rivoluzione industriale. Da quelle lontane origini, oggi essa ha
assunto una centralità assai più marcata, fino a coinvolgere la dimensione
cosmologica ma, anche e soprattutto, fino a alla spiegazione dei fenomeni della
vita e dell’evoluzione biologica.[6]
6. In termini sintetici, i principi
della termodinamica oggi sono quattro, sebbene siano stati curiosamente
numerati (per varie vicende storiche) da zero a tre. Noi, per i nostri scopi,
ci limiteremo a considerare i due più importanti. Il primo principio è quello
della conservazione dell’energia.
Esso asserisce che la quantità di energia in un sistema fisico è costante, cioè
è sempre la stessa. L’energia non si genera e non si distrugge. Cambiano le
forme nelle quali l’energia è distribuita, ma la sua quantità si conserva. Il
secondo principio è quello della entropia.
Esso afferma che l’energia, in un sistema fisico, tende costantemente a
degradare verso una forma irreversibile e inutilizzabile che è il calore.[7]
7. L’oggetto generico di cui si occupa la termodinamica è
dunque l’energia. Si noti che l’energia
compare un po’ dovunque nella fisica, anche se – come ha scritto Feynman –
nessuno sa davvero bene che cosa sia. In altri termini, ontologicamente non è ben chiaro di cosa
si tratti.[8] Tecnicamente, di solito, si trova, nei manuali di fisica, che l’energia
è la capacità di compiere un lavoro.
L’energia tuttavia non si presenta mai allo stato puro: si presenta, nella
nostra esperienza, in una molteplicità di
forme, assai diverse e, soprattutto, essa è in grado di trasformarsi, cioè
di passare da una forma all’altra.
Tra le forme di energia più comuni, abbiamo l’energia chimica, la cinetica, l’elettromagnetica,
la energia elastica e quella termica. C’è anche l’energia nucleare, legata però
all’interazione forte presente nel nucleo atomico.
8. L’energia, pur potendo “passare” da una forma all’altra –
gran parte della fisica si occupa proprio di questi passaggi – presenta una
particolarità di gran rilievo per il nostro discorso: questi passaggi hanno un
limite. Detto in soldoni, ci sono forme di energia “buone” (talvolta si parla
di energia libera) che sono
generalmente in grado di compiere un lavoro utile e c’è una forma di energia “degradata” che non è più in grado di compiere
alcun lavoro utile. Questa forma di energia degradata è proprio il calore. Naturalmente, questi
ragionamenti presuppongono il riferimento a un sistema fisico chiuso e al suo
ambiente. La dissipazione cui accenna
Rovelli fa proprio riferimento a questa degradazione
dell’energia in calore.
9. La spiegazione che vien data del fenomeno della dissipazione
è legata a quanto accade al livello
molecolare. Il moto molecolare, o moto browniano, è una manifestazione del calore
contenuto nei corpi. Il calore, cioè il moto molecolare stesso, in generale, si
trasmette tra i corpi e tende sempre a passare da una sorgente più calda a una
più fredda. Tende cioè alla distribuzione uniforme. Le differenze di calore
sono in grado di produrre lavoro utile. Quando tuttavia in un sistema fisico vien
meno ogni differenza nella distribuzione del calore, nessun lavoro utile è più
possibile. È questa la situazione di massima entropia o, se si vuole, di massimo disordine nella distribuzione
dell’energia nel sistema fisico in questione. Si noti che la tendenza del
calore a distribuirsi uniformemente sembra sia universale e si tratti di un processo
irreversibile.
10. È il caso di osservare che i meccanismi di cui tratta la
termodinamica hanno luogo al livello molecolare e dunque al livello di tutti quei
corpi che sono composti di molecole.
Ciò contribuisce a definire un livello fisico
macroscopico dove valgono, appunto, le leggi della termodinamica. Noi umani
siamo fatti di molecole, per cui siamo soggetti senz’altro alle leggi della
termodinamica. Lo stesso vale per l’ambiente in cui viviamo. E ciò, come
vedremo, ha strettamente a che fare con la nostra esperienza del tempo. Sintetizzando, l’energia, è indispensabile
per compiere qualsiasi lavoro. Si conserva in tutti i suoi passaggi per il
primo principio ma, infine, per il secondo principio, tende irreversibilmente a
distribuirsi in modo uniforme sotto forma di calore e, dunque, a divenire inutilizzabile.
11. Questa caratteristica fa sì che, nel mondo fisico, si
produca, nell’ambito di qualsiasi processo fisico che implichi un lavoro, un prima e un dopo. Prima, si ha uno stato in cui il lavoro è possibile, in
quanto si dispone di energia libera utile. Dopo, essendo stata dissipata l’energia
utile, il lavoro non è più possibile. Si noti che la quantità di energia nel
sistema fisico è sempre la stessa, essa non viene distrutta. Semplicemente,
dopo la dissipazione si trova in una forma
non più utilizzabile. Questa precisa caratteristica dell’energia, nel suo
progressivo dissiparsi in calore, fa sì che tutte le cose che siano coinvolte
in processi di trasformazione (cioè tutte
le cose intorno a noi e noi stessi) vengano a trovarsi entro la cosiddetta freccia del tempo,[9] cioè entro una direzione temporale irreversibile. La
direzione temporale è, in altri termini, la direzione della trasformazione della energia, dallo
stato libero verso la massima dissipazione. Il “tempo passa”, poiché, avendo a
disposizione energia buona, libera, possiamo dare continuamente luogo a delle trasformazioni, dentro e fuori di noi.
Filosoficamente, nella storia della filosofia, si è parlato per secoli di attività o di azione. Aristotele conosceva la potenza (dynamis) e l’atto (energheia).
Entro questa prospettiva, il “tempo passato” non è altro che la registrazione (Rovelli
parla di tracce) delle trasformazioni
avvenute, che permangono nel presente. Il tempo “presente” non è distinto dal
passato e contiene tutte le registrazioni che permangono. Potrebbe esser
definito come lo stato attuale della
macchina o del sistema fisico. Il tempo
futuro è il prospetto delle azioni o trasformazioni possibili che possiamo
ingenerare o causare. Tutto ciò vale per i corpi fisici, naturali o
artificiali, e per le cellule dei viventi.
12. Con questa premessa, siamo ora forse meglio in grado di
comprendere come Rovelli spiegava, nel suo libro del 2017 su L’ordine del tempo, la faccenda della
dissipazione. Osservava allora Rovelli: «È
l’entropia, non l’energia, a trascinare il mondo. A scuola mi avevano detto
che è l’energia che fa girare il mondo. Dobbiamo procurarci energia, per
esempio dal petrolio, dal sole o dall’energia nucleare. L’energia fa girare i
motori, crescere le piante e ci fa svegliare al mattino pieni di vita. Ma c’è
qualcosa che non torna. L’energia – mi hanno pure detto a scuola – si conserva.
Non si crea e non si distrugge. Se si conserva, che bisogno abbiamo di
procurarcene sempre di nuova? Perché non usiamo sempre la stessa? La verità è
che di energia ce n’è in abbondanza e non si consuma. Non è di energia che ha
bisogno il mondo per andare avanti. È di bassa entropia».[10]
Come abbiamo visto, l’energia si conserva sempre, per il primo
principio della termodinamica. Dunque il problema non è l’energia in sé. Il
problema è se l’energia sia o meno disponibile
a essere utilizzata. Questa limitazione sussiste poiché l’energia, per il
secondo principio della termodinamica, tende costantemente a passare da una
condizione di disponibilità a una condizione di indisponibilità. Questo è ciò
che intendiamo quando parliamo di consumo.
13. In sostanza, si può avere tanta energia, ma questa, se è degradata,
può essere del tutto inutilizzabile. Questo degrado è dovuto, come sé visto,
alla sua distribuzione casuale e uniforme, a
livello molecolare. Così spiegava Rovelli sempre nel 2017: «L’energia
(meccanica, chimica, elettrica o potenziale) si trasforma in energia termica,
cioè in calore, va nelle cose fredde, e da lì non c’è più modo di riportarla
indietro gratuitamente e riusarla di nuovo per far crescere una pianta o girare
un motore. In questo processo l’energia resta la stessa, ma l’entropia aumenta,
ed è questa a non tornare indietro. È il secondo principio della termodinamica
che la consuma. A far girare il mondo non sono le sorgenti di energia, sono le
sorgenti di bassa entropia. Senza bassa entropia, l’energia si diluirebbe in
calore uniforme e il mondo andrebbe al suo stato di equilibrio termico, dove
non c’è più distinzione fra passato e futuro, e nulla avviene».[11]
14. Noi, eredi culturali del cristianesimo, siamo abituati a
immaginare il tempo come una linea, che ha avuto un inizio, una progressione e
una fine. Per la termodinamica, invece, lo stato zero del tempo sarebbe la
situazione di ogni assenza di attività.
E si presenterebbe alla fine. Non una situazione di assenza di energia, ma una
situazione di sua equidistribuzione, per cui si avrebbe la perfetta immobilità
di ogni freccia temporale. Non sarebbe possibile alcun lavoro, alcuna
trasformazione, azione o vita. Sarebbe questa la situazione della morte termica
universale. È la presenza di bassa entropia (cioè di elevata utilizzabilità
della energia) a far sì che possa esserci attività
secondo la freccia del tempo. Un mondo perfettamente simmetrico sarebbe un
mondo morto. Perché ci sia attività occorre evitare la simmetria tra passato e
futuro.
15. Chi voglia avere un esempio di cosa si intenda concretamente
per dissipazione può pensare all’attrito meccanico. Una palla di cannone
scalda la canna in cui transita. Quando abbiamo freddo, ci strofiniamo le mani
per generare calore. Le navette spaziali che rientrano si arroventano per l’attrito
con l’atmosfera. Oppure si può pensare al fenomeno del raffreddamento, cioè alla
universale diffusione del calore per contatto, da un corpo più caldo a uno più
freddo. Sono situazioni in cui abbiamo dunque un gradiente, una pendenza, cioè una condizione di minor dissipazione che lascia il posto a
una condizione di maggior dissipazione.
La minore dissipazione corrisponde a sistemi fisici macroscopici che hanno
energia a disposizione (= bassa entropia)
e che sono in grado di compiere delle trasformazioni, di produrre lavoro.
Dunque, l’energia, per essere utilizzabile deve avere bassa entropia, bassa dispersione. L’entropia può essere
considerata, genericamente, la misura del
disordine energetico/ molecolare presente in un sistema fisico. A rovescio,
la misura dell’ordine di un sistema viene detta talvolta neg-entropia o entropia negativa.
Anche se Rovelli non usa questo termine.
16. Tutti i ragionamenti della termodinamica si fanno sempre a
proposito di sistemi isolati.
Tuttavia, l’ampiezza del sistema di riferimento può essere estesa a piacere,
fino a coinvolgere – teoricamente – l’intero universo. In tal caso ne derivano
conseguenze decisamente rilevanti, e non solo per la fisica. L’ipotesi teorica più
generale della termodinamica è quella che – in qualche modo – il punto di partenza,
nella storia dell’universo, debba
essere stata una condizione iniziale
dotata di un ordine elevato, cioè di bassa entropia, una condizione cioè ricca
di energia disponibile per produrre lavoro, eventualmente per produrre l’universo
stesso, cioè gli elementi e i corpi, gli oggetti macroscopici relativamente ordinati
tra i quali viviamo. Molti saggi di divulgazione ormai descrivono le tappe di
questo processo di fabbricazione, iniziato 13,8 miliardi di anni fa.
Dice Rovelli: «Lo
scorrere del tempo, in altre parole, è il fatto che l’entropia è più bassa
nella regione che chiamiamo passato e più alta nella regione che chiamiamo
futuro, e l’insieme di tutti i fenomeni che ne derivano».[12] Le interazioni
tra gli oggetti macroscopici, necessarie affinché si compia un qualche tipo di
lavoro, finiscono per dissipare l’ordine, l’energia, col risultato ultimo di
produrre il calore, che è unicamente
un fenomeno di dispersione. Più produciamo lavoro impiegando energia, più ci
spostiamo cioè verso il futuro, più abbandoniamo l’ordine macroscopico e più l’entropia
aumenta. Lo stesso “spostamento verso il futuro” è nient’altro che l’aumento
del disordine. Il futuro altro non è se non la crescita generale dell’entropia.
Il lavoro fisico dunque abbandona un mondo nel passato e produce qualcosa di nuovo
nel futuro. Qualcosa che sarà a sua volta abbandonato al passato.
17. Ma vediamo meglio come la termodinamica spiega l’emergere
del tempo nel sistema fisico più vicino a noi. Si tenga presente che l’universo
attuale, sotto il profilo della distribuzione dell’entropia, è tutt’altro che
uniforme. Questa mancanza di uniformità fa sì che l’universo sia pieno di “cose”
che interagiscono, ciascuna con le sue modalità particolari. Spiegava Rovelli
nel 2017: «Vicino alla Terra abbiamo una ricca sorgente di bassa entropia: il
sole. [...] Quindi il sole è per noi una ricchissima fonte continua di bassa
entropia. Abbiamo a disposizione abbondanza di bassa entropia, ed è questa che permette alle piante e agli
animali di crescere, a noi di costruire motori, città, pensieri, e scrivere
libri come questo. Da dove viene la bassa entropia del sole? Dal fatto che a
sua volta il sole nasce da una configurazione di entropia ancora minore: la
nuvola primordiale da cui si è formato il sistema solare aveva entropia ancora
più bassa. E così via all’indietro, fino alla bassissima entropia iniziale dell’universo.
È il crescere dell’entropia dell’universo che trascina la grande storia del
cosmo».[13] Secondo la termodinamica, c’è dunque una connessione di tipo
universale, tra i macro processi cosmici ed i processi fisici che sperimentiamo
in noi stessi e nel nostro ambiente, nella nostra vita quotidiana.
18. Ma non è finita qui. Poiché la distribuzione dell’entropia
(= del disordine dell’energia) non è la stessa ovunque. E muta costantemente.
Spiegava Rovelli nel 2017: «[…] l’aumento dell’entropia nell’universo non è
rapido come l’espansione improvvisa di un gas in una scatola: è graduale e
prende tempo. Anche con un mestolone gigantesco, rimescolare una cosa grossa
come l’universo prende tempo. Soprattutto, esistono porte chiuse e ostacoli per
l’aumento dell’entropia, passaggi difficilmente praticabili. Per esempio una
catasta di legna, lasciata stare, dura a lungo. Non è in uno stato di massima
entropia, perché gli elementi di cui è fatta, come carbonio e idrogeno, sono
combinati in modo molto particolare («ordinato») per dare forma al legno. L’entropia
cresce se si disfano queste combinazioni particolari. Questo è quanto succede
quando il legno brucia: i suoi elementi si disgregano dalle particolari
strutture che formano il legno, e l’entropia aumenta bruscamente (il fuoco è
infatti un processo fortemente irreversibile). Il legno però non inizia a
bruciare da solo. Resta a lungo nel suo stato di bassa entropia, fino a che
qualcosa non gli apre una porta che gli permetta di passare a uno stato di
entropia più alta. Una catasta di legna è uno stato instabile, come un castello
di carte, ma finché non arriva qualcosa a farlo crollare, non crolla. Questo
qualcosa è per esempio un cerino che accende una fiamma. La fiamma è un
processo che apre un canale attraverso il quale il legno può passare a uno
stato di entropia più alta».[14]
Sono interessanti le porte chiuse e gli ostacoli. Se tutta l’energia a bassa entropia si disperdesse in un
istante, l’universo raggiungerebbe subito la morte termica e nessun “tempo”
sarebbe possibile. Invece la bassa entropia viene tenuta in sospeso, convogliata
in un numero immenso di rivoli, ove si svolgono “lavori” del tutto particolari,
che sono i lavori del cosmo.
