
1. Credevamo di sapere, più o meno a spanne, cosa fosse
il populismo.[1] Ora pare proprio che ci fossimo sbagliati. La questione pare
assai più controversa di quanto non avessimo mai pensato. Incontriamo sempre più
spesso, infatti, autorevoli commentatori, studiosi e leader politici che parlano
tranquillamente di «populismi democratici» e di «populismi di sinistra». La cosa
fa uno strano effetto. Per noi che apparteniamo al secolo ormai trascorso,
sentir parlare, ad esempio, di «populismo democratico» non può che evocare una
buffa contraddizione in termini, un animale impossibile, più o meno come l’ircocervo di crociana memoria. Lo
stesso vale per «populismo di sinistra» che ci pare piuttosto assomigliare al
famoso sarchiapone, animale
perfettamente descritto in uno dei tanti mondi possibili, ma del tutto
inesistente nel mondo reale. Se questa nuova fauna viene sempre più ampiamente
sdoganata senza suscitare alcuna protesta vuol dire evidentemente che il
significato di termini quali democrazia, sinistra
e populismo è radicalmente cambiato,
o comunque sta subendo uno stiramento davvero senza precedenti. Sia ben chiaro
che non siamo fautori di un conservatorismo concettuale a
priori. Ammettiamo tranquillamente che nomina
sunt consequentia rerum e che, quindi, al mutar della realtà possiamo
vederci indotti a cambiare, anche radicalmente, i nostri attrezzi concettuali.
La domanda è se siamo effettivamente giunti a questo punto. O se, invece, queste
licenze logiche e terminologiche non siano esse stesse da considerarsi come una
conseguenza del dilagare stesso del populismo. Un dilagare che sta facendo
scempio dello stesso linguaggio, non solo di quello comune ma anche di quello
specialistico.
2. Una buona occasione per discutere e approfondire il
rapporto sia tra il populismo e la dottrina standard della democrazia[2]
sia quello tra il populismo e la dicotomia tra destra / sinistra ci è fornita
dalla pubblicazione presso Laterza del libro Per
un populismo di sinistra di Chantal Mouffe.[3] La studiosa inglese (di
origine belga) è conosciuta per la sua attività, negli ultimi decenni, insieme a
Ernesto Laclau, nell’ambito di una corrente di studi su socialismo, populismo e
democrazia.[4] A differenza di molti politici e intellettuali che il populismo
l’hanno per lo più praticato nelle più diverse declinazioni, Laclau e Mouffe
hanno invece cercato di sviluppare una vera e propria teoria
del populismo, dai caratteri alquanto insoliti e originali. Come conseguenza
di questa stessa attività teorica, recentemente Mouffe è sempre più spesso
intervenuta attivamente a sostegno di vari movimenti come Podemos
o La France insoumise, individuati
come «populisti di sinistra». Ha suscitato diverse simpatie anche presso la
nostrana sinistra - sinistra. Insomma, Mouffe rappresenta oggi colei che si sta
sobbarcando il compito di fornire al nuovo populismo una fondazione filosofica
e politologica di ampio respiro, oltre a un conseguente fattivo appoggio
pratico.
3. Quella di Mouffe / Laclau è senz’altro una
prospettiva teorica eterodossa, che spesso è stata definita come post-marxista,
sebbene forse la dizione più corretta potrebbe essere quella di poststrutturalista
o, addirittura, di postmoderna. I
due Autori sono, in effetti, caratterizzati da un certo eclettismo
di fondo che cerca di connettere in una visione unitaria concezioni invero assai
disparate che paiono più che altro essere accomunate da una qualche opposizione
alla modernità. Sono stati influenzati in modo particolare dallo strutturalismo,
da Althusser in particolare, dal pensiero di Gramsci e dalla psicoanalisi
(soprattutto quella lacaniana). Non mancano neppure copiosi riferimenti a
Machiavelli e a Carl Schmitt. Non è nostra intenzione, qui, entrare
dettagliatamente nel merito della teoria dei due Autori, che peraltro presenta
una certa complessità e, talvolta, alcune oscurità. Cercheremo piuttosto, in
quel che segue, di compiere una lettura critica del libro della Mouffe,
utilizzandolo per evidenziare e discutere i problemi che abbiamo segnalato in
apertura. Problemi che, al di là della teoria, rivestono oggi una schietta
dimensione pratico - politica. Prenderemo in considerazione le questioni
teoriche di fondo solo quando ci sembrerà necessario.
4. Per chi non conosca le teorie elaborate dai due
Autori conviene comunque sviluppare qualche considerazione introduttiva. La
posizione post-marxista di Laclau e Mouffe si caratterizza anzitutto per quello
che loro chiamano anti
essenzialismo. Si tratta, in parole povere, di un rifiuto della prospettiva
della lotta di classe, com’è stata definita nella teoria marxiana e marxista.
Questa posizione implica, come diretta conseguenza, anche un abbandono di
qualsiasi forma di determinismo socio
economico. Gli schieramenti che si confrontano nel campo politico non sono
più principalmente determinati dagli interessi materiali delle parti in causa,
quanto da aggregazioni di significati che si formano sul terreno retorico
linguistico. In questo senso vanno i copiosi riferimenti a Gramsci (al Gramsci
dei Quaderni, in particolare) e alla
sua prospettiva culturalista. Va
segnalato tuttavia che l’anti essenzialismo dei due Autori s’inscrive più che
altro nell’orizzonte del relativismo
e delle filosofie postmoderne,
quegli orientamenti cioè che notoriamente hanno sottoposto a critica e rifiutato
radicalmente tutti i tipi di fondazionalismo e tutte le «grandi narrazioni»
della modernità, comprese le diverse ideologie politiche di matrice
illuminista.
I due Autori – e questa è forse la loro principale
caratterizzazione - hanno sviluppato una originale teoria
del potere politico tutta incentrata intorno alla nozione gramsciana di egemonia. Si tratta, indubbiamente, di
un particolarissimo uso della filosofia gramsciana, caratterizzato da forti
coloriture foucaultiane. L’egemonia
è concepita nei termini di un’egemonia esclusivamente culturale, la
quale si esercita all’interno di uno spazio politico che è, a sua volta,
concepito come uno spazio discorsivo di
tipo retorico. Non si tratta quindi, qui, di cultura in senso antropologico
ma di cultura intesa in termini di comunicazione. Si nota una certa influenza
da parte di Saussure e della sua teoria linguistica che si manifesta soprattutto
nel fatto di intendere lo spazio
politico come uno spazio di
opposizioni, entro il quale ciascun elemento retorico acquisisce il suo
significato solo in relazione alla posizione degli altri elementi. Naturalmente,
all’interno dello spazio politico il problema non sarà tanto quello di definire
un meccanismo di opposizioni significative utile alla produzione linguistica,
come in Saussure, quanto quello di stabilire l’identità
politica dei contendenti e, contestualmente, il loro peso specifico in
termini di conflitto e di potere
politico egemonico.
L’impostazione di fondo dei due autori – già lo abbiamo
segnalato - è alquanto relativistica
e lo spazio politico è da loro considerato come irrimediabilmente frammentato e
disordinato. Poiché lo scopo della politica è di costruire dei soggetti
collettivi in competizione, la formazione dei contendenti avviene attraverso
l’aggregazione in blocchi di punti di
vista che possono essere considerati tra loro equivalenti.
I due autori parlano in proposito di catene di equivalenza. Nell’agone
politico, ha maggiori probabilità di divenire egemone chi riesce a costruire, a
discapito degli avversari, un’aggregazione in termini di equivalenze che sia più
forte delle altre.
5. Con ciò abbiamo enunciato tutto quel che ci serve
per giungere a comprendere un concetto fondamentale, secondo Laclau e Mouffe, e
cioè proprio a quello del popolo.
Per i due Autori, un’identità egemonica che si costituisca nel campo politico in
contrapposizione agli avversari, grazie a una catena di equivalenze, costituisce
un popolo.[5] Il popolo quindi altro
non è se non un’aggregazione
volontaristica ottenuta con strumenti di tipo retorico. Il popolo, inoltre,
si costituisce in termini di opposizione, contro chi è ritenuto nemico
del popolo. È il caso di far notare che il popolo non costituisce una
semplice maggioranza transitoria: la formazione egemonica del popolo
– si capisce dal testo – qualora abbia successo non si limita a governare (a
detenere cioè il potere politico in quanto maggioranza) ma conferisce
la sua forma a un’intera epoca storica,[6] poiché caratterizza non solo le
decisioni politiche, ma un’intera prospettiva sociale e culturale. La
formazione egemonica può essere considerata, insomma, alla stregua di uno schema culturale in senso foucaultiano,
capace di caratterizzare un’intera epoca storica. Mouffe fa gli esempi del tatcherismo, oppure del neoliberismo
oppure, ancora, della socialdemocrazia.[7] Volendo trovare
precedenti illustri, la formazione egemonica di un popolo può ricordare
l’hegeliano Spirito del
tempo.
