1. La meccanica quantistica è ormai vecchia di un secolo. Sul
piano tecnico e pratico funziona a quanto pare perfettamente. E trova
continuamente nuove conferme e applicazioni. Una vera pacchia. Ciò nonostante,
non c’è ancora accordo definitivo tra gli specialisti su come essa debba essere
effettivamente interpretata. Ci sono tuttora diverse teorie concorrenti,
nessuna delle quali sembra sia riuscita ad avere ragione definitiva delle
altre.
Tutte le precedenti
grandi rivoluzioni nella fisica hanno comportato importanti conseguenze nel
campo sociale e culturale. E altrettante rivoluzioni nel campo filosofico.
Hanno contribuito a modificare radicalmente il nostro senso comune. Non è
questo il caso della meccanica quantistica. Nonostante certi luoghi comuni
siano divenuti senz’altro di moda, magari a base di gatti che stanno in
sovrapposizione, un serio confronto tra la meccanica quantistica e la filosofia
latu sensu deve ancora venire.
Per questo ritengo sia estremamente
utile il recente libretto di Carlo Rovelli, uscito da Adelphi, che porta il
titolo, alquanto criptico, de L’eguaglianza
di tutte le cose. È il resoconto di una serie di lezioni che il nostro
fisico ha recentemente tenuto alla Università di Princeton, invitato dalla
locale facoltà di filosofia. Lo scopo delle lezioni era proprio quello di
aprire un dialogo, tra fisici e filosofi, sul significato della teoria stessa.[1]
2. Ancora l’annosa questione del rapporto tra fisici e filosofi! Solo recentemente i due mondi culturali sono divenuti
così diversi. Galileo, ad esempio, si considerava matematico e filosofo.
Fino a tutto il Seicento e Settecento, uno come Newton poteva fregiarsi del
titolo di filosofo naturale. Kant,
ancora, si occupava ugualmente di astronomia, metafisica e geografia. Poi, lo specialismo da un lato e il dogmatismo dall’altro hanno
ineluttabilmente preso il sopravvento e il dialogo tra fisici e filosofi è
diventato sempre più difficoltoso e raro. Da un lato, la filosofia continentale
ha spesso tentato di spiegare paternalisticamente alla scienza cosa avrebbe
dovuto fare e pensare. Si veda, ad esempio, il caso di Edmund Husserl.
Dall’altro la scienza ha spesso ignorato la filosofia, di qualsiasi tipo,
relegandola nel mondo delle fantasie e delle astrusità. Certo, alcuni momenti
di dialogo e confronto ci sono stati, ma non si è certo trattato della regola.
3. Il risultato di questa progressiva divaricazione tra fisica
e filosofia, oggi, è la condizione di stato
di assedio in cui si trova la scienza in Occidente: nonostante gli
importanti e decisivi risultati pratici della scienza, la visione scientifica
del mondo viene oggi contestata da un pubblico sempre più estraneo e
diffidente. Non è un caso che i NoVax, insediati nei centri di potere,
pretendano oggi di decidere la politica sanitaria, oppure che il relativismo
più becero venga insegnato nelle università. Non è un caso che le facoltà
umanistiche siano spesso monopolizzate dalla filosofia continentale più
oscurantista e antiscientifica. Sul piano storiografico, alla scienza e alla
tecnica sono addebitate catastrofi come la Shoah, sono attribuite le guerre che
continuano a imperversare, la persistente minaccia nucleare e la distruzione
dell’ecosistema planetario. Gli investimenti per la ricerca scientifica spesso
non sono visti di buon occhio dalle opinioni pubbliche nazionali, che
preferiscono distribuzioni di benefit
immediati e riduzioni fiscali. Salvo strillare, quando poi si scopre che: «Gli
altri sono più avanti di noi!», oppure che «I nostri ricercatori vanno
all’estero».
4. Si tratta allora di cogliere l’occasione offerta dal libro
di Rovelli, intanto per cercare di capire, seppure approssimativamente, cosa effettivamente stia avvenendo nel
campo della fisica avanzata e, poi, per cercare di capire quali possano essere
le conseguenze delle nuove scoperte sulla filosofia.
Ovviamente, per
instaurare una base comune di dialogo, si tratta di mettere via una volta per
tutte – da parte dei filosofi – l’atteggiamento critico paternalistico nei
confronti del pensiero scientifico. Occorre riconoscere che la divisione del
lavoro ha comunque un senso, che i risultati della scienza odierna non sono
sparate occasionali e che dietro ai risultati consolidati della scienza c’è una
comunità scientifica in grado di
validare e controllare, per quanto possibile, i propri risultati. Peraltro, si
tratta di un sistema di autogoverno assai più rigoroso di ciò che accade,
invece, tra i filosofi, dove per lo più imperversano le mode, dove si celebrano
maestri e profeti, dove vige l’anarchia più totale, dove funzionano anche i
centri di potere e i veti incrociati.
Ma anche da parte degli
scienziati si tratta di metter da parte un certo atteggiamento di splendida
autonomia. Ritenere di poter procedere unicamente sulla base dei “fatti”.
Quando tuttavia anche i fatti sembrano svanire,
come nel caso del mondo quantistico, anche gli scienziati, o almeno i più
accorti di essi, si accorgono di avere ancora bisogno della filosofia. La
fisica teorica poi non può che mescolarsi inestricabilmente con la filosofia.
Rovelli è un caso esemplare. Parallelamente al suo lavoro specialistico, ha
sempre sentito il bisogno di ricorrere alla cultura filosofica e alla
riflessione filosofica. Come testimoniano le sue numerose pubblicazioni.
5. Un incontro tra fisica e filosofia è un viaggio senza
paracadute e cinture di sicurezza. Da ambo le parti, il pericolo è quello dei
dilettanti allo sbaraglio. Si tratta di non lasciarsi scoraggiare dalle
difficoltà. Sarebbero utili alcune avvertenze metodologiche. Il metodo ha da essere quello degli storici della scienza e degli storici della filosofia. Si tratta
anzitutto di ricostruire le teorie
(fisiche e filosofiche) nella maniera più attendibile possibile, cercando di produrre
le opportune traduzioni necessarie. Cercando di superare gli specialismi e
stabilire dei punti fermi che possono rendere possibile la reciproca
informazione, il dialogo e il confronto critico.
Quel che mi propongo di
fare – nei limiti di un breve saggio divulgativo come questo – è una lettura analitica delle tesi di Rovelli
e di un loro confronto con la tradizione filosofica comunemente intesa, quella
che si trova nei dizionari, nelle enciclopedie e nei manuali di storia della filosofia. Come si vedrà, un problema
fondamentale sarà ancora una volta quello dell’analisi dei concetti. Wittgenstein notoriamente sosteneva che la gran parte dei
problemi della filosofia sono problemi che nascono nell’ambito del linguaggio.
Spesso la chiarificazione linguistica mostra che si tratta di falsi problemi. O
di problemi superati.
6. Quando si tratti di simili argomenti, l’ostacolo fondamentale è quello del formalismo matematico. I limiti dovuti alla formalizzazione sono in un certo senso invalicabili. Non c’è spazio, in una sola vita, per sviluppare una formazione logico matematica adeguata a cose come la meccanica quantistica e, nello stesso tempo, per acquisire una conoscenza non banale della storia della filosofia occidentale e dei suoi concetti costitutivi. D’altro canto la storia della filosofia è un pozzo senza fondo. Se non la si vuol banalizzare, non la si può ridurre alla trattazione sommaria della manualistica. Per capire a fondo cose come Platone, Aristotele, Kant, Hegel, Husserl e simili non basta una vita. Si tratta allora di mettere in pratica una seria impresa di traduzione. Il libro di Umberto Eco dedicato alle questioni di traduzione si titolava opportunamente Dire quasi la stessa cosa. Rovelli ha senz’altro cercato di fare questa opera di traduzione, dal formalismo al linguaggio filosofico. Sta anche ai filosofi cercare di realizzare una traduzione dai risultati della fisica alla teoria filosofica.
...=oOo=…
Per comodità espositiva seguirò – anche se non sempre – l’andamento delle lezioni di Rovelli. Data la voluminosità del tutto, ho suddiviso la trattazione in due parti. Nella prima parte prenderò in esame le prime tre lezioni. Nella seconda parte mi occuperò delle ultime tre. Dato il carattere dell’argomento, è scontato che ci siano delle ripetizioni. Anche Rovelli – per fortuna – ogni tanto si ripete. Ho cercato di ridurre le ripetizioni al minimo. Comunque, entro una certa misura, repetita juvant. Il carattere di questo lavoro implica necessariamente un ampio uso di citazioni. Se avessi sempre sintetizzato con parole mie il pensiero di Rovelli, il risultato sarebbe stato ben peggiore. D’altra parte si tratta di un lavoro di studio e non certo di una semplice recensione. E per studiare con qualche efficacia è necessario prendere appunti.
...=oOo=…
Prefazione
7. Dalla breve Prefazione
di Rovelli al suo volume, colgo quanto segue. Dice Rovelli: «“Sull’eguaglianza
di tutte le cose” è il titolo dello straordinario secondo capitolo del
«Zhuangzi» […], uno dei grandi libri dell’antichità. Allude all’antifondazionalismo
a cui ritengo ci conduca la scienza moderna: elettroni e mente, sassi e leggi,
giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa gli uni dagli
altri. Sono nozioni che si illuminano a vicenda. Questo è il mondo che vedo
emergere dalla rivoluzione scientifica del XX secolo e che cerco di illustrare
nelle pagine che seguono».[2]
La parola chiave sembra
essere qui antifondazionalismo. È
appena il caso di ricordare che la filosofia, fin dalle origini, fin da Talete,
si è invece preoccupata proprio dei fondamenti.
Anche quando ha disperato di trovarli. Taluni filosofi hanno anche negato che
questi fondamenti esistessero davvero,
dando vita a prospettive di tipo scettico
o relativistico.[3] In taluni casi,
proprio gli scettici e i relativisti hanno permesso notevolissimi avanzamenti,
come nei casi di Locke e Hume. In altri casi, si vedano ad esempio i recenti
filosofi postmoderni, si sono accontentati di fare del mero vandalismo.[4]
8. Siccome le filosofie postmoderne (compresi alcuni loro
illustri predecessori) hanno a lungo strillato e guaito sulla catastrofe della
assenza dei fondamenti, è il caso di precisare, fin da qui, che invece, secondo
il nostro Autore, la scienza moderna (e la nostra stessa cultura) può invece
stare benissimo, e prosperare anche, senza
fondamenti. A patto di rivedere
alcuni nostri radicati concetti che, per quanto comuni e diffusi, oggi risultano
semplicemente sbagliati. L’anti fondazionalismo di Rovelli, come vedremo, non
andrebbe dunque confuso con la farsa filosofica postmoderna.
Prosegue, infatti,
Rovelli, forse per provocare proprio coloro che cercano i fondamenti, o che ne
piangono la perdita, affermando che il nostro: «È un mondo che non è fatto di oggetti, non occupa uno spazio, non
si svolge in un tempo e non è governato da cause ed effetti. È tessuto da
relazioni, composto dall’intrecciarsi di prospettive, può essere descritto solo
dal suo interno. Ci invita a modificare i concetti con cui siamo abituati a
organizzare la realtà, ad abbandonare certezze e rinunciare a fondamenti ultimi».[5]
Se posso aggiungere un’osservazione, anche se Rovelli non ne parla proprio, questo anti fondamentalismo che deriva dalla fisica odierna non può che avere anche una connotazione anti teologica.[6] Tutte le grandi teologie delle grandi religioni hanno sempre proliferato sulla base delle comuni visioni scientifiche del loro tempo. Anche se poi hanno finito per fissarle dogmaticamente e per fossilizzarle. Che il fondazionalismo, oggi, stia diventando piuttosto difficile da sostenere costituisce senz’altro anche una sfida alle teologie.
Lezione prima. La struttura relazionale della realtà.
9. La prima lezione di Rovelli ha per titolo La struttura relazionale della realtà.
Il compito che l’Autore qui si propone – anche se non lo dice esplicitamente –
è quello di definire le basi e i limiti per una nuova ontologia. Si tratta, per
dirla alla Quine,[7] in soldoni, di definire «Che cosa c’è». In effetti, la
nostra tradizione ontologica, a partire dal Settecento, da quando esiste la
parola ontologia, ha indubbiamente
avuto una predilezione fondazionalistica. Tuttavia anche molta della precedente
metafisica occidentale era sicuramente fondazionalistica. Solo recentemente
abbiamo compreso come anche l’ontologia può essere antifondazionale. Un esempio
tipico è l’ontologia di John Searle.
10. Propongo qui un breve montaggio delle prime battute introduttive di Rovelli che danno un senso alla intera lezione (o, anche, all’intero insieme delle sei lezioni): «Continuiamo a scoprire prospettive nuove, che ci aprono nuovi sguardi sulla realtà. L’aspetto che mi affascina della scienza è questo continuo aggiustamento dei nostri concetti, che si devono adattare a quanto impariamo. [...] Oggi, la rivoluzione scientifica in corso è [...] dirompente. Ma credo che la sua piena portata filosofica non sia stata ancora digerita. Parte della filosofia si tiene alla larga dalla scienza contemporanea. Penso sbagli. [...] Queste pagine sono una riflessione sulle implicazioni concettuali e filosofiche di questa rivoluzione, il mio contributo a cercare di dirimerle. Provo a riassumere quanto mi sembra di comprendere oggi di questo sapere, dopo una vita trascorsa nella fisica fondamentale, costeggiando il bordo di ciò che sappiamo».[8]
Terra
Segue, dall’Autore, un
invito ad abbandonare concetti troppo legati alle nostre esperienze quotidiane,
locali e limitatamente “terrestri”. Rovelli osserva che, rispetto alla scala
cosmica, la superficie della terra è molto piccola; sulla terra ci sono oggetti
percepibili distintamente e la superficie è circondata dall’aria. Un quarto
della superficie della terra è molto rigida e la gravità è più o meno la stessa
ovunque. Il luogo in cui viviamo ha dunque un aspetto assai particolare se
paragonato con il cosmo più ampio. Un bambino che cresce in un villaggio pensa
che il mondo sia tutto uguale al suo villaggio. Non è sempre facile liberarsi
delle idee del borgo natio. Ci viene istintivo prendere particolarità locali per verità
universali. Si formano così i pregiudizi. Osserva Rovelli: «Nel vasto
mondo, non esistono oggetti, spazio vuoto, modi assoluti per localizzare
eventi, non significa nulla dire che qualcosa resta nello stesso luogo. Non
significa nulla parlare di un «adesso» in luoghi lontani, non esiste un tempo
comune... La realtà, come vedremo via via, è più complessa, più varia, di
quella a cui siamo abituati».[9]
11. È appena il caso di precisare qui – mi capiterà di ripetere più volte simili osservazioni – che Rovelli è tutt’altro che scettico e relativista. Crede nella scienza e nello sviluppo scientifico, tanto da considerare dirompente la rivoluzione scientifica in corso. Tanto da chiederci di modificare i nostri concetti, per adeguarci proprio a questa rivoluzione. È senz’altro facile obiettare circa l’utilità o l’urgenza di cambiare i nostri concetti, visto che, presumibilmente, trascorreremo la nostra vita nel nostro ambiente domestico, ben appiccicati alla sottile superficie del nostro pianeta, senza mai abbandonare la nostra città o il nostro villaggio. Oggi non è facile trovare obiezioni a questo pragmatismo spicciolo dilagante, tuttavia val la pena di provarci, sennò tanto vale chiudere subito il libro di Rovelli.