19. L’orizzonte termodinamico temporale della catasta di legna dunque è tutt’altro che uniforme.
C’è un prima in cui il legno era
parte di un albero vivente. C’è un tempo
successivo in cui la catasta permane (anche se il legno sta seccando). C’è poi il tempo rapido della combustione,
che è un processo irreversibile. C’è poi
ancora il tempo della cenere e dei prodotti della combustione. Questa, in
breve, sul piano di una prospettiva prettamente umanistica, sarebbe quella che
chiamiamo storia della catasta. Sono
le trasformazioni successive irreversibili del legno (cioè quel che fa il legno) che determinano una freccia del tempo, cioè un tempo
direzionato. Un prima e un poi. Dovrebbe esser chiaro a questo
punto che una entità o “cosa” distinta
che possiamo chiamare tempo proprio
non c’è. Quel che c’è effettivamente sono
i molteplici e variegati processi irreversibili di dissipazione dell’energia
che sta nelle cose e si trasforma. Per completare il quadro, si ricordi poi,
almeno intuitivamente – la metto qui come stimolo a pensare – l’equivalenza einsteiniana di massa ed
energia.
20. Proseguiva Rovelli nel suo libro dedicato al tempo: «L’intera
storia dell’universo è questo zoppicante e saltellante aumentare cosmico dell’entropia.
Non è né rapido né uniforme, perché le cose restano intrappolate in bacini di
bassa entropia (la catasta di legna, la nuvola di idrogeno...) fino a che
qualcosa non interviene per aprire la porta di un processo che permette all’entropia
di crescere ulteriormente. La crescita stessa dell’entropia apre
occasionalmente nuove porte attraverso le quali l’entropia ricomincia a
crescere. Una diga in montagna, per esempio, trattiene l’acqua fino a che l’usura
del tempo non la consuma e l’acqua scappa a valle, facendo crescere l’entropia.
Lungo questo percorso accidentato, pezzi piccoli o grandi di universo restano
costantemente isolati in situazioni relativamente stabili per periodi anche
molto lunghi».[15] Intorno a noi, dunque, i ritmi con cui le cose si degradano
in forma entropica sono i più diversi. Come dire, volgarmente, che ogni “cosa”
ha una sua propria durata temporale. Un
suo tempo fisico che è generato dal lavoro della cosa stessa. Questa durata temporale è determinata dalle
trasformazioni energetiche interne (ed esterne) che, comunque, aggiungono
entropia. Si noti che le diverse durate delle singole cose sono tra loro perfettamente
compatibili. Un cristallo, qui davanti a me, non subisce particolari
cambiamenti, mentre io, per stare qui ad osservarlo, devo costantemente
dissipare. Il ritmo termodinamico del cristallo è diverso da quello del mio
corpo.
21. Siccome “ogni cosa è uguale”, anche i viventi non sfuggono
ovviamente alla degradazione entropica. In altri termini, i processi termodinamici stanno alla base della biologia. Spiegava
Rovelli: «Gli esseri viventi sono costituiti da processi simili, che si innescano
l’un l’altro. Le piante raccolgono i fotoni di bassa entropia del sole
attraverso la fotosintesi. Gli animali si nutrono di bassa entropia mangiando.
(Se ci bastasse energia, invece che entropia, andremmo tutti al caldo nel
Sahara invece di mangiare). All’interno di ciascuna cellula vivente, la
complessa rete di processi chimici è una struttura che apre e chiude porte
attraverso le quali la bassa entropia cresce. Molecole funzionano da
catalizzatori che permettono a processi di innescarsi, oppure li frenano. L’aumento
dell’entropia in ciascun processo individuale è quello che fa funzionare il
tutto. La vita è questa rete di processi di aumento di entropia che si
catalizzano a vicenda. Non è vero, come si dice talvolta, che la vita genera
strutture particolarmente ordinate, o diminuisce l’entropia localmente:
semplicemente è un processo nutrito dalla bassa entropia del cibo; è un
disordinarsi autostrutturato, come il resto dell’universo».[16]
22. Con tutti questi approfondimenti e tutte queste
chiarificazioni, possiamo ora tornare alla Eguaglianza
di tutte le cose, con miglior cognizione. Spiega qui Rovelli: «La
dissipazione è la sorgente dell’orientamento temporale di tutti i fenomeni orientati nel tempo. Quando vi è dissipazione, vi
è crescita di entropia, vi è un gradiente, cioè una differenza, di entropia. In
una situazione fisica in cui vi sia un gradiente di entropia avvengono i
fenomeni tipici che caratterizzano lo scorrere del tempo. Il gradiente di
entropia è quindi sufficiente a rendere conto della fenomenologia dello
scorrere del tempo».[17] Per lo scorrere del tempo, i quanti dunque non servono proprio.
23. Certo, in un sistema fisico relativamente isolato, possiamo
contrastare l’entropia, cioè possiamo
realizzare uno stato locale più ordinato, o che mantiene un certo ordine, ma
per farlo siamo costretti a introdurre costantemente neg-entropia (cioè ordine)
dall’esterno. Il bilancio termodinamico generale tuttavia non può che essere
negativo, per la seconda legge della termodinamica.
Possiamo dunque anche
produrre e conservare sistemi fisici locali altamente ordinati ma, per farlo,
dobbiamo contestualmente scaricare disordine in generale nell’ambiente intorno
a noi. La freccia del tempo, la direzione temporale delle nostre attività interattive è possibile solo
poiché è volta dall’ordine al disordine. Intuitivamente, questo accade perché
per produrre qualsiasi attività, come
stare in relazione, agire, fare, causare, conoscere (tutte modalità che implicano
un qualche tipo di lavoro fisico)
dobbiamo consumare, dobbiamo produrre attrito e dispersione. E il consumare in ultima analisi aumenta, in
qualche misura, il disordine.
24. Cosa è allora ciò che chiamiamo presente? Si tratta evidentemente di una domanda eminentemente
filosofica. Per rispondere a una simile domanda, è tuttavia conveniente
ricorrere ancora al vecchio libro di Rovelli del 2017. Nel suo precedente L’ordine del tempo Rovelli aveva
spiegato con chiarezza la nozione delle tracce,
nozione oltremodo fondamentale per la cultura umanistica, oltre che per la
fisica. Vado dunque a riprendere ancora qualche ulteriore citazione. Dice
Rovelli: «C’è un effetto importante che segue dal fatto che l’entropia sia
stata bassa nel passato, che è cruciale per la distinzione fra passato e futuro
ed è ubiquo: le tracce che il passato lascia nel presente».[18] Forse Rovelli
avrebbe potuto dire: «le tracce del passato che costituiscono il presente». Val la pena infatti di riflettere, per
un momento, sul fatto che le tracce, in quanto tracce, sono necessariamente
presenti, stanno nel presente, anche
se si riferiscono (per noi) a eventi
passati. Esse sono i residui delle trasformazioni energetiche che ci sono state
e che sono tuttora conservati (seppure sempre soggetti a ulteriori dissipazioni).
25. Osserva Rovelli: «Tracce sono ovunque. I crateri sulla luna
testimoniano di impatti passati. I fossili ci mostrano la forma di esseri
viventi del passato. I telescopi ci mostrano come erano galassie lontane nel
passato. I libri ci raccontano la nostra storia passata. Il nostro cervello
pullula di ricordi. Esistono tracce del passato e non tracce del futuro solo
perché l’entropia era bassa nel passato. Per nessun’altra ragione. L’unica
sorgente della differenza fra passato e futuro è la bassa entropia passata,
quindi non ci possono essere altre ragioni. Per lasciare una traccia, è necessario
che qualcosa si arresti, smetta di muoversi, e questo può avvenire solo con un
processo irreversibile, cioè degradando energia in calore. Per questo i
computer scaldano, il cervello si scalda, le meteore cadute sulla luna la
scaldano e perfino la piuma d’oca degli amanuensi nelle abbazie benedettine del
Medioevo scalda un poco la carta dove posa l’inchiostro. In un mondo senza
calore, tutto rimbalza via elastico e nulla lascia traccia di sé».[19]
26. Invito il lettore a riflettere su cosa comporterebbe la
possibilità di «tracce del futuro». Si dovrebbe immaginare la possibilità di
invertire la freccia temporale, cioè, volgarmente, di disfare ogni lavoro fatto e di tornare alla situazione precedente, “ricordando”
però (come?) il lavoro fatto (o già tentato una volta). Nello spazio, questa
reversibilità c’è sempre: sono a Venezia e mi sposto a Roma. Posso sempre
ritornare, senza troppi problemi, da Roma a Venezia. Invece, il colpo di
pistola di Gavrilo Prinzip, che ha “causato” la prima Guerra mondiale, non può
esser fatto tornare indietro, onde evitare le sue deplorevoli conseguenze. La
traccia di quel colpo è lì, con tutto il seguito, e si può solo procedere
oltre, con i “lavori” che saranno obbligatoriamente successivi.
27. Val la pena di riflettere su “Per lasciare una traccia, è
necessario che qualcosa si arresti, smetta di muoversi”. Il “qualcosa” è
necessariamente qualcosa che, disponendo di energia utilizzabile (=bassa
entropia) in qualche modo si muove
(sfruttando anche i passaggi di forme di energia). Possiamo dire agisce. Passa aristotelicamente dalla potenza all’atto. Il muoversi comporta
tuttavia il degrado e l’innalzamento della entropia. E con ciò si ha l’affievolimento
del “movimento”. Si ha la dissoluzione del “qualcosa” nelle proprie tracce che restano e che daranno ancora seguito
ad altre tracce.
28. Propongo qui un mio modesto esercizio, sempre per vedere se
ho capito bene. La candela nuova sta lì, dentro alla lucerna, con la sua
energia chimica potenziale. Certo, se c’è una candela, essa avrà una sua “storia
precedente” che qui trascuriamo. Essa permane. Non si sposta. Diciamo che, a
parte minime variazioni dovute a interazioni ambientali casuali o a piccole
trasformazioni interne, la candela resta la stessa (il “tempo” della candela non
passa o passa “lentamente”). Se però viene accesa, la candela comincia la sua
combustione, perde la sua energia potenziale, con un processo che è
irreversibile. Emette luce e la cera si consuma. Cosa è rimasto ora? I prodotti
della combustione, CO2, magari un po’ di fuliggine sul vetro della lucerna. La fuliggine
sul vetro è la traccia attuale dell’evento
passato della combustione della candela. La candela che c’era prima è così “finita
nel passato”. Nel presente attuale c’è la sua fuliggine. Ma anche la fuliggine,
che pur permane, ha la sorte prescritta, perché anche la fuliggine è destinata prima
o poi a degradarsi ulteriormente.
29. Questa è, considerata in termini umanistici, la storia della candela. Cioè, la candela
che, trasformandosi, genera la sua vita
nella storia. Ovvero: è la candela che bruciando genera la freccia temporale. La candela che brucia può solo andare
nella direzione della maggiore entropia. La combustione è irreversibile. Quella
candela non tornerà mai indietro. Possiamo aggiungere che ogni “cosa” dissipa a suo modo, per cui ogni cosa avrà la sua particolare freccia temporale
termodinamica. La candela bruciata non è più (= è nel passato), mentre magari l’altra
candela della confezione, che non è stata usata, è ancora lì, nel cassetto. Ovviamente
tutte le frecce temporali saranno ordinate nella direzione della maggior
entropia (= maggior disordine). Così si accumulano, una sull’altra, le tracce del passato, anche loro
sottoposte a ulteriore dissipazione. Tutto quel che attualmente c’è, noi
compresi, è costituito di tracce del passato. La cosmologia stessa ci suggerisce che l’universo attuale altro non è
che l’insieme delle tracce del suo passato. Le stelle, la cui luce giunge oggi
ai nostri occhi, magari non ci sono più o sono del tutto diverse. Tracce
vaganti.
30. Come conseguenza, spiegava Rovelli: «È la presenza di
abbondanti tracce del passato a produrre la sensazione familiare che il passato
sia determinato. L’assenza di analoghe tracce del futuro produce la sensazione
che il futuro sia aperto. L’esistenza di tracce fa sì che il nostro cervello
possa disporre di estese mappe di eventi passati e nulla di analogo per gli
eventi futuri. Questo fatto è all’origine della nostra sensazione di poter
agire liberamente nel mondo, scegliendo fra diversi futuri, ma di non poter
agire sul passato».[20] Possiamo ancora decidere se tirar fuori dal cassetto la
candela rimasta e accenderla. Finché non lo facciamo, la candela perdura insieme a noi nel nostro
presente. Resta una piccola “riserva” di energia /lavoro /luce a nostra
disposizione, da impiegare se vogliamo. Possiamo accenderla e mandarla nel
passato. Ma non possiamo riavere quella candela della quale ci è rimasta la
fuliggine. Il frigo vuoto non si riempie da solo.
31. Si noti fin da ora che la freccia del tempo così strutturata produce, assieme al tempo, la possibilità stessa della causalità. Un fulmine può incendiare la
catasta di legna, l’accendino può dare il via alla combustione che manderà la
candela nel passato. Noi diciamo comunemente che il fulmine ha causato l’incendio. Si noti che causa
ed effetto sono sempre antisimmetrici.
Spiegava Rovelli: «I vasti meccanismi del cervello dei quali non abbiamo
diretta consapevolezza […] sono stati disegnati nel corso dell’evoluzione per
fare calcoli che riguardano futuri possibili: questo noi lo chiamiamo
«decidere». E poiché elaborano possibili futuri alternativi che seguirebbero se
il presente fosse esattamente com’è eccetto per un dettaglio, ci viene naturale
pensare in termini di «cause» che precedono gli «effetti»: la causa di un
evento futuro è un evento passato tale che l’evento futuro non sarebbe seguito
in un mondo in cui tutto fosse eguale eccetto la causa».[21] Se non avessi
acceso la candela, la candela sarebbe ancora lì. Dunque io sono la causa del consumo e della estinzione della candela.
32. Osservava Rovelli: «[…] memoria, cause e effetti, fluire,
determinazione del passato e indeterminazione del futuro non sono che nomi che
diamo alle conseguenze di un fatto statistico: l’improbabilità di uno stato
passato dell’universo. Cause, memoria, tracce, la storia stessa dell’accadere
del mondo che si dispiega non solo nei secoli e nei millenni della storia
umana, ma nei miliardi di anni del grande racconto cosmico, tutto questo nasce
semplicemente dal fatto che la configurazione delle cose è stata «particolare»
qualche miliardo di anni fa. E «particolare» è termine relativo: si è
particolari rispetto a una prospettiva. A una sfocatura. Che a sua volta è
determinata dalle interazioni che ha un sistema fisico con il resto del mondo.
Cause, memoria, tracce, la storia stessa dell’accadere del mondo, quindi,
possono essere solo prospettiva: come il roteare del cielo, un effetto del
nostro peculiare punto di vista sul mondo... Inesorabilmente, lo studio del tempo
non fa che riportarci a noi».[22]
Il “movimento” temporale
o freccia del tempo è dunque dovuto al fatto che abbiamo alle spalle una
condizione energetica di bassa entropia (uno stato passato dell’universo
alquanto statisticamente improbabile[23]
– l’entropia elevata corrisponde invece sempre alla distribuzione più probabile, che è quella che noi
consideriamo casuale). La condizione
energetica di bassa entropia rende inevitabile, insieme alle svariate
trasformazioni energetiche, l’aumento dell’entropia e dunque la
inutilizzabilità dell’energia, la quale permane allo stato termico ma, appunto,
in una condizione di disordine inutilizzabile.
33. La dissipazione, come abbiamo visto, non è un fatto che
opera a qualsiasi livello dei sistemi fisici. Interessa soprattutto il mondo
della nostra esperienza ordinaria, domestica, dove sono collocati sistemi
fisici composti di variabili
macroscopiche. Spiega Rovelli: «La dissipazione è un fenomeno che
caratterizza la descrizione che diamo di sistemi con un gran numero di
variabili («microscopiche»), quando li descriviamo in termini di un numero più
piccolo di variabili («macroscopiche»). Avviene per esempio quando dell’energia
passa dalle variabili macroscopiche alle variabili microscopiche. Quando è
persa per le variabili macroscopiche. La direzione del tempo è quindi una
proprietà delle variabili macroscopiche. I fenomeni correlati al flusso del
tempo (memoria, tracce, libertà di scelta, causalità...) riguardano tutti
queste variabili. Le nozioni stesse di entropia, dissipazione, e simili non
hanno senso se non relativamente a un insieme di variabili macroscopiche».[24]
34.Val la pena di riflettere sul senso di “persa per le
variabili macroscopiche”. Se colpisco con la stecca una palla da biliardo,
trasmetto alla palla nel suo insieme
(come sistema macroscopico) una certa capacità di moto (che ha una sua
direzione precisa, una velocità, una accelerazione, ecc.). Quindi la palla, nel
suo complesso, nel suo percorso compirà per me un lavoro buono. Tuttavia, la
palla, nel suo percorso, per via dell’attrito, disperderà un poco della energia
che le ho impartito, rotolando sul tappeto. Quella energia finita nel tappeto
non avrà più la direzione, non avrà
più la velocità della palla
complessiva al livello cui ho agito con la stecca. Quella energia dunque resta energia come tale, ma perde informazione, diventa calore casuale, che non sarà mai più
recuperabile ai fini del gioco del biliardo. Ad ogni colpo di stecca, ricco di
informazione e lavoro utile, spargo sul tappeto energia degradata a entropia
elevata. Cioè disordine.