6. A partire dalla loro concezione egemonica del
potere, Laclau e Mouffe hanno elaborato e proposto un modello politico da loro
definito come democrazia radicale.
Il termine “democrazia” potrebbe qui far pensare che i due autori, una volta
abbandonato il marxismo, siano approdati a una teoria della democrazia in senso
standard. In effetti non è proprio
così: la loro democrazia radicale
sembra non coincidere con la democrazia standard – anche se pare che non vi si
opponga del tutto, almeno secondo l’opinione di Mouffe.
Mouffe spiega, infatti, come ci siano, a suo parere,
due modelli di strutturazione del campo politico: il modello
associativo e il modello
dissociativo. Afferma in proposito l’Autrice che: «Esistono due modi per
immaginare il campo politico. Il primo dei due, il modello associativo, lo vede
come il terreno della libertà e dell’agire di concerto. In alternativa, il
modello dissociativo concepisce la sfera politica come un terreno di conflitto e
antagonismo. La mia riflessione condivide la visione dissociativa […], per cui
sono due i concetti chiave per comprendere la natura del politico: «antagonismo»
ed «egemonia».».[8]
Laclau e Mouffe mirano dunque niente meno che a fornire
una nuova teoria del politico. Il
“modello associativo” da cui Mouffe prende le distanze corrisponde evidentemente
alla visione contrattualistica, che
è quella in base alla quale è nata l’idea stessa della democrazia e che è
confluita nel modello standard.
Attraverso il suo modello dissociativo, incentrato invece sui
concetti chiave di antagonismo ed egemonia, pare dunque che Mouffe voglia
conferire alla sua nozione della democrazia radicale un fondamento
non contrattualistico. Si tratta in effetti di un fondamento che presenta
molte analogie con la coppia concettuale schmittiana di amico/nemico.
Il popolo “sovrano” non nascerebbe più in seguito a un contratto, bensì intorno
a una formazione egemonica (il popolo di cui s’è detto) che si definisce nella
contesa contro qualcun altro.[9]
Nel modello dissociativo della Mouffe non esistono
dunque individui singoli che si associano, si sottomettono a una volontà
generale e poi deliberano, come nel
contrattualismo classico. Non esistono neppure soggetti che si scontrano per
tutelare la sfera dei loro interessi particolari. I soggetti che si confrontano
nel campo politico sono entità di significato costituite attraverso le armi
della retorica, attraverso le catene di equivalenza. Quello di Laclau/ Mouffe è
un modello di società politica dove non esistono individui autonomi, teste
libere che si contano attraverso il voto, ma piuttosto poli opposti, agglomerati
di significato che si scontrano per l’egemonia. Gli individui mobilitati nel
conflitto sono solo tenui emanazioni dei poli egemonici stessi.[10]
Insomma, la politica non è principalmente il campo
dell’aggregazione. Essa è bensì vista come un prodotto dello scontro,
dell’antagonismo. Nel campo politico non c’è spazio per la neutralità, per
regole super partes. Il popolo, per
costituirsi ha bisogno di individuare i suoi nemici. Esso si costituisce sempre
contro i nemici del popolo. La
natura ultima della politica è data dal farsi popolo contro coloro che sono
individuati come nemici. È stato ovviamente obiettato a Laclau che la sua
descrizione del populismo come fondamento del politico potrebbe
perfettamente adattarsi anche a descrivere il partito nazista. In effetti, nei
concetti fondativi del politico
populista di Laclau e Mouffe, cioè nell’antagonismo e nell’egemonia, non c’è
davvero nulla che possa predeterminare le regole di una democrazia in senso
standard. Manca cioè completamente l’idea del patto e del cittadino sovrano di
matrice illuminista.
La non esistenza di individui autonomi che possano
sottoscrivere un contratto è ricavata dai due Autori – lo vedremo in seguito –
attraverso una complessa teorizzazione di stampo psicoanalitico e post
strutturalista circa la debolezza e la frammentazione dell’Io. La
caratterizzazione post moderna di questa prospettiva dovrebbe essere evidente:
l’individuo autonomo, tipico della modernità, quello che attraverso un patto
andava a costituire il cittadino, per questi teorici, non esiste più (o, forse,
non è mai esistito). Ci sono solo posizioni retoriche forti o deboli che
definiscono di volta in volta la labile natura degli aggregati di individui. Gli
individui sono emanazioni del campo di forza (o di potere) che li egemonizza
(attraverso il dominio e/o il consenso). [11]
7. Mentre nel modello standard della democrazia il bene comune viene definito attraverso
strategie argomentative che devono
seguire determinate regole – le regole ad esempio che sono state definite da
Habermas nella sua teoria dell’agire
comunicativo – nel modello conflittuale di Laclau e Mouffe esso è
individuato solo ed esclusivamente attraverso strategie
retoriche dove, più che la ragione
argomentativa o l’etica della
comunicazione, prevale la forza
di ciò che si equivale. La forza, come si è visto, è data dalla capacità
retorica di costruire catene di equivalenza tra molteplici domande politiche
eterogenee e, quindi, di conferire un maggior peso alla formazione
discorsiva che diventa egemone. Da ciò si può desumere come, per gli Autori
che stiamo considerando, non abbia alcun senso un’opinione
pubblica di tipo habermasiano. Più che l’etica della comunicazione sembra
sia valutata soprattutto l’efficacia
della comunicazione stessa al fine di produrre un popolo
antagonistico il più compatto e il più ampio possibile.
Va evidenziato che, in questo quadro teorico, le stesse
regole della democrazia cessano di essere un elemento invariante, super
partes, definito dal patto
originario: esse sono costantemente coinvolte nella stessa costruzione
retorica egemonica. In altri termini, nella teoria di Laclau/ Mouffe non ci sono
le basi fondative per una Costituzione sottoscritta da tutti e che impegna
tutti. La Costituzione è riduttivamente, di volta in volta, il complesso delle
regole scritto da chi è egemone, cioè dai vincitori. Le regole della democrazia
vigenti in un certo momento possono sempre essere contestate e ribaltate da
un’azione contro egemonica. Ciò deriva dal fatto che sia il sistema politico sia
le sue fonti di legittimità sono costituite solo ed esclusivamente in termini di
retorica. La democrazia radicale di Mouffe è una democrazia dove non esistono
mai poteri costituiti, ma dove il
potere egemonico è per definizione sempre e in ogni momento un potere
costituente all’opera (che pretende – così vien detto – non di realizzare
la democrazia ma di radicalizzare la
democrazia). Si tratta insomma di un sistema democratico privo di stabili
fondamenti contrattualistici, del tutto fluido, che vive in un regime di rivoluzione permanente. Indubbiamente,
in tutto ciò si sente un forte odore di Schmitt. Sono queste le banali e
prevedibili conseguenze di un anti
fondazionalismo e di un machiavellismo spinti all’estremo,
indubbiamente tipici delle filosofie postmoderne.
8. Veniamo ora più propriamente al populismo.
L’Autrice non accetta ovviamente la nozione corrente di populismo,[12] che è per
lo più rivestita di connotazioni negative, poiché basata sulle narrazioni della
modernità e sulla teoria standard della democrazia. Il populismo – e qui
troviamo la compiuta applicazione della teoria di cui sopra – viene invece
definito nei termini seguenti. Si tratta di: «[…] una strategia discorsiva per
la costruzione di una frontiera politica, che opera attraverso la divisione
della società in due campi e chiama alla mobilitazione “i derelitti”, chi è
sfavorito, contro “chi è al potere”. Il populismo non è una ideologia e non può
essere ricondotto a un contenuto programmatico specifico. Né si tratta di un
regime politico. È un modo di fare politica che può assumere forme differenti a
seconda del momento e del luogo, ed è compatibile con diverse cornici
istituzionali. È legittimo parlare di un “momento populista” quando, sotto la
pressione delle trasformazioni politiche o socioeconomiche, l’egemonia
dominante è destabilizzata dalla moltiplicazione di domande insoddisfatte. In
queste situazioni, le istituzioni esistenti non riescono ad assicurarsi la
fiducia delle persone, poiché tentano di difendere l’ordine costituito. Come
risultato, il blocco storico che fornisce la base sociale della formazione
egemonica si trova disarticolato ed emerge la possibilità di costruire un nuovo
soggetto di azione collettiva – il popolo – capace di riconfigurare un ordine
sociale sentito come ingiusto».[13]
Questa descrizione fornita da Mouffe ci pare ricalcare
esattamente lo schmittiano stato di
eccezione, la descrizione cioè di un potere costituente in atto. Un altro
modo per parlare di una situazione
rivoluzionaria. Si noti l’espressione utilizzata: «divisione della società».