Velocità
12. Rovelli, allo scopo di sostenere l’esigenza di modificare i
nostri concetti troppo strettamente domestici,
rammenta il caso storico della relatività
galileiana del moto. Cioè, la nota questione secondo cui, per sapere se un
oggetto è in moto o in quiete, occorre sempre un sistema di riferimento.
Così spiega Rovelli: «Non
esiste un riferimento assoluto che ci permetta di dire cosa sia fermo e cosa si
muova, se non relativamente a qualcos’altro. L’unica cosa che ha senso chiedere
è se un oggetto sia fermo o no rispetto a
qualcosa. La domanda se un oggetto sia fermo o si muova di per sé non ha significato».[10] E
prosegue di conseguenza: «Un riferimento assoluto,
nella nostra attuale comprensione del mondo, non esiste». Vedremo che questa
ultima affermazione circa l’assenza di un
riferimento assoluto non riguarda solo il moto, bensì sia una
caratteristica della realtà stessa: in generale si può dire anticipatamente che
non ci sono riferimenti assoluti. Insomma,
la nozione di relatività (in senso
fisico einsteiniano) ha fatto decisamente strada.
13. È appena il caso di ricordare i dibattiti filosofici
susseguiti alla rivoluzione einsteiniana. Taluni filosofi conclusero allora
che «Tutto è relativo». Si disquisì
intorno alla perdita delle certezze.
Si fecero serie riflessioni sulla crisi
del pensiero e della cultura europea. Il cosiddetto pensiero
della crisi divenne di moda. Ovviamente la crisi era accompagnata da un
senso soggettivo di esaurimento, di decadenza, di spaesamento. Viste oggi,
tutte quelle grida sembrano piuttosto fuori luogo. Poco più di una moda. Nella
nostra vita quotidiana non entriamo quasi mai in contatto con questioni legate
alla relatività del moto. Si veda, come eccezione, il celeberrimo brano
sull’esperimento mentale del gran
naviglio di Galilei.[11] Men che mai ci confrontiamo direttamente con
questioni relativistiche. Tuttavia, il nostro ambiente più ampio in cui siamo
collocati è completamente relativistico. Commenta Rovelli: «Temo che ci sia da
parte della filosofia contemporanea intrappolata in questo errore. L’errore è
ritenere che i concetti che abbiamo siano necessariamente adeguati a
comprendere la realtà, anche al di là dell’ambito in cui questi concetti si
sono formati».[12]
14. Poco più in là, Rovelli anticipa una questione fondamentale
per la sua prospettiva: «[…] ci sono proprietà che attribuiamo alle cose, che
non riguardano le cose stesse, ma riguardano relazioni con altre cose».[13]
Rovelli evidenzia cioè l’interazione
onnipervasiva tra l’osservatore e le cose osservate: «[...] non esiste un «al
di fuori del mondo», non esiste un luogo privilegiato da cui guardare il mondo dall’esterno.
Il mondo lo descriviamo sempre dal di
dentro».[14]
15. Si noti che questa osservazione di Rovelli rompe un modo di
pensare consolidato. Nel nostro piccolo, ci abbiamo messo secoli a imparare a
considerare il mondo come qualcosa di oggettivo,
di diverso da noi, dalle nostre molteplici prospettive soggettive. Sto parlando
del cosiddetto decentramento. Su
questo punto, nella nostra esperienza quotidiana, possiamo tranquillamente
“oggettivare” (considerare in modo separato da noi), magari facendo qualche
sforzo, un sacco di cose che rientrano nella nostra esperienza. Questo
bicchiere di acqua, sul tavolo, non dipende da me. Questo dolore al ginocchio
non dipende (direttamente) da me. Quello che l’elettore Tizio deciderà di
votare non dipende da me. Il terremoto non dipende da me. In generale, molte
prescrizioni del metodo scientifico comunemente inteso richiedono di evitare di interagire con quanto
vogliamo osservare e conoscere “oggettivamente”. Gli strumenti di misura si
ritiene debbano essere indipendenti da quel che viene misurato. Questa
“separazione” nei confronti dell’oggetto, che pratichiamo abbastanza
comunemente, al nostro livello macroscopico, funziona perfettamente in tanti
casi, in certi casi può essere anche obbligatoria. Ma ontologicamente, secondo Rovelli, non ha alcun fondamento. Rovelli ci chiede, in altri termini, di
ammettere che, per quanti sforzi possiamo fare per ampliare il nostro
decentramento, non riusciremo mai a esser completamente al di fuori. In una posizione di perfetta indipendenza,
16. Vale la pena di approfondire questo argomento. Se facciamo
così tanta fatica e lavoro per tenere a bada le interazioni non desiderate, che possono perturbare gli oggetti
della nostra conoscenza, allora forse dovremmo riconoscere, con Rovelli, che le
interazioni sono davvero un fatto comune, sono davvero ovunque. Disperatamente,
mettiamo certi nostri raffinati strumenti di osservazione nelle lande più
deserte, o nella cavità delle montagne, per isolare e tenere sotto controllo
solo le variabili che ci interessano. Ma sappiamo bene che non potremo mai
eliminare tutte le interazioni
indesiderate.
Anche nella nostra vita
sociale siamo subissati di interazioni, tanto che ogni tanto abbiamo bisogno di
una considerazione “obiettiva”, cioè indipendente da noi, delle nostre
faccende. E quindi cerchiamo di tenere fuori campo tutte le interazioni
indesiderate, i vari disturbi e i condizionamenti.
Vogliamo dal medico una diagnosi obiettiva. Pretendiamo dal giudice una
imparzialità ferrea. L’intervistatore non deve influenzare l’intervistato.
L’elettore nella cabina elettorale non deve essere influenzato. L’insegnante
quando parla dalla cattedra, dovrebbe essere il più imparziale possibile e,
eventualmente, esprimere le proprie eventuali opinioni appunto come opinioni
personali e non come verità indubitabili. Ciò nonostante, ontologicamente, avverte Rovelli, restiamo sempre immersi in una
nuvola di interazioni. Dipendiamo da innumerevoli interazioni.
17. Il fatto che, comunque, ci sia perfetta continuità tra noi
e tutto il resto, e quindi siamo costantemente contaminati, costretti a guardare alle cose sempre dal di dentro, implica che i nostri concetti (ciò che usiamo per pensare)
sono sempre di tipo locale. Anche se
la località talora può allargarsi un po’. Sono sempre concetti prospettici che saranno sempre connessi a qualche punto di vista.
Osserva Rovelli: «Temo che ci sia una parte della filosofia contemporanea
intrappolata in questo errore. L’errore è ritenere che i concetti che abbiamo
siano necessariamente adeguati a comprendere la realtà, anche al di là dell’ambito
in cui questi concetti si sono formati. L’errore è restare aggrappati a uno
schema concettuale, non rendersi conto che potrebbe non funzionare più, alla
luce di quanto vediamo, quando guardiamo un po’ più in là».[15]
I concetti della filosofia, dunque, a causa della nostra localizzazione inevitabile al di dentro di un mondo prospettico, non possono mai avere nulla di assoluto. Sono concetti per lo più domestici, storici e locali che dipendono sempre dal contesto. Anche qui, ciò non significa che li possiamo tranquillamente buttare. Significa che dobbiamo usarli con consapevolezza contestuale. E possiamo anche attenderci la cosa più facile del mondo – di doverli cambiare all’occorrenza. Quando, nella nostra attività conoscitiva sistematica, mettiamo tra parentesi il contesto, sospendiamo l’uso comune dei concetti, quando definiamo accuratamente i concetti che intendiamo usare, lo facciamo, appunto, per tenere sotto controllo le interferenze indebite che non mancano mai. Ma questo avviene proprio perché le interferenze sono la norma e non l’eccezione. Il contesto c’è sempre. Possiamo momentaneamente controllarlo, ma poi riprende la sua influenza.
Quanti
18. A questo punto Rovelli presenta al lettore quello che sarebbe, secondo lui,
il nucleo filosofico – ontologico che
si può ricavare oggi dalla meccanica quantistica. La sua risposta alla domanda «Che
cosa c’è?». Gli aspetti fondamentali su cui occorrerebbe concentrare
l’attenzione sarebbero tre: l’interazione,
la probabilità (o l’indeterminismo) e
la granularità. Rovelli, nel piano
della prima lezione, si concentrerà soprattutto sul primo aspetto, l’interazione. Degli altri due aspetti si
limiterà a pochi accenni.
19. L’aspetto fondamentale della nuova visione del mondo è
costituito dunque dall’interazione (o
azione reciproca). In Rovelli 2014 l’Autore aveva definito questa prospettiva
come relazionalismo.[16] Si badi bene
– questo lo dico per certi filosofi nostrani – che l’interazione di cui parla
Rovelli non è di tipo logico,[17] tipo di interazione in cui i filosofi hanno
spesso sguazzato. È invece sempre di tipo fisico.
Spiega Rovelli: «Prima
della scoperta dei quanti, credevamo di poter pensare il mondo come formato da
oggetti con proprietà proprie, indipendenti da tutto il resto, dotate di un
valore definito a ogni momento».[18] Invece, dopo la meccanica quantistica,
accade che: «Le proprietà di un sistema
fisico non possono essere considerate indipendentemente dalle interazioni nelle
quali queste proprietà si manifestano e dai sistemi a cui si manifestano.
Questo è il cuore concettuale della meccanica quantistica. Talvolta questa è
chiamata «contestualità», cioè dipendenza (del valore delle variabili fisiche)
dal «contesto», cioè da cosa ci sta intorno».[19]
Dunque, pensare che il
mondo sia fatto di “oggetti con proprietà proprie” altro non è che un
pregiudizio, favorito dalla scala
domestica entro cui conduciamo le nostre vite quotidiane, e le nostre
speculazioni filosofiche.
20. Per intanto, suggerisce Rovelli, dovremmo abituarci a non
pensare più in termini di oggetti, di cose, bensì in termini di sistemi fisici. Certo, si tratta sempre
delle stesse “cose”. Ma non proprio le stesse a tutti gli effetti. Dice
Rovelli: «Vediamo di mettere ordine. La fisica usa l’espressione generica
«sistema fisico» per designare una qualunque porzione della natura: atomo,
coppia di fotoni, uomo, galassia... Per descriverne il comportamento usiamo
«variabili», come la posizione di un uomo, l’energia di un atomo, la frequenza
di un fotone o l’estensione di una galassia. Si chiamano «variabili» perché
variano: lo stesso uomo può avere ora una posizione, ora un’altra. Le variabili
di un sistema fisico si manifestano quando il sistema agisce su qualcos’altro:
l’interazione lascia una traccia, che dipende da queste variabili. Un uomo che
cammina sulla sabbia lascia una traccia sulla sabbia, che dipende dalla sua
posizione. Un fotone lascia una traccia sulla nostra retina, che dipende dalla
sua frequenza e che il nostro occhio vede come colore. E così via. Il salto che
la meccanica quantistica ci chiede di fare è smettere di pensare che le
variabili abbiano valori definiti anche
al di fuori da queste interazioni».[20]
21. Tradotto nella lingua della filosofia, sarebbe il caso di
concludere che non c’è proprio nulla che sia «in sé». Le cose «in sé» non
esistono proprio. In termini di esempio,
io, in quanto individuo umano, sono un sistema fisico (una porzione di natura)
caratterizzato dalle mie proprietà variabili (in numero senz’altro molto
elevato). Le mie numerose proprietà ci
sono soltanto in quanto, in un modo o nell’altro, sono rilevabili da qualcuno o da qualcosa. Sono osservabili. Cioè, lasciano
delle tracce. Per lasciare delle tracce, io, nel mio complesso, sono un ente determinato solo in quanto le mie
proprietà interagiscono con altro e così lasciano delle tracce. Sono le mie
interazioni tracciate che costituiscono me
in quanto sistema fisico in relazione con altri sistemi fisici. La nostra
interiorità è davvero un caso particolare, ma non sfugge alla regola generale.
La nostra memoria è fatta di tracce. Il nostro corpo lascia tracce nella nostra
mente. Col pensiero produciamo tracce che influenzano il nostro corpo, il
nostro linguaggio, il nostro ambiente. E così via.
Chiarisce Rovelli: «Per
un oggetto, avere una proprietà non significa altro che influenzare un altro oggetto in un certo modo. Le
proprietà di un oggetto sono relazioni
fra oggetti: si riferiscono a interazioni fisiche. In breve: la meccanica
quantistica è la scoperta che i valori delle variabili di ogni sistema sono
solo relativi a un altro sistema, e
sono realizzati solo in interazioni
con questo».[21] In altri termini, al meccanicismo
dovremmo sostituire un interazionismo.
22. Questa concezione è influenzata senz’altro dalla interpretazione relazionale della
meccanica quantistica, condivisa da Rovelli. Osserva Rovelli: «La fisica
quantistica ci chiede di abbandonare una venerabile struttura di pensiero che
ha sostenuto a lungo la nostra intera visione del mondo: l’idea che il mondo
possa essere pensato come composto da cose che hanno sempre proprietà proprie,
indipendentemente da altro. Per comprendere i fenomeni quantistici dobbiamo
pensare, al contrario, che le variabili che li descrivono prendano valore solo
al momento di una interazione. Il valore che prendono è una proprietà della coppia di sistemi in interazione. Il
mondo è inestricabilmente interconnesso».[22] Rovelli, per supportare quanto
sostenuto, presenta a questo punto l’esperimento della doppia fenditura che tuttavia, essendo piuttosto noto a livello
divulgativo, possiamo qui trascurare. L’esempio si trova a partire da pag. 32.
Ma si trova su ogni manuale di fisica.
23. Mi permetto qui di sottolineare un aspetto filosofico di
questa visione. Per Rovelli le interazioni hanno una loro effettiva realtà solo
in quanto lasciano tracce. La realtà
fisica dunque è pensabile come una catena
di tracce lasciate dalle interazioni. Ciò è senz’altro vero in generale a
livello atomico e sub atomico. Tuttavia una configurazione analoga la si può
ritrovare anche nel mondo della nostra quotidianità. Nel mondo sociale e
culturale, da tempo, si è affermata una particolare prospettiva che ha preso a
considerare l’intera attività sociale e culturale umana alla stregua di sistemi interconnessi di tracce. Basta
pensare alla storiografia, a Saussure, a Lévi-Strauss, Eco, Derrida, Searle,
Ferraris, e altri. Nella ontologia
sociale di John Searle, il mondo sociale è descritto integralmente ed
esaustivamente in termini di interazioni contestuali. Rovelli non entra nel
merito di questi aspetti filosofici, o di questi risultati nelle scienze umane,
poiché non è il suo campo, ma la prospettiva relazionale, variamente declinata,
ha già un suo sostanzioso posizionamento nell’ambito della filosofia e delle
scienze umane. Sarebbe interessante una lettura parallela delle due
prospettive.