35. La candela accesa è un sistema macroscopico che consuma il
proprio ordine (il combustibile dotato della propria energia chimica potenziale,
atto a produrre luce e altri sottoprodotti) e produce maggior disordine
statistico a livello micro, un disordine che non può più essere rimesso in
ordine. La luce dispersa è più disordinata e non potrà più illuminare alcunché.
Abbiamo così il prima della candela
nuova e il dopo della candela
consumata con i suoi prodotti dispersi. La candela ha così avuto una storia da cui non potrà tornare
indietro. In tema di storiografia, se qualcuno avesse fotografato la candela
nuova, avrebbe, in foto, la candela come
era, un documento storico, ma la
candela “come era” non c’è propriamente più, ci sono solo più le tracce, i
prodotti della sua combustione. E la sua foto, che è anch’essa una traccia. Immaginiamo però una candela accesa che,
mentre brucia, venga parzialmente ricostituita, dall’esterno, dei suoi elementi
fondamentali consumati. La candela riuscirà a mantenersi accesa molto più a
lungo. Continuerà a “fare la candela” per un bel po’. Questa è una ovvia
semplice metafora dei sistemi fisici macroscopici viventi.
36. Questo significa che se non ci fossero variabili
macroscopiche, cioè le proprietà dei grossi sistemi fisici, che dissipano, il
tempo fisico (nel senso del prima e del dopo) non ci sarebbe. Insomma, siamo “soggetti
al tempo” per il fatto che siamo relativamente grossi, riforniti di energia
libera, composti di e circondati da una molteplicità di cose più piccole. La
nostra stazza fa di noi qualcosa di improbabile (di ordinato) che tuttavia,
sfocando sui microlivelli, ha la inarrestabile tendenza a dissolversi in una nuvola di disordine statistico. Il tempo
è il prezzo che paghiamo per il fatto (o il lusso) che siamo indotti a trascurare
continuamente i minimi dettagli delle cose, di cui siamo fatti e con cui
abbiamo a che fare.
Questo dunque è il
fenomeno fisico della freccia termodinamica del tempo. Dunque, andando oltre
Newton, come conseguenza filosofica, dobbiamo abbandonare l’idea di un tempo universale che scorre in modo
uniforme e uguale per tutti. Ma dobbiamo, probabilmente, anche abbandonare l’idea
che il tempo abbia una sua realtà a livello quantistico, a livello della micro
fisica. Sembra che non ci possano proprio essere i quanti di tempo. Il nostro
macro mondo è reso possibile dall’energia disponibile che fluisce, si trasforma,
produce lavoro e, con la sua stessa attività, produce la sua stessa
degradazione.
37. La stretta connessione (o identità) tra dissipazione e
temporalità contribuisce comunque a stabilire una qualche base fisica al fenomeno che noi sperimentiamo della temporalità.
Non è dunque esatto dire che “il tempo non c’è”. Non c’è nella fisica
fondamentale. Non ci sono, presumibilmente, quanti
di tempo. Ma a livello della macrofisica il tempo c’è, eccome. Tanto che noi
stiamo a cavallo della freccia del tempo che governa il nostro avvento nel tempo e la nostra sparizione dal tempo. O magari il
ricordo di noi, le nostre tracce, finché non svaniranno. Cosa comporta tutto
ciò per la filosofia?
C’è una idea assai
popolare tra i filosofi secondo la quale il fenomeno del tempo può essere
catturato solo dalla nostra coscienza.
Gli esempi più noti li troviamo in Agostino e Bergson. Ebbene, questa idea di
Bergson, alla luce della fisica, sembra destituita di ogni fondamento. Questo
non significa che, come umani e come animali viventi, non facciamo anche una esperienza della dimensione psicologica del tempo.
Significa che non è il tempo psicologico quello di cui si interessa la fisica.
Non è il tempo psicologico che ci fa nascere, invecchiare, morire, che governa
la vita di Giulio Cesare, che governa l’estinzione della candela, o quella dei
dinosauri. Il tempo psicologico è solo un derivato, generato all’interno della
nostra mente, peraltro impreciso, del tempo fisico della termodinamica. A quanto
pare, aristotelicamente, il tempo «si dice in molti modi».
38. Una riflessione sulla misura del tempo. Ho osservato che ciascun sistema fisico disperde a modo suo. Un pezzo di carbone sta integro per secoli. Poi se viene acceso si disperde piuttosto rapidamente. Allora, banalmente, per “misurare il tempo” ci serviamo di fenomeni fisici che facciano un lavoro regolare e che abbiano una dispersione regolare. Dal moto del pendolo agli orologi atomici. Si noti che la regolarità non è mai assoluta. Dal 1905 sappiamo poi che la “velocità” degli orologi non è uguale dappertutto. Osserva Rovelli: «Una candela misura la direzione del tempo. Qualsiasi fenomeno irreversibile lo fa. Anche i nostri orologi rivelano la direzione del tempo, perché l’ora che visualizzano cresce. (Qualsiasi orologio include una certa quantità di irreversibilità e dissipazione). L’idea che noi potremmo rilevare qualcosa che non possa essere rilevato da un dispositivo fisico è ridicola: per quanto intricatissimi, anche noi siamo dispositivi fisici. I sistemi che rilevano la freccia del tempo lo fanno tracciando dissipazione, e così fa il nostro cervello, che è molto dissipativo: la testa si scalda quando pensiamo».[25] Il tempo nostro, psicologico, è dunque una conseguenza del tempo termodinamico, e non viceversa.
Memoria e cause
39. Siamo pieni di tracce del passato e non altrettanto di
tracce del futuro. Una traccia è una interazione avvenuta, può essere il
risultato di una misurazione. Il termine traccia
– come s’è visto – è importante. Le tracce restano nelle cose, ma si imprimono
anche nella nostra memoria. Spiega Rovelli: «La memoria è un caso particolare
di traccia. Il funzionamento del nostro cervello fa uso esteso di tracce del
passato, immagazzinate sotto forma di ricordi e abilità acquisite. In un certo
senso, l’intera informazione contenuta nelle nostre memorie, nei libri, nella
nostra cultura, nella nostra intera civiltà, nella biosfera, in questo libro
può essere vista come proveniente dalla bassa entropia iniziale dell’universo».[26]
Si noti che anche il DNA che presiede alla vita e alla sua evoluzione sul
nostro pianeta è un accumulo di tracce.
40. Le misure sono un
particolare tipo di tracce. Osserva Rovelli: «Un esempio particolare di
formazione di tracce è dato dai fenomeni che chiamiamo «misure». Nulla può
essere misurato senza dissipazione. Dopo la misura, la registrazione è
correlata al sistema misurato; in un contesto puramente meccanico senza
dissipazione, questa aspettativa non sarebbe giustificata, perché qualsiasi
configurazione è egualmente probabile. Questa osservazione mostra che la possibilità
stessa di avere dati sul mondo dipende dal fatto che siamo in un gradiente di
entropia. Qualsiasi conoscenza del mondo richiede di avere misurato qualcosa,
misurare richiede dissipazione, la traccia della quantità misurata è
immagazzinata in variabili macroscopiche. Queste portano l’informazione
misurata. Ma per ottenerla è stata necessaria dissipazione, cioè perdita di informazione
sulla microfisica».[27]
Una misura, in un certo
senso, aggrega o connette qualcosa.
Un metro trascura quel che c’è dentro. Un chilo trascura quel che c’è dentro.
Misurare cancella le innumerevoli differenze
che ci sarebbero se non avessimo fatto la misurazione. Trattare un metro cubo
come un “riassunto” statistico, cancella le differenze interne. Ho come
risultato un blocco ulteriormente manipolabile, utile per noi, ma ho cancellato
(= non considerato, dimenticato) tutte le diverse informazioni di quel preciso
metro cubo. Posso sommare metri cubi fino a rappresentare parti consistenti
dell’universo, ma le micro informazioni presenti in ciascun metro cubo andranno
perdute (=non saranno state registrate). Per poter bere un bicchier d’acqua,
devo ignorare tutte le particelle micro, devo considerarle come tutte uguali,
cioè solo statisticamente. Dovessi “bere” una particella per volta, lo stesso
bere non avrebbe senso. Aggiunge Rovelli: «Osservate come questo implichi che
la conoscenza sia necessariamente
incompleta, per la sua stessa natura fisica! Per acquisire conoscenza, dobbiamo
dissipare e perdere informazione».[28]
41. Rovelli introduce qui esplicitamente la questione della causalità. Che noi abbiamo già in parte anticipato,
citando dal suo libro precedente. Tuttavia riprendiamo la questione un po’ più
estesamente. In un testo come questo, qualche ripetizione è inevitabile. La causalità è una delle nozioni che hanno
fatto discutere a lungo i filosofi. Si pensi soltanto alle cause aristoteliche. Nella storia della nostra cultura, la questione
della causalità è stata trasferita dalla filosofia alla scienza con lo sviluppo
della nozione delle leggi di natura.
Da sempre inoltre la causalità è stata connessa con il tempo. E ciò per il
fatto che la causa e l’effetto seguono un ordine
temporale ben preciso. La causa precede
sempre l’effetto. A sua volta un effetto può diventare causa di un altro
ulteriore effetto. Si tratta della famosa catena
causale.
Osserva Rovelli: «La
nozione di causa che mi interessa qui è quella orientata nel tempo, in cui un
evento che avviene prima nel tempo
causa un effetto che si verifica dopo
nel tempo. Vi è somiglianza stretta tra queste relazioni causali e la nozione
di traccia discussa sopra. Un cratere sulla Luna è causato dall’impatto di un
meteorite, un passo nella sabbia è causato dal passo di un uomo e così via. L’orientamento
temporale della relazione fra causa ed effetto è anch’esso dovuto alla
dissipazione. Quelle che chiamiamo relazioni causali, cioè cause che provocano
effetti, sono generalmente esempi di fenomeni fisici in cui vi è dissipazione».[29]
42. Spiega infatti Rovelli: «La fisica fondamentale descrive
correlazioni, che non distinguono il passato dal futuro. È espressa in termini
di leggi fisiche, che sono solo vincoli che limitano ciò che è possibile nel
nostro mondo. Definiscono ciò che è fisicamente possibile, estrapolando e
generalizzando le nostre osservazioni. Non ci sono cause al livello elementare
del mondo fisico. Chi dice che «la scienza si occupa solo delle cause delle
cose», intendendo per «causa» la relazione orientata nel tempo fra causa e
effetto, non ha capito nulla della fisica fondamentale. Le cause nel mondo ci
sono, ovviamente, e ci interessano molto, interessano anche alla scienza, ma
sono modi di descrivere fenomeni statistici che avvengono in un contesto in cui
esiste un gradiente di entropia. L’orientamento causale del mondo è solo
statistico».[30]
La distinzione tra passato e futuro – come abbiamo già visto ampiamente – è dunque qualcosa che si instaura solo a un certo livello di macroscopicità. Con un linguaggio talvolta utilizzato, possiamo dire che la distinzione tra passato e futuro (e dunque la possibilità della causalità) è una proprietà emergente. Capisco che, a questo punto, ricordare che per Kant la causalità era una forma a priori dell’intelletto, era cioè mind dependent, sia un po’ come sparare sulla Croce rossa. Tuttavia ciò ci offre la misura dell’enorme cambiamento concettuale di cui abbiamo bisogno per adeguare il nostro pensiero alle scoperte della fisica. Ma il rivolgimento è ancor più profondo. Aristotele aveva individuato le sue quattro cause intendendo che fossero universali. In particolare la causa efficiente. Ora sappiamo che la causalità non abita proprio dappertutto. Le famose leggi causali continuano certamente a essere valide al nostro macro livello, ma non valgono ovunque. Ciò implicherà un ripensamento sulla nozione stessa di natura e di leggi naturali.
Libertà
43. Rovelli in questo capitolo entra nella discussione della
questione della libertà e del futuro aperto o chiuso. La sua tesi,
contro il determinismo, è che il futuro sia aperto. Dice Rovelli: «Il futuro è
aperto, possiamo deciderlo, dipende da noi».[31] Si tratta tuttavia di
comprendere in cosa consista effettivamente questa apertura. Se e in che misura è assimilabile alla nostra comune nozione
di libertà. Si vedrà come l’argomentazione
di Rovelli in un certo senso sfugga al tradizionale dibattito filosofico sul determinismo e il libero arbitrio. L’argomentazione di Rovelli è una diretta
conseguenza della discussione sui meccanismi della entropia che influenzano il
tempo e il nostro macro livello evolutivo, biologico e culturale.
44. Anche in questo caso, Rovelli avvia il suo ragionamento
partendo dall’esperienza quotidiana. Qui prende le mosse dal caso del computer
che gioca a scacchi (pp. 113-116). Sia i computer che noi, quando giochiamo a
scacchi, ci esibiamo, in termini minimali, nella analisi di futuri alternativi. Dato che sussiste l’eguaglianza di tutte le cose, non ci
sarà una differenza radicale tra il computer e gli esseri umani.
Rovelli ammette che, in
un certo senso, il processo decisionale del computer è completamente
deterministico. Tuttavia il computer, per poter decidere la mossa successiva,
deve fare un calcolo (in base alle informazioni che ha immagazzinato) e
prendere in esame la possibilità di altre mosse. Che siano possibili diverse
mosse è previsto dall’algoritmo. Cosa significa che l’esito della mossa, per il
computer è già determinato in partenza? Afferma Rovelli: «La sottigliezza sta
nel fatto che il percorso dinamico attraverso cui si realizza il futuro implica
il processo complesso dell’analisi di possibili futuri alternativi. All’interno
di questa logica, la pluralità di possibilità future gioca un ruolo essenziale».
E continua: «Dal punto di vista di un astratto determinismo, il futuro è
determinato dal passato. Ma dal punto di vista del programma, il futuro è
genuinamente aperto, nel senso che il programma valuta diversi futuri possibili
e sceglie. Il programma manipola informazioni e mentre le manipola queste sono
insufficienti per stabilire cosa sarà deciso. Il futuro stesso dipende da
queste informazioni e da come sono manipolate».[32]
Rovelli probabilmente
vuol dire che il programma ha a disposizione, come output, un repertorio finito di mosse. Queste mosse sono tutte
effettivamente possibili. Allora la
scelta dipenderà dalle informazioni che possiede l’algoritmo del computer. E
gli algoritmi sono assai diverse tra loro per complessità. L’algoritmo può
semplicemente rispondere alla mossa precedente in base a uno schema fisso.
Oppure può possedere uno schema di gioco complessivo. Oppure può registrare
tutte le mosse del giocatore umano, comprese le sviste, e costruire un modello
statistico del suo comportamento. Oppure ancora può usare schemi di AI generati
in base alla storia di milioni di partite. È chiaro che la risposta, in tutti questi
casi, sarebbe assai diversa. Dice in nota Rovelli: «Le informazioni stesse
interferiscono con la possibilità per l’agente di prevedere il futuro».[33] In
altri termini, ogni previsione non può
che essere limitata. Ogni decisione, in base alle previsioni limitate, non
può mai essere vincolata.
45. Nel caso degli umani i nostri processi di deliberazione e
scelta non sarebbero poi così diversi da quelli del computer. Sebbene, nel
nostro caso, la complessità del processo decisionale sia enormemente maggiore.
Anche nel nostro caso, l’esito dipende comunque dalla informazione disponibile
a chi decide. Dice Rovelli: «I nostri processi di deliberazione, come quelli di
un computer, sono analisi di possibili futuri alternativi. Le nostre scelte
sono determinate da una combinazione variabile di analisi razionale,
spontaneità istintiva, arbitraggio nel cervello fra diverse pulsioni. Di
qualunque forma siano, la deliberazione implica la contemplazione di diversi
futuri. Questa contemplazione di diversi futuri è esattamente l’apertura del futuro,
nella nostra esperienza».[34]
Noi stessi, come abbiamo
visto, siamo tracce del passato.