Non si tratta di una divisione dell’opinione pubblica e degli elettori tra una
maggioranza e una minoranza, all’interno di un popolo sovrano dotato di una
Costituzione, bensì tout court della
divisione della società tra un
popolo che mira all’egemonia e un corrispettivo nemico
del popolo. Quello che Rousseau chiamava con reverenza «il sovrano» e di cui
cercava di garantire in ogni modo l’unitarietà, viene tranquillamente spaccato
in due e contrapposto. Si noti che si dà per scontato che ci siano i derelitti e
coloro che sono al potere, dimenticando che nella democrazia non ci sono
derelitti o potentati, visto che in essa vale il principio «una testa, un
voto».[14] Si dà evidentemente per scontato che le istituzioni democratiche
siano solo forme di copertura al servizio di chi spadroneggia (potentati, élite,
oligarchie). Vediamo all’opera qui la solita teoria del disvelamento, secondo
cui la democrazia rappresenterebbe soltanto una forma di inganno, la
giustificazione formale dell’oppressione di alcuni ai danni di altri. Il
conflitto politico e il conflitto sociale tornano a essere la stessa cosa, come
nel marxismo.
Mouffe sostiene, in effetti, che la spaccatura
populista avviene inevitabilmente quando le istituzioni vigenti non sono in
grado di soddisfare le domande politiche del pubblico. Il populismo dovrebbe
dunque essere considerato come una sorta di processo politico di rifondazione
delle istituzioni democratiche già fallite. È questa, in sostanza, la
riproposizione della situazione della guerra civile, che sia poi
effettivamente combattuta o meno in maniera cruenta, ove lo scopo dello scontro
è quello di rifondare l’ordine sociale e istituzionale già compromesso. È chiaro
che il populismo, in questa accezione, rompe con la situazione esistente e tenta
di fondare un nuovo ordine sociale, politico e istituzionale. Il populismo così
inteso non amministra mai la banalità dell’ordinario
ma s’impone in un quadro di eccezione (tanto per continuare a
seguire lo Schmitt).[15]
Tutto ciò – è appena il caso di sottolinearlo - si
oppone nettamente alla teoria standard della democrazia. Stando al linguaggio
della teoria standard, il populismo di Laclau/ Mouffe, definito in questi
termini, non può che essere considerato eversivo o, se si preferisce, rivoluzionario.
Evidentemente è proprio per questo carattere che la democrazia di Mouffe e
Laclau è da loro qualificata come radicale. Nonostante condivida questa
teoria del politico, a tutti gli
effetti nient’affatto democratica, o per lo meno estranea
alla democrazia standard, Mouffe ritiene però – come vedremo - che il suo
populismo non sia incompatibile con la stessa democrazia standard.
9. Che la sua democrazia radicale non sia priva di
ambiguità è un fatto riconosciuto dalla stessa Mouffe, in un capitolo del suo
libro che s’intitola Radicalizzare la
democrazia. Afferma infatti l’Autrice: «Alcuni credevano che auspicassimo
una rottura con la democrazia liberale con la creazione di un regime del tutto
nuovo. In realtà desideravamo incoraggiare la «radicalizzazione» dei principi
etico-politici del regime liberaldemocratico, «libertà e uguaglianza per
tutti». Una dimensione importante di questo progetto era mettere in discussione
il convincimento di diverse persone schierate a sinistra che, per costruire una
società più giusta, fosse necessario abbandonare le istituzioni
liberaldemocratiche e costruire una politeia del tutto nuova, una nuova
comunità politica. Da parte nostra, affermavamo che nelle società democratiche
sarebbe stato possibile compiere importanti passi avanti in direzione
democratica mediante un impegno critico con le istituzioni esistenti
».[16]
In questo passaggio, la democrazia radicale viene
reinterpretata nei termini di una realizzazione autentica dei principi della
democrazia standard. Questa estrema “fluidità” concettuale è probabilmente resa
possibile dal sincretismo postmoderno e in certa misura dall’onnipotenza della
retorica. Ad ogni buon conto, Mouffe ammette che ci siano dei principi
importanti della democrazia (su quale base teorica siano ricavati non è molto
chiaro – evidentemente sulla base di una teoria
associativa della politica e non di una teoria
conflittuale!), che soffrono per una loro mancata attuazione: «Il problema
delle società democratiche moderne[…] era che i loro principi costitutivi di
«libertà e uguaglianza per tutti» non erano messi in pratica. Il compito della
sinistra non era di sbarazzarsi di questi valori ma di combattere per la loro
attuazione. La «democrazia radicale e plurale» che sostenevamo può dunque
essere concepita come una radicalizzazione delle istituzioni democratiche
esistenti, con il risultato di rendere i principi di libertà e uguaglianza
effettivi in un numero crescenti di relazioni sociali. Ciò non richiedeva una
rottura radicale di tipo rivoluzionario, una rifondazione totale. Al contrario,
l’obiettivo poteva essere raggiunto in maniera egemonica, attraverso una
critica immanente che mobilitasse le risorse simboliche della tradizione
democratica».[17] È chiaro qui che si gioca sulla differenza tra un semplice enhancement della democrazia esistente
e la costituzione di una diversa
democrazia radicale (qualunque cosa ciò voglia significare). Il problema è –
come s’è visto – che la visione antagonistico – egemonica non è molto
compatibile con i principi della democrazia, almeno di quella standard. Il
percorso suggerito per “radicalizzare la democrazia” rischia di non essere
affatto democratico.
Prosegue l’Autrice: «Credo che una strategia populista
di sinistra possa, sempre attraverso una critica immanente, intervenire e
mettere in discussione la postdemocrazia fino a ripristinare la centralità dei
valori democratici di uguaglianza e sovranità popolare. Questa tipologia di
intervento è possibile perché, anche se il neoliberalismo li ha relegati in
secondo piano, i valori democratici svolgono ancora un ruolo centrale
nell’immaginario politico delle nostre società. Inoltre, la loro funzione di
critica può essere riattivata per sovvertire l’ordine egemonico attuale e
crearne uno differente».[18]
Se comprendiamo bene, nel quadro normativo del “popolo
sovrano” delle attuali democrazie rappresentative sarebbe possibile, su un
terreno agonistico egemonico non tanto ben definito, costruire un popolo
populista che trovi la sua aggregazione proprio intorno alla retorica
dei principi della democrazia. Si tratterebbe insomma di giocare – nell’ambito
delle democrazie liberali – la carta di un’espansione dell’elemento democratico
che finora sarebbe stato sacrificato a spese dell’elemento liberale:
«Contrariamente a quanto si sostiene di solito, la strategia populista di
sinistra non è una manifestazione della «estrema sinistra», ma una via
differente per immaginare la rottura con il neoliberismo attraverso il recupero
e la radicalizzazione della democrazia. […] È proprio all’interno della cornice
dei principi costitutivi dello Stato Liberale – la divisione dei poteri, il
suffragio universale, il sistema multi partitico, i diritti civili – che sarà
possibile far progredire tutte le attuali domande democratiche. Opporsi alla
postdemocrazia non consiste nell’abbandonare quei principi, ma nel difenderli e
radicalizzarli».[19]
Il progetto della democrazia
radicale di Mouffe, nonostante questi chiarimenti, continua purtroppo, a
nostro modesto avviso, a rimanere assai ambiguo. Il progetto di un ampliamento
delle libertà, dell’eguaglianza e della sovranità popolare è sempre possibile
nel quadro normativo della democrazia rappresentativa standard, purché tutto ciò
sia sostenuto da un’adeguata maggioranza. Non si capisce perché tutto ciò
dovrebbe costituire una radicalizzazione della democrazia. Il
fatto è, purtroppo, che una definizione del politico
come quella proposta da Mouffe/ Laclau, basata sull’antagonismo e
sull’egemonia, non è affatto compatibile con la democrazia rappresentativa
standard. Non ci può davvero essere in democrazia un popolo
populista che divide in due il popolo sovrano, già giuridicamente definito
dalla Costituzione, e che sviluppa un conflitto antagonistico contro l’altra
parte. Le regole, i principi, i valori della democrazia rappresentativa non
possono essere degradate a semplici retoriche usate dalle parti in conflitto
per i propri disegni egemonici. Si è visto recentemente in Italia cosa può
succedere quando le parti usano la
riforma della Costituzione come tattica politica ordinaria.