24. Quel che dice Rovelli significa in generale che le proprietà che noi “osserviamo” di un sistema fisico non sono preesistenti, intrinseche, ma si generano o si determinano soltanto nell’ambito di qualche interazione fisica con il sistema fisico stesso. Senza concreta interazione fisica, niente proprietà. Le conseguenze teoriche di questo fatto sono di enorme portata. Osserva Rovelli: «Per secoli, fisica e metafisica hanno assunto che le variabili che descrivono una qualunque entità fisica cogliessero proprietà proprie di quella entità. E che tali proprietà esistessero indipendentemente da interazioni con altro. Che ogni oggetto, che interagisca con altro o no, avesse sempre proprietà proprie, ben definite. I fenomeni quantistici non sono compatibili con questa idea».[23]
Intermezzo personale
25. Poiché questa visione di Rovelli può lasciar perplessi, e
ci ha lasciati perplessi, abbiamo pensato di costruire un esempio. Questo
esempio è del tutto nostro, lo abbiamo svolto come esercizio. Per cui va preso con il beneficio dell’inventario. Rovelli non ne ha ovviamente alcuna
responsabilità. L’esercizio serve soprattutto per vedere se abbiamo capito bene
ciò che Rovelli ha presentato finora. Nella Lezione quinta Rovelli presenta
tuttavia un esempio abbastanza analogo, a proposito di una bottiglia d’acqua.[24]
26. Prendiamo la solita mela.
Siamo solitamente abituati a considerare filosoficamente
la mela come una sostanza che ha
delle proprietà sue proprie. Questa
prospettiva risale ad Aristotele. In italiano, mela è un sostantivo. Nel
corso della storia del pensiero scientifico, è il caso di ricordare la
distinzione tra le proprietà primarie e le proprietà secondarie. Colore,
volume, peso, densità, forma tridimensionale, proprietà chimiche e tutto il
resto. Ma possiamo anche aggiungere alla nostra sostanza altre proprietà
contestuali come l’appetibilità della mela da parte nostra (“buona”,
“commestibile”), o il suo valore economico. Ebbene, secondo la prospettiva di
Rovelli, tutte le proprietà variabili della
mela ci sono (= sono rilevabili in qualche modo, come proprietà) solo perché il sistema fisico mela interagisce con
altri sistemi fisici. Se non ci fossero interazioni, non ci sarebbero
proprietà.
27. Il colore è dovuto a un complesso intreccio tra la luce, il
sistema fisico mela e il nostro occhio, che è un altro sistema fisico
complicatissimo. Senza queste interazioni, niente color di mela. Il peso della
mela è dovuto, ovviamente, anche se non ci pensiamo mai, alla interazione con
la gravità terrestre e i relativi strumenti di misura. Anche il mio soppesare
la mela con la mano implica complesse interazioni gravitazionali. Il fatto che
la mela, dentro, abbia del succo liquido è dovuto alla interazione con la
temperatura ambientale, sennò il succo sarebbe ghiaccio, oppure vapore. Le
proprietà chimiche della mela sono dovute a interazioni complesse, tra loro,
degli specifici atomi degli elementi chimici (a loro volta sistemi fisici) che compongono la mela (alcuni si legano, altri no,
alcuni formano certe lunghe catene molecolari, altre no,…). Il fatto che la
mela non duri in eterno e si degradi, seppur lentamente, è dovuto alla
dissipazione entropica (dispersione di energia rispetto all’input originariamente
ricevuto, o se si preferisce, degradazione dell’informazione contenuta nella
chimica interna della mela), il che è pur sempre una forma di interazione con
qualcos’altro. Di solito non ci occupiamo della termodinamica della mela, ma
indubbiamente questo è anche un
aspetto della mela.
L’appetibilità della
mela da parte nostra si costituisce in una complessa relazione che si
stabilisce tra i nostri organi di senso il mio cervello e la mela che ho in
mano o che sto addentando. Il valore economico della mela si determina grazie a
interazioni complicatissime con un sistema economico vigente in una qualche
regione terrestre, a partire dal titolo di proprietà del campo dove la mela è
cresciuta, fino alla raccolta e distribuzione, leggi del mercato comprese. Vorrei
segnalare cortesemente al mio lettore che queste sono a pieno titolo
considerazioni filosofiche. Per convincersene, il lettore, se non è convinto,
vada a vedersi il famoso esempio del calamaio
di Husserl.
28. Questa mela, qui e ora, sul mio tavolo, dunque c’è come mela perché sta in tutte queste relazioni fisiche, o interazioni, e in
innumerevoli altre, qui trascurate, cui magari non pensiamo neppure. Vediamo un
esempio. La mela sicuramente, come il tavolo, sta vibrando per il rumore
sismico di fondo che, per altri versi e per altri strumenti di rilevazione,
sappiamo che c’è sempre. Questa sarebbe una proprietà del tutto “osservabile”
della mela, per la quale però si dovrebbe usare uno strumento apposito. Il fatto
che a nessuno venga in mente di studiare la sismografia della mela e del mio
tavolo non è un buon motivo per negare che la vibrazione della mela ci sia. Se
trovassimo una sola mela assolutamente insensibile alle onde sismiche di fondo,
dovremmo buttare a mare tutta la fisica che conosciamo (e anche questa sarebbe,
a rigor di logica, una interazione tra la mia mela e la stessa fisica).
29. Ma possiamo allargare ulteriormente. Se dentro la mela c’è
il bruco, anche questo sarebbe il risultato di una ben nota interazione. Se poi
la mela contiene un seme che, in certe condizioni, è in grado di dare vita a
una pianta di mele, ciò accade per via di uno sviluppo evolutivo terrestre, di
enorme complessità, e dei geni della specie mela che stanno nel seme e
costituiscono la “ricetta” per la costruzione della pianta “mela”, qualora si
verifichino le condizioni opportune. Si consideri che anche i confini della mela come oggetto, che a
prima vista sembrano piuttosto netti, in realtà non lo sono affatto: la mela
scambia energia con l’ambiente, riceve radiazione quando è illuminata, si
raffredda o si riscalda, emette il suo profumo di mela nell’aria, emette vapore
disidratandosi, e così via.
30. Tutte queste proprietà
variabili, dovute a innumerevoli interazioni, sono le proprietà che
costituiscono la mela (tutte di ordine
fisico, secondo Rovelli). La mela come sistema
fisico (sistema di variabili che si possono osservare) consiste di questo
fascio di numerosissime proprietà e nient’altro. Ma affinché ciascuna proprietà
sussista, occorre una interazione con un qualche osservatore (cosa, essere umano,
animale o strumento che sia).
A rigor di logica, di
proprietà in proprietà, il sistema fisico mela è possibile (Kant parlava di condizioni
di possibilità[25]) grazie allo stato relazionale attuale della mela con
l’intero universo o, per lo meno, con una sua regione amplissima. Quando
considero la mela come “oggetto”, chiaramente mi concentrerò su alcune
variabili locali di mio interesse e ne trascurerò innumerevoli altre. Solo per
brevità, nel mio mondo domestico, considero la mela come una “cosa” che posso
afferrare, mettere in borsa oppure addentare (ma anche queste sono relazioni!).
31. Una cosa da far notare è che, nel sistema fisico mela, tutte le proprietà fisiche variabili –
finché c’è la mela come mela – sono tra loro perfettamente compatibili. Anzi, sono tra loro ben connesse. Ognuna delle variabili osservabili da me è perfettamente
individuabile, misurabile e computabile con tutte le altre proprietà meline. Le
variabili della mela, non variano affatto a
caso, variano in maniera perfettamente ordinata e in gran parte prevedibile
da un osservatore dotato di memoria. È prevedibile che dentro le mele ci sia
zucchero fruttosio e non il veleno della strega.
Per la nostra
“conoscenza”, le “mele” per certi aspetti si somigliano tutte. Per altri
aspetti sono tutte diverse (si
ricordi la questione leibniziana degli indiscernibili).
Circa certe le loro proprietà comuni
(per cui si somigliano) possono essere oggetto di indagine tecnico -
scientifica. Posso misurare l’acidità della mela con uno strumento di misura (che
comunque sarebbe interattivo). Il risultato da me ottenuto sarà uguale al tuo,
salvo margini di errore e purché usiamo analoghi strumenti di misura ben
tarati. Dunque potrò dire, con pretesa di verità tecnico scientifica, che il
dato sull’acidità della mia mela «è vero». Potrò formulare leggi biologiche del
tipo «L’acidità delle Renette è di solito compresa tra i valori a e b».
32. Aristotele non aveva i nostri strumenti osservativi e della
mela conosceva un numero ridotto di proprietà. C’erano le proprietà fondamentali (le categorie)
e poi un numero enorme di proprietà
accidentali. Aristotele non
ipotizzava che la mela potesse avere delle proprietà capaci di cadere al di
fuori dei nostri sensi. Questo vale anche per noi. Se avessimo strumenti osservativi più efficaci,
magari potremmo anche mettere la mia mela in relazione con qualcosa di cui non
ci eravamo mai accorti prima. Cioè: non possiamo essere mai sicuri di avere
considerato tutte le relazioni possibili.
La mela può stare in relazione con qualcosa che ci sfugge completamente.
Ad esempio – che so – la mela potrebbe stare in relazione con la materia oscura che dovrebbe stare –
secondo alcuni studiosi – più o meno dappertutto. Ma, per ora, la materia
oscura si riduce a una ipotesi di fisica teorica, una serie di calcoli su pezzi
di carta o nella memoria di qualche computer. Se riusciremo in qualche modo a
interagire (= rivelare, conoscere) con la materia oscura, allora potrà anche
esser chiarita la relazione tra la mia mela e la materia oscura con cui essa
stessa avrà magari interagito. Magari può essere che la mela, senza il suo
corrispettivo di materia oscura non ci possa neanche essere.
33. A questo punto possiamo permetterci – a costo di irritare
definitivamente il mio lettore – una ulteriore divagazione filosofica.
Aristotele, grossolanamente, suddivideva le proprietà in essenziali e accidentali.[26]
Aristotele pensava che la mela avesse una sua essenza, conoscibile attraverso la definizione logico linguistica e
poi avesse varie altre proprietà accidentali. Questa prospettiva filosofica si
chiama essenzialismo.
L’essenzialismo in
passato ha avuto grande fortuna in tutta la filosofia occidentale. Ci sono
ancora oggi molti filosofi che sono essenzialisti
(in un modo o nell’altro). A sentir Rovelli, la nozione di essenza (e altre nozioni similari) è una di quelle nozioni che
dovremmo decisamente mettere in soffitta, o riformulare completamente. Ci si
poteva arrivare anche senza la fisica quantistica, ma non è mai troppo tardi. È
appena il caso di essere consapevoli del fatto che, senza essenze di qualche
tipo, una buona parte della filosofia occidentale (e della teologia) –
soprattutto nella versione continentale – diventa del tutto obsoleta. Al posto dell’essenza (e degli accidenti),
dovremmo ora mettere un complesso fittissimo di relazioni/ interazioni che
rendono possibili ciò che noi chiamiamo “oggetti” o “cose”, ovvero ciò che
Rovelli chiama sistemi fisici.[27]
Non ci sono dunque “cose in sé”. Ci sono complessi di relazioni/ interazioni,
che convenzionalmente, a livello domestico, consideriamo come cose, i quali
sono in relazione con innumerevoli altre “cose”. Le “cose” emergono dalla trama delle relazioni/ interazioni. E implicano la
nostra presenza di osservatori, in quanto anche noi siamo sistemi fisici capaci di registrare in qualche modo gli “effetti”
delle miriadi di interazioni entro cui siamo coinvolti. Sono sistemi fisici le
“cose” – come le mele – e siamo sistemi fisici noi (e/o i nostri strumenti) in
quanto osservatori. Trame di interazioni, appunto. Niente essenze.
34. Sul piano filosofico cambia, per intanto, la nozione del
rapporto tra soggetto e oggetto. Il mio acquisto al supermercato
e la mia consumazione della mela è determinato e reso possibile da un flusso
complicatissimo di interazioni che
vanno ben oltre lo specifico della mela. Solo che noi tutte le variabili coinvolte non le consideriamo mai. Siamo anzi
interessati a trascurarne la maggior parte. Quando peso un chilo di mele,
trascuro gli effetti della gravità terrestre, e tutto il resto delle variabili
che collegano la mela all’universo tutto (dalla sua prospettiva di mela). Anche
io interagisco come la mela con la gravità terrestre,… anche io nella mia mente
(fisica) riproduco l’immagine della mela la quale interagirà con certe parti
del mio cervello che produrrà l’acquolina in bocca, più o meno come il cane di
Pavlov. Anche io sono soggetto alla dissipazione entropica. C’è dunque una
contiguità del tutto fisica (le interazioni sono sempre fisiche) tra il
soggetto e l’oggetto. Alla faccia di tanta fuffa filosofica continentale (si
vedano i dibattiti sul “materialismo”, l’idealismo, il predominio del soggetto,
o l’evanescenza del soggetto e quant’altro). Basta dare uno sguardo a un
manuale di storia delle filosofia per rendersi conto di quanto spazio abbiano
avuto le questioni relative al soggetto e all’oggetto.
35. È questo un altro modo per affermare l’inconsistenza del dualismo che ci ossessiona fin da
Platone, con la benedizione poi di Cartesio. Ciò che è (= esiste) in senso interattivo è soltanto ciò che interagisce. Ciò che interagisce
non può essere puro spirito secondo
le definizioni tradizionali della metafisica. Su questo punto rinvio alle
splendide e ingegnose – seppure del tutto inconcludenti – dissertazioni di
Kant, in alcune sue opere pre critiche, intorno alla impossibile natura,
simultaneamente fisica e spirituale, delle monadi.[28] Quindi, anche ciò che
apparentemente può essere considerato come “spirituale”, per avere una qualche realtà fisica deve interagire col resto della realtà.
36. Dalla prospettiva di Rovelli, non sono dunque possibili le azioni logiche che hanno turbato il
sonno di tutti i filosofi idealisti e di molti filosofi materialisti. Non sto
parlando di Vilfredo Pareto. Intendo: non sono possibili quelli che Platone
considerava come movimenti logici.
Cioè movimenti di sostanze che dovevano essere, per definizione, immateriali
come le Idee. O meglio: i “movimenti
logici” sono possibili (ipotizzabili) solo se sono “incarnati”, come dice
Rovelli, cioè se sono sistemi fisici in interazione tra loro. Come è noto, ben
oltre a Platone, Hegel credeva ai “movimenti logici”, come è ben chiarito ne La scienza della logica. Anche Marx
purtroppo ci credeva, ed era pure essenzialista. È davvero formidabile come la
fisica di oggi possa trovarsi nella posizione di rendere obsoleti interi
giganteschi capitoli della nostra storia della filosofia.
37. Si impone così una conclusione. Tutta la realtà è fatta
dunque della stessa stoffa, (ovvero,
come dice Rovelli: tutte le cose sono
eguali), una stoffa che non può che seguire le regole delle interazioni
così come sono conosciute e monitorate dalla fisica. La conoscenza stessa che abbiamo del mondo è anch’essa interazione!
Ciò che non fosse in grado di interagire in qualche modo, sarebbe una pura ipotesi, una specie di noumeno (= puramente ipotizzabile) privo
di qualsiasi interazione reale. Se tuttavia riuscissimo occasionalmente ad
allargare la prospettiva, e a includere questo noumeno nelle nostre conoscenze,
questo noumeno dovrebbe poter interagire con noi, dovrebbe cioè manifestarsi
come fisico (onda, particella o qualsiasi altra cosa di natura fisica).