Attorno a noi abbiamo altre innumerevoli tracce del passato. Su queste tracce
basiamo la formulazione, sempre imprecisa e limitata, delle nostre alternative.
Dunque scegliamo fra le alternative in
base alla prospettiva attraverso la quale consideriamo o meno le tracce che
abbiamo a disposizione. Mi conviene o non mi conviene accendere la candela? Un
altro, dalla sua prospettiva, farebbe la stessa scelta? È probabile che due
prospettive esattamente identiche non esistano. Rovelli non si occupa degli
indiscernibili, ma la questione può esser posta.
46. Spiega in definitiva Rovelli: «Dal punto di vista di un
agente, cioè dal nostro, il futuro è
aperto in un senso molto preciso: il calcolo è formulato e condotto come un’analisi
di distinti possibili futuri alternativi. Questo non è in conflitto né con il
determinismo della fisica classica, come dimostra l’esempio del programma per
computer deterministico che gioca a scacchi, né tantomeno con il probabilismo
della fisica quantistica».[35] E prosegue: «Sia noi sia i computer siamo
sistemi dissipativi: il computer scalda, dissipando energia, e ha bisogno della
presa di corrente per rifornirsi di energia libera. Il nostro cervello scalda
egualmente, per lo stesso motivo, e per lo stesso motivo ha bisogno di zuccheri
e parmigiano. Funzioniamo grazie alla disponibilità di questa energia libera
che esiste perché siamo immersi in un gradiente di entropia. Il nostro
funzionare, il nostro deliberare sono epifenomeni del grande fiume che è il
gradiente di entropia in cui siamo immersi. Il futuro dipende effettivamente da noi, perché senza il
nostro deliberare il futuro sarebbe diverso. A nostra volta, noi dipendiamo dal
passato. La fisica non blocca la nostra libertà: la rende possibile, anzi la
rende effettiva. Il futuro è veramente
aperto. Per noi».[36]
47. Dunque, se abbiamo ben capito, la nostra libertà consiste
nella nostra prospettiva unica,
grazie alla quale contempliamo i futuri possibili della nostra situazione, e
scegliamo il corso d’azione che valutiamo come migliore. Il corso d’azione,
abbiamo visto, altro non è che un impiego di energia che abbiamo a
disposizione. Se decido di accendere la candela, la decisione stessa ha
impiegato energia e, di conseguenza, per accendere la candela, devo a mia volta
impiegare energia. La candela accesa a sua volta impiegherà energia. Nel
processo di ogni attività c’è solo sempre trasferimento di energia. Solo che la
candela, una volta accesa non può che bruciare. La candela non ha a
disposizione un processo “decisionale” per decidere se continuare o meno a
bruciare. Io invece, macchina energetica decisamente complessa, per decidere cosa fare della candela devo elaborare l’informazione
che ho a disposizione dal mio punto di vista. E devo produrre un verdetto su
cui avranno influito innumerevoli variabili. Alcune magari neanche consapevoli.
Solo così si spiega, come conseguenza della mia prospettiva, il movimento eventuale
della mia mano che accende la candela.
48. Quindi la stessa entropia, che ci colloca in un passato di
tracce che ci è in parte noto, fa sì che il futuro non sia ancora determinato,
e per determinarsi abbia bisogno di una attività
di scelta da parte nostra. Che è analoga alla attività di calcolo del computer. Che tuttavia prende in
considerazione un livello di informazione davvero molto complesso. È un dato di
fatto che in molti casi in cui dovremmo decidere, non sappiamo proprio cosa
fare. Dove indirizzare l’energia di cui disponiamo. Abbiamo anche dei metodi
per decidere senza decidere (decidere senza lunghi calcoli), ad esempio tirando
a testa e croce con una moneta. Possiamo dunque concludere che – per noi – il futuro è aperto, ma noi non siamo liberi in senso assoluto. Perché
decidiamo sempre in situazioni date.
Prospetticamente.
49. Sulla questione della libertà
assoluta, che peraltro ha sempre costituito un problema filosofico di
primaria importanza, Rovelli introduce un ragionamento critico sottile, a
partire dalla sua specifica posizione teorica. Osserva Rovelli: «Molti trovano
che ci sia una tensione fra il nostro senso di essere liberi e l’esistenza di
leggi della natura. Pensare che ci sia contraddizione tra la nostra sensazione
di decidere liberamente e le leggi della natura è la conseguenza di un errore
concettuale diffuso: immaginare che il processo mentale della decisione sia al
di fuori del normale corso della natura. Immaginare che per poter essere liberi
questo processo debba intervenire sulla natura dall’esterno. Ma noi non siamo
esterni alla natura. La conoscenza del soggetto e il suo ruolo attivo nel
determinare il futuro sono eventi naturali, non esterni alla natura. […] La
sorgente della confusione è pensare che esistano due alternative: o siamo
esterni alla natura o non siamo liberi. Non è vera né una cosa né l’altra:
siamo parte della natura e siamo liberi perché deliberiamo e scegliamo fra
alternative. Questo è essere liberi. Che altro potrebbe significare essere
liberi? Questo è quanto accade in quelle situazioni in cui percepiamo la nostra
libertà».[37]
50. Effettivamente, un’idea di libertà piuttosto diffusa ha a
che fare con la perfetta indipendenza
dell’Io da qualsiasi condizionamento.
Questa cosa è stata spiegata perfettamente da Kant. Per Kant, la libertà incondizionata era un presupposto della
possibilità stessa della moralità. Con il naturalismo di Rovelli cade ogni possibilità di indipendenza
totale del soggetto. Da un certo punto di vista, cade ogni ipotesi di libertà assoluta. Sul gradiente termodinamico
noi dipendiamo dal passato, siamo sempre
condizionati (anche quando cerchiamo volutamente di non farci condizionare).
Tuttavia siamo sistemi fisici complessi che agiscono fisicamente. Dunque in un
certo senso siamo costretti a calcolare la mossa successiva, e lo facciamo
inevitabilmente dalla nostra unica
prospettiva. In base a quello che sappiamo.
O che teniamo presente. Il calcolo
della mossa può essere utile o inutile, felice o disastroso, ma è l’esito di
quel calcolo che determina la nostra
mossa successiva, esito che noi stessi non
conoscevamo prima di avere eseguito il calcolo. Si noti che nell’eseguire
il calcolo deliberativo, noi non prenderemo mai in considerazione la totalità delle nostre proprietà o di
quelle del nostro ambiente. Per cui le nostre decisioni saranno sempre sotto ottimizzate. Non possono mai
godere di una qualche conoscenza totale
di noi stessi e del mondo.
Commenta qui sarcastico
Rovelli: «Se ci consideriamo fuori dalla natura, dobbiamo pensare che per poter
scegliere è necessario in qualche modo violare le leggi della natura. Ma è la
credenza superstiziosa di essere fuori dalla natura che genera l’errore. Non c’è
nulla di veramente nuovo in queste idee. Sono già chiare in Spinoza. Le hanno
sostenute in molti nel recente passato. Ma gli esseri umani sono testoni e
piace loro pensare di essere angeli e puri spiriti. Ahimè, certo angeli non sono.
Ma nemmeno puri spiriti».[38]
51. Qui Rovelli riprende alcune considerazioni che connettono
la questione della libertà con il gradiente di entropia. Dice Rovelli: «Per
un agente che delibera, in un mondo orientato dal gradiente di entropia, è il
futuro, non il passato, a essere determinato dalla deliberazione. [...] La
domanda interessante è come mai le strutture che chiamiamo cause sono così
importanti per noi. Lo sono perché questa è la logica con cui funzioniamo:
analizzare possibili futuri e agire di conseguenza. Il futuro è aperto a noi nel
senso che esaminiamo le opzioni e agiamo per scegliere tra di esse. Questo è il
processo che definisce l’agente come orientato nel tempo. Un agente come noi,
che raccoglie informazioni, pensa, analizza e delibera, è un fenomeno
macroscopico orientato nel tempo. La biosfera è un fenomeno macroscopico
orientato nel tempo. Il pensiero è un processo che avviene nel nostro cervello,
che è parte della biosfera; è dissipativo, irreversibile. Questo orientamento
temporale del processo di conoscenza è una fonte del vivido senso del passare
del tempo che sperimentiamo: noi stessi siamo fenomeni orientati nel tempo. Lo
siamo come lo sono tutti i fenomeni irreversibili che ci circondano. Se non
fossimo in un gradiente di entropia, cioè se fossimo in equilibrio termico, non
ci sarebbe distinzione tra passato e futuro, ma non tanto perché non ci
sarebbero fenomeni irreversibili, quanto perché in equilibrio termico il nostro
stesso funzionamento, la nostra acquisizione di conoscenza non funzionerebbero.
Il senso vivido del tempo che corre in avanti è dunque dovuto al gradiente
entropico in due modi distinti: per l’orientamento
temporale della dissipazione intorno a noi, ma molto di più perché noi
stessi siamo fenomeni dissipativi, che deliberano
le proprie azioni considerando futuri possibili. È il nostro pensiero a correre
in avanti, non il tempo».[39]
52. Ogni azione, ogni decisione presa (sulla base del calcolo “libero”)
passa nel passato, il quale non è più modificabile. La ricostruzione storica che possiamo fare, o il ricordo, sono appunto ricostruzioni
statistiche che non riportano in vita l’evento. L’evento è trascorso, l’energia
dissipata, e così l’entropia è aumentata. La “storia” possiamo conoscerla come
ricostruzione ma non possiamo rifarla come piacerebbe a noi. Possiamo invece,
sulla base delle nostre informazioni presenti, deliberare (o scommettere) le
scelte future. Il calcolo può essere molto complesso se, per esempio,
prevediamo i nostri impatti ambientali o le scelte di politica internazionale.
Ma, una volta fatto il quadro predittivo da cui risulta la nostra scelta (un
voto, una dichiarazione di guerra, un matrimonio), la scelta la facciamo noi, “liberamente”, dal nostro punto di vista.
E una volta fatta, la
nostra scelta diventa storia e viene inghiottita. Se è stata una scelta
importante che ha lasciato tracce importanti, possiamo metterla nelle cronache,
nella storiografia, o magari tra i resti archeologici. La nostra “libertà” è
legata alla nostra particolarità di essere sistemi fisici complessi che operano
in una prospettiva unica. Qui potrebbe aprirsi un interessante parallelo con la
filosofia di Leibniz. Ogni monade è concepita come una prospettiva unica (seppur sfocata) rispetto a tutto il resto.
Tuttavia, dal punto di vista di Rovelli, non potrà mai esserci una monade delle monadi.
53. Spiega Rovelli: «Tutti questi fenomeni, tutti i fenomeni
tipicamente temporali, quelli che alla nostra intuizione suggeriscono il fatto
che il tempo scorre, sono dunque gli epifenomeni del gradiente di entropia in
cui siamo immersi. La differenza fra passato e futuro è statistica. La seconda
legge della termodinamica è universale, ma non è esatta. Questo non significa
che senza di noi non ci sia il tempo. Significa che il tempo senza di noi è
qualcosa di più scarno e semplice che non la ricca esperienza che abbiamo noi
della temporalità, che comprende il nostro abbracciare passato e futuro con il
pensiero. Comprende pensare ai nostri nonni e ai nostri nipoti. La confusione
sulla nozione di tempo che dilaga nel senso comune come nella letteratura
filosofica viene dal confondere due piani: la descrizione astratta della
dinamica delle cose e degli orologi con la complessità della nostra relazione
con il tempo, che dipende dalla nostra memoria, dal nostro fare programmi, dal
maestoso crescere dell’entropia».[40]
54. Quando Rovelli dice “Differenza statistica non esatta” tra
passato e futuro vuol dire che la costituzione del nostro macro mondo ultra
complesso implica sempre la perdita di
informazione circa i micro processi elementari che pure consentono l’aggregazione
del nostro macro mondo. L’energia si trasforma e genera i macro processi che ci
tengono in vita, ma alla fine degrada in calore e il calore si disperde in modo
uniforme determinando la perdita di informazione e l’aumento dell’entropia.
Dunque, il governo del mondo in cui viviamo è dovuto all’energia, e soprattutto all’entropia.
Le interazioni che costituiscono la realtà sono rese possibili dalle varie
forme di energia e dalle loro trasformazioni, fino al calore, cioè fino all’energia che non è in grado di trasformarsi in
nient’altro e può solo dissipare verso l’equilibrio termico.
55. Il tempo della termodinamica è il tempo della dissipazione
energetica, quello per cui una azione causale prima (=impiego di qualche forma di energia da parte di un sistema
fisico) produce un effetto dopo: la
causa finisce nel passato e l’effetto finisce nel “momento successivo”, che
rispetto alla causa è il futuro. È ciò che abbiamo chiamato freccia del tempo. Ma noi, e in ciò sta
la complessità del tempo umano, in quanto sistemi
fisici complessi siamo relativamente in grado di mantenere le tracce statistiche delle interazioni
causali trascorse. In realtà non possiamo tenere tutte le tracce, ma solo una
esigua parte. Queste tracce le chiamiamo storia naturale, evoluzione,
preistoria, storia, archeologia, evoluzione culturale e simili. È sulla base
delle tracce del passato disponibili che cerchiamo di definire la nostra
situazione e tentiamo di impiegare l’energia di cui disponiamo ora in piani, progetti, scelte e così
via. Azioni che, una volta consumate, diventeranno a loro volta passato. Stiamo
precariamente in sella alla freccia del
tempo.
56. Alla fine della sua argomentazione, Rovelli si permette, a
questo punto, di dare una bacchettata al grande Bergson. Dice Rovelli: «La
confusione è sostenere, come per esempio faceva, sbagliando, Henri Bergson, che
il fluire e la durata del tempo che percepiamo siano qualcosa al di là della fisica, solo perché non
sono descritti dalla fisica elementare. Senza vedere che si tratta invece di
fenomeni che non appaiono nelle equazioni elementari solo perché sono fenomeni
complessi, che ci coinvolgono».[41]
Qui non possiamo aprire una
discussione sui fondamenti della filosofia di Bergson, cosa che ci porterebbe
troppo lontano. Possiamo tuttavia riportare il fatto che, nel 1922, ci fu uno
storico incontro, a Parigi, in una pubblica conferenza, tra Bergson e Einstein.
Dove i due sostanzialmente ribadirono le loro diverse posizioni. Non si parlava
ancora estesamente di meccanica quantistica, ma Einstein riteneva che lo spaziotempo della teoria della relatività
fosse qualcosa di oggettivo, e di
intrinsecamente relativo, del tutto indipendente dalla coscienza. Di questa
controversia resta un’opera di Bergson, intitolata Durata e simultaneità, sempre del 1922, in cui l’autore sostiene
articolatamente la sua tesi della universalità di un tempo relativo alla
coscienza. Diversi commentatori, esperti di relatività, ritengono comunque
errati i calcoli e le argomentazioni ivi contenute.
57. Dunque, se ha ragione Rovelli, anche Bergson in termini di
attualità andrà archiviato, magari anche con tutti gli onori, ma solidamente e
definitivamente archiviato. Anche Bergson, al pari di Husserl, è colpevole di
una certa hybris, da parte della
filosofia, tipica dell’epoca sua, che si configurava come un tentativo di
colonizzare il dominio delle scienze e di sottometterlo a una visione fondazionale
unitaria. Insomma, Bergson (1859-1941), che pure conosceva i benefici della
macchina a vapore, aveva alquanto trascurato la termodinamica. Come ho già
osservato altrove, i progressi della nuova fisica sembrano sempre più relegare nella inconsistenza o, se si
vuole, consegnare alla storia, al
cumulo delle tracce del pensiero, interi capitoli della storia della filosofia,
non solo di quella antica ma anche di quella relativamente recente.
Lezione quinta. Cosa esiste?