Il fatto è che Mouffe pensa, forse in termini di retro
pensiero, che l’attuale ordinamento democratico standard sia già stato
completamente stravolto dalla attuale formazione egemonica della postdemocrazia
e quindi ritiene che per rimettere in funzione la democrazia stessa (cioè per
realizzare la sua democrazia
radicale) sia necessaria una lotta egemonica – condotta però sul terreno
stesso della democrazia. È un altro modo per sostenere che attualmente la
democrazia non c’è più, che siamo in una condizione di emergenza
e che quindi, il popolo
egemonico, come nuovo sovrano,
dovrebbe accingersi a ricostituire quel che la postdemocrazia ha
disfatto.
Si tratta, come ognun vede, di affermazioni assai
generiche, confuse, di ordine piuttosto disparato, per certi aspetti anche
condivisibili, anche se talvolta lasciano trasparire gli effetti indesiderati
del groviglio teorico postmoderno che fa da sottofondo alla teoria. Non è ben
chiaro quale possa essere il rapporto tra una democrazia
rappresentativa che realizzi finalmente i propri principi e una democrazia
radicalizzata che veda l’esercizio del potere egemonico antagonistico di un
popolo contro l’oligarchia che lo
opprime. Non è molto chiaro come una democrazia rappresentativa già instaurata
abbia bisogno del populismo per
radicalizzarsi, cioè per diventare più
democratica.
10. La teoria che abbiamo cercato di sintetizzare - al
meglio delle nostre capacità - permette a Mouffe di interpretare i recenti
eventi storico politici dell’Occidente come un avvicendamento di diversi
“popoli” egemonici. Alla formazione egemonica di stampo socialdemocratico,
basata sul welfare state keynesiano,
sarebbe succeduta la formazione egemonica neoliberale. Entro questa formazione
si sarebbe determinata da un lato la crisi della democrazia, che avrebbe portato
a quella che Mouffe chiama post
democrazia, o post politica, sulle orme di Colin Crouch.[20] Dall’altro, si
sarebbe determinata una crescente oligarchizzazione della società. Contro questa
situazione post democratica – che come conseguenza avrebbe determinato anche un
blocco della politica
antagonisticamente intesa – sarebbero oggi insorti i movimenti populisti, dando
vita all’attuale momento populista.
Il nuovo populismo dunque costituirebbe una ripresa
della politica antagonistica e ciò andrebbe considerato come qualcosa di
eminentemente positivo.
11. Se il populismo – come è stato sostenuto da Mouffe
- è la giusta rivolta dei derelitti contro i privilegiati, in tutte quelle
situazioni in cui il sistema politico non fornisce le risposte dovute, allora ogni populismo dovrebbe essere buono.
Mouffe ritiene invece, non senza qualche incoerenza, di dover distinguere tra un
populismo di destra e un populismo
di sinistra. Solo quest’ultimo
sarebbe effettivamente buono, e cioè
in grado di radicalizzare
effettivamente la democrazia. Osserva Mouffe che: «Entrambe le tipologie di
populismo mirano a federare le domande insoddisfatte, ma lo fanno in modi del
tutto dissimili. La differenza sta nella composizione del “noi” e nel modo in
cui l’avversario, il “loro”, è definito. […] Il populismo di sinistra […]
desidera restaurare la democrazia per rafforzarla ed estenderla. Una strategia
populista di sinistra ambisce a riunire le domande democratiche in una volontà
collettiva per costruire un “noi”, un “popolo” che fronteggi un avversario
comune: l’oligarchia».[21] Purtroppo Mouffe non dice con altrettanta chiarezza
cosa “fa” invece il populismo di destra.
Non è davvero facile capire cosa significhi “restaurare
la democrazia per rafforzarla ed estenderla”. Abbiamo visto come, per
Laclau/Mouffe, la democrazia è una retorica che può essere usata nel quadro
antagonistico egemonico contro l’oligarchia, le élite, i potentati che opprimono
il popolo. In questo quadro però la classica distinzione tra destra e sinistra
sembra destinata a venir meno. Il popolo in effetti può trovare la propria retorica unificante intorno a
qualsivoglia obiettivo, come la costruzione di un muro sui confini, oppure
intorno alla lotta contro l’oligarchia di Bruxelles. Non si capisce su quali
basi teoriche i brexiter o gli Orban
debbano essere considerati peggio di Podemos o di La
France Insoumise. Nulla assicura che la lotta contro i nemici del popolo,
individuati sulla base delle retoriche populiste, porti effettivamente a un
rafforzamento e a un’estensione della democrazia. Oltretutto, per dire con
chiarezza cosa significa rafforzare ed estendere la democrazia, una precisa
teoria del contenuto della
democrazia (non soltanto di tipo conflittuale) bisognerebbe pur averla.
12. Sembra poi che, secondo Mouffe, i populismi
di destra non siano proprio “di destra” secondo l’accezione tradizionale.
Avendo tutti i populismi una radice in una condizione di malcontento, nel quadro
di una opportuna retorica egemonica anche i populismi di destra possono essere
arruolati nella battaglia per la democrazia radicale. Insomma, si prospetta,
probabilmente sulla base della comune origine in termini di fondazione teorica,
la possibilità di un passaggio dal populismo di destra a quello di sinistra.[22]
Afferma infatti Mouffe che: «Per fermare la crescita dei partiti populisti di
destra è necessario elaborare una risposta schiettamente politica attraverso un
movimento populista di sinistra che federi tutte le lotte democratiche contro
la postdemocrazia. Anziché escludere a priori gli elettori dei partiti
populisti di destra, perché necessariamente animati da passioni primitive,
condannandoli quindi a restare sempre prigionieri di quei sentimenti, è
necessario riconoscere il nucleo democratico all’origine di molte delle loro
domande. Un approccio populista di sinistra dovrebbe provare a fornire un
lessico differente per orientare quelle domande verso obiettivi più
egualitari».[23]
Anche qui non è chiaro cosa siano e che senso abbiano
gli «obiettivi più egualitari». L’egualitarismo è – ahimè - una tipica
narrazione della modernità che fa una certa fatica a trovare posto nel
vocabolario politico postmoderno. Nella teoria conflittuale di Laclau/ Mouffe,
ad esempio, non c’è proprio alcuna base per sostenere l’inclusione degli
immigrati. Se il popolo oppresso
trova la sua costituzione contro gli
immigrati, e così diventa egemone, si avrà un legittimo populismo di destra. Per
includere gli immigrati occorrerà basarsi sulla ripresa delle retoriche
della modernità, sulla base di valori universalistici, cioè sulla base delle
tanto deprecate grandi
narrazioni.
13. Su queste basi, Mouffe spiega quelle che sono, a
suo parere, le ragioni di incomprensione tra quel che resta dei partiti
socialdemocratici e i nuovi populismi: «I partiti socialdemocratici, che in
molte nazioni hanno svolto un ruolo importante nell’attuazione delle politiche
neoliberali, sono incapaci di cogliere la natura del momento populista e di
fronteggiare la sfida che rappresenta. Prigionieri dei loro dogmi postpolitici e
riluttanti ad ammettere gli errori commessi, non sanno riconoscere che molte
delle domande articolate dai partiti populisti di destra sono domande
democratiche, cui bisogna fornire una risposta progressista. Molte di queste
domande provengono, infatti, dai gruppi maggiormente colpiti dalla
globalizzazione neoliberale e non possono essere soddisfatte entro la sua
cornice».[24] Aggiunge l’Autrice: «Classificare i partiti populisti di destra
come “di estrema destra” o “neofascisti”, e attribuire il loro appeal alla
mancanza di cultura di chi li sostiene è una soluzione fin troppo comoda per le
forze di centrosinistra. È un facile espediente per sminuire il fenomeno senza
riconoscere le responsabilità dello stesso centrosinistra per questa
emergenza».[25]
Su questo punto saremmo tentati di dar ragione a
Mouffe, se non fosse per il fatto che non è davvero facile distinguere gli effetti della globalizzazione sulla
condizione di vita delle grandi masse dagli effetti
della attiva propaganda populista. È davvero difficile considerare Orban,
con tutti i suoi seguaci, come un semplice effetto
della globalizzazione. Si può concordare sul fatto che l’accusa di fascismo
tout court rivolta ai populisti sia
inappropriata. Il fatto è che tra il fascismo e la democrazia c’è un ampio
spazio di gradazioni intermedie dove si consuma piuttosto l’estraneità
alla democrazia.