38. Terminate le nostre personali divagazioni sulla mela e su altri
numerosi effetti filosofici collaterali della nuova fisica, possiamo ora
tornare a Rovelli. A questo punto Rovelli tratta, piuttosto rapidamente gli
altri due principali aspetti della meccanica quantistica che aveva già
preannunciato: la probabilità e la granularità. Osserva Rovelli: «Ci sono
altre due novità che appaiono nei fenomeni quantistici, oltre a questa bizzarra
contestualità. Sono molto più semplici. La prima è la comparsa di una irriducibile
probabilità nella nostra possibilità
di prevedere eventi. Per quanto accurate, le misure che facciamo su un sistema
non ci permettono di predirne il futuro con precisione arbitrariamente grande.
Al più, possiamo predire la probabilità
(qui nel senso di frequenza) di avere l’uno o l’altro risultato. La seconda
novità è la granularità delle
variabili fisiche. In generale queste possono prendere solo certi valori (valori
quantizzati) e non altri. […] Probabilità
e granularità sono due scoperte importanti, ma non radicali come la
contestualità».[29] Si evince ancora che per Rovelli, la vera rivoluzione
filosofica della nuova fisica sta proprio nella relazionalità.
39. Il trattamento che fa Rovelli di queste altre due ulteriori
innovazioni della meccanica quantistica è piuttosto sbrigativo, poiché
l’attenzione dell’Autore era palesemente concentrata sulla questione del relazionismo. In Rovelli 2014 (La realtà non è come appare) troviamo
una spiegazione un po’ più ampia di queste questioni, che riporto qui, allo
scopo di una miglior comprensione. Dice Rovelli: «La granularità della materia
e della luce è il cuore della meccanica quantistica. […] Non è esattamente la
stessa della granularità della materia intuita da Democrito. [...] Supponiamo
di fare delle misurazioni su un sistema fisico e di trovare che il sistema è in
un certo stato. Per esempio, misuriamo l’ampiezza delle oscillazioni di un
pendolo e troviamo che l’ampiezza ha un certo valore compreso fra un’ampiezza
di 5 centimetri e un’ampiezza di 6 centimetri (nessuna misura è mai esatta in
fisica). Prima della meccanica quantistica, avremmo detto che, essendoci fra 5
e 6 centimetri infiniti valori possibili per l’ampiezza (per esempio, 5,1
oppure 5,101 oppure 5,101001…), allora ci sono infiniti stati di moto possibili in cui il pendolo potrebbe
trovarsi: la nostra ignoranza sul pendolo è ancora infinita. Invece, la
meccanica quantistica ci dice che fra 5 e 6 centimetri c’è un numero finito di valori possibili per l’ampiezza
e quindi la nostra informazione mancante sul pendolo è finita. Questo discorso è del tutto generale. Dunque, il primo
significato profondo della meccanica quantistica è quello di stabilire un
limite all’informazione che può
esistere in un sistema: al numero di stati distinguibili in cui un sistema può
stare».[30] Ovviamente Rovelli si riferisce alla natura quantistica delle
variabili fisiche.
40. Sul piano filosofico, da ciò deriva, banalmente, che la continuità del mondo fisico è una nostra
beata illusione. La questione della continuità di cui i filosofi, e non solo,
hanno discusso da sempre, fin da Zenone, sembra avere ora avuto dalla natura
una risposta inequivocabile. Il percorso della tartaruga non è in realtà
fisicamente continuo. La tartaruga non riuscirà a sfruttare il trucco degli infinitesimi fisici, per il semplice
fatto che questi non ci sono. Per cui
la tartaruga sarà costretta a perdere la corsa.
41. La granularità, d’altro canto, pone dei seri limiti alla
nozione dell’infinito con cui si è
baloccata gran parte della filosofia occidentale. Come è noto, gli antichi
pensavano che l’infinito fosse un non
finito, qualcosa di imperfetto, di guasto e riprovevole. A partire dal
periodo umanistico rinascimentale si iniziò invece ad attribuire un valore
positivo alla nozione dell’infinito. Una grandezza
infinita sembrava di qualità assai più pregevole di una grandezza finita.
Basti pensare a Nicola da Cues e a Giordano Bruno. Enormi discussioni ne
seguirono sulla possibilità dell’esistenza dell’infinito attuale. I progressi tecnici avvenuti con la scoperta del
calcolo infinitesimale da parte di Newton e di Leibniz non risolsero
minimamente la questione ontologica dell’infinito attuale. Il concetto di
infinito continuò a essere usato tranquillamente in filosofia, in particolare
nell’ambito del Romanticismo e dell’idealismo tedesco. Gli affezionati all’uso
di questo concetto saranno contenti di sapere che, per la nuova fisica,
l’universo è finito e chiuso.
42. Ora la meccanica quantistica ci spiega che il mondo fisico
è fatto – appunto – a quanti.
Conseguenza non secondaria è il fatto che sia l’informazione in generale (in
matematica), sia la struttura elementare delle variabili fisiche sia costituita
di bit. Gli stati distinguibili,
osservabili di un sistema fisico/ informazionale sono limitati dalla
granularità. Tutto ciò mette un punto fermo a certe interminabili discussioni
fisico – filosofiche sulla continuità/
infinità del mondo fisico. Si pensi
alla fisica di Cartesio che non prevedeva atomi. Oppure si pensi alle
disquisizioni kantiane sulla discontinuità delle monadi e sulla continuità
dello spazio e del tempo. Ma anche alla fisica di Newton che considerava spazio
e tempo come grandezze continue, divisibili all’infinito.
43. L’altro aspetto innovativo derivante dalla meccanica
quantistica è costituito dalla indeterminazione,
ovvero il carattere probabilistico degli eventi. È questo forse uno degli
aspetti più noti della meccanica quantistica, dovuto al fatto che
l’enunciazione del principio di
indeterminazione, da parte di Heisenberg nel 1927, è stato uno dei primi
fatti clamorosi che hanno scosso l’opinione pubblica, al di fuori dei circoli
specialistici.
Osserva Rovelli: «Il
mondo è un susseguirsi di eventi quantistici granulari. Questi eventi sono
discreti, granulari, individuali; sono interazioni individuali di un sistema
fisico con un altro. Un elettrone, un quanto di un campo, un fotone non seguono
una traiettoria nello spazio, ma compaiono in un dato luogo e in un dato tempo
quando collidono con qualcosa d’altro. Quando e dove compariranno? Non vi è
modo di prevederlo con certezza. La meccanica quantistica introduce un
elementare indeterminismo nel cuore
del mondo. Il futuro è genuinamente imprevedibile».[31]
Spiega ulteriormente Rovelli:
«A causa di questo indeterminismo, il mondo descritto dalla meccanica
quantistica è un mondo in cui le cose sono soggette continuamente a un
movimento casuale. Tutte le variabili “fluttuano” in continuazione, come se, a
piccola scala, tutto fosse sempre in vibrazione. Noi non vediamo queste
fluttuazioni onnipresenti solo perché sono piccole e non si vedono quando
osserviamo a grande scala, quando osserviamo corpi macroscopici. Se guardiamo
un sasso, sta fermo. Ma se potessimo osservare i suoi atomi, li vedremmo ora
qui ora là continuamente, in perenne vibrazione. La meccanica quantistica ci
rivela che il mondo più lo si guarda nel dettaglio meno è costante. È un
fluttuare continuo, un continuo pullulare microscopico di microeventi. Il mondo
non è fatto di sassetti, è fatto di un vibrare, di un pullulare».[32]
44. Ovviamente, questa prospettiva pone una seria obiezione a
tutte le filosofie che si sono basate sul cosiddetto determinismo. Questo non significa, ovviamente, ritenere che non
siano valide, al nostro livello di complessità macroscopica, le previsioni
basate sul principio di causa e effetto.
Tuttavia ci dice che quel che succede al nostro livello di complessità si basa
sul fondo di una trama indeterministica.
Tante filosofie del passato si sono invece illuse circa l’esistenza basilare di
una trama deterministica (volere
divino, leggi di natura, regole logiche e matematiche) la quale finiva
tuttavia, per motivi accidentali, per qualche imperfezione, magari per dar
luogo a esiti di tipo casuale (sorte, caso, fortuna,…). Il caso era considerato solo come un effetto della nostra ignoranza. In
realtà sembra vero proprio l’opposto. Una profonda trama casuale sembra dar vita,
soprattutto nel nostro mondo macroscopico, a qualche straccio di ordine che noi chiamiamo leggi di
natura, ordine cosmico, conoscibilità del mondo, e anche in qualche senso,
libertà del volere. Il determinismo al nostro livello locale sembra dunque da
considerarsi come un prodotto secondario
e non come la struttura autentica del mondo, come poteva invece pensare
Pierre-Simon Laplace.
45. Ultimata la presentazione dei tre principi fondamentali della meccanica quantistica (relazionismo, indeterminismo e granularità) che possono avere sensibili conseguenze sulla prospettiva filosofica, così conclude Rovelli: «Concretamente, la teoria quantistica è una struttura matematica che permette di calcolare due cose: quali valori (granulari) delle variabili sono possibili, e la probabilità che le variabili prendano l’uno o l’altro di questi valori rispetto a un dato sistema fisico, data la conoscenza di alcuni di questi valori relativi allo stesso sistema. Queste probabilità condizionali sono chiamate «probabilità di transizione». Poiché le variabili prendono valori rispetto ad altri sistemi, e lasciano traccia di sé e dunque informazione di sé su altri sistemi, possiamo dire che la meccanica quantistica descrive informazione che i sistemi fisici hanno l’uno dell’altro. […] Possiamo sempre chiedere che informazione abbiamo su un sistema, o che informazione un sistema ha su un altro. Non c’è un «com’è questo sistema?» se non relativamente a un altro sistema».[33]
Prospettive
46. L’ultimo capitolo della prima lezione di Rovelli è
intitolato Prospettive. Qui Rovelli
racconta l’esperimento mentale di Eugene Wigner: «Per apprezzare a fondo quanto
siano profonde le implicazioni della contestualità dei fenomeni quantistici,
bisogna considerare il caso in cui a essere in «sovrapposizione di due
posizioni» non è un elettrone, ma un osservatore come noi, in carne ed ossa,
che come noi descrive il mondo attorno a sé. Questa situazione è stata
immaginata da Eugene Wigner in un celeberrimo esperimento ideale, che getta
luce su queste implicazioni».[34] L’esperimento tratta della cosiddetta
sovrapposizione o indeterminazione, è abbastanza noto per cui non serve qui
riprenderlo. Chi fosse interessato lo troverà alle pagine 37-40.
47. Conclude Rovelli: «Come nel caso della velocità, tutto
questo ci indica che non ha senso pensare di poter guardare il mondo dall’esterno:
possiamo solo parlare di variabili di un sistema relative ad altri sistemi,
stati di un sistema relativi ad altri stati. Come non ha senso chiedersi in
assoluto se un oggetto è fermo o si muove, così non ha senso parlare in
assoluto dello stato di un sistema o del valore che prendono le sue variabili.
Quello che abbiamo imparato sul mondo nel XX secolo è che quando parliamo delle
proprietà di un oggetto ci stiamo sempre, più o meno implicitamente, riferendo
a un altro oggetto rispetto al quale queste proprietà si manifestano. Se
osservo un atomo in una posizione, questo atomo è in quella posizione rispetto a me. Ma potrebbe non essere in
quella posizione rispetto a un altro sistema. Non c’è un «come?» se non in
senso relativo. Questa è una radicale riduzione dell’essere a interazione».[35]
48. Questa riduzione
dell’essere a interazione non sarebbe proprio piaciuta a Heidegger.
L’essere dell’interazione fisica, stando anche soltanto allo Heidegger di Essere e Tempo, corrisponderebbe al
mondo della deiezione, del Dasein,
dove si ha la perdita del rapporto con l’essere. L’essere di Heidegger,
piuttosto che interagire, preferisce nascondersi, dando tuttavia origine a
conseguenze decisamente drammatiche e cosmico – storiche. Si pensi che il
famoso paradosso del gatto di
Schrodinger – relativo alla sovrapposizione
quantistica – è del 1935, e siamo
già ad una fase avanzata del dibattito intorno alla meccanica quantistica. Essere e tempo era uscito nel 1927. Lo
stesso anno del principio di
indeterminazione di Heisemberg.
Naturalmente, per Rovelli, l’interazione di cui parla è sempre una interazione di tipo fisico. Si tratta di un prospettivismo di tipo completamente fisico, dove tuttavia la realtà è definita a seconda del punto di vista di un sistema rispetto agli altri. La posizione filosofica di Rovelli potrebbe essere definita genericamente come naturalismo. Il termine forse più adatto potrebbe essere quello di fisicalismo, se non fosse per il fatto che questo termine è talvolta già usato per designare una corrente neopositivista con cui Rovelli ha poco a che fare.
Lezione seconda. Dall’interno del cerchio.
49. Convinzione di Rovelli è che il sistema della conoscenza
(umana) sia del tutto collocato all’interno dello stesso mondo fisico. La
conoscenza costituisce una manifestazione
fisica, come tutte le altre cose. Da ciò deriva appunto la nozione secondo
cui “Ogni cosa è uguale”. Se nella
prima lezione aveva trattato di ontologia,
qui Rovelli tratta della sua visione
epistemologica. Cioè, della sua teoria della conoscenza. Si tratta di una
epistemologia completamente naturalista.
Proviamo a fare un
esempio a mo’ di esercitazione. Poniamo che una interazione tra il sistema
fisico A e il sistema fisico B avvenga tramite lo scambio di una particella
localizzata P (dal punto di vista di un osservatore). L’avvenuto scambio di P è
allora concepibile come una informazione
che “fissa” o “ricorda” l’avvenuta interazione (osservata da un certo punto di
vista). Ebbene questa informazione sarebbe, a rigor di logica, una conoscenza “incarnata”.
50. In questo stesso senso – esempio mio – cambiando scala, se
osservo, qui ed ora, un pezzo di carbone, questa osservazione (attraverso i
miei occhi, oppure una lente, una bilancia, una macchina fotografica, uno
spettrometro di massa) è il risultato di numerose interazioni tra lo strumento
di osservazione e il pezzo di carbone. Ma il pezzo di carbone interagisce alle
osservazioni secondo le sue modalità, perché esso è a sua volta il risultato di
molteplici interazioni che hanno determinato e determinano quel pezzo di
carbone come tale (attraverso la “fissazione” degli atomi e delle altre
particelle sub atomiche che lo compongono). Il quale è in perpetua
sollecitazione per via delle numerose interazioni cui è costantemente soggetto.
Cioè, ad esempio, è illuminato, riscaldato o raffreddato, soggetto alla gravità
e a una infinità di altre sollecitazioni
che “mantengono” il pezzo di carbone nello stato in cui è. O che lo
sollecitano a modificarsi. Il pezzo di carbone in un certo senso tiene, entro
di sé varie tracce, la “memoria” delle interazioni che lo hanno formato. A
rigor di logica, porta dentro di sé la sua propria conoscenza – o
conoscibilità.
Se il pezzo di carbone subisse una interazione decisiva, ad esempio con una pressione elevatissima capace di trasformarlo in diamante, il diamante manterrà parte della informazione che esso era stato carbone e della trasformazione avvenuta. Se invece venisse “acceso”, nelle condizioni appropriate, si determinerebbe quella reazione chimica ben nota di combustione, per cui il pezzo di carbone si decomporrebbe in calore, anidride carbonica, monossido e quant’altro. A suo modo, l’ambiente circostante, incamerando i prodotti della combustione, manterrebbe una qualche memoria della combustione avvenuta. La conoscenza è riconducibile a tracce di interazioni. Sia la realtà, sia la conoscenza della realtà sono fatte di tracce.