Molteplicità
Passiamo ora alla
lezione quinta. Dove Rovelli riprende la questione
ontologica. Cioè la questione relativa alla natura intima delle cose. Nel
capitolo Molteplicità, Rovelli
propone un esempio abbastanza analogo a quello della nostra mela, l’esempio che
abbiamo presentato nella Prima parte di queste Note.[42] L’esempio riguarda una
bottiglia d’acqua. A costo di allungare, vale la pena di trascriverlo, visto anche
che l’esempio di Rovelli è molto più breve del mio. Dice Rovelli: «Pensa, caro
lettore, a una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo. Possiamo descriverla
come un oggetto con una certa massa e un certo volume. Possiamo fare di meglio
e vederla come un sistema termodinamico caratterizzato anche da temperatura e
pressione. Ma naturalmente sappiamo che c’è pure una ricca idrodinamica che si
dipana, c’è microturbolenza, e altro ancora. Ci sono fenomeni peculiari nell’interazione
tra l’acqua e le pareti della bottiglia. C’è una relazione complicata tra la
superficie, l’aria, il vapore che si forma e condensa incessantemente. Ci sono
organismi viventi che nuotano nell’acqua. Hanno una biologia complessa, di cui
sappiamo molte cose. Ci sono miliardi di molecole che rimbalzano. Possono
essere descritte usando la meccanica statistica, oppure a partire dalle loro
equazioni del moto individuali. Ci sono i legami chimici fra gli atomi di
ossigeno e quelli di idrogeno, e poi un certo numero di ioni liberi. C’è la
fisica atomica dei livelli energetici degli orbitali atomici e quella nucleare
dei nuclei degli atomi. Per non parlare del fatto che la bottiglia è lì perché
beviamo, quindi la nostra comprensione di essa, incluso il motivo per cui è sul
tavolo, si basa su questa funzione. E naturalmente la bottiglia italiana su un
tavolo statunitense è indicativa di una certa organizzazione del mercato
capitalistico internazionale, delle relazioni commerciali e politiche degli
Stati Uniti con l’Italia, e così via. E a ben guardare la superficie dell’acqua
nella bottiglia non è incolore, vi si rispecchiano l’intera stanza, la finestra
e il cielo, per cui quell’acqua sa dell’azzurro cristallino del cielo e delle
rondini che ora stanno roteando, sa della primavera imminente... Ci sono
innumerevoli mondi, in una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo».[43] Fin
qui, posso consolarmi, poiché – nel mio esempio/ esercizio della mela –mi pare di
avere interpretato abbastanza correttamente il senso della prospettiva di
Rovelli.
58. E Rovelli conclude: «Tutti questi mondi fanno parte della
nostra conoscenza e della nostra comprensione della bottiglia. Dov’è la vera
bottiglia, che li esaurisce tutti? Ce n’è una descrizione completa e
definitiva? Penso che la risposta ragionevole sia negativa. Non c’è una singola
descrizione completa e definitiva della bottiglia d’acqua. Liquidare parti
della complessità a cui ho fatto cenno come meno rilevanti di altre non ha
senso. Alcune delle prospettive sulla bottiglia a cui ho accennato sono più
«fondamentali» di altre, in un senso o in un altro della parola «fondamentale».
Per esempio, la fisica atomica è più fondamentale della chimica, nel senso che
ogni fenomeno chimico è anche un fenomeno di fisica atomica ma non viceversa.
Non per questo, però, la fisica atomica ci offre più chiarezza della chimica o
di altre prospettive sulla bottiglia. In questo altro senso, la fisica atomica
è molto meno fondamentale. Ciascun livello di descrizione della bottiglia,
ciascuna prospettiva da cui ne abbiamo una comprensione parziale, ha il suo
livello di coerenza e di utilità. Cosa importante, ognuno di questi livelli
rappresenta un possibile modo in cui noi e altre parti della realtà possiamo
interagire con la bottiglia. Ognuno riguarda un modo in cui la bottiglia si
manifesta. Ognuno però trascura altri aspetti della bottiglia. Questa
ineliminabile complessità mina l’idea di una descrizione completa e definitiva
di qualsiasi cosa».[44]
Mi pare interessante
sottolineare, fin da subito, che le diverse descrizioni possibili sono
probabilmente inesauribili, sono tra
loro compatibili, sono tra loro connesse e talora sono tra loro inter dipendenti. Soprattutto, sono
descrizioni tra loro non contradditorie,
poiché non si vietano a vicenda, non
si ostacolano. Semplicemente, di alcune descrizioni, che pure sono possibili,
potremmo non dovere mai avere bisogno. E forse ci sono descrizioni possibili di
cui non abbiamo neppure alcun sospetto o notizia.
59. Afferma Rovelli: «Comprendiamo il mondo con una varietà di
strumenti concettuali distinti: fisica per descrivere processi fisici, chimica
per processi chimici, biologia per la materia vivente, psicologia, sociologia,
politica per studiare fatti umani, e così via. E le stesse porzioni del mondo
possono essere comprese con strumenti cognitivi diversi. Ciascuna porzione del
mondo è anche un sistema fisico, ma non per questo la sua descrizione fisica è
comunemente quella rilevante. Impariamo sugli esseri umani attraverso
letteratura e poesia, impariamo gli uni dagli altri, parlando e ascoltando ogni
giorno, interagendo fra noi. Ciascuno di questi approcci descrive la realtà.
Sarebbe assurdo cercare di comprendere i nostri amici usando equazioni della
fisica. La fisica, in questo senso, è ben lontana dal rendere interamente conto
del mondo che ci interessa».[45]
Mi pare fondamentale il
fatto che – secondo Rovelli – ogni descrizione sia connessa in qualche modo a
un sistema fisico. Se è vero che ontologicamente tutto è fisico, non è tuttavia vero che la prospettiva della
disciplina che chiamiamo “fisica” sia la prospettiva da tenere primieramente in
considerazione. Se sono assetato, i costituenti atomici della bottiglia possono
ben essere trascurati. Se ho seri dubbi circa la potabilità della bottiglia,
allora l’analisi dei suoi componenti chimici verrà in primo piano. Tutte le
prospettive avranno allora una loro “verità” a seconda delle circostanze. Di
volta in volta ci focalizziamo sulle interazioni che ci servono, o su quelle
che si impongono nell’intreccio delle interazioni.
60. Contro ogni riduzionismo,
afferma Rovelli: «Chi dice che, se conosciamo le equazioni fisiche fondamentali
del mondo, sappiamo tutto del mondo dice quindi, io credo, una sciocchezza. Per
dire cose utili sul mondo usando le equazioni della fisica dovremmo conoscere
la sterminata vastità delle loro soluzioni. E sarebbe ancora inutile. Ci serve
sapere qualcosa di utile su quanto abbiamo davanti, conoscere strutture
concettuali adatte a cogliere aspetti specifici delle situazioni che ci
interessano. È meglio sapere se quanto abbiamo davanti sia comprensibile in
termini propri che non scomodare inutili leggi fisiche elementari. La fisica è
meno utile di come talvolta la si dipinge».[46]
Rovelli qui vuol suggerire che c’è un senso in cui la fisica è “fondamentale” per la comprensione della bottiglia, accanto tuttavia a innumerevoli altri sensi, altrettanto legittimi ed eventualmente “fondamentali”. Ciò permette di riandare a decenni di discussioni filosofiche passate che oggi lasciano il senso che trovano. Uno dei casi recenti più singolari riguarda senz’altro il cosiddetto neopositivismo, nelle sue diverse versioni e nomenclature. I neopositivisti hanno sostenuto seriamente che – secondo loro – ciò che cade al di fuori dei protocolli sperimentali non ha alcun significato. In realtà le province di significato – tanto per dare, una volta tanto, ragione a Husserl – sono molteplici e per di più interconnesse.
Unità
61. Dunque, abbiamo solo prospettive
che tuttavia sono coerenti tra loro,
anche se, quando ci focalizziamo su una prospettiva possiamo talvolta trascurare
le altre. Questo è un punto della massima rilevanza, altrimenti si finirebbe in
un appiattimento relativistico senza freni. Afferma in proposito Rovelli: «Nonostante
la varietà, tuttavia, le prospettive sulla bottiglia sono coerenti fra loro.
Nessuna persona ragionevole dubita che abbia senso dire che stiamo sempre
parlando della stessa bottiglia. E che questa sia reale, definita, oggettiva. È
la stessa bottiglia, così come l’austero insegnante in classe e il gentile
compagno a casa possono essere la stessa persona. Non c’è nulla di strano nel
vedere uno stesso oggetto, persona o fenomeno da più punti di vista. Lo
facciamo regolarmente nella vita. La molteplicità non rompe la coerenza,
aggiunge sfaccettature, ricchezza, comprensione. Se l’atteggiamento
riduzionista radicale di alcuni fisici e di alcuni filosofi che pensano che la
fisica sia l’unica prospettiva vera o che spieghi tutto è insensato, lo è ancor
più l’estremo opposto, tanto più diffuso. L’idea cioè che i diversi modi che
abbiamo di parlare del mondo parlino di cose diverse, o addirittura
inconciliabili. Che esistano cioè salti metafisici, e che i livelli di
descrizione colgano aspetti della realtà indipendenti gli uni dagli altri. Le
tante prospettive sulla bottiglia sono coerenti. Non si contraddicono. Se
sembrano farlo, questo suscita la nostra curiosità e pensiamo che ci sfugga
qualcosa e che possiamo capire meglio».[47]
62. Questo brano permette un richiamo critico all’accento che
talune filosofie hanno posto sul binomio realtà/
rappresentazione. Una delle tante
prospettive veniva dichiarata “reale” e tutte le altre illusorie. Si pensi alle
vie di Parmenide, che erano due, o
forse tre. Per Platone il mondo sensibile era una imperfetta rappresentazione
del mondo ideale. Per Schopenhauer e Nietzsche noi saremmo costantemente
immersi nella rappresentazione. Fino a certi filosofi post-strutturalisti,
secondo cui la realtà sarebbe fatta di rappresentazioni spettacolari mercificate.
Per non parlare del mondo del Dasein
heideggeriano che è una mera rappresentazione di un essere che – chissà perché – si nasconde. La prospettiva di Rovelli
toglie di mezzo gran parte di queste speculazioni.
63. A costo di sembrar noioso, faccio notare ancora una volta che
le tante prospettive sono coerenti
tra di loro e non si contraddicono.
Le nostre esperienze sensoriali non contraddicono la fisiologia e la biologia.
La chimica e la fisica atomica concordano tra loro. La sociologia e l’economia
non contraddicono la biologia. La matematica non contraddice la chimica, come
la logica non contraddice la matematica. La linguistica avrà anche poco a che
fare con la geometria, ma non si contraddicono. Ciò assicura la stabilità relativa di ciò che chiamiamo realtà (al nostro livello macroscopico)
che poi è il complesso delle interazioni cui abbiamo avuto accesso e che ci
hanno lasciato qualche informazione.
Afferma Rovelli: «La storia della scienza degli ultimi secoli è in gran parte la scoperta di tale coerenza, e questa è stata una sorpresa. Uno degli insegnamenti più significativi dell’intero sviluppo scientifico degli ultimi secoli è proprio il fatto che i diversi modi di descrivere il reale non sono in contraddizione fra loro. Ciascuna descrizione si applica a domini più o meno ampi della realtà (la biologia non riguarda la materia non-vivente), ma là dove due livelli di descrizione sono entrambi concretamente applicabili, entrambi rendono conto, magari con linguaggi diversi, degli stessi fenomeni. Non ci sono salti metafisici da un livello all’altro. C’è maggiore o minore precisione, maggiore o minore efficacia. Efficacia e precisione sono spesso complementari: si guadagna in efficacia rinunciando alla precisione».[48]
64. Rovelli aggiunge ancora un esempio piuttosto chiaro (Oibò, ancora
gatti!): «Se potessi descrivere il comportamento del mio gatto usando la
meccanica che descrive il movimento di ogni sua molecola, avrei una grande
precisione nel prevedere cosa farà fra un minuto. Ma l’efficacia di un tale
progetto è nulla. Per realizzarlo non mi bastano le equazioni del moto delle
molecole, che magari conosco: dovrei conoscere una marea di cose che non
conosco. Non solo lo stato di ciascuna molecola nel gatto e attorno a lui, ma
anche soluzioni di queste equazioni che non conosco. Se invece uso il mio
sapere su personalità e abitudini del mio gatto, posso predire cosa farà. Ho
una descrizione molto più efficace. Ma perdo in accuratezza: chi può predire
davvero cosa farà un gatto? Il senso in cui la fisica è fondamentale è
semplice: tutti i fenomeni che osserviamo sono anche fenomeni fisici. Non
abbiamo oggi alcun indizio che ci possa essere qualche fenomeno che violi le
leggi fisiche. Anzi, abbiamo larga evidenza che siano sempre rispettate. Questo
è l’universalismo specifico della fisica».[49]
Tutti i “fenomeni” sono
dunque «anche» fenomeni fisici! Possiamo dunque trascurare, per ora, gli a
priori, le essenze, gli spiriti non fisici e i miracoli. E possiamo anche
sostenere, con cognizione di causa, il CICAP nella sua meritoria opera di
demistificazione.
65. Dunque – cosa fondamentale per la filosofia – non ci sono “salti
metafisici”: la credenza nei salti metafisici, come materia vivente e materia
non vivente, fra corpo e mente, fra spirito e materia, fra emozioni e pensieri,
fra moralità assoluta e realtà fisica è, secondo Rovelli, una malattia dello spirito. Aggiunge
Rovelli: «Quattro secoli di evoluzione della scienza moderna mostrano in
maniera convincente, a ogni persona ragionevole che li abbia digeriti, che
queste sono sciocchezze. Chi non lo vede non conosce la scienza, o non la vuole
guardare, o non l’ha capita, o ha resistenze ideologiche che lo rendono cieco.
Ci sono differenze fra ciò che si trova sulla Terra e ciò che si trova nel
cielo, fra i sassi e gli esseri viventi, fra umani e animali, fra materia e
pensieri, fra uomini e donne. Ma sono distinzioni dai contorni sfumati,
riducibili a varianti delle stesse famiglie di processi. Nessun indizio serio
suggerisce che tutti questi processi non ammettano anche una descrizione
semplicemente fisica. Vi è ampia evidenza per l’eguaglianza di tutte le cose».[50]
66. Asserire che “non ci sono salti metafisici” permette di
vedere sotto luce interamente nuova la annosa questione del destino della metafisica in Occidente o,
se si vuole, della fine della metafisica.
Concetti spesso accomunati al nichilismo
e alla morte di Dio. Ovviamente il
riferimento va all’asse Nietzsche – Heidegger e a tutti gli epigoni. La
fisicità è dunque il comune denominatore. Rovelli definisce esplicitamente
questa prospettiva come naturalismo.
Anche se non tutte le connessioni tra i vari ambiti della realtà naturale sono
state perfettamente chiarite: «Alla luce di secoli di clamorosa convergenza,
pensare ancora che esistano separazioni metafisiche mi sembra una puerile
nostalgia di un mondo concettuale che non può più essere il nostro».[51]
A questo punto Rovelli cerca di spiegare alcune ragioni che possono rendere difficoltosa l’adesione al naturalismo. Non ci dilunghiamo, eventualmente si veda pp. 136-140.
Morale
67. Il capitolo intitolato Morale
è strettamente connesso a una polemica di Rovelli con il realismo morale dei “filosofi di Princeton”. Un gruppo non ben
precisato. Sono stati costoro, tra gli altri, i suoi interlocutori nel corso
delle lezioni americane. Rovelli lascia trasparire che il confronto sia stato
alquanto vivace e comunque interessante, nonostante una evidente disparità di
vedute.
La prospettiva naturalistica
di Rovelli implica comunque un alleggerimento
del realismo. Gli interlocutori di Rovelli invece sembravano attestarsi su
una posizione di realismo forte,
ritenuto da essi del tutto coerente con una prospettiva scientifica del mondo.
Spiega Rovelli che i filosofi suoi interlocutori: «Difendevano, per esempio, un
realismo morale assoluto. Cioè l’idea
che le verità morali siano fatti reali, assoluti, indipendenti dagli esseri
umani. Secondo loro, cioè, esiste una realtà al di là del mondo fisico,
indipendente dal mondo fisico, che è la realtà assoluta di ciò che è giusto e
ciò che non è giusto. Questa morale assoluta, staccata da tutto, appunto,
sarebbe eterna, immutabile, e precederebbe l’esistenza degli esseri umani».[52]
68. Questo è un punto di rilievo per comprendere ulteriormente la
posizione di Rovelli. Tutto ciò che è connesso alla moralità appartiene, per
Rovelli, come ogni altra cosa, alla realtà
naturale: abbiamo infatti parlato di naturalismo.