Avremmo comunque, seguendo Mouffe, una specie di
bizzarro raddoppio dello spazio politico: partiti di destra e sinistra
tradizionali che rappresenterebbero la postdemocrazia oligarchica e, quindi, non
sarebbero in grado di rappresentare efficacemente gli antagonismi egemonici.
Poi, i nuovi populismi, che
sarebbero gli autentici portatori del conflitto contro le oligarchie, a loro
volta suddivisibili in populismi di
destra e populismi di sinistra.
In questa pletora, solo i partiti populisti di sinistra sarebbero però in grado
di costruire (evidentemente in termini egemonici) e sostenere la nuova democrazia
radicale. Questo perché più egualitari. Dunque i populismi di sinistra
dovrebbero sviluppare una retorica basata sull’egualitarismo per arruolare gli
elettori populisti di destra. Un programma che ci pare davvero bello
e impossibile.
14. Mouffe sembra non rendersi conto che, se si guarda
ai contenuti delle lotte e dei conflitti contemporanei, non è semplice
individuare dei contenuti che sicuramente costituiscano un avanzamento (o radicalizzazione che dir si voglia)
della democrazia. Certe domande politiche non è davvero chiaro se siano
democratiche o anti democratiche. Ad esempio, la costruzione della linea ad alta
velocità Torino – Lione può essere interpretata come un attentato alla
democrazia (quella locale dei valligiani della val di Susa) o come un progresso
nell’integrazione europea del nostro Paese. La questione posta dai No Vax,
ugualmente, può essere intesa come l’estensione del diritto democratico di
disporre del proprio corpo, oppure come un attentato alla salute pubblica.
Stessi problemi riguardano cose come il salario minimo, oppure il “reddito di
cittadinanza” grillino. Tutti gli interventi volti a valorizzare il merito
possono essere interpretati come democratici oppure come anti democratici. È
abbastanza ovvio che nelle società occidentali odierne non bastano più i
cappelli generici della maggiore
partecipazione o della maggiore
uguaglianza a qualificare certe domande politiche come democratiche o anti
democratiche. Proprio la «fine delle grandi narrazioni» rende privi di un
criterio unificatore della miriade di domande politiche e quindi mette le
rivendicazioni continuamente una contro l’altra. E non è detto che la retorica
delle equivalenze riesca là dove l’ideologia arranca.
15. Abbiamo già accennato alla sussistenza di un certo
eclettismo in queste posizioni che
stiamo esaminando. Una specie di anything goes applicato alla politica
corrente. Mouffe, nonostante la sua base filosofica postmoderna, sembra in
taluni passaggi del suo ragionamento farsi sostenitrice della democrazia
rappresentativa, ritenendo dunque che questa sia del tutto compatibile con la
sua visione agonistica: «La società è di per sé divisa e attraversata da
rapporti di potere e antagonismi, e le istituzioni rappresentative permettono
l’istituzionalizzazione di questa dimensione conflittuale. Per esempio, in una
democrazia pluralista i partiti politici forniscono cornici discorsive che
permettono alle persone di dare un senso all’insieme delle relazioni sociali in
cui sono inscritti, nonché di percepire le loro linee di frattura. Se
concordiamo sul fatto che la coscienza degli agenti sociali non è l’espressione
diretta della loro posizione «oggettiva» ed è sempre costruita discorsivamente,
è chiaro che le soggettività politiche saranno plasmate da discorsi politici
concorrenti e che i partiti saranno essenziali nella loro elaborazione. I
partiti, dunque, forniscono degli indicatori simbolici che permettono alle
persone di posizionarsi nella realtà sociale e dar senso al loro vissuto. […] A
causa della svolta postpolitica, i partiti hanno perso la capacità di svolgere
un ruolo simbolico, ma ciò non dovrebbe condurci alla conclusione che la
democrazia possa farne a meno».[26]
È chiaro che una cosa come l’istituzionalizzazione
della dimensione conflittuale non dovrebbe trovare alcun appiglio nella
concezione di Mouffe e Laclau. Bisognerebbe ipotizzare la sussistenza di un
altro potere istituzionale che è al di sopra delle parti, diverso da
quello delle diverse egemonie che si scontrano. Ci si dovrebbe per lo meno
domandare quale sia la sua provenienza e la sua legittimità. Si prospetterebbe
la ridicola possibilità di una «teoria conflittuale» o antagonistica che trovi
però il suo spazio di azione
protetto in una dimensione istituzionale regolata di democrazia
rappresentativa. Ci viene in mente il “partito rivoluzionario istituzionale”
messicano.
Questa confusione di fondo genera proposizioni come la
seguente: «Il problema principale delle attuali istituzioni rappresentative è
che non permettono il confronto agonistico tra progetti differenti di società,
condizione per una democrazia in vigore. È dunque la mancanza di un confronto
agonistico a privare i cittadini della loro voce, non il modello
rappresentativo. Il rimedio non risiede nell’abolire la rappresentanza ma nel
rendere le istituzioni più rappresentative. È proprio questo l’obiettivo di una
strategia populista di sinistra».[27]
Pare che Mouffe voglia mantenere le istituzioni
rappresentative (secondo il modello standard della democrazia) e tuttavia,
accanto ad esse, vuole assicurare un conflitto agonistico, con tanto di
populismo di sinistra, per renderle più democratiche. È come far coesistere la
democrazia rappresentativa con la lotta di classe o con le guerre di religione.
Insomma, parrebbe che le istituzioni siano rappresentative solo quando
rappresentano il conflitto antagonistico. Un conflitto però che deve essere
autentico e sostantivamente diverso dal conflitto ingessato e “istituzionale”
tra la destra e la sinistra tradizionali. Si ha il paradosso di un popolo
che si costituisce e diviene egemonico (e costituente)
e che tuttavia si fa regolare dalle istituzioni (già
costituite). Si tratta, insomma, di stare dentro alla democrazia
rappresentativa epperò di starne anche fuori.
16. Il capitolo clou del libro di Mouffe s’intitola La costruzione di un popolo. Qui forse
si chiariscono, in prospettiva pratica, alcuni dei dubbi e delle ambiguità
della teoria che abbiamo sottolineato in precedenza. Assodato che gli individui
non hanno una loro effettiva autonomia e sono collocati in un campo di forze
retoriche che tendono a catturare il loro consenso e che gli attori autentici
della politica sono i popoli
egemonici che si costituiscono nel campo politico, sempre attraverso
artifici retorici, diventa massimamente rilevante esaminare come si proceda in
pratica a costruire il popolo.
Oltretutto, la terminologia è invero piuttosto insolita, poiché implica che,
nello stesso spazio politico, possono coesistere diversi popoli
che si trovano in conflitto per l’egemonia. Insomma, una pluralità di popoli in
competizione antagonistica. Solo alla fine si saprà qual’era il popolo
autentico – più o meno come nella filosofia della storia di Hegel. Eviteremo qui
di scendere nei dettagli e cercheremo di sintetizzare per punti gli elementi che
ci sono sembrati più significativi. Per chi fosse interessato, un intero
capitolo del libro (il cap. 2) è dedicato a esaminare quello che per Mouffe è
stato un caso classico di “costruzione del popolo” e cioè il tatcherismo.
Il
nemico. Anzitutto,
secondo Mouffe, la costruzione di un popolo nello spazio politico (siamo sempre
in una prospettiva di democrazia
radicale) richiede l’individuazione di un nemico. La presenza del nemico
pare inevitabile se si parte dall’assunto dell’estrema frammentazione della
domanda politica. La spiegazione è assai semplice: in una situazione di estrema
frammentazione, è molto difficile unirsi per qualcosa. Molto più facile unirsi
contro qualcosa. Afferma Mouffe che:
«[…] la costruzione di una volontà collettiva attraverso una catena
equivalenziale richiede la designazione di un avversario comune. Questa mossa è
necessaria per definire la frontiera politica che separa il «noi» dal «loro», un
confine decisivo nella costruzione di un «popolo» ».[28] L’impianto pare qui
completamente schmittiano, caratterizzato da una relazione dicotomica tra
amico/ nemico. In contrapposizione non troviamo più, come nella democrazia
standard, diverse argomentazioni
volte a definire un bene comune attraverso la regola della maggioranza, bensì
diversi blocchi retorici, uno dei quali riuscirà a prevalere grazie alla sua
abilità nello stabilire le catene di equivalenza tra le diverse e disparate
domande. E questo grazie alla sua capacità retorica di stabilire una frattura
noi-loro. Se si tiene presente che il blocco egemone corrisponde a una globale visione del mondo (come nel
caso del tatcherismo) e che può
cambiare in fieri le regole stesse
della democrazia - poiché queste sono regole come tutte le altre, a disposizione
di chi è egemone - non si può non manifestare una certa inquietudine e non
rilevare come il ricorso al nemico
sia sufficiente a vanificare la stessa nozione standard della democrazia.