Conoscenza
51. Nel primo paragrafo, intitolato Conoscenza, Rovelli si adopera per spiegare in che senso ogni
conoscenza è sempre un processo fisico
di interazione. Ciò avviene tirando in ballo la teoria della informazione. Dice Rovelli: «Abbiamo informazioni sul
mondo. Cosa intendiamo dicendo che una persona, o una cosa, un sistema fisico
«ha informazione» su qualcos’altro? [...] Diciamo
che una cosa A ha informazione su una cosa B ogni volta che interrogando o
osservando A possiamo imparare qualcosa su B».[36] Aggiunge: «In fisica, se
osservando A possiamo imparare qualcosa riguardo a B, allora si dice che un’osservabile
di A è «correlata» a una di B. Gli stati possibili di A e B non sono
indipendenti gli uni dagli altri. C’è un vincolo fra i due sistemi».[37] Per
“osservabile” si intende una variabile
osservabile. Dunque, le due nozioni di dipendenza
e di indipendenza sembrano essere
nozioni centrali circa la struttura elementare del mondo fisico. Dipendenza e
indipendenza hanno a che fare con relazione
e connessione. Se si vuole, si
può usare il termine correlazione
(che tuttavia ha talvolta un significato matematico statistico più preciso).
52. Val la pena di fare qui una divagazione filosofica. Sul
piano teorico, Platone aveva già definito quali potevano essere le relazioni tra le idee nel mondo iperuranico. Le idee costituivano ovviamente un
modello semplificato di interazione. Si davano diversi casi. Le idee potrebbero
non avere tra loro alcuna relazione. Ma così si renderebbe impossibile la
formulazione di alcuna relazione e dunque di qualsiasi verità. Oppure tutte le
idee potrebbero essere in relazione con tutte le altre. Ma così sarebbe vero
tutto e il contrario di tutto. La soluzione di Platone era che ogni idea poteva
intrattenere delle relazioni solo con
talune altre idee. E questo era necessario se si voleva pensare la realtà con
verità, facendo dei ragionamenti. Socrate può essere bianco, deambulante, in
piazza, coricato. Il cane, dal lungo pelo, magari abbaia. Di qui derivava l’importante
definizione modale dell’essere come possibilità data da Platone nel Sofista.
Alcune connessioni tra le idee sono possibili, alcune sono impossibili, alcune
sono possibili e vere. Naturalmente, per Platone, le relazioni tra le idee
erano di tipo logico. Platone parla
di un movimento logico in senso
metaforico e non certo di un movimento
fisico (le idee non potrebbero muoversi fisicamente poiché non stanno nel
tempo e nello spazio, e comunque se così fosse sarebbero cose spregevoli). Per
Rovelli, invece, le relazioni tra le idee (= tra le cose) implicano sempre un movimento fisico. O, meglio una connessione fisica di qualche tipo.
53. Rovelli propone un esempio chiarissimo relativo alla
informazione: «Se per esempio una moneta con una testa impressa su una faccia e
una croce sull’altra è appoggiata sul tavolo, la faccia rivolta verso l’alto
può essere testa oppure croce. Anche la faccia rivolta verso il basso può
essere testa oppure croce. Le due possibilità per la faccia in alto, tuttavia,
non sono indipendenti dalle due possibilità per la faccia in basso: guardando
la faccia in alto sappiamo cosa c’è sulla faccia in basso. La faccia in alto ha
informazione, in questo senso, sulla faccia in basso (e viceversa)».[38]
Se le correlazioni
coinvolgono gli umani, ci possono essere talune complicazioni. Assumiamo per
esempio il caso che «Alice sa che Roberto è in casa». Spiega Rovelli: «Il caso
di Alice e Roberto è più complesso degli altri. Il fatto che Alice abbia
informazione su Roberto coinvolge i processi mentali di Alice, il modo in cui
funziona la sua memoria, il linguaggio, l’intera struttura di pensieri,
convenzioni e idee di Alice, eccetera. Ma, per quanto siano varie queste
possibilità e complessi i processi coinvolti nel sapere di Alice, resta il
fatto che, per poter sapere qualcosa di Roberto, quello che c’è concretamente
nella testa di Alice deve essere correlato in un modo o nell’altro con Roberto:
con il suo stato, la sua natura o la sua storia».[39]
54. Così conclude Rovelli: «In altre parole, affinché noi – la
nostra memoria, i nostri processi mentali, i nostri manuali, i nostri articoli
e libri, questo libro... – conosciamo
il mondo, devono esistere correlazioni
fisiche fra noi e il mondo. Grazie a queste correlazioni qualcun altro, in
linea di principio, può imparare qualcosa del mondo chiedendo a noi. Il punto
chiave a cui voglio arrivare è che ogni
conoscenza è necessariamente, concretamente, incarnata in una configurazione
fisica. Se Alice sa che Roberto è a Roma, necessariamente in Alice, come
sistema fisico, ci deve essere qualcosa di fisico che è diverso da quello che
ci sarebbe se Alice sapesse che Roberto è a Bologna. La conoscenza è quindi una
(forma particolare di) correlazione fra parti concrete del mondo fisico».[40]
55. In altri termini, non ci può essere informazione che non
abbia il suo risvolto fisico.[41] Qui emerge con chiarezza che, nel sistema di
Rovelli, è implicata come necessaria la natura
fisica dei processi mentali. Di tutti i processi mentali che sono connessi
al trattamento della informazione, a partire dalla sensibilità fino ai nostri linguaggi
umani più astratti.
Qualcosa di analogo (anche se occorre fare attenzione alle generalizzazioni!) è stato teorizzato, in campo filosofico da Derrida, per quel che riguarda la scrittura e la testualità. Per Derrida tutto è testo. E il testo ha una sua consistenza materiale anche e soprattutto nella fisicità della scrittura. Ma si può riandare anche al pitagorismo, dove i numeri avevano (seppure in modo rozzo) una loro fisicità. Gli atomi degli atomisti antichi erano paragonati a modelli di combinazioni come con le lettere dell’alfabeto. Platone poi equiparava gli elementi naturali ad atomi fisici. La fisica quantistica pare fondare definitivamente la realtà solo ed esclusivamente su interazioni di tipo fisico.
Digressione mia su informazione
56. In Rovelli 2014 c’è una trattazione più specifica della
nozione di informazione, secondo la
teoria di Shannon. Spiegava allora Rovelli che: «La nozione scientifica di
informazione è stata chiarita da Claude Shannon, matematico e ingegnere
americano, nel 1948, ed è qualcosa di molto semplice: l’informazione è una
misura del numero di alternative possibili per qualcosa. Per esempio, se lancio
un dado, questo può cadere su 6 facce. Se vedo che è caduto su una faccia
particolare, ho una quantità di informazione N = 6, perché sei erano le
possibilità alternative. Se non so che giorno sia il tuo compleanno, ci sono
365 possibilità diverse. Se tu mi dici che giorno è il tuo compleanno, ho un’informazione
N = 365. E così via. Invece del numero di alternative N, per indicare l’informazione
è più conveniente usare il logaritmo in base 2 di N, chiamato S. L’informazione
di Shannon, quindi, è S = log2 N, dove N è il numero di alternative. In questo
modo, l’unità di misura, S=1, corrisponde a N = 2 (perché 1 = log2 2), cioè all’alternativa
minima, che comprende due sole possibilità. Questa unità di misura è l’informazione
fra due sole alternative ed è chiamata “bit”. Quando so che alla roulette è
uscito un numero rosso anziché nero, ho un bit di informazione; se so che è
uscito un numero rosso-pari, ho due bit di informazione; se so che è uscito
rosso-pari-manque, ho tre bit di informazione. Due bit di informazione
corrispondono a quattro alternative (rosso-pari, rosso-dispari, nero-pari,
nero-dispari). Tre bit di informazione corrispondono a otto alternative, e così
via».[42]
57. L’informazione misura dunque il numero delle alternative
possibili. Si domanda Rovelli: «Perché la nozione di informazione è utile,
anzi, forse fondamentale per capire il mondo? Per un motivo sottile. Perché
misura la possibilità dei sistemi fisici di comunicare tra loro».[43] In fin
dei conti, ove ci sia indipendenza,
non si avrebbe alcuna comunicazione. Perché ci sia comunicazione, occorre la
realizzazione di qualche tipo di dipendenza.
La possibilità di comunicare ha a che fare con la correlazione di informazioni.
Se guardiamo alla forma
delle cose, il modo in cui gli elementi si dispongono può essere correlato al
modo in cui altri elementi si dispongono. Quindi un insieme di elementi può
avere informazione su un altro insieme di elementi.[44] Spiega Rovelli: «Questo,
nel mondo fisico, avviene continuamente e ovunque, in ogni momento e in ogni
dove: la luce che arriva ai nostri occhi porta informazione sugli oggetti da
cui proviene, il colore del mare ha informazione sul colore del cielo al di
sopra di esso, una cellula ha informazione sul virus che l’ha attaccata, un
nuovo essere vivente ha informazione perché è correlato con i suoi genitori e
con la sua specie, e tu, caro lettore, mentre leggi queste righe ricevi
informazione su quello che io sto pensando mentre scrivo, cioè su ciò che
avviene nel mio cervello nel momento in cui sto scrivendo questo testo. Quello
che avviene negli atomi del tuo cervello non è più del tutto indipendente da quello
che avviene negli atomi del mio cervello».[45] Il mondo è dunque una rete di
correlazioni tra elementi, una enorme rete di reciproca informazione tra sistemi fisici. Una informazione che
viene tuttavia scambiata non a caso, ma secondo regole rigorose, si tratti di
fotoni o di sistemi fisici macroscopici
58. Spiegava Rovelli sempre nel suo saggio del 2014: «L’intera struttura della meccanica quantistica può essere letta e compresa in termini di informazione nel modo seguente. Un sistema fisico si manifesta solo e sempre interagendo con un altro. Quindi, la descrizione di un sistema fisico è sempre data rispetto a un altro sistema fisico, quello con cui il primo interagisce. Qualunque descrizione dello stato di un sistema fisico è dunque sempre una descrizione dell’informazione che un sistema fisico ha di un altro sistema fisico, cioè della correlazione fra sistemi. I misteri della meccanica quantistica diventano meno fitti se la interpretiamo in questo modo, cioè come la descrizione dell’informazione che i sistemi fisici hanno l’uno dell’altro».[46]
Certezza
59. Di gran rilevanza per i suoi risvolti filosofici è il
paragrafo intitolato Certezza. Si è
visto come per Rovelli, qualsiasi conoscenza sia dunque sempre un processo fisico. Ove si sia formata una dipendenza tra due sistemi fisici,
osservando uno dei due possiamo sapere qualcosa dell’altro. Non esiste una
conoscenza “iperuranica”, cioè separata dalle cose (= sistemi fisici) che
entrano nel processo conoscitivo. Non c’è mai un soggetto separato e indipendente che conosce “obiettivamente” un oggetto. Se
c’è qualche “conoscenza” è perché c’è (stata) interazione di qualcosa
(chiamiamolo pure eventualmente “soggetto”) con qualcos’altro. Questo è lo
schema di base. Può nascere qualche fraintendimento per il fatto che molta
della nostra conoscenza, a livello macroscopico, di animali culturali, si basa
sul linguaggio e sui linguaggi speciali, come la logica o la matematica. E
sulla loro interiorizzazione mentale. Ma la cosa non cambia, una volta assunto
che anche i linguaggi macroscopici (e interiorizzati) devono avere
necessariamente il loro corrispettivo fisico. I concetti stessi (=idee) non
possono che essere entità fisiche (anche se non sappiamo bene come ciò avvenga
nella mente/ cervello). Ovviamente, a livello macroscopico, il più delle volte
possiamo trascurare quanto avviene a livello microscopico. Ma è una mera
questione prospettica. Tutto ciò intorno a cui noi tendiam0 a essere
massimamente concentrati è collocato in una pellicola di aria dello spessore di
una ventina di chilometri su un pianetino che è, per altri aspetti,
assolutamente irrilevante.
60. Spiega Rovelli: «[…] non esiste conoscenza disincarnata.
Ogni affermazione X è parte di una conoscenza, e questa implica che esista
qualcosa che possiede questa conoscenza e afferma X. Non esiste un linguaggio
disincarnato. Il linguaggio è parte della realtà, perché esiste sempre un
parlante. Che si nasconda o meno, c’è sempre un parlante, sia esso un umano, un
libro, un sasso scolpito, un computer. Non esistono frasi che non siano dette,
scritte, citate, registrate, ricordate, o in qualunque altra maniera incarnate
nel mondo. La frase «Roberto è a casa» è comunque sempre affermata da qualcuno
o qualcosa. […]. Ora, siccome tutti possiamo sbagliare, ogni proposizione
potrebbe sempre essere sbagliata. L’illusione di una conoscenza disincarnata
genera l’illusione che possano esistere frasi che parlano del mondo
direttamente così come il mondo è, senza essere parti di un sapere concreto,
incarnato, che può essere sbagliato».[47]
Dunque, con Rovelli
siamo di fronte a un prospettivismo
fisico cui sono soggette davvero tutte le cose. Solo la dimensione enorme
del sistema Mondo (per usare un termine kantiano) fa sì che, dal nostro livello
macroscopico, ciascuna prospettiva possa sembrare come una prospettiva unica e assoluta. Ma appena allarghiamo un poco il nostro sguardo,
scopriamo prospettive che – pur non essendo in contraddizione con la nostra –
non collimano affatto con la nostra. La prospettiva che si avrebbe dentro a un
buco nero non è in contraddizione con la nostra prospettiva di un sistema
solare relativamente ordinato che ha ancora un po’ di persistenza davanti a sé.
Sono due prospettive enormemente diverse che stanno però dentro allo stesso
cosmo.
61. Seguendo Rovelli, occorrerà allora distinguere
accuratamente la ignoranza come assenza
di interazione dalla ignoranza intesa come conoscenza errata. Posso non avere alcuna nozione di Alice, per
cui, per me, in termini di
conoscenza, Alice non esiste.[48] Se però credo
che «Alice è a Bologna», allora ho una qualche conoscenza di Alice. La mia
conoscenza sulla ubicazione bolognese di Alice è uno stato fisico che alberga da qualche parte nella mia mente, nel mio
cervello e che, all’occorrenza, posso esprimere verbalmente, oppure mettere per
iscritto. Può tuttavia accadere che Alice sia invece a Venezia. In tal caso la
mia conoscenza sulla ubicazione bolognese di Alice sarebbe una conoscenza falsa. Per un piccolo pezzo
del mio mondo fisico, Alice è a Bologna. Per un altro pezzo di mondo fisico
Alice risulta a Venezia. Le due “verità fisiche” è come fossero in
sovrapposizione.
Per dirimere la
questione, per accertare dove è veramente Alice, devo però fare delle ulteriori
operazioni fisiche (che implicano
molteplici interazioni, ciascuna delle quali lascerà a sua volta una traccia):
recarmi a Bologna, telefonare a Bologna, guardare gli ultimi post di Alice sui social, chiedere a Roberto, che sa o crede di sapere tutto di
Alice, se è vero che Alice è a Bologna. Sarebbe un analogo (solo un analogo, si
badi bene) del collasso della funzione d’onda dei testi divulgativi. Ma, in un
mondo che è solo fisico, nessuna “osservazione”
è gratis, per cui possiamo accertare solo ciò che per noi è davvero importante
e lasciare che tante cose rimangano per
noi mai accertate, cioè “in sovrapposizione”.