Se tutte le cose sono uguali, allora anche i fatti morali sono costituiti della
stessa stoffa di cui sono costituite
tutte le altre cose. Bisognerà dunque abituarsi a questo modo di vedere. Dichiara
Rovelli: «Io trovo ragionevole, […], pensare di poter dire che le verità morali
siano reali, nel senso che sono aspetti reali del mondo con cui facciamo i
conti. Sono reali come sono reali le nostre emozioni, le nostre leggi, le
nostre università. Ma mi sembra chiaro che le verità morali sono aspetti della
nostra natura umana, biologica, culturale, e che dipendono da questa (come le
leggi, le emozioni e le università). Sono fatti che riguardano noi esseri
umani, non fatti indipendenti da noi esseri umani. I metafisici di Princeton
muovono diverse obiezioni a questo realismo morale molto più moderato del loro.
Le discuto qui perché vi è un illuminante parallelismo fra l’assunzione di una
morale assoluta e l’assunzione di una realtà fisica assoluta».[53]
Il problema posto da Rovelli è ancora quello dell’anti fondazionalismo. Questa volta in campo morale. Se esista un qualche principio che possa costituire un fondamento assoluto della moralità. Come non c’è una realtà fisica assoluta, così evidentemente non c’è una morale assoluta. Come abbiamo già avvertito a proposito della conoscenza, questo non significa tuttavia che ognuno debba sentirsi autorizzato a fare quello che vuole.
69. Le obiezioni dei metafisici di Princeton al realismo debole
di Rovelli sono le seguenti: «[...]se non pensiamo che esista una morale
assoluta e immutabile, cadiamo in un relativismo totale che toglie valore alla
morale, perché ogni azione può diventare lecita, basta cambiare le regole
morali. [...] Una seconda obiezione è che se non pensassimo che la morale sia
assoluta, non potremmo condannare azioni ingiuste commesse da persone o culture
che le ritengono giuste, e dovremmo dunque accettare, per esempio, di convivere
con un vicino che faccia sacrifici umani o torturi bambini. [...] Una terza
obiezione riguarda il fatto che la morale evolve, sia storicamente, sia nel
corso della vita di una persona. Secondo i realisti morali assoluti, non
potrebbe evolvere se dipendesse da noi, perché non avrebbe senso dire
«sbagliavo su un giudizio morale» se non confrontandolo con una morale assoluta».[54]
Ancora una volta, si
tratta di comprendere come il rifiuto di posizioni assolutistiche non implichi
la caduta nell’arbitrio o nel relativismo sfrenato: «[…] Queste obiezioni e
queste risposte, che ho brevemente riassunto, hanno un equivalente nella nostra
conoscenza del mondo. Il fatto che ogni sapere sia sapere di qualcuno non rende
il sapere arbitrario, non ci impedisce di pensare che altri sbaglino, o che noi
stessi ci sbagliavamo. Quando correggiamo un errore, lo facciamo perché
impariamo qualcosa di nuovo, il nostro sapere cambia e giudichiamo l’errore
precedente alla luce di quanto abbiamo imparato. Per essere curiosi del mondo,
non è necessario coltivare il mito di una «realtà ultima assoluta» a cui
agognare. Fare scienza non vuol dire «agognare la Verità finale». Vuole solo
dire capire meglio il mondo».[55]
70. Tuttavia Rovelli approfondisce ulteriormente la questione
della moralità: «Ma l’obiezione centrale dei metafisici di Princeton all’idea
che la morale non sia assoluta è di carattere più prettamente filosofico, e
molto più interessante. È la seguente. Considerate la domanda: cosa «rende
giusto» un giudizio morale? La risposta dei metafisici è che, affinché un
giudizio morale sia giusto, debba esserci qualcosa che lo «rende giusto», e
questo qualcosa può soltanto essere – sostengono – una verità morale assoluta».[56]
Si tratta ancora di una domanda di
fondamento. Domanda di assoluto. Per Rovelli: «È l’illusione di poter
saltare fuori dal punto di vista che crea confusione. Mettersi in un luogo che
non esiste, prendere la prospettiva di Dio, da cui parlare della Verità
assoluta, della Morale assoluta, della Realtà in sé – tutte cose che con noi,
poveri mortali, hanno poco a che fare».[57]
71. Secondo Rovelli queste posizioni hanno una spiegazione di
tipo storico sociologico. Spiega Rovelli: «Credo che il rigido realismo
assoluto, sia riguardo alla morale, sia riguardo alla realtà, che si trova oggi
fra alcuni metafisici della tradizione analitica (non fra i filosofi della
scienza della tradizione analitica, e non nella filosofia europea), sia un
residuo della paura che si è presa la cultura americana qualche decennio fa,
quando sono sbarcate in forza negli Stati Uniti alcune idee della filosofia
europea continentale che hanno spaventato gli americani, scatenando quella che
è stata chiamata una «guerra fra culture».[58] Le idee cui accenna Rovelli sono
presumibilmente le idee – soprattutto francesi – del post-strutturalismo. Il
relativista Michel Foucault ha avuto un enorme successo nelle facoltà
umanistiche americane, contribuendo, tra l’altro, proprio alla oggi tanto
esecrata cultura woke.
Spiega Rovelli: «Credo
che la motivazione profonda di posizioni come il realismo morale assoluto che
ho trovato a Princeton, a New York e altrove sia ancora una volta il panico di
veder crollare la civiltà, se la priviamo della Verità e della Morale. Non
credo che sarà questo a far crollare la civiltà. Possiamo avere una
comprensione molto più ricca e articolata di cosa sia per noi imparare, e di
cosa sia per noi la morale, senza appellarci all’esistenza di qualcosa di
assoluto al di fuori della natura, al di fuori di ciò a cui possiamo, noi
limitati mortali, attingere. Anzi, ritengo possiamo avere una comprensione
molto più ricca e articolata di cosa sia per noi imparare, e di cosa sia per
noi la morale, proprio tenendo conto
di come la morale sia radicata in noi, non fuori di noi, e la nostra conoscenza
sia incarnata.[59]
72. Dunque abbiamo qui delineata la prospettiva di una moralità di carattere naturalistico: «Vivere
è scegliere, costantemente, e la morale è parte intrinseca dell’arbitraggio
continuo e non facile in cui sono impegnati i nostri pensieri e le nostre
emozioni nel decidere ogni passo della nostra vita. È una componente reale
della complessità che noi siamo. Ha radici biologiche, culturali, sociali, è
difficile da districare dalla complessità di ogni nostra deliberazione. È spesso
un cercare a fatica difficili compromessi fra tensioni diverse. Un disperato
dibattersi nella impossibile scelta fra due mali. O fra due beni. Non c’è
motivo di proiettarla al di fuori di noi, di farne una statua bianca, pura e
farisaica. La capiamo meglio come il nostro confuso sforzo quotidiano di
navigare nella realtà. Allo stesso modo, quella realtà non è altro che il nome
che diamo al contenuto di tutto ciò che ne sappiamo, e all’acuta consapevolezza
della profondissima incompletezza del nostro sapere».[60]
È il caso di ricordare che
la moralità, come fenomeno concreto, è densa di dilemmi morali di difficile e talvolta impossibile soluzione. Molti
capolavori dell’arte e della letteratura hanno descritto una varietà di dilemmi
morali. Il ruolo che da sempre ha svolto la tragedia
nella nostra cultura testimonia della incompiutezza
dell’etica. La distinzione weberiana tra etica dei principi e etica
della responsabilità è abbastanza acquisita, con tutte le sue conseguenze.
Ormai – anche in campo filosofico – è ampiamente riconosciuta la incongruenza dei valori. Fin da
Aristotele sappiamo che i due principi di eguaglianza da lui individuati sono
incompatibili. Anche la liberty from
e la liberty of manifestano ampie
aree di incompatibilità. Tutte queste problematiche non vanificano comunque il
discorso etico. Più o meno come l’imperfezione delle leggi umane non giustifica
l’anarchia. E non implicano minimamente
la privatizzazione o particolarizzazione dell’etica, nello stile multiculturalista,
postmoderno o woke che sia.
73. In chiusura del capitolo, Rovelli ne approfitta per
chiarire il fatto che anche la sua ontologia (quella presentata nella prima
lezione) va intesa piuttosto come una ontologia
debole. Una ontologia non
fondazionale. E così ne approfitta anche per fare i conti con l’analitico
Quine. Osserva Rovelli: «La domanda metafisica fondamentale «cosa esiste?» a
me, scienziato, sembra mal posta e vuota. Il verbo «esistere» ha una grande
varietà di usi e significati diversi, in contesti diversi. Non ve n’è uno più
fondamentale degli altri. Esiste un burattino a cui cresce il naso quando dice le
bugie. Sì, esiste, è Pinocchio. No, non esiste, è solo una fantasia di Collodi.
Sono entrambe risposte corrette, in cui «esiste» è impiegato in un senso diverso.
In un articolo famoso, Willard Quine ha proposto una possibile definizione
molto ampia di «esistere», ma è una definizione come un’altra, che mi sembra
sia stata presa troppo sul serio dalla metafisica analitica contemporanea, più di
quanto Quine stesso intendesse».[61]
Rovelli si riferisce a un noto saggio di Quine
On What There Is del 1948.[62] Qui è
chiaro che, per Rovelli, non solo di “esistere” si tratta, ma di fare i conti
con la intera tradizione metafisica occidentale che ha sempre sventolato l’“essere”
come la sua bandiera, da Parmenide fino a Heidegger e oltre ancora, visto che
molti sono ancora lì a piangere sull’indebolimento
dell’essere. La conclusione di Rovelli, comunque, è esattamente equivalente
a quella già avanzata da Aristotele nella sua Metafisica: «L’essere si dice in molti modi». Il celebre tentativo
di Heidegger, all’inizio della sua carriera filosofica, di scoprire il vero senso dell’essere è del tutto contrario
all’evidenza dell’uso plurimo e dei molti sensi della parola essere.
74. Prosegue Rovelli ampliando il discorso sull’essere in quanto “esistenza”. E qui il
riferimento implicito non può che essere proprio Heidegger. Rovelli non dice qui
gran che di nuovo rispetto alla citazione precedente, ma mi pare assai efficace
e lo riprendo volentieri: «Chiedersi cosa esiste nel mondo non significa nulla.
C’è un senso in cui esistono i gatti, un senso in cui esistono gli atomi, un
senso in cui esistono i numeri, un senso in cui esistono i quanti di spazio, un
senso in cui esistono i sogni. Discutere se i numeri esistano o meno è una
discussione di cui non ho mai capito il punto. C’è un senso molto chiaro in cui
esistono (esiste un numero intero più grande di due e più piccolo di quattro?)
e uno molto chiaro in cui non esistono (dov’è questo numero nello spazio
fisico?). I matematici non si confondono quando si chiedono se esistono numeri
primi arbitrariamente grandi, e i fisici non si confondono quando si chiedono
se esistono particelle supersimmetriche a bassa energia. Entrambi sanno
esattamente di cosa stanno parlando, in che senso, e come cercare la risposta
giusta. C’è anche un senso in cui esistono gli unicorni (chi ne dubita non è
mai entrato in un negozio di giocattoli), che non è lo stesso senso in cui
esistono i gatti, e la differenza la capiscono i bambini dai quattro anni in
poi, mi sembra strano che non la capiscano i filosofi. C’è anche un senso molto
preciso in cui gli unicorni non esistono. Che bisogno hanno i filosofi di inventarsi
sensi metafisici per la parola «esistere», al di là di questi sensi tutti
chiari, e poi perdersi in discussioni sul sesso degli angeli? Mi sembra più
ragionevole chiedersi quali siano, allo stato attuale delle nostre conoscenze,
comprese le conoscenze scientifiche, i concetti efficaci per pensare il mondo,
renderne conto e navigare in esso. Quali entità fanno parte come ingredienti
della nostra descrizione, approssimata, incompleta, del mondo, quali possiamo
continuare a usare in ambiti più o meno vasti. Di quali nozioni non facciamo
più un uso efficace. Le cose esistono tutte, egualmente, in relazione alle
altre, ciascuna a modo suo – un modo da capire».[63]
Possiamo presumere – mi
permetto qui di scherzare – che questo realismo
debole di Rovelli possa indirettamente costituire una qualche minaccia al
posto di lavoro per un buon numero di filosofi, sia analitici sia continentali.
E ciò probabilmente non contribuirà a rasserenare i rapporti tra fisici e
filosofi.
Lezione sesta. Senza certezza né fondamenti.
Relazioni
75. Il primo capitolo della lezione sesta si apre con una ulteriore
sottolineatura della natura relazionale della realtà che riprende i temi della
prima lezione. Ricorda Rovelli: «La meccanica quantistica descrive la realtà
come formata da processi che si influenzano l’un l’altro. Inizialmente
formulata nei termini di “osservatore” e “misure”, la teoria quantistica, cioè
il sapere sul mondo fisico più generale che abbiamo, spogliata da
antropocentrismo e strumentalismo, descrive la realtà come interazione, vista
dall’interno della rete stessa delle interazioni che descrive».[64]
Sul piano ontologico, la
nuova fisica ha dunque accentuato l’elemento relazionale, togliendo di mezzo
ogni possibilità di far riferimento a un qualche tipo di sostanza. Ciò impone e imporrà un’attenta revisione del nostro tradizionale
e comune linguaggio filosofico. Osserva Rovelli: «[…] il carattere relazionale
della fisica del XXI secolo […] Prima di tutto mina la speranza, associata a un
materialismo ingenuo, che la fisica possa fornire un substrato di sostanza chiaramente definita con la
quale costruire poi le relazioni. Se il possesso di proprietà variabili
intrinseche è essenziale per l’identità di un’entità, allora la
relativizzazione imposta dai fenomeni quantistici distrugge l’identità stessa
di tutti i sistemi fisici».[65] Questo significa che non ci sono variabili
intrinseche che costituiscano l’identità di qualche sostanza. E ciò mette in
dubbio ogni nozione assolutistica di identità, nei campi più diversi, nonché ogni
teoria filosofica relativa alle essenze.
76. Spiega ulteriormente Rovelli: «Possiamo cioè parlare di
processi, sistemi, eventi, proprietà, ma stiamo sempre facendolo da una
prospettiva: un processo rispetto al
quale ne parliamo. Ogni resoconto dello stato del mondo è un resoconto da
una prospettiva. Il mondo come lo conosciamo ammette di essere descritto dall’interno,
lo impariamo dall’interno, non ne usciamo mai. Ogni descrizione fisica riguarda
un insieme limitato di variabili,
rilevanti per i processi che ci interessano. Trascura il resto, che è sempre
molto di più. Le variabili scelte sono modi per il sistema di interagire. Ogni
descrizione di un sistema è determinata da uno dei possibili modi di interagire
con quel sistema. Ogni descrizione è contestuale».[66] Ogni prospettiva dunque
è sempre e soltanto una parte. Quelle che per noi sono “cose” sono sempre
insiemi limitati di variabili, che per qualche motivo ci interessano, mentre
trascuriamo tutto il resto. E il resto è ben più di ciò che prendiamo di volta
in volta in considerazione.
77. Di conseguenza: «Pensare una descrizione fisica di un
oggetto come la sua caratterizzazione completa è un errore. La descrizione
fisica del mondo è sempre una
descrizione parziale e prospettica. Ogni resoconto dello stato del mondo è un
resoconto approssimato da una prospettiva. Agendo gli uni sugli altri, i
processi lasciano tracce. Queste sono informazioni che parti del mondo hanno l’una
dell’altra. Il mondo è dunque informazione
relativa fra parti diverse. Per studiare la posizione del pendolo la misuro,
e questa misura lascia tracce della
sua posizione nello strumento di misura o nei miei occhi. La fisica si occupa
dell’informazione relativa che i sistemi hanno l’uno dell’altro. Ogni nostra
descrizione del mondo è relativa. La verità sullo stato del mondo è sempre, in
questo senso, una verità soggettiva».[67] L’impiego del termine “soggettivo”
qui mette sull’avviso chi abbia familiarità con certi dibattiti della filosofia
continentale. Soggettivo qui equivale a prospettico
e ovviamente non ha nulla che fare con la arbitrarietà del soggettivismo.