La
cittadinanza fluttuante.
In contrapposizione a coloro che sono stati abituati a considerare la
cittadinanza come una costruzione cumulativa destinata a espandersi sempre
più,[29] Mouffe delinea una concezione piuttosto fluida e fluttuante della cittadinanza, tanto da risultare
allarmante: «La cittadinanza, pur essendo una categoria centrale per una
democrazia liberale pluralista, può essere intesa in modi tra loro diversi che
determineranno concezioni della politica molto divergenti».[30] Dunque, anche la
nozione della cittadinanza è sottoposta
a contesa e alla definizione che ne vien data, di volta in volta, dal potere
egemonico vincente. Vien da domandarsi che fine possano fare in questo contesto
i diritti di cittadinanza e le
garanzie. Mouffe esalta la partecipazione dei cittadini (che tuttavia nelle sue
parole pare piuttosto una mobilitazione
continua) e si appella addirittura alla tradizione
civica repubblicana, forse in omaggio a Machiavelli o a Quentin Skinner, ma
poi scivola sorprendentemente fino ad ammettere che cittadino
è solo chi appartiene a un certo popolo. Così afferma, infatti, Mouffe: «Una
concezione democratica radicale di cittadinanza, concepita come ciò che
fornisce la base di un’identificazione comune per le persone coinvolte nelle
diverse lotte democratiche, potrebbe essere il luogo di costruzione di un
“popolo” mediante una catena di equivalenze. Identificare come cittadini tutti
coloro il cui obiettivo politico è la radicalizzazione della democrazia è ciò
che unirebbe gli agenti sociali».[31] Fa rabbrividire pensare che, secondo
questa concezione “innovativa”, si considerano cittadini
del popolo solo coloro che sono coinvolti nelle lotte radicali. E gli
altri? Li appendiamo ai lampioni? È chiaro che qui siamo in presenza di una
plateale confusione tra la cittadinanza
come istituzione – che non può che appartenere a tutti i cittadini – e
qualsiasi altro progetto di espansione
dei diritti di cittadinanza che sia professato da una posizione politica
particolare. Qui comunque lo stiracchiamento e il balletto dei concetti va
davvero oltre ogni limite.
Il
leader. Mouffe, dopo aver
criticato – non molto chiaramente - forme negative di leadership, ritiene che il
leader possa avere una funzione
costruttiva nella formazione del popolo: «[…] il leader può anche essere
concepito come un primus inter
pares, ed è possibile stabilire una relazione differente, meno verticale,
tra leader e popolo. Inoltre […] una volontà collettiva necessita di una qualche
forma di cristallizzazione degli affetti condivisi, e i legami con un leader
carismatico possono svolgere una funzione di primo piano in questo
processo».[32] È chiaro che, se l’individuo post moderno è per definizione
debole e frammentato, allora sarà necessaria la cristallizzazione
degli affetti, o si renderà disponibile la identificazione tra i singoli e
il leader. Si spera che almeno il leader non sia “debole e frammentato”. Tutto
ciò, naturalmente, in barba a tutta la letteratura disponibile (compresa quella
psicoanalitica) che getta montagne di dubbi sugli ambigui rapporti tra leader e
masse.
I
sentimenti delle masse.
Mouffe dichiara poi esplicitamente che la componente
affettiva ha una grande importanza nella costruzione di un popolo. Infatti
sostiene che: «La mancata comprensione della dimensione affettiva nel processo
di identificazione è, dal mio punto di vista, una delle ragioni principali per
cui la sinistra, chiusa in una cornice razionalista, è incapace di afferrare le
dinamiche della politica».[33] Oggi - devo qui osservare a mo’ di battuta -
attribuire alla sinistra una qualificazione di razionalista
ha un effetto davvero piuttosto buffo, ma è perfettamente chiaro quel che
intende l’Autrice. E ancora, sempre sulla stessa questione: «Riconoscere il
ruolo cruciale svolto dalla dimensione affettiva in politica e dal modo in cui
può essere mobilitata è di fondamentale importanza per progettare una strategia
populista di sinistra che abbia successo».[34] Il motivo fondamentale è sempre
la convinzione della non unitarietà del soggetto condivisa da Mouffe (e un po’
da tutta la filosofia postmoderna). In sostanza, l’individuo cui fa riferimento
la teoria standard della democrazia è un individuo relativamente unitario, che
sa cosa vuole, conosce i suoi interessi e quelli della collettività, e che è in
grado di sostenere le sue scelte. O, comunque, un individuo che è in grado di
maturare le proprie scelte discutendone con gli altri. L’individuo cui fa
riferimento la teoria conflittuale di Mouffe in realtà non sarebbe affatto
unitario, sarebbe scisso e passerebbe continuamente da una forma di consenso
all’altra. Tutte identificazioni transitorie. L’unica sua identità sarebbe
costituita dalla successione erratica di questi passaggi.
Evitiamo qui per brevità di riprendere tutti gli
approfondimenti della questione proposti dall’Autrice. Ci limitiamo a notare
come la qualifica di irrazionalismo
che spesso è rivolta, in forma critica, alla politica populista è qui invece
considerata come la condizione del
successo di qualsiasi politica e quindi anche delle politiche populiste che
dovrebbero svilupparsi in un ambito democratico radicale. Insomma, se volete
vincere, un po’ di irrazionalità non guasta.
Si noti, concludendo questa rassegna degli espedienti
per costruire il popolo, come questi
procedimenti siano da Mouffe considerati non solo espedienti pragmatici che
machiavellicamente possono portare al successo. Questi processi costituirebbero
la realtà effettuale del politico
(saremmo stati tentati di dire l’essenza
del politico, se Laclau/ Mouffe non avessero esplicitamente dichiarato il
proprio anti essenzialismo). E,
soprattutto, la base effettuale della sua democrazia
radicale. Il populismo sarebbe quindi la manifestazione più elementare della
politica, da cui ahimè deriverebbero tutte le altre. In questo senso, come
abbiamo visto, il populismo stesso – nella versione di sinistra – può candidarsi
a rinnovare la politica che sarebbe
stata distorta dalla post democrazia neoliberista.
17. A questo punto abbiamo accumulato numerosi
elementi, sia di tipo descrittivo sia di critica puntuale, che possiamo cercare
di utilizzare per dirimere, almeno sommariamente, le questioni poste all’inizio,
e cioè se termini come «populismo democratico» o «populismo di sinistra» abbiano
un qualche senso o se, invece, non siano da considerarsi come ircocervi
e/o sarchiaponi.
Un primo elemento che s’impone, e che possiamo dare per
acquisito, è il fatto che parlare di populismi democratici può essere
ammesso – pur con il rischio di suscitare notevole confusione - in un senso
meramente descrittivo, riferendosi con ciò a quei nuovi populismi che di fatto
operano nel quadro delle democrazie rappresentative e che non intendono – almeno
esplicitamente nei loro programmi – sovvertirle. Questo è tuttavia un
significato decisamente banale e di scarsa qualità contenutistica, magari utile
per la catalogazione dei diversi attuali partiti populisti o per comparare i
populismi storici antidemocratici con quelli odierni. La presenza
di fatto di movimenti e partiti populisti nei sistemi democratici
contemporanei non è tuttavia sufficiente a chiarire se questi populismi possano
essere considerati come effettivamente
democratici sul piano della teoria politica.
Se andiamo appena oltre il significato strettamente
descrittivo allora ci imbattiamo immediatamente nella questione della
compatibilità dei nuovi populismi con la democrazia standard. La qual cosa è
ampiamente emersa nel corso della nostra discussione delle posizioni di Laclau/
Mouffe. Va da sé che la teoria di Laclau /Mouffe non esaurisce la complessità
dei nuovi movimenti populisti. Essa comunque, allo stato attuale, pare essere la
teoria più compiuta e consapevole e perciò la possiamo considerare come
particolarmente rappresentativa. D’altro canto, i diversi specifici movimenti e
partiti populisti hanno i loro intellettuali, i loro leader, i loro mezzi di
informazione e i loro programmi. Sarà compito di un’analisi comparata dei vari
populismi produrre una descrizione empirica dei loro presupposti teorici.