62. La questione dell’errore va quindi ben riflettuta sul
versante filosofico. Se tutta la
conoscenza, vera o falsa, è sempre informazione
fisica, come possiamo trattare l’errore? Tradizionalmente, noi siamo
abituati alla nozione della verità come
corrispondenza. La proposizione P è vera solo se il contenuto di P ha una
corrispondenza nel mondo reale. Altrimenti P è falsa, come se non esistesse. In
realtà noi sappiamo di innumerevoli conoscenze “false” che sono state credute a
lungo, prima di essere smentite. E hanno avuto degli effetti nel mondo reale.
Talora di enorme portata.
Se la conoscenza che
abbiamo è sempre qualcosa di fisico, di materiale, allora anche l’errore è altrettanto fisico e materiale.[49]
La convinzione per cui «La Terra è piatta» va intesa come informazione fisica
(veicolata da un linguaggio fisico), informazione che alberga fisicamente in
taluni libri, in taluni giornali, nei siti web oppure nelle menti fisiche dei
terrapiattisti. Del tutto “uguale” alla affermazione «La terra è rotonda» che
sta invece nei manuali di geografia, astronomia e quant’altro. Anche le conoscenze errate hanno conseguenze sul
mondo (attraverso la relazionalità). Se il soggetto X crede che P, allora X si
comporterà di conseguenza. Anche se P è sbagliato.
63. Come si fa allora a sapere
che P è sbagliato? I procedimenti sono quelli che si usano solitamente per
accertare la verità. Ovvero per acquisire informazione. Possiamo calcolare in
forma logico – matematica, possiamo fare indagini, del tipo delle indagini
giudiziarie, o storiche, oppure possiamo fare osservazioni o esperimenti. Nel
caso dell’esperimento, si tratta di mettere in relazione P con le sue
ipotetiche conseguenze. Se tolgo l’acqua, la pianta muore? Se prego il Dio, la
malattia guarisce? Qualsiasi accertamento di “verità”, come ben sanno coloro
che sono votati alla scienza sperimentale, implica complesse e costose operazioni di ricerca (fosse anche solo
la consultazione fisica di un manuale, che è pur sempre un processo fisico.
Anche la credibilità del manuale deriva da un qualche processo fisico che ha
costruito la nostra convinzione di credibilità di questo piuttosto che di
quello). Sul piano sperimentale, attraverso il metodo scientifico (interattivo
per eccellenza) si confrontano le ipotesi, alcune sono ributtate e altre sono
accettate. Anche lo storico, consulta documenti, li elabora, confronta, produce
una verità storiografica che è essa stessa un documento che servirà ad altri,…
Cose risapute, del tutto in linea con le metodologie di cui disponiamo.
64. La prospettiva di Rovelli ci fa capire perché la conoscenza
scientifica ha avuto bisogno di un lento e progressivo accumulo. L’accumulo
corrisponde alla memorizzazione collettiva dei risultati. La cumulatività, a
sua volta, rende possibili nuovi avanzamenti. Ciò va sotto il nome di sviluppo
scientifico.
C’è qui qualche
interessante analogia con la nozione di Mondo 3 elaborata da Karl Popper. Con
una serissima differenza. Come è noto, Popper ed Eccles avevano concepito M1
come il mondo degli oggetti fisici; M2 come il mondo dei processi mentali. M3
era, invece, il “mondo dei contenuti oggettivi di pensiero” considerato in
forma indipendente da qualsiasi singola mente umana. Ebbene, secondo la
prospettiva di Rovelli, i tre mondi popperiani vengono ridotti a un unico mondo
fisico, che può ora essere unificato tendendo conto della dimensione
quantistica che possono assumere i diversi sistemi fisici.
65. Questa teoria di Rovelli mette in discussione la nozione filosofica della certezza. Afferma
Rovelli: «Io, rispettoso di tutte le filosofie, ma umile cultore delle
cosiddette scienze esatte, trovo sia più saggio lasciare interamente perdere l’obiettivo
della certezza, in qualunque aspetto del nostro sapere. Lo penso per diverse ragioni».[50]
Rovelli spiega che, anzitutto, non abbiamo mai certezze assolute, bensì gradi
di certezze. Secondariamente, «[…] non ci interessa neppure molto essere
perfettamente certi: ci interessa essere sufficientemente certi di qualcosa. Di
cose delle quali siamo sufficientemente
certi ce ne sono innumerevoli».[51] E aggiunge: «La tesi dello scetticismo
radicale mostra che qualunque convinzione riposa su altre convinzioni. Ma non
mi sembra così rilevante». Inoltre: «C’è una terza ragione, ancora più
fondamentale, per non dare valore alla certezza assoluta: la sua natura
oscurantista. Mettere in dubbio certezze è la strategia della scienza: scoprire
errori in ciò che eravamo convinti di sapere, e correggerli. Anche dove
pensavamo di essere certi. La fisica del XX secolo è uno spettacolare successo
di questa strategia».[52]
66. Il capitolo termina con una critica circostanziata – che qui possiamo forse anche trascurare – ai “metafisici di Princeton”[53] i quali sarebbero sostenitori di un realismo forte che Rovelli giudica invece inutile e dannoso. Spiega Rovelli: «L’innamoramento per la certezza nasce da un equivoco. L’equivoco è pensare che se non so qualcosa con certezza, allora non so nulla. L’equivoco di pensare che il valore delle certezze parziali sia nullo. Questa è una sciocchezza. Il tabellone che mi dice quando arriva il treno è utile anche se purtroppo qualche volta si sbaglia. Cerchiamo di farlo funzionare meglio possibile, ma la mancanza di perfezione totale non lo rende superfluo. Non abbiamo certezza totale che il ponte su cui ci incamminiamo non cada, che un criminale condannato sia davvero colpevole, che la banca a cui affidiamo i soldi non fallisca, che chi amiamo non ci tradisca. Ma la parziale certezza che abbiamo ci basta per incamminarci sui ponti, condannare i criminali, affidare la nostra ricchezza a una banca, amare le persone che amiamo... anche se ci sono errori giudiziari, ponti cadono, banche falliscono e amori tradiscono».[54]
Informazione
67. A questo punto Rovelli riprende il discorso sulla natura
fisica di ogni conoscenza. «Mi sono dilungato sulla natura della conoscenza e
della certezza per arrivare a mettere in luce la somiglianza fra la struttura
relazionale dei fenomeni quantistici e la struttura relazionale della natura
fisica della conoscenza. Questa sorprendente somiglianza mi sembra importante.
La meccanica quantistica descrive ogni sistema A nei termini delle tracce che
lascia su un sistema B nel corso di una interazione (una «misura»). Queste
tracce lasciano correlazioni fra A e B, per le quali, in un senso tecnico
preciso, A ha informazione su B. La conoscenza è un caso particolare di questa stessa
situazione. È informazione che un sistema A ha su un altro sistema B, generata
da tracce fisiche dovute a interazioni».[55]
E prosegue: «Ma il parallelismo è molto più che una vaga analogia. Mostra che il substrato fisico della conoscenza è un caso particolare della relazione di base che struttura il mondo fisico, come lo abbiamo compreso con la meccanica quantistica. La nostra conoscenza del mondo rientra come caso particolare dell’informazione reciproca che hanno i sistemi fisici, e che li definisce come sistemi fisici. La nostra conoscenza non vive in un reame diverso dal resto della fisica. È parte di questo mondo in cui regna eguaglianza».[56]
Circolarità
68. Il fatto di aver ridotto la conoscenza alla stessa stregua
della realtà fisica del conosciuto pone drammaticamente il problema della circolarità. Si noti che, nel senso comune della
filosofia, la circolarità è solitamente trattata come un che di disdicevole, da
evitare. Come si vedrà, è senz’altro opportuno evitare la circolarità a livello
locale. Tuttavia pare che la circolarità in senso globale sia inevitabile.
All’inizio del capitolo afferma Rovelli: «La mancanza di un punto fisso
esterno, che ho notato per la struttura quantistica della realtà, e che là
sembrava inquietante, la ritroviamo eguale nella struttura della conoscenza».[57]
Se l’informazione che abbiamo è sempre dovuta a qualche tipo di interazione,
allora viene a determinarsi una catena di rimandi senza fine. Osserva in
proposito Rovelli: «[…] c’è circolarità nel caratterizzare l’informazione in
questa maniera, perché sto sempre usando l’informazione di qualcun altro. È un
problema? Non lo è. Questa circolarità è un problema per chi abbia l’obiettivo di trovare un fondamento primo da cui il
resto segua linearmente».[58] Ce la caviamo discretamente anche senza
fondamenti primi.
69. L’esempio più chiaro di questa circolarità è costituito dalla intrinseca struttura dei
dizionari. I dizionari, per ogni termine, forniscono la definizione. Ma ogni
definizione fa uso di termini i quali, a loro volta, sono definiti nel
dizionario stesso. Bisogna già conoscere almeno in parte la lingua del
dizionario, per poter accedere alle definizioni del dizionario stesso.
Spiega Rovelli: «Una
definizione collega una nozione ad altre nozioni. Ma non esistono nozioni
primarie, quando usiamo il nostro schema concettuale per comprendere il mondo.
Uno schema di pensiero si regge insieme tutto intero. Allo stesso modo, ogni
deduzione logica è ipotetica, nel senso che al più ci dice che B è vero se A è
vero. Ma come sappiamo se A sia vero? Costruzioni concettuali complesse fondate
su princìpi semplici sono molto utili. Ma ciascuna di esse ha un punto cieco,
una zona d’ombra: un punto di appoggio irrisolto. Questo punto cieco irrisolto
lo possiamo spesso capire molto semplicemente a partire da altri punti di partenza,
se accettiamo la circolarità. Capiamo
l’universo partendo dal nostro speciale punto di vista, ma possiamo capire il
nostro punto di vista come un aspetto di quell’universo. Possiamo renderci
conto che ogni affermazione sull’universo è interna a un linguaggio e vedere il
linguaggio come uno dei tanti fenomeni di quell’universo. E così via attraverso
numerosi circoli».[59]
70. Che non sia possibile in ultima analisi sfuggire alla
circolarità è una questione nota fin dai primordi della filosofia. Il problema
della regressione all’infinito è
stato da sempre discusso e affrontato. Poiché il sapere filosofico è sempre
prospettico, si sono escogitate varie soluzioni per porre limiti. Un esempio
sono gli assiomi nei sistemi deduttivi. Poiché ogni dimostrazione è valida solo
se fondata su altre infinite dimostrazioni, allora si taglia il nodo ponendo
degli assiomi o principi primi. Il fondamento è posto e non è dimostrato. In
ciò sta la insormontabile differenza tra analitico e sintetico, che Kant si era
illuso di avere superato con la sua rivoluzione copernicana (Si veda l’analisi
di Quine sulla coppia concettuale analitico/ sintetico. In più la circolarità
ci protegge dall’infinito attuale.
Quella dei numeri naturali è una ricorsione all’infinito, ma ciò non significa
che ci sia un infinito attuale. Vecchie questioni.
71. Dunque commenta Rovelli: «Il nostro intero sapere sul mondo
è pieno di circolarità. Le parole della lingua si definiscono l’un l’altra nei
dizionari, noi impariamo gli uni dagli altri, gli esperimenti informano la
teoria ma li comprendiamo usando le nostre teorie. L’immagine manifesta del
mondo, costituita di cose come sedie e alberi, è giustificata da un’immagine
scientifica del mondo, costituita di atomi e campi; ma atomi e campi li
comprendiamo a partire dai nostri strumenti di misura, che fanno parte dell’immagine
manifesta. E così via. Viviamo in cerchi».[60]
Siccome non possiamo mai
avere un punto di vista totale, siamo sempre costretti a dare per scontata la maggior parte delle cose e a concentrarci
sempre e soltanto di volta in volta su qualcosa di specifico, cercando di
isolare le variabili che, di volta in volta, ci interessano. È questo il punto
di vista prospettico. Teniamo sotto controllo, cioè escludiamo, le variabili
che non ci interessano, ma non per questo queste cessano di agire. Possiamo qui
ricordare, in proposito, l’immagine di Karl Popper della conoscenza come faro, che mentre illumina ciò che cade sotto la
nostra attenzione getta nell’ombra tutto il resto.
72. Conclude Rovelli: «Se fissiamo un sistema rispetto al quale descrivere il mondo,
il mondo ammette una descrizione in termini di eventi, variabili, valori. Ma se
cerchiamo di pensare a una descrizione del mondo che non sia relativa a nulla,
una descrizione in termini di fatti assoluti, cadiamo in un regresso all’infinito:
qualunque affermazione fatta sullo stato contingente del mondo potrebbe non
essere vera rispetto a un qualche ulteriore sistema. L’immagine della realtà
che ne deriva è sconcertante. Non è appoggiata a nulla: ogni fatto è solo un
fatto relativo a qualcos’altro, e anche il fatto che un fatto sia relativo a
qualcosa è esso stesso relativo. Nulla di questo ci impedisce di descrivere il
mondo da una prospettiva. E in effetti è quello che facciamo: descriviamo
sempre il mondo da una prospettiva, la nostra. Possiamo anche chiederci come
appaiamo noi dalla prospettiva di un altro. Niente di più facile: basta
chiederglielo. Ma non ha senso chiedersi cosa sia il mondo indipendentemente da ogni prospettiva. Chiedersi come sia il mondo
indipendentemente da ogni prospettiva è una domanda oziosa. Non ci insegna
nulla di utile sul mondo, dato che noi siamo una prospettiva. In passato ci era
sembrato che liberarsi da ogni dipendenza dalla prospettiva fosse necessario
per accedere a qualcosa di solido. Non lo è: cercare di costruire una
prospettiva oggettiva assoluta ci rende ciechi all’aspetto relazionale della
realtà rivelato dai fenomeni quantistici, come è stato riconosciuto da Niels
Bohr».[61]
73. Rovelli enuncia qui esplicitamente il suo prospettivismo fisico: «Illuminismo,
positivismo, positivismo logico e tante altre filosofie si sono adoperati per
portarci fuori dalle prospettive soggettive e permetterci di accedere a un’oggettività
indipendente da ogni prospettiva. Penso sia meglio riconoscere che non funziona.
Noi non siamo fuori da ogni prospettiva: siamo sempre in una prospettiva. Le
prospettive si parlano: sul modo di parlarsi fra prospettive mi dilungherò nell’ultima
lezione. Ma non si esce dal cerchio delle prospettive».[62]
Questo prospettivismo mi pare comunque non abbia nulla a che vedere con il noto prospettivismo ermeneutico che ha impegnato una parte consistente della filosofia continentale del Novecento. Non a caso, aggiunge Rovelli «Le prospettive si parlano». Cioè, le prospettive sono compatibili. Emerge l’idea di una oggettività multiprospettica. Per un terrapiattista, c’è solo un sopra. Non ci sono antipodi. Per i rotondisti, c’è un sopra e un sotto. Se ci mettiamo dal punto di vista del sistema solare, tutte le direzioni diventano relative. Il cosmo, in generale, ha una sua rigorosa coerenza multiprospettica. Un buco nero o una stella di neutroni non possono fare quello che vogliono! Per il semplice fatto che sono connessi a tante altre cose.