78. A questo punto Rovelli si impegola un tantino, in effetti,
con la soggettività di Kierkegaard. Il che avviene andando alla ricerca di una
possibile fonte di ispirazione di Niels Bohr, nella sua elaborazione della interpretazione di Copenhagen. Egli,
danese, sarebbe in qualche modo stato influenzato da Kierkegaard nella sua
interpretazione della meccanica quantistica.[68] Ma – e qui protestiamo noi –
il soggetto kierkegaardiano è senz’altro diverso dalla soggettività di cui
parla Rovelli. Vediamo anzitutto come la spiega Rovelli: «L’idea che la verità
sia soggettiva deve aver avuto influenza sull’intuizione di Bohr – l’intuizione
che chiarisce la natura dei fenomeni quantistici: la verità di un processo
fisico è soggettiva, è nell’osservatore o, più in generale, in un altro sistema
che la raccoglie. Kierkegaard, come Bohr, intuisce che il cuore della realtà è
nella soggettività e nella pluralità delle soggettività».[69]
Per fortuna Rovelli si corregge quasi subito e spiega chiaramente cosa intende: «Qui, in questo libro, la «soggettività» di cui parlo non ha nulla a che vedere né con la salvezza eterna del cristianesimo né genericamente con noi umani. È l’idea centrale che la verità sia intrinsecamente prospettica. L’oggettività senza soggetto è un costrutto astratto, poco rilevante, è l’illusione di una scienza che appartiene ormai al passato».[70] Appunto: la soggettività di Rovelli “non ha nulla a che vedere […] con noi umani”. È una caratteristica della physis. Non ha nulla a che vedere col soggetto esistenziale kierkegaardiano, angosciato dalla impossibilità della scelta tra i tre famosi esistenziali.[71] Il soggetto di Rovelli è l’osservatore che, con la sua presenza, rende possibile l’emergenza del suo stesso punto di vista prospettico. Il soggetto di Rovelli una sua prospettiva ce l’ha sempre e meno male che ce l’ha. Rovelli probabilmente non ha familiarità con i tranelli linguistici legati al termine “soggetto” che sono sparsi nella filosofia continentale. Proporrei di usare il termine multiprospettico. Avremmo dunque un interazionismo multiprospettico.
Pesci
79. Il capitolo Pesci
reca, in esergo, una citazione dello Zuangzi,
un antico testo filosofico cinese, che allude al contenuto del capitolo stesso.
Rovelli è alquanto affascinato dalla antica filosofia cinese, e dalle filosofie
non occidentali. Riporto qui di seguito la citazione (Zuangzi, 17).
«Zhuangzi
e Huizi stavano camminando sul ponte sul fiume Hao.
Zhuangzi
osservò: – Quei pesciolini che vagano tranquilli e senza fretta sono pesci felici!
A cui
Huizi obiettò: – Tu non sei un pesce; come fai a sapere come sta un pesce?
Zhuangzi
rispose: – Tu non sei me, come fai a sapere quello che so io su come sta un
pesce?
Ma Huizi
insistette: – Io non sono te, ovviamente non so di te; ma tu non sei un pesce e
questo è sufficiente per dedurre che non sai cosa piace a un pesce.
Ma
Zhuangzi concluse: – Torniamo a dove abbiamo iniziato. Quando hai detto «come
fai a sapere come sta un pesce?», sapevi che lo sapevo. Lo sapevo, qui, sopra
il fiume Hao».
La citazione Di Rovelli allude
al noto problema filosofico dei qualia
(vedi oltre). Un ampio commento di Rovelli a questa citazione si trova nella
raccolta di articoli dello stesso Rovelli intitolata – guarda caso – Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao.[72] L’evocazione
di filosofie non occidentali da parte di Rovelli ricorre comunque anche
altrove. In Helgoland, Rovelli parla diffusamente
del filosofo indiano Nāgārjuna (150 circa - 250) e della sua concezione
totalmente relazionale della realtà. Secondo il quale tutto è ricondotto alle
relazioni e dunque, in un certo senso, alla totale assenza di sostanza. Al di là delle relazioni ci sarebbe soltanto
il vacuo.[73] Si noti che Nāgārjuna non nega la realtà dell’esperienza comune. Tuttavia la
considera soltanto come una entità relazionale. Ciascun oggetto, in sé, non è
nulla, non ha sostanza. Oltre le relazioni c’è il vacuo. Nell’ambito del
buddismo, naturalmente ciò ha a che fare con la prospettiva della liberazione. È poi il caso di
ricordare che proprio il titolo delle sei lezioni americane, Sull’eguaglianza di tutte le cose, è
tratto, alla lettera, dal titolo analogo di un capitolo dello stesso Zuangzi. Il capitolo secondo.
80. Nel capitolo intitolato Pesci,
Rovelli si domanda: «Allora, se il mondo è uno specchiarsi di prospettive,
queste differenti prospettive sono impermeabili l’una all’altra?».[74] E
risponde senz’altro di no. Di qui si capisce che proprio non si stava parlando
della soggettività di Kierkegaard appena evocata.[75] Spiega Rovelli: «Immaginare
che lo siano [impermeabili ndr] significa
non comprendere il fatto che la soggettività è incarnata. Le prospettive non
sono entità che possono essere comparate dall’esterno, perché “dall’esterno di
ogni prospettiva” non significa nulla. Ma possono essere comparate direttamente
fra loro. Non esistono soggetti d’esperienza disincarnati. Alice non è nulla di
più di quanto noi possiamo osservare di lei. Le prospettive possono differire,
ma questo non significa che non possano comunicare. Proprio perché sono
fisiche, sono accessibili l’una all’altra. Non hanno nulla di nascosto. Nulla
in più, cioè, del fatto ovvio che di quanto avviene nel mondo ci sono innumerevoli
cose che non sappiamo. L’inaccessibilità della mente altrui è un argomento
presentato contro l’idea che ogni fenomeno sia anche un fenomeno fisico. Questa
inaccessibilità è un mito. Le menti non sono né meno né più inaccessibili di
ogni altro processo in natura. Non si sottraggono all’eguaglianza di tutte le
cose».[76]
81. Rovelli qui riprende da un lato il suo fisicalismo e dall’altro ne sviluppa una rilevantissima conseguenza
teorica: il rifiuto dei qualia. Sulla
prima questione, se non vogliamo parlare di “materialismo” perché non sta bene,
non è di moda, e poi perché sarebbe anche tecnicamente sbagliato,[77] possiamo appunto
parlare di un fisicalismo radicale.
Il termine “incarnato” qui usato da Rovelli forse non è il più appropriato.
Forse, da parte di Rovelli, si tratta di un espediente letterario (anche se
nelle Lezioni lo ripete più volte).
Oppure può costituire una inconsapevole eredità del cristianesimo. Soggetti e
mondo possono entrare in relazione perché sono cose dello stesso tipo, cioè cose fisiche. Non oggetti come sostanze
ma insiemi multiprospettici di variabili che sono altrettante solide connessioni. I “punti di vista”
sono tutt’altro che mere rappresentazioni. Sono solide connessioni in base alle
quali, prospetticamente, cioè da dentro, si realizza
tutto «quello che c’è».
82. Sulla seconda questione, i qualia, va ricordato che il problema della inaccessibilità della mente altrui è tuttora ampiamente discusso
nell’ambito della filosofia analitica e anche nell’ambito delle discipline
cognitive.[78] In generale, nel linguaggio filosofico, il concetto dei qualia, o qualità soggettive, si rifà alla differenza tra la prima persona e la terza persona. Attorno a questa problematica si è accumulata ormai un’ampia
letteratura.
Rovelli evita tuttavia di
entrare direttamente nel merito specifico del dibattito sui qualia. Evidentemente ritiene che l’evidenza
che emerge da quanto presentato finora nelle diverse lezioni sia sufficiente.
Per confutare la questione dei qualia
Rovelli preferisce scegliere una via di tipo logico – filosofico. Si limita
cioè a commentare la citazione dello Zhuangzi
che ha messo in esergo e che noi abbiamo già riportato. Evitiamo qui, per
brevità, di riportare tutta l’argomentazione. Per il lettore che voglia
occuparsene in dettaglio, il tutto si trova alle pagg. 159-163. Si può vedere
anche l’articolo contenuto in Rovelli 2023.[79]
83. La soluzione di Rovelli al problema dei qualia è completamente fisicalistica. In sostanza, il salto tra
prima e terza persona sarebbe nient’affatto radicale. L’accesso negato alla
prima persona da parte di terzi dipende solo dal fatto che non sappiamo
stabilire le connessioni fisiche necessarie. Spiega Rovelli: «[…] non sappiamo
tutto ciò che accade, ad esempio, all’interno di una pietra. In una pietra ci
sono oceani di processi molecolari e subatomici che avvengono in ogni momento e
a cui non abbiamo accesso. Se non abbiamo pieno accesso a ciò che accade in una
pietra, tantomeno abbiamo pieno accesso a ciò che accade in un cervello, sia
questo di un pesce o di un amico. La differenza è solo che di solito
consideriamo la pietra meno interessante».[80]
Prosegue Rovelli: «Non
vi sono differenze a priori tra una mente, che è il nome che assegniamo a ciò
che accade in un cervello, e una pietra, per quanto riguarda l’accessibilità
per la nostra comprensione. Di entrambi abbiamo una comprensione concettuale
incompleta – costruita da informazioni, conoscenze, osservazioni, misurazioni,
comunicazioni, immagini, ricordi, empatia, emozioni e così via, collegati con
processi nel nostro cervello. Queste connessioni ci informano sui fenomeni che
chiamiamo fisici, così come sui fenomeni che chiamiamo mentali. La stessa
introspezione non ci dà accesso a tutto
ciò che accade neppure nel nostro proprio cervello individuale [...]».[81]
84. In generale, il ragionamento è il seguente. Poiché anche l’informazione
è physis, per avere l’accesso informazionale a qualcosa,
dobbiamo costruire una catena di relazioni, di connessioni (o osservazioni). Se
non siamo in grado di farlo, o non sappiamo come farlo compiutamente, il
qualcosa ci risulta inaccessibile. Ci risulta inaccessibile il micromondo della
pietra, così come il mondo dei qualia. Poiché ogni conoscenza è prospettica,
per definizione non possiamo avere accesso a un mucchio di cose. Alla maggior
parte.
Ad esempio (esempio
mio), i fisici e i cosmologi da tempo sospettano che nel cosmo ci sia una cosa
come la materia oscura. L’unica “via
di accesso” che per ora abbiamo è
costituita da una serie di calcoli (in senso fisico, cioè computazioni) che ne
ipotizzano l’esistenza. Accade tuttavia che di molte cose di cui si ipotizza l’esistenza
matematica non è detto che poi abbiano anche altri tipi di esistenza. Allora,
per la materia oscura, si tratterebbe di trovare una qualche connessione, oltre
i meri calcoli teorici, una via di accesso. Cioè si dovrebbe riuscire a interagire
con essa in qualche modo, osservare, misurare e tenere informazione di quanto è
avvenuto. Solo inventandoci uno strumento fisico di “osservazione” adeguato
potremo connettere la ipotetica materia oscura a quanto già sappiamo della
cosmologia. Quanto già sappiamo della cosmologia è la nostra attuale
prospettiva di umani, sempre una prospettiva
limitata, dal di dentro. Val la pena di notare che, se la nostra conoscenza
è prospettica, anche la nostra ignoranza
è prospettica. Non potremo mai sapere se siamo arrivati al fondo del
barile. I benaltristi sperano sempre di trovare una connessione con il
benaltro, oltre al punto dove siamo arrivati, al di là delle parole. Ma se ci
sarà questa ulteriore connessione, sarà questa necessariamente una connessione
fisica, attraverso organi di senso o strumenti.
85. Ricordo che, recentemente, la teoria dei qualia è stata ampiamente ripresa e discussa da Federico Faggin, proprio nell’ambito della sua molto particolare interpretazione della teoria quantistica. Una interpretazione che ha ricevuto una certa attenzione mediatica. Al contrario di Rovelli, Faggin pensa che i qualia (l’impossibilità fattuale di accedere ai contenuti delle altre menti) costituiscano addirittura una specie di prova della sua interpretazione della meccanica quantistica. Purtroppo Faggin è uso mescolare senza troppe cautele, nei suoi testi, proposizioni scientifiche acclarate con teorie che attendono una verifica sperimentale, con divagazioni filosofiche piuttosto gratuite e alquanto improbabili. Il tutto unito a narrazioni di esperienze mistiche personali.
Fondamenti
86. Il capitolo Fondamenti
è l’ultimo della lezione sesta. In esso Rovelli sintetizza i temi che ha
esposto e riprende la sua visione anti fondazionalista. Dice Rovelli: «Siamo
arrivati alla fine di questo lungo volo, in cui ho cercato di tirare le fila di
quanto la scienza contemporanea ci dice sulla natura delle cose. La realtà,
come ci appare oggi, è più tenue di quella immaginata da vecchi modelli fisici
o metafisici: è fatta di accadimenti, eventi discontinui, probabilistici,
impermanenti, situati l’uno rispetto all’altro, che esistono solo relativamente
l’uno all’altro. Non vive in uno spazio, non si dipana in un tempo. È una trama
fine, intricata e fragile come un pizzo veneziano... La nostra conoscenza di
questa realtà è un evento fra eventi, parte delle trame stesse che riflette».[82]
87. Rovelli Ricorda ancora il fatto che la conoscenza è sempre
incarnata dentro una physis: «Conoscere
è un fenomeno collettivo costruito sulla struttura concettuale condivisa fra
noi e i nostri simili. Dipanarne ogni aspetto è un lungo percorso, che spazia
dalla fisica alla chimica, alla biologia, alle neuroscienze, alla psicologia,
alla cultura. Molti dei passaggi intermedi ci sono poco chiari. È l’ambizione
di molta scienza esplorarli. Ma qualunque siano le strutture che caratterizzano
la conoscenza come forma particolare di
correlazione, resta il fatto che la conoscenza è anche una correlazione fisica.
Non esiste fuori dalla realtà fisica. A conoscere è qualcuno o qualcosa di
reale e fisico. Internamente, la conoscenza è strutturata da un’impalcatura di
concetti che si è evoluta con noi, la nostra società e la nostra cultura, e
continua a evolvere con gli scambi e con il crescere della conoscenza stessa.
Esternamente, è una forma delle correlazioni tra i nostri cervelli, i nostri
libri, le nostre voci, e il resto del mondo».[83]
L’osservazione rilevante,
qui, è il fatto che “molti dei passaggi intermedi ci sono poco chiari”.
Conosciamo meglio alcune province di significato piuttosto che altre. Abbiamo
poi la distinzione, nell’ambito della conoscenza, tra la prospettiva interna e la prospettiva esterna. Il lato del suo contenuto e il
lato della sua fisicità. Prosegue Rovelli: «La nostra conoscenza, come tutti
gli altri aspetti della nostra vita spirituale e mentale, è quindi finita,
incompleta, e niente la garantisce. Sono finiti ed estremamente imperfetti
tutti i concreti processi mentali di gestione della conoscenza».[84]
88. Nel capitolo Fondamenti,
Rovelli presenta anche alcune osservazioni conclusive sulla ragione umana e su Kant, il filosofo che,
come abbiamo ormai abbondantemente capito, si trova all’opposto della
prospettiva di Rovelli stesso. Si tratta di una notevole pars destruens in cui la definizione stessa della ragione umana, quella
fornita dalla tradizione filosofica, viene ridimensionata. Dice Rovelli: «L’ideale
di una razionalità pura, di una chiarezza finale, caro all’illuminismo e a
certa filosofia analitica, ne esce ferito. La nostra ragione non è lo strumento
perfetto che volevano gli illuministi, affascinati dalla potenza nuova che la
Ragione stava mostrando. Il suo valore è fuori discussione: è uno degli
strumenti migliori che abbiamo, ma è limitata. Non è che un insieme di processi
fisici imprecisi e barcollanti. La complessità del mondo la limita, non può
prescindere dalle emozioni e dalle motivazioni che ci guidano, ed è troppo
radicata nella realtà per poter prendere davvero sul serio le sue proprie
astrazioni. Ogni tentativo di astrarne una versione purificata e perfetta è in
ultima analisi velleitario. Non siamo pura ragione o puro spirito che contempla
il mondo. Siamo fragili e confusi pezzi di questo stesso mondo, presi all’interno
della rete di relazioni che ci permette di descriverlo».[85]
Sottolineo la
definizione della ragione come “un insieme di processi fisici imprecisi e
barcollanti”. La definizione è quanto mai stringata e tranchante ma non intende certo denigrare la ragione, come invece oggi
è piuttosto di moda, intende riportarla a un sano realismo, cioè entro i suoi propri limiti. Anche Kant
aveva formulato un programma del genere, ma è poi finito nella esaltazione
della Ragione stessa. Per Kant, la Ragione finiva addirittura per costituire il fenomeno, tanto che la
filosofia di Kant è nota come idealismo
trascendentale. E prosegue Rovelli: «Mi pare che questa lezione di umiltà
rispetto alle ambizioni dell’illuminismo e di tanta filosofia sia uno degli
insegnamenti della scienza moderna. Il prospettivismo che troviamo nella fisica
contemporanea, la continua deriva dei nostri schemi concettuali, la
comprensione della natura fisica della nostra conoscenza convergono nell’invitarci
a non prendere la nostra conoscenza troppo sul serio, a diffidare di qualsiasi
idea di fondamento o metodologia sicura per la conoscenza».[86] Nonostante questo
minimalismo di fondo, ribadisco che sarebbe
del tutto sbagliato arruolare Rovelli nella schiera degli anti illuministi postmoderni, alla Lyotard o alla Foucault, per
esempio.