Un’interessante introduzione a questo tipo di indagine si può trovare nel
recente Graziano 2018. Sul piano pratico più che su quello teorico, una esigenza
di chiarificazione e di coordinamento a livello internazionale dei vari
movimenti populisti è sorta nell’ambito del populismo stesso. Sono noti gli
sforzi da parte di Steve Bannon per costruire una specie di Internazionale
populista. L’apparato teorico di cui dispone Bannon sembra tuttavia
abbastanza limitato e non particolarmente originale – senza dubbio di gran lunga
inferiore a quello di Laclau / Mouffe - risalendo più che altro alla tradizione
della cultura della estrema destra, sebbene il suo potere di attrazione sembri
alquanto elevato.
18. Esaminando da vicino la teoria di Laclau/ Mouffe,
abbiamo potuto renderci conto che non è
davvero facile fare a meno della teoria standard della democrazia. La stessa
Mouffe, dopo avere cercato una fondazione del tutto antimoderna del politico
è stata in un certo senso costretta a recuperare il quadro istituzionale della
democrazia rappresentativa. In sostanza, non è facile definire e far funzionare
la democrazia al di fuori della sua base teorica moderna e illuministica o,
peggio, contro di essa. Tradizioni antimoderne o postmoderne possono magari
anche ammettere e mantenere un guscio democratico (quello formale) - peraltro
sempre disprezzato in nome di una qualche altra democrazia più vera - ma non
possono che alterarne il contenuto. Fare a meno di una qualche nozione di
contratto, di una nozione giuridica del popolo come corpo sovrano,
dell’individualità e autonomia del cittadino, dello spazio pubblico, concepire
il potere in termini arbitrari e ridurre a retorica ogni aspetto comunicativo e
significa, in effetti, distruggere i contenuti della democrazia stessa.
Questo non toglie – come abbiamo riconosciuto - che
partiti e/o movimenti populisti possano rispettare le regole della democrazia
formale, ma queste regole, seppur rispettate, difficilmente potranno entrare a
fare parte propriamente della cultura politica populista, poiché tipico dei
nuovi populismi pare essere proprio la forzatura continua delle regole della
democrazia. Come bene ha esemplificato Mouffe, la democrazia populista è
definita, di volta in volta, da chi è egemone. Insomma, i populismi possono usare la democrazia, usare il quadro
istituzionale esistente, ma la democrazia nella sua teoria standard non pare far
parte integrale del loro DNA. Usando un criterio assai largo, possiamo esprimere
questo concetto asserendo che i nuovi populismi sono in un certo senso indifferenti
o estranei alla democrazia. Oggi essi si sviluppano sul terreno delle
democrazie, sfruttandone ampiamente gli spazi di libertà e cercando di
adeguarsi alle loro regole formali. Possono essere utili alla democrazia,
quando svolgono un ruolo critico, quando segnalano una serie di problemi non
risolti. Possono tuttavia rappresentare un pericolo, quando cercano di
trasformare la democrazia a loro immagine e somiglianza. Questa è anche la
conclusione di Cas Mudde, che è uno degli studiosi più rigorosi del populismo,
in un suo saggio recente.[35] Populismo e democrazia standard sembrano dunque
andare ciascuno per la propria strada e se si incontrano lo fanno soltanto
incidentalmente.
19. Se il rapporto del populismo con la democrazia è
principalmente quello di una generica
estraneità o indifferenza, ha qualche senso allora distinguere tra i
populismi di destra e quelli di sinistra? È davvero possibile un populismo di
sinistra? La risposta a questa domanda naturalmente dipende da cosa intendiamo
per destra e sinistra. Qui, purtroppo per il lettore, si rende necessaria
un’ultima ulteriore digressione.
Steven Lukes, uno dei massimi studiosi contemporanei
del fenomeno del potere, ha introdotto un’importante distinzione storico –
sociologica tra due diverse concezioni del potere, quella orizzontale
e quella verticale.[36] Com’è noto,
la distinzione moderna tra destra e
sinistra è nata con i primi parlamenti, al tempo della Rivoluzione francese,
quando le componenti rappresentative in competizione vennero poste sullo
stesso piano, in una dimensione
orizzontale – simboleggiata dall’emiciclo della maggior parte dei
parlamenti. È quello che Lukes chiama principio di parità. Destra e sinistra
(con le ovvie ammucchiate al centro) rappresentavano tutto quel che c’era da
rappresentare. In quell’arco avvenivano i conflitti, i patti, le alleanze.
Certo, c’erano pur sempre gli esclusi
dalla rappresentanza. Infatti, la storia dei due secoli successivi fu
impiegata per ampliare la
rappresentanza a fasce sociali sempre più estese (e questo fu senz’altro un
grande merito dei movimenti socialisti). Oggi – almeno nelle democrazie
occidentali – tutti i cittadini sono
rappresentati, pur sussistendo ancora qualche problema rispetto a certe
categorie di persone, come i sedicenni, le donne, oppure gli immigrati che
vivono e lavorano sul territorio e spesso non hanno la cittadinanza.
Quando i populisti invocano invece una distinzione
tra popolo ed élite o tra popolo e oligarchia (il potere
egemonico contro i nemici del popolo) si rifanno invece, che ne siano
consapevoli o meno, a una distinzione
verticale, del tutto analoga a quella tipica dell’antico
regime. Si tratta, questa, di una distinzione effettivamente radicale,
cioè di una situazione dove non ci può
essere rappresentanza alla pari. Oligarchie ed élite per definizione pari
non sono e non possono mai diventarlo. Tra il popolo e le élite non ci può
essere alcun tipo di reciproco riconoscimento.[37] Secondo la vulgata populista,
le élite e le oligarchie condizionano le decisioni a loro favore, fanno quel che
vogliono, ben al di là della prassi che fa corrispondere a «una testa, un voto».
Popolo ed élite in tal modo si trovano su fronti contrapposti, sono
incompatibili. Per questo il populismo assume talora il carattere proprio della
rivolta da parte del basso
contro l’alto.
20. Con queste sue formulazioni caratteristiche però il
populismo si colloca chiaramente oltre la distinzione orizzontale tra destra e
sinistra. In altri termini, nei populismi, la distinzione «moderna» tra destra e
sinistra, che è fondata sul principio orizzontale di parità, viene messa tra
parentesi di fronte alla distinzione, decisamente più arcaica, tra popolo ed
élite, che è una distinzione feudale, assolutistica, premoderna. Una distinzione
che è basata sul defunto principio di verticalità. Si tratta così, per i nuovi
populisti, non semplicemente di stare al governo o l’opposizione, collocandosi
su un asse destra - sinistra, ove si dibattono e si costruiscono le reciproche
posizioni e alleanze, ma di costruire un
popolo che diventi egemone,
contro tutto ciò che opprime il popolo e che, per definizione, viene collocato
in alto. Si tratta cioè ancora di
insorgere e “tagliare la testa” (effettivamente o metaforicamente poco importa)
al sovrano, poiché il sovrano effettivo attuale (chi ha effettivamente e non
solo formalmente il potere) è l’altro, è il
nemico. La nozione dell’egemonia di Laclau/Mouffe ricalca esattamente questa
prospettiva: sottende, infatti, costantemente la costruzione di un nuovo
sovrano. L’egemonia non è data
da una semplice vittoria elettorale, o dalla costruzione di una maggioranza
parlamentare. Essa è la forma complessiva che lo spazio della politica assume
in una certa epoca. Il risultato elettorale è una semplice conseguenza della situazione egemonica che si è già
stabilita.
Il famoso Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump,
che sta cercando di costruire una sorta di Internazionale
populista e sovranista, è solito ripetere esplicitamente, nelle sue
interviste, che la situazione conflittuale venutasi a determinare a livello
globale è di tipo feudale, cioè presuppone una verticalizzazione mondiale del
potere: sotto stanno i globalizzati,
sopra stanno le élite che profittano
della globalizzazione. È un conflitto, questo, che non sarebbe affrontabile con
gli strumenti tradizionali delle democrazie, cioè con l’alternanza tra destra e
sinistra. È un conflitto che coinvolge dunque la stessa nozione di sovranità.