Lezione terza. Lo spaziotempo è un processo quantistico.
74. Il cosiddetto modello standard, implicato dalla fisica quantistica, oggi è in grado di spiegare con successo le principali forze della natura.[63] Fa tuttavia ancora eccezione la forza di gravità. Com’è abbastanza noto, l’attuale interpretazione dello spaziotempo e della gravità si fondano invece sulla relatività generale. Non si è ancora riusciti a trovare una interpretazione comune tra i due blocchi teorici. Se la forza di gravità fosse analoga alle altre forze, ci si attenderebbe di scoprire che anche la gravità abbia una struttura intrinsecamente quantistica. La particella corrispondente sarebbe il cosiddetto ipotetico gravitone, del quale tuttavia non si hanno evidenze sperimentali. La gravità quantistica è il campo di ricerca in cui ha lavorato Carlo Rovelli, per cui in questa lezione egli presenta una serie di considerazioni derivanti dal suo specifico campo di ricerca.
Tempo
75. L’assunto di Rovelli, come s’è visto, è che non ci sono cose bensì processi. Rovelli precisa la sua terminologia: «Un “evento” è
qualcosa di localizzato nel tempo, come un incontro fra due persone o una
manifestazione sportiva; un “processo” è un insieme di eventi connessi, come il
rotolare di un sasso giù da un dirupo, un amore, una guerra, il consumarsi di
una candela, il formarsi, evaporare e dissiparsi di un buco nero, la nostra
nascita, crescita e fine».[64] Genericamente, i processi sono fatti di eventi.
Osserva Rovelli: «Il
mondo è cambiamento. Gli oggetti che non sembrano cambiare – come i sassi –
cambiano anch’essi, solo più lentamente. Anche i sassi più duri finiscono per
disgregarsi. Un sasso non permane identico a se stesso: è un succedersi di
minuscoli eventi; anche un sasso è un processo. […] Il mondo non è fatto di
cose che permangono. È fatto di avvenimenti, processi. È dinamico. Questa
dinamica è il suo modo di esistere».[65]
Il cambiamento, solo alla
nostra scala, avviene nel tempo, nel
senso che, nella nostra esperienza, mettiamo
gli eventi in ordine nel tempo.
Spiega Rovelli: «Mettiamo
ordine nei processi del mondo disponendoli nel tempo. L’alternarsi delle
stagioni, del giorno e della notte, il ticchettio degli orologi, il susseguirsi
dei nostri pensieri, formano ciò che chiamiamo il trascorrere del tempo. Lo
scorrere del tempo è il susseguirsi degli eventi. Noi stessi siamo esseri che
esistono nel tempo. La nostra natura di esseri che vivono, pensano, e si
pensano, si dipana nel tempo. Il nostro pensare esiste nel suo svolgersi nel
tempo. Non potremmo esistere in un singolo istante: siamo noi per primi a non
essere entità, a essere processi».[66]
76. Tuttavia, appena ci allontaniamo dal nostro ambito, la
nostra comune nozione del tempo non funziona più. Ancora una volta, si tratta
di andare oltre i concetti abituali che adoperiamo nel nostro ambito ristretto.
Osserva Rovelli: «Il tempo non è una categoria filosofica, per comprenderlo non
dobbiamo cercare una metafisica del tempo nella nostra intuizione, perché la
nostra intuizione si è nutrita di esperienze limitate».[67] Questa osservazione
di Rovelli sembra fatta apposta per confutare la concezione kantiana del tempo.
In realtà, quando parliamo di tempo, secondo Rovelli ci riferiamo a cose
piuttosto diverse. Si tratterebbe dunque di specificare ogniqualvolta cosa
effettivamente intendiamo. Parafrasando Aristotele, il tempo si dice in tanti
modi.
Rovelli sintetizza in
poche battute (sebbene le questioni sottese siano enormemente complesse) i
cardini della nuova concezione del tempo che deriva dalla fisica attuale: 1)
Non c’è un tempo comune. 2) Non c’è un presente comune. 3) Non vi è una
variabile tempo preferita. 4) La durata del tempo trascorso tra due eventi può
non essere determinata. Si tratta come ognun vede di una nozione ben diversa da
quanto rileviamo nella nostra esperienza comune.
Ne derivano conseguenze notevoli. Il fatto che noi riteniamo che esista una “storia”, cronologicamente ordinata, con un presente un passato e un futuro è dovuto al fatto che l’evoluzione umana e la storia umana si sono svolte sulla pellicola aerata del pianeta Terra, un pianeta così piccolo da rendere le sfasature temporali inavvertibili, a meno di non impiegare una complessa strumentazione di precisione. Si noti che il pianeta Terra è microscopico rispetto all’universo, ma è macroscopico rispetto ai processi quantistici.
Spazio
Oltre al “quando” si
tratta di considerare anche il “dove”. Nella esperienza comune, localizziamo le
cose attraverso altre cose. «Se ti chiedo dove sei, la risposta che mi aspetto
è in termini di cosa ci sia vicino o intorno a te». [68] Secondo Rovelli questa
nozione dello spazio è antichissima del tutto analoga a quella di Aristotele.
Presente ancora in Cartesio. «Questa è l’accezione generica di spazio. È
utilizzata tanto nell’uso comune che nella riflessione filosofica. Lo spazio,
inteso in questo modo, è l’insieme delle localizzazioni relative. È l’insieme delle relazioni di chi sta accanto a chi. Con
un termine un po’ più tecnico, è l’insieme delle adiacenze: chi è adiacente
a chi. La relazione fondamentale che costituisce lo spazio è questa “adiacenza”».[69]
Normalmente, questa
concezione dello spazio è considerata ingenua,
ma Rovelli, in un certo senso, la rivaluta, poiché nella nuova fisica si sta
ripresentando (in un contesto diverso) proprio una prospettiva analoga. Si
tratta allora di avere ben chiare alcune implicazioni filosofiche di questa
vecchia concezione. Osserva Rovelli:
«1. Lo spazio, in questo
senso, è una relazione fra cose o
eventi. Se non ci sono cose o eventi, non ha senso parlare di spazio. Non ci
può essere lo spazio se non ci sono cose o eventi, così come non c’è una
famiglia se non ci sono le persone che la formano.
2. Questa nozione di
spazio non comprende l’idea di distanza. La distanza fra due cose, che è una
misura di quante altre cose ci siano fra due oggetti non direttamente
adiacenti, non è necessaria per parlare di spazio.
3. Non ci può essere
spazio «vuoto». Se fra due mani non c’è nulla, allora non c’è nulla, e quindi
le due mani si toccano. Se non si toccano, vuol dire che c’è qualcosa, magari
qualcosa che si vede poco, come l’aria (che c’è e non si vede, come ho
ricordato nella prima lezione), ma c’è comunque qualcosa».[70]
77. Si noti che il punto 1 è decisamente pre newtoniano. Diceva Anassimandro più o meno che la Terra sta ferma perché non ha alcun posto dove andare. Il punto 2 tiene conto dell’assunto relativistico che la distanza (le lunghezze) è relativa. Il punto 3 rispecchia le posizioni di Aristotele e Cartesio sul vuoto. Rovelli chiarisce che lo spazio che comunemente si studia a scuola (la nozione dello spazio assoluto) è invece una invenzione di Newton, che ha avuto un discreto successo, ha finito per diventare senso comune e che è perdurata fino alla rivoluzione einsteiniana. Lo spazio newtoniano non è una relazione, è una entità che esiste di per sé. È definito dalle distanze e può essere vuoto. Questo era, per Newton, lo “spazio vero”, in contrapposizione allo spazio ingenuo di Aristotele e Cartesio.
Gravità
Lo spazio newtoniano
“vero”, come ognun sa, ha avuto un notevole successo pratico, in relazione
all’elaborazione della meccanica terrestre
e celeste. Tuttavia, con gli sviluppi dei secoli, successivi si
presentarono varie anomalie kuhnianamente intese. La riformulazione dello
spazio newtoniano (assieme a quella del tempo) è avvenuta grazie a Albert
Einstein.
Osserva Rovelli: «La
risposta di Einstein alla domanda di cosa sia lo “spazio vero” di Newton è che
si tratta di un campo fisico simile
ai campi elettrici e magnetici, che alla fine del XIX secolo Faraday e Maxwell
hanno mostrato rendere conto dei fenomeni elettrici e magnetici, aprendo così
la via alla tecnologia moderna. Faraday e Maxwell avevano introdotto i campi come entità diffuse che oscillano,
che muovono e sono mosse dalle cariche elettriche. Einstein capisce che anche
la forza di gravità, come le forze elettriche e magnetiche, è l’effetto di un
campo, che chiama campo gravitazionale».[71]
Lo “spazio vero” introdotto da Newton non era altro che questo campo
gravitazionale. Si noti che si tratta ora di una ben precisa entità fisica.
78. La conseguenza più radicale della nuova concezione dello
spazio si ha a proposito della nozione di distanza.
Spiega Rovelli: «Quella che chiamiamo distanza, la quantità misurata da un
metro, è quindi una manifestazione del campo gravitazionale. Lungi dall’essere
a priori, come immaginava Kant, la geometria fisica è la manifestazione di una
particolare entità fisica. Le oscillazioni di questo campo, cioè l’analogo
delle onde elettromagnetiche, sono le onde gravitazionali, rilevate qualche
anno fa da strumenti come LIGO negli Stati Uniti e Virgo in Italia. Quando il
campo è molto curvo, dà luogo ai buchi neri, di cui abbiamo da poco scoperto
essere pieno l’universo. Quando si espande, trascinando con sé le galassie, dà
luogo all’espansione dell’universo che osservano gli astronomi. Tutti fenomeni
di cui le equazioni di Einstein rendono conto con precisione fino ad ora
perfetta».[72]
79. Da notare – dato il persistere di certe convinzioni presso
il largo pubblico ormai del tutto obsolete – che il campo gravitazionale di
Einstein non può in alcun modo essere considerato come un a priori kantiano. Einstein ha tolto definitivamente di mezzo la
centralità kantiana della mente umana nella strutturazione della natura. La rivoluzione copernicana kantiana era in
realtà una involuzione. Il campo gravitazionale di Einstein c’è anche senza la mente umana. La natura non è in alcun modo mind dependent in senso kantiano.
Dunque, lo spazio della
nuova fisica è sicuramente una entità
fisica con la quale noi interagiamo. Ed essa interagisce con noi
fisicamente, come testimonia la scoperta delle onde gravitazionali. Quando
siamo attraversati dalle onde gravitazionali, noi stessi veniamo
impercettibilmente spazialmente deformati,
esattamente com’è rilevato dagli interferometri. E’ accertato ormai che le onde gravitazionali viaggiano alla
velocità della luce e giungono a noi da distanze enormi. Lo spazio assoluto di Newton e la forma a priori dello spazio di Kant
(assieme al tempo) possono ormai essere definitivamente consegnati alla storia.
Tentativi eroici del pensiero umano, degni di ogni rispetto, anche
affascinanti, ma sbagliati.
80. Sulla filosofia continentale, di ieri e di oggi, le
conseguenze di queste conclusioni della nuova fisica sono in effetti piuttosto
catastrofiche. Rovelli non ne parla esplicitamente, poiché non è esattamente il
suo campo, ma le conseguenze sono clamorose. E così possiamo approfondire un poco.
Una conseguenza è che la Critica della
ragion pura è confutata nei suoi fondamenti, e con ciò l’intero sistema
kantiano. Siamo proprio obbligati a fare a meno della rivoluzione copernicana kantiana. Nella disputa tra Locke e Hume da
un lato e Leibniz e Kant, dall’altro, i primi avevano ragione.
Non solo. Poiché
l’intero idealismo tedesco (Fichte,
Schelling, Hegel e pure Schopenhauer) si basava sui presupposti a priori di Kant, anch’esso sarà da
consegnare alla storia. Marx – lo dico perché ci sono ancora in giro parecchi
impenitenti sedicenti marxisti – non è assolutamente al riparo da questo
terremoto, visto che il suo cosiddetto materialismo è del tutto essenzialistico. Agli occhi di Marx,
quello di Rovelli sarebbe stato considerato come un’espressione di materialismo volgare. O di idealismo borghese, stando al dibattito
tra Lenin e Mach. Non solo ancora. L’intera filosofia continentale che, a
partire da Kant, nel solco di Kant, si è nutrita della ricerca di sempre nuovi a priori ha purtroppo funzionato a lungo
come una gigantesca macchina del vuoto.[73]
Che è passata alla filosofia francese e poi ha valicato l’atlantico divenendo
ivi assai di moda. Di conseguenza, anche Husserl e Heidegger diventano del
tutto improponibili. Si noti che – come ho curato di specificare altrove, nel
saggio sopra citato – questo non significa che dobbiamo smettere di studiare la
storia della filosofia continentale. Lo stesso Rovelli mostra, con le sue
argomentazioni, di essere un attento conoscitore della storia della filosofia,
e non solo di quella occidentale.
81. Conclude così Rovelli a proposito dello spazio e del tempo: «La relatività generale descrive la realtà come un insieme di campi che non sono collocati nello spazio e non evolvono nel tempo. Come la res extensa di Cartesio, definiscono essi stessi l’estensione spaziale, e il loro evolvere è esso stesso il tempo. Dopo la parentesi newtoniana, torniamo quindi alla comprensione naturale dello spazio, quella tradizionale: lo spazio è una relazione di adiacenza fra entità, che usiamo per localizzare oggetti ed eventi. Non esiste movimento assoluto, esiste solo movimento relativo. Non ha senso chiedersi dove sia qualcosa, se non in relazione ad altre cose. Non esistono luoghi assoluti. Esistono solo luoghi relativi. Il breve periodo durante il quale la struttura concettuale concepita da Newton è stata la migliore disponibile per descrivere fatti naturali ha determinato quello che ci hanno insegnato a scuola e ha creato la falsa idea che lo spazio strutturato di Newton, con la sua rigida geometria e la sua eterea esistenza, fosse qualcosa di necessario per comprendere la realtà. Era un abbaglio».[74] Dunque, almeno in questo specifico caso, un certo aspetto del naturalismo pre newtoniano viene addirittura rivalutato dalla nuova fisica. Ovviamente, sarebbe sciocco ogni crasso e letterale ritorno ad Aristotele e/o a Cartesio.
Reti
82. Nel capitolo Reti,
Rovelli racconta finalmente gli aspetti
fondamentali della sua ricerca. Presenta cioè in termini divulgativi i
fondamenti della teoria della gravità quantistica a loop. È bene precisare qui che si tratta ancora di una teoria in
cerca di conferma sperimentale, in concorrenza dunque con altre analoghe
teorie. Ovviamente, Rovelli sponsorizza la teoria della gravità quantistica.
Secondo Rovelli, la teoria relazionale della gravità quantistica è la logica
conseguenza delle ultime due grandi scoperte della fisica. Spiega Rovelli: «Sono
due le novità concettuali maggiori nella fisica del XX secolo. La prima
riguarda la natura di spazio e tempo rivelata dai fenomeni gravitazionali
relativistici. La seconda riguarda la natura delle cose rivelata dai fenomeni
quantistici. La domanda al centro di questo libro è cosa implichino queste due
novità concettuali prese insieme. La
chiave della risposta è il fatto che la struttura relazionale della meccanica
quantistica e la struttura relazionale dello spaziotempo... combaciano».[75]
83. Spiega Rovelli con un esempio: «Il sistema A […] ha
proprietà relative al sistema B […]. Affinché le proprietà siano realizzate, A
e B devono interagire. Ma c’è una
evidente connessione fra contiguità e
interazione. A e B possono interagire
solo se sono contigui (questo è quanto chiamiamo «località»: non esiste vera
azione a distanza). Per interagire bisogna essere contigui. E d’altra parte,
cosa significa per A e B essere contigui, se non il fatto di poter interagire?