89. Rovelli si pronuncia poi esplicitamente su Kant: «La
riflessione di Immanuel Kant ci ha insegnato a porre l’attenzione sul soggetto
della conoscenza e su aspetti e limiti della conoscenza che derivano dalla
natura del soggetto. Ma nelle Critiche Kant tratta il soggetto, dalla
prospettiva che chiama trascendentale, astraendolo dalla sua concretezza
fisica, trascurando il fatto che il soggetto stesso ha natura di sistema fisico
che porta informazione, e che, come tale, può essere a sua volta e completamente oggetto di conoscenza.
Così facendo, apre la porta al malinteso dell’inconoscibilità del soggetto, un
malinteso che è alla radice di molta confusione riguardo alla realtà:
considerare la conoscenza come disincarnata, esistente fuori dal mondo fisico,
privata. È anche questo malinteso che porta Kant a scambiare ripetutamente
fatti contingenti, o addirittura falsi – ad esempio la geometria euclidea dello
spazio fisico –, per verità a priori».[87]
Quando Rovelli dice “completamente oggetto di conoscenza”, va
inteso ovviamente in prospettiva. La questione della conoscibilità o meno del
soggetto è stata uno dei motivi dominanti della filosofia continentale
postkantiana. Dove si è andati allegramente dalla assolutizzazione del soggetto (come nel caso degli idealisti
tedeschi) fino alla scoperta della debolezza
del soggetto (come nel caso degli esistenzialisti o di Freud), o anche fino
alla evanescenza del soggetto (come
nel caso di Nietzsche o Heidegger).
90. La confutazione della prospettiva kantiana non avrebbe potuto
esser più radicale e totale. Nel brano citato, Rovelli è lucidissimo: Kant “apre
la porta al malinteso dell’inconoscibilità del soggetto”. Il soggetto (Io penso
o appercezione trascendentale) non è
altro che un sistema fisico che porta
informazione. Come tale non è nulla di misterioso e dunque, in linea di principio,
potrebbe essere completamente oggetto di conoscenza. Viene così destituita di
ogni fondamento tutta la riflessione sulla soggettività
che procede da Kant (e prima ancora da Cartesio) e si dirama per tutta la
filosofia continentale. Compresa la divisione interna del soggetto tra conscio
e inconscio.[88] Non c’è, secondo Rovelli, una conoscenza ineluttabilmente privata (come sostiene invece Faggin)
anche se, allo stato attuale, sappiamo farla comunicare con l’esterno solo
attraverso le vie traverse delle espressioni emotive, del linguaggio o magari
della poesia. C’è continuità totale tra il nostro cervello, la mente, il nostro
corpo, il mondo esterno. Siamo fatti della stessa physis di cui sono fatti i sassi. In questo consiste l’eguaglianza di tutte le cose, secondo
Rovelli. Niente misticismo, dunque, niente empatetismo
che non si fondi solo su canali fisici
di comunicazione reciproca (compresa l’informazione,
la quale deve sempre avere un supporto fisico di qualche tipo[89]). Oltretutto,
per via meramente fisica, alcune parti di noi sono in comunicazione con le più
lontane galassie, visto che da queste possono giungere fino a noi le onde gravitazionali. Le quali onde
interagiscono con noi e modificano, seppure in forma impercettibile, il corpo
fisico di cui siamo fatti.
91. In più, secondo questa prospettiva, non ci possono essere anime separate dai corpi. Con tutte le relative
conseguenze per la teologia. In proposito si può vedere come Kant discuteva la
questione degli spiriti.[90] Se tutte le cose sono uguali, allora abbiamo una sola physis. Non si intende sostenere
qui che, nella storica controversia, abbia vinto il materialismo. La
prospettiva di Rovelli chiarisce – finalmente – il fatto che molto materialismo
è volgare, così come sicuramente è altrettanto volgare molto spiritualismo.
Possiamo dire che questa physis è del
tutto naturale (i due termini, si sa,
significano esattamente la stessa cosa).
Essa comprende, in termini esclusivamente di processi fisici, anche ciò che,
nella tradizione, si considera invece come spirituale. Cose come l’informazione,
le emozioni, il linguaggio, il pensiero, la logica, la matematica.
92. Cade anche il confine tra vivente e non vivente. Un
confine misterioso che in campo filosofico ha dato luogo, sempre nel Campo
continentale, a svariate forme di vitalismo.
Tra i due elementi c’è perfetta continuità, anche se il vivente, grazie alla
sua scala macroscopica complessa, acquisisce proprietà particolari. Ovviamente
in questa continuità è compresa l’evoluzione della vita sulla Terra.[91] Come
noi siamo in grado di registrare (anche se non conosciamo ancora con precisione
le modalità) una serie di ricordi personali e di riprodurli nella nostra mente
e di tradurli in comunicazione esterna, così nel codice genetico sta la memoria del vivente, delle specie viventi, la
memoria accumulata attraverso tutte le prove ed errore compiute. Il tutto collocato,
come s’è visto, sul gradiente dell’entropia. La dipendenza della vita dall’energia
e dalle sue trasformazioni fa della vita un’entità comunque fisica. L’evoluzione,
attraverso la genetica, accumula l’informazione, tiene traccia di quanto accaduto (come gli storici e le culture
umane). Per far questo deve contrastare la dissipazione e quindi ha bisogno di
essere alimentata. L’energia solare, distribuita al pianeta terra, ha
costituito e continua a costituire il carburante neg-entropico che ha permesso finora
l’accumulo della informazione evolutiva.
93. La vita contiene elevata
informazione. Dunque deve costantemente contrastare la dissipazione
termodinamica. Mantenersi vivi, significa avere accesso a energia utile rispetto
a quella che dissipiamo. Usarla per agire e produrre informazione. Scrivere un
testo – come quello che state leggendo – implica produrre ordine dal disordine,
implica andare in direzione contraria alla dissipazione. Il computer dissipa
energia, il corpo dello scrivente dissipa energia. Ciò nonostante il vivente,
grazie alle connessioni (informazioni accumulate) è in grado, localmente, di produrre
ordine (o di limitare il disordine). Esempio fisico banale: il carbone
accumulato nelle precedenti ere geologiche è una memoria/ informazione che noi
possiamo estrarre e utilizzare, producendo tuttavia a nostra volta dissipazione.
Noi usiamo la memoria che è accumulata nelle biblioteche, nel linguaggio, nella
cultura per per contrastare il disordine che ineluttabilmente avanza. L’ordine
prodotto e mantenuto è tuttavia sempre e soltanto locale, poiché la legge termodinamica generale del cosmo sembra condurre
il tutto, ineluttabilmente, verso la morte termica.
94. Rovelli, nella chiusa, non ci fa mancare un finale da Cantico delle creature, di ispirazione
naturalista e carico di pathos: «Quando
osserviamo e studiamo il mondo, non siamo soggetti trascendenti distinti dal
mondo. Siamo parte di quel mondo che conosciamo e descriviamo. Non siamo
stranieri nella realtà: siamo a casa. [...] Per questo dovremmo rivolgerci al
mondo come ci rivolgiamo ai nostri fratelli e sorelle. Il resto del mondo è
come noi: un sistema fisico. È nostro fratello di sangue. Ogni parte
interagisce con un’altra come noi interagiamo con gli altri e con il resto del
mondo».[92] Compresa evidentemente la sorella
morte, di francescana memoria. I monopolisti della spiritualità volgare ne saranno disgustati, ma questo con ogni
probabilità è un loro limite.
Appendice. Come funziona la scienza?
Rovelli, in questa Appendice (pp. 179 - 206), produce una
sere di osservazioni complementari legate al metodo scientifico. Sebbene in forma minimalista, egli avanza una
serie di idee sul metodo scientifico e sulla filosofia della scienza di
notevole rilievo, che meriterebbero un articolato approfondimento. Poiché, con
tutto ciò, si finirebbe per aprire un ulteriore enorme capitolo a proposito del
confronto tra scienza e filosofia, abbiamo ritenuto di soprassedere. Anche per
la dimensione di notevole lunghezza ormai raggiunta da queste note. Sarà per un’altra
volta.
OPERE CITATE
2025 Battiston, Roberto , Energia. Una storia di creazione e distruzione, Raffaello Cortina, Milano.
2024 Coelho, Ricardo, Lopes, What Is Energy? An Answer Based on the Evolution of a Concept, Springer, Cham Switzerland.
2014 Rovelli, Carlo, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina, Milano.
2017 Rovelli, Carlo, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano.
2018 Rovelli, Carlo, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS MediaGroup SPA, Milano.
2020 Rovelli, Carlo, Helgoland, Adelphi, Milano.
2023 Rovelli, Carlo, Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao, Solferino, Milano.
2025 Rovelli, Carlo, L’eguaglianza di tutte le cose, Adelphi, Milano.
1953
Quine, Willard van Orman, From a Logical
Point of View. Nine logico-Philosophical Essays, Harvard University Press,
Cambridge. Tr.
it.: Da un punto di vista logico. Saggi
logico-filosofici, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004.
NOTE
[1] Per la Prima parte, vedi: A proposito della “physis” di Carlo Rovelli. Prima parte - Città Futura on line . Oppure vedi il relativo post su questo stesso blog. L’immagine in copertina è una delle tracce lasciate sugli strumenti di rilevazione da parte delle onde gravitazionali. Preciso di non aver fatto uso, in questo lavoro, di alcuno strumento di intelligenza artificiale.
[2] La questione comunque è ancora alquanto
controversa. Lee Smolin, uno degli storici collaboratori di Rovelli, sembra
propenso a una qualche rivalutazione del tempo.
[3] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso.
P. 101-102.
[4] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso.
P. 101.
[5] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso.
P. 102.
[6] Chi voglia una panoramica sulla
termodinamica e sulle questioni connesse, può consultare il recente Battiston
2025.
[7] Prevengo l’obiezione ovvia: nella macchina a
vapore, il calore del vapore si trasforma in lavoro meccanico utile. Certo,
tuttavia, secondo i principi della termodinamica, la macchina a vapore, con il
suo funzionamento, produce una dissipazione
di calore che non è più recuperabile. La macchina, per continuare a lavorare
deve essere costantemente alimentata dall’esterno.
[8] Cfr. Coelho 2024. Questo volume ha il pregio
di evidenziare la grande disparità di pareri che esiste tuttora tra gli esperti
intorno alla nozione profonda di energia.
[9] Questo termine sembra risalga all’astronomo
Arthur Eddington.
[10] Cfr. Rovelli 2017: 137.
[11] Cfr. Rovelli 2017: 137-138.
[12] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso.
P. 103.
[13] Cfr. Rovelli 2017: 138-139.
[14] Cfr. Rovelli 2017: 139-140.
[15] Cfr. Rovelli 2017: 140-141.
[16] Cfr. Rovelli 2017: 141.
[17] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso.
P. 103.
[18] Cfr. Rovelli 2017: 143.
[19] Cfr. Rovelli 2017: 143.
[20] Cfr. Rovelli 2017: 144.
[21] Cfr. Rovelli 2017: 143-144.
[22] Cfr. Rovelli 2017: 145-146.
[23] Ciò che è improbabile, ha elevata
informazione.
[24] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso.
P. 104.
[25] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso.
P. 104.
[26] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Memoria.
P. 108.
[27] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Misure.
P. 108-109.
[28] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Misure.
P. 109.
[29] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Cause.
P. 109.
[30] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Cause.
P. 110.
[31] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 112.
[32] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 116.
[33] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 116.
[34] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 117.
[35] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 117-118.
[36] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 118.
[37] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 119.
[38] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 120.
[39] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 120-121.
[40] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 123.
[41] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà.
P. 123.
[42] Vedi nota n. 1 .
[43] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 125-126.
[44] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 126.
[45] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 127.
[46] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 130.
[47] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Unità.
P. 131.
[48] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 132.
[49] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 133.
[50] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 134.
[51] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 136.
[52] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 141.
[53] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 141-142.
[54] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 142- 143.
[55] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 143.
[56] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 144.
[57] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 145.
[58] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 145-146.
[59] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 146.
[60] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 146-148.
[61] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 148-149.
[62] Cfr. Quine 1953.
[63] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta.
Molteplicità. P. 149-150.
[64] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Relazioni. P. 151.
[65] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Relazioni. P. 154.
[66] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Relazioni. P. 155.
[67] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Relazioni.
P. 156.
[68] Non metto in dubbio che Bohr possa
benissimo essere stato influenzato dal clima culturale danese, come suggerisce
Rovelli, ma ciò non basta a qualificare come idealista l’interpretazione di Copenhagen. Altrimenti ricadiamo nel
dualismo tra idealismo / materialismo.
[69] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Relazioni. P. 158.
[70] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Relazioni. P. 158.
[71] Si tratta della vita estetica, della vita
etica e della vita religiosa.
Ricordo che gli esistenziali kierkegaardiani
sono praticamente degli a priori.
Dunque hanno quella caratteristica fondazionale che invece Rovelli rifiuta
fermamente. La soggettività di Rovelli non è affatto fondazionale.
[72] Cfr. Rovelli 2023: Zuangzi, la conoscenza
dei pesci.
[73] Cfr. Rovelli 2020: V.3.
[74] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P.
160.
[75] Ricordo che i tre esistenziali
kierkegaardiani si escludono rigorosamente: aut-aut.
[76] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P.
160.
[77] Si riabiliterebbe il dualismo materia/
spirito.
[78] Rovelli cita D. J. Chalmers e Thomas Nagel
[79] Cfr. Rovelli 2023: Zuangzi, la conoscenza
dei pesci
[80] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P.
163.
[81] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P.
163-164.
[82] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Fondamenti. P. 170.
[83] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Fondamenti. P. 172.
[84] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Fondamenti. P. 174.
[85] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Fondamenti. P. 174.
[86] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti.
P. 174.
[87] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Fondamenti. P. 176.
[88] Ciò non significa che, in noi, non ci siano
processi che non siamo in grado di portare a coscienza. O che possiamo portare
a coscienza solo in certi casi o con particolari metodi. La nostra auto
coscienza necessariamente emerge proprio dai processi (relazioni) sottostanti.
Poiché il nostro corpo non può essere un sistema isolato, possiamo anche
pensare, se ci fa piacere, che noi siamo quel che siamo anche perché, in
qualche modo, siamo in relazione con il cosmo intero. Relazione di tipo fisico,
si intende. Senza il bosone di Higgs sembra che non ci sarebbe massa. Dunque
siamo “connessi” anche col bosone.
[89] Possiamo tranquillamente generalizzare i
risultati di Shannon e Weawer nel campo della teoria della informazione. I
quali risultati sono in perfetto accordo
con la termodinamica e con l’entropia.
[90] Cfr. la Monadologia
fisica e I sogni di un visionario
di Kant.
[91] Non sappiamo ancora se si tratta di un
fatto unico, oppure se simili processi evolutivi sono in corso su altri
pianeti. Per ora è per noi decisamente difficile fare “osservazioni” che ci
permettano di rispondere alla domanda.
[92] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta.
Fondamenti. P. 176-177.
.