In altre parole, la struttura concettuale della meccanica quantistica riguarda
l’interazione fra sistemi. Ma per
poter agire su B, A deve essere adiacente
a B. Quindi la relazione che fonda l’interazione quantistica e la relazione che
fonda la struttura dello spaziotempo... sono la stessa relazione!».[76]
Si tratterebbe allora di
entrare nel dettaglio e mostrare come le due descrizioni di cui disponiamo
possano effettivamente coincidere. Ovviamente, i fisici teorici costruiscono i
loro modelli. Spetta poi ai fisici sperimentali trovare le conferme
dettagliate. Rovelli ribadisce la sua convinzione che questa sia una buona
direzione di ricerca.
84. Rovelli a questo punto presenta una ampia esemplificazione
della sua teoria ragionando intorno ai buchi
neri. I buchi neri sono oggetti entro i quali si può in un certo senso
“osservare” all’opera la gravità quantistica, in una situazione estrema. Al di
fuori dei buchi neri, la gravità si presenta come una forza decisamente più
“lieve”. Sia la gravità terrestre, sia le onde gravitazionali sono del tutto
compatibili con la nostra attività quotidiana. Rovelli presenta anche taluni
concetti legati alla quantizzazione
dello spazio.[77] Si tratta di una parte tecnica che, per i nostri scopi,
possiamo anche trascurare.
Un aspetto importante di
rilievo filosofico sta qui tuttavia nel fatto che Rovelli esibisce
(intuitivamente) un modello di spazio geometrico “granulare”. Reti di entità
granulari: «Aree e volumi risultano essere quantizzati, cioè possono solo
prendere certi valori. Questo implica che non esistono volumi o aree
arbitrariamente piccoli: i pezzetti di spazio sono granulari. Possiamo pensare
la geometria come formata da una rete di quanti di volumi discreti. […] I
quanti di spazio che formano queste reti non vivono in uno spazio fisico: sono
essi stessi i grani elementari dello spazio fisico. La matematica che descrive
queste reti è stata introdotta negli anni Settanta da Roger Penrose».[78] Questi
sarebbero i “quanti di spazio” ipotizzati dalla teoria.
Alle pagine 95-99 Rovelli
descrive con qualche dettaglio i principi fondamentali di questa geometria. Non
entriamo nel merito, trattandosi oltretutto di un quadro teorico. E non avendo noi
adeguate competenze tecniche. Tuttavia l’aspetto straordinario di questa teoria
è il fatto che lo spazio geometrico diventerebbe un vero e proprio costrutto fisico. Una cosa tra le altre cose. Lo spazio della
nostra esperienza emergerebbe da un mare di micro processi quantistici.
85. Rovelli conclude: «La teoria che ho descritto si riduce al
mondo che conosciamo quando l’interferenza quantistica è trascurabile e il
campo di gravità è debole. Al di là di questo regime, che è quello che ci è più
familiare, la teoria non assume che il mondo sia contenuto in uno spazio. Non
assume che ci sia una particolare variabile tempo in cui il mondo evolve. Non assume
l’esistenza di oggetti».[79] Come si vede, appena si getta uno sguardo oltre la
nostra esperienza domestica, i tradizionali concetti di spazio, tempo e materia
(gli oggetti) diventano sempre più evanescenti. D’altro canto, la “solidità”
del mondo in cui siamo immersi appare sempre più come il risultato di processi
microscopici che sono tutt’altro che solidi.
86. Osserva Rovelli: «Lungi dall’essere incompatibili o
profondamente diverse, come a volte si sostiene, la relatività generale e la
meccanica quantistica condividono il nucleo relazionale che le fa fondere
naturalmente. Entrambe riguardano la rete delle interazioni tra processi. Qui,
credo, è dove ci conduce la fisica del XXI secolo. A questo relazionalismo e
prospettivismo. A una comprensione del mondo fatta di processi, descritti in
altri processi, da cui emergono la materia solida o fluida e lo spazio e il
tempo e la nostra esperienza quotidiana».[80] Il mondo domestico della nostra
esperienza emerge dunque dai processi
elementari. È una conseguenza.
87. Una nota filosofica che qui si presenta come necessaria
riguarda il termine prospettivismo,
utilizzato dallo stesso Rovelli. Allo stato attuale, in filosofia, con
prospettivismo ci si riferisce soprattutto alla nota teoria di Nietzsche. Essa delinea
un relativismo ermeneutico secondo il
quale tutti i punti di vista si
equivalgono. Chiaramente questa non è
la posizione di Rovelli, se non altro poiché egli è uno scienziato e la teoria
quantistica a loop non è certo
considerabile come uno dei punti di vista tra i tanti, visto che attende e
aspira a una conferma sperimentale. Avere o non avere una conferma sperimentale
fa pur sempre la differenza tra i tanti punti di vista. Dunque non è vero che
tutti i punti di vista si equivalgono.
In un cosmo prospettivistico, alla Rovelli, non può capitare tutto quello che si vuole, non tutto è possibile,
le relazioni/ interazioni pongono continuamente dei vincoli che determinano il nostro punto di vista prospettico che
non è un punto di vista qualsivoglia,
ma un punto di vista ferocemente
vincolato dalle relazioni /interazioni che intercorrono tra noi e tutto il
resto. Il solo punto di vista che – giunti a questo punto della nostra storia
interattiva – siamo in grado di avere, anche se solo dall’interno.
88. Dire che ogni cosa è uguale esprime il punto di vista naturalistico o fisicalistico di Rovelli, secondo cui c’è una sola physis e non ci sono dualismi materia-spirito, concreto – astratto, soggetto-oggetto, fisica-metafisica, umano - divino. E questa sola physis ci basta e avanza. Questo dunque non c’entra nulla col popolare relativismo ermeneutico postmoderno secondo cui tutti i punti di vista si equivalgono. Cioè, in altri termini, la tesi postmoderna volgare per cui hanno ragione tutti. Avrebbero ragione tutti se ciascuno costituisse una entità solipsistica, priva di rapporti con l’esterno. Visto invece che la realtà è fondamentalmente relazionale, la trama delle relazioni non può che costituire, oltre che alcuni elementi di libertà, dei solidi vincoli. La connettività è ben lungi dall’avallare qualsiasi possibilità. I fotoni fanno i fotoni, i neutrini fanno i neutrini, e così via. Non tutto è in relazione con tutto e neanche è il caso che niente sia in relazione con niente. Esattamente come Platone più o meno sosteneva che: «Qualcosa è in relazione con qualcosa» e solo ciò costituisce il “mondo vero”. Però ora sappiamo che questo “mondo vero” è vero fisicamente.
...=oOo=…
Ho preso,
fin qui, in esame le prime tre “lezioni americane” di Rovelli. Farò
eventualmente seguire, in un saggio successivo, l’esame delle ulteriori tre
lezioni. Sempre che interessi a qualcuno.
Giuseppe Rinaldi (10/01/2024)
OPERE CITATE
1988 Galilei, Galileo, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (a cura di Antonio Favaro), Edizioni Studio Tesi, Pordenone.
2014 Rovelli, Carlo, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina, Milano.
2017 Rovelli, Carlo, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano.
2020 Rovelli, Carlo, Helgoland, Adelphi, Milano.
2025 Rovelli, Carlo, L’eguaglianza di tutte le cose, Adelphi, Milano.
1953
Quine, Willard van Orman, From a Logical
Point of View. Nine logico-Philosophical Essays, Harvard University Press,
Cambridge. Tr. it.: Da un punto di vista logico. Saggi
logico-filosofici, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004.
NOTE
[1] Cfr. Rovelli 2025: Prefazione.
[2] Cfr. Rovelli 2025: Prefazione.
[3] So bene che ci sono diversi tipi di
scetticismo e di relativismo.
[4] Può sembrare una valutazione spiccia, ma
sono già intervenuto più volte sull’argomento e non sto qui a ripetermi.
[5] Cfr. Rovelli 2025: Prefazione.
[6] Ho scritto anti teologica e non anti
religiosa per il fatto che considero la religione come un fenomeno
culturale umano, che non necessariamente deve confrontarsi con la fisica del
proprio tempo. Anche perché spesso non sarebbe in grado di farlo. Invece la teologia – almeno nella tradizione
occidentale – ha sempre preteso di dar conto della realtà nel suo complesso e
quindi ha sempre preteso di stabilire quali avrebbero dovuto essere i suoi
rapporti con la tecnologia, con la scienza della natura e con la filosofia
naturale. Volente o nolente, la teologia in senso occidentale non può essere
indifferente alla fisica.
[7] Cfr. Quine 1953.
[8] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. P. 14.
[9] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Terra. P.
19.
[10] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Velocità.
P. 20.
[11] Cfr. Galilei 1988: Giornata seconda.
[12] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Velocità.
P. 24.
[13] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Velocità.
P. 25.
[14] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Velocità.
P. 25.
[15] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Velocità.
P. 24.
[16] Cfr. Rovelli 2014: 114.
[17] L’interazione di tipo logico si trova già in Platone. Poi massicciamente in
Leibniz, Si trova anche in Kant, sebbene celatamente, e poi si trova
massicciamente in Hegel.
[18] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 27.
[19] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 27. Il corsivo è di Rovelli.
[20] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 28-29.
[21] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 30.
[22] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 31.
[23] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 28.
[24] Il relativo commento si troverà nella
eventuale Seconda parte.
[25] Ma si riferiva ai suoi a priori. Le nuove condizioni di possibilità sono le
interazioni.
[26] In realtà era un po’ più preciso, ma qui
possiamo trascurare.
[27] Un discorso complesso si potrebbe fare
proprio sui sistemi fisici. Il
confine dei sistemi fisici è determinato dalle osservazioni che faccio.
Considero la mela e allora ci metto dentro ciò che mi serve considerare come
mela. Ma posso considerare il sistema fisico del mio telefonino. Oppure il
sistema fisico del mio gatto. Oppure, ancora, posso considerare il sistema
fisico del sistema solare (che comprende anche la mela, il gatto, il
telefonino). La logica della loro costituzione è esattamente uguale a quella
della mela. Il fatto che taluni sistemi fisici ci appaiano più compatti (il
gatto si distingue approssimativamente rispetto allo sfondo dove è collocato e
lui stesso riconosce certi suoi confini) e dunque siamo indotti a considerarli
come un tutt’uno, come persone, animali, o cose di nostro interesse, è un fatto
legato alla nostra intenzionalità
(fisica anch’essa – il mio riferimento intenzionale alla cosa implica che io
abbia organi di senso e di rappresentazione interna della cosa stessa).
[28] Ricordo che Kant scrisse una Monadologia fisica.
[29] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 33.
[30] Cfr. Rovelli 2014: 115.
[31] Cfr. Rovelli 2014: 116.
[32] Cfr. Rovelli 2014: 116.
[33] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima. Quanti.
P. 34-35.
[34] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima.
Prospettive. P. 37.
[35] Cfr. Rovelli 2025: Lezione prima.
Prospettive. P. 39-40.
[36] Cfr. Rovelli 2025: Capitolo secondo.
Conoscenza. P. 41. Il corsivo è di Rovelli.
[37] Cfr. Rovelli 2025: Capitolo secondo.
Conoscenza. P. 42.
[38] Cfr. Rovelli 2025: Capitolo secondo.
Conoscenza. P. 42.
[39] Cfr. Rovelli 2025: Capitolo secondo.
Conoscenza. P. 43.
[40] Cfr. Rovelli 2025: Capitolo secondo.
Conoscenza. P. 44.
[41] In questo concordavano i filosofi estatici, i quali di solito affermavano
di avere avuto l’estasi, ma di non poter comunicare alcuna informazione in
merito. L’esperienza del totalmente altro
non potrebbe in alcun modo esser comunicata. E’ chiaro che in tal modo non si
può dare alcuna informazione (o prova) del totalmente
altro. Una osservazione implica sempre una interazione e la memoria di
una qualche misura. Nella loro surreale comicità, anche gli Acchiappa
fantasmi (Ghost Busters) avevano
bisogno del loro apparecchio rivelatore per individuare i fantasmi o spiriti
che fossero.
[42] Cfr. Rovelli 2014: 208.
[43] Cfr. Rovelli 2014: 209.
[44] Cfr. Rovelli 2014: 210.
[45] Cfr. Rovelli 2014: 210-2011.
[46] Cfr. Rovelli 2014: 213.
[47] Cfr. Rovelli 2025. Lezione seconda.
Certezza. P. 45-46.
[48] Anche se tra me e Alice potrebbero esserci
delle interazioni indirette. Alice potrebbe avere appena comprato su Amazon
l’ultima copia del libro che volevo ordinare, così il libro ora mi risulta
esaurito. Se Alice fa una recensione dell’acquisto fatto e io la leggo, posso
cominciare a “conoscere” esplicitamente qualcosa di Alice.
[49] L’errore non è in alcun modo assimilabile
al non essere di socratica e
platonica memoria.
[50] Cfr. Rovelli 2025. Lezione seconda.
Certezza. P. 47.
[51] Cfr. Rovelli 2025. Lezione seconda.
Certezza. P. 47.
[52] Cfr. Rovelli 2025. Lezione seconda.
Certezza. P. 49.
[53] Dei quali sinceramente non abbiamo molte
notizie.
[54] Cfr. Rovelli 2025. Lezione seconda.
Certezza. P. 54.
[55] Cfr. Rovelli 2025. Lezione seconda.
Informazione. P. 55.
[56] Cfr. Rovelli 2025. Lezione seconda.
Informazione. P. 56.
[57] Cfr. Rovelli 2025: Lezione seconda.
Circolarità. P. 58.
[58] Cfr. Rovelli 2025: Lezione seconda.
Circolarità. P. 59.
[59] Cfr. Rovelli 2025: Lezione seconda.
Circolarità. P. 60-61.
[60] Cfr. Rovelli 2025: Lezione seconda.
Circolarità. P. 61.
[61] Cfr. Rovelli 2025: Lezione seconda.
Circolarità. P. 63.
[62] Cfr. Rovelli 2025: Lezione seconda.
Circolarità. P. 64.
[63] Cioè la forza elettromagnetica, la
interazione forte e la interazione debole.
[64] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Tempo. P.
66.
[65] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Tempo. P.
65.
[66] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Tempo. P.
66.
[67] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Tempo. P.
67.
[68] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Spazio.
P. 73.
[69] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Spazio.
P. 74-75.
[70] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Tempo. P.
75.
[71] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Spazio.
P. 79.
[72] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Spazio.
P. 80.
[73] Si veda il mio saggio: Finestre
rotte: Esiste la filosofia continentale?
[74] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Reti. P.
82-84.
[75] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Reti. P.
85.
[76] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Reti. P.
86.
[77] Una spiegazione più ampia e più chiara
circa i quanti di spazio si trova in
Rovelli 2014: Capitolo 6.
[78] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Reti. P.
94.
[79] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Reti. P.
99.
[80] Cfr. Rovelli 2025: Lezione terza. Reti. P. 100.
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