Per quelli che pensano come Bannon, la democrazia è ormai svuotata ed è la
sovranità stessa che va ricostruita. Bannon è decisamente coerente, per lui non
c’è alcuna distinzione possibile tra un populismo di destra e uno di sinistra.
La nozione di egemonia di
Mouffe/Laclau comunque non è davvero molto dissimile da quella di Bannon, anche
se i due studiosi si proclamano «di sinistra». Quella di Mouffe/ Laclau è in
ultima analisi una forma di sovranismo, nel senso che il potere
egemonico del popolo non può che implicare la riappropriazione di una qualche
forma di sovranità che sia priva di limitazioni. Non è un mistero che anche in
Italia certi gruppi radicali di sinistra abbiano assunto posizioni decisamente
sovraniste.
21. Dovrebbe essere chiaro a questo punto che, in
realtà, qui sono in gioco due tipi di conflitto sociale che sono tra loro incommensurabili. Da un lato, il
conflitto “moderno” che si basa sul principio di parità lukesiano che è
istituzionalizzato all’interno di un sistema rappresentativo democratico.
Dall’altro lato, il conflitto “postmoderno” (che, come s’è visto, è del
tutto assimilabile a quello premoderno) - che chiameremo, in omaggio a
Mouffe, conflitto egemonico - che si
basa sul principio di verticalità, cioè sulla lotta del “popolo” contro le élite
o le oligarchie “feudali” che stanno
sopra e opprimono il popolo. Questa è la distinzione fondamentale, sostenuta
dalla stessa Mouffe. I due conflitti concettualmente non possono coesistere ed
essere messi sullo stesso piano, poiché sono del tutto eterogenei, si negano a
vicenda. Solo se si sostiene seriamente che il conflitto tra destra/ sinistra
tipico della modernità sia ormai fuori causa, sia divenuto obsoleto, ci si può
risolvere ad adottare e perseguire il conflitto egemonico populista.
In tal caso, però, difficilmente si potrà asserire che
il popolo in lotta contro l’élite
oligarchica sia per ciò stesso di
sinistra. Sarebbero in tal caso di sinistra i contadini tedeschi del primo
Cinquecento, oppure i vandeani, oppure i gilet gialli. Anche Hitler in lotta
contro l’élite di Weimar dovrebbe essere allora considerato di sinistra.
Evidentemente Laclau e Mouffe non si sono sentiti di collocarsi su posizioni del
genere e hanno cercato di recuperare, entro lo schema da loro privilegiato del
conflitto verticale popolo/ élite, un’ulteriore distinzione tra destra e
sinistra (misconoscendo tuttavia che la qual distinzione è però figlia della
democrazia standard). Di qui deriva, nello schema di Mouffe, l’esigenza di
distinguere ulteriormente tra un populismo di destra (che si suppone anti
democratico) e un populismo di sinistra che vorrebbe realizzare una democrazia
radicale, tuttavia mantenendosi nel quadro della democrazia
standard. È chiaro che questa soluzione eclettica, adottata da Mouffe, si
prospetta come un patetico pasticcio, di natura teorica ma conseguentemente
anche di natura pratica.
22. L’impianto di Mouffe avrebbe qualche fondamento
solo se la dialettica rappresentativa tra destra e sinistra nelle attuali
democrazie fosse definitivamente fuori gioco. In tal caso però si dovrebbe avere
il coraggio di teorizzarlo apertamente. Si tratta allora di stabilire quale sia
effettivamente la situazione. Il problema è quello di capire se il potere
sovrano che si esercita oggi nelle democrazie (la “volontà generale”) è ancora
il potere effettivo, oppure se accanto a questo potere, ormai come completamente
svuotato, ne esista un altro, più impalpabile, più nascosto, più pervasivo che è
il potere delle élite, o delle oligarchie. Verrebbe così a
determinarsi una situazione per cui noi crediamo di governare noi stessi
attraverso gli strumenti della democrazia standard, ma a comandare veramente
sarebbero le élite. Si noti che questo schema interpretativo può essere
applicato, di volta in volta, contro qualunque élite, contro le mafie,
contro la massoneria, contro le multinazionali, contro la troika,
contro la finanza di Davos, contro i tecnocrati di Bruxelles, contro Google,
Amazon e tutti coloro che hanno posizioni dominanti sulla rete, contro la lobby
ebraica internazionale, la lobby delle armi e quella del petrolio, le agenzie di
rating, e così via. L’idea è che
questi poteri, che, a torto a ragione, sfuggono in qualche misura alla
regolazione da parte delle democrazie degli Stati nazionali, costituiscano una
sorta di sistema feudale globale che
ha regole proprie e che agisce fuori da
ogni controllo. E l’idea è che questo sia il
vero e autentico potere. Se questa fosse davvero la situazione, è chiaro che
il modello standard della democrazia sarebbe gravemente compromesso. I
parlamenti sarebbero soltanto maschere impotenti. E con ciò diverrebbe
effettivamente del tutto inutile la tradizionale distinzione tra una destra e
una sinistra parlamentari e quindi saremmo giustificati a introdurre una nuova
radical democrazia populista ed egemonica anti
establishment, anti élite. I
populisti autentici dovrebbero avere il coraggio di trarre queste conclusioni.
Proprio come ha fatto coerentemente Steve Bannon. È chiaro che Laclau / Mouffe
non si sono sentiti di essere coerenti tanto quanto Bannon e così hanno dato
vita alla loro ambigua democrazia
radicale.
23. Cerchiamo ora di tirar le fila della nostra
analisi. Il nostro animale ibrido, l’ircocervo, cioè il populismo
democratico, sembra confermarsi dunque nella sua natura di animale
impossibile. Proprio Laclau e Mouffe ci hanno mostrato – questa ci pare una
conclusione validamente supportata - che qualsiasi sdoganamento
del populismo (fosse anche soltanto del cosiddetto populismo
di sinistra) ci impone di rinunciare
ad aspetti sostanziali della teoria standard della democrazia. Il che ci
dovrebbe rendere ben consapevoli del prezzo eventualmente da pagare e, per di
più, alquanto sospettosi verso la faciloneria con cui si cerca di introdurre
sperimentazioni populiste entro la democrazia. Per quanto riguarda invece il sarchiapone, il populismo di sinistra
acutamente immaginato e descritto dalla stessa Mouffe, se è populismo fino in
fondo, pare proprio non possa essere di sinistra, per lo meno nel senso che
questo termine ha assunto nella modernità. Se invece è modernamente di sinistra,
non può d’altro canto essere populista fino in fondo. Insomma, l’intersezione
tra populismo e sinistra moderna pare proprio esser vuota. Il nostro animale
favoloso, con buona pace della Mouffe, pare proprio destinato a rimanere inesistente.
Giuseppe Rinaldi
17/06/2019
OPERE
CITATE
2018
Baricco, Alessandro
The Game,
Einaudi, Torino.
2019
Baricco, Alessandro
Ora le élite si mettano in
gioco, in La Repubblica,
11/1/2019.
1992
Bobbio, Norberto
L’età dei diritti,
Einaudi, Torino.
2003
Crouch, Colin
Postdemocrazia,
Laterza, Bari.
2018
Graziano, Paolo
Neopopulismi. Perché sono destinati a
durare, Il Mulino,
Bologna.
2001 Laclau, Ernesto & Mouffe, Chantal
Hegemony and Socialist Strategy. Towards a Radical
Democratic Politics, Verso, London. [1985]
2005 Laclau, Ernesto
On
Populist Reason, Verso, London. Tr. it.: La
ragione populista, Laterza, Bari, 2008.
2003 Lukes, Steven
The Grand Dichotomy of the Twentieth
Century, in Ball, T.
& Bellamy, R. (a cura di), The
Cambridge History of Twentieth Century Political Thought, Cambridge
University Press.
2017 Mudde, Cas & Kaltwasser, Cristobal
Rovira
Populism. A very Short
Introduction, Oxford University Press.
2018 Mouffe, Chantal
For a Left Populism, Verso, London.
Tr. it.: Per
un populismo di sinistra, Laterza, Bari, 2018.
NOTE
[1] Si veda il nostro articolo I
soggetti del populismo sul blog Finestrerotte (23/03/2017).
[2] Molti negheranno che ci sia una dottrina standard
della democrazia o sosterranno che ce ne sia più di una. È chiaro che non
possiamo qui entrare nel merito della questione. Intendo qui, banalmente, la
dottrina della democrazia che va per la maggiore. Quella che si trova sui
manuali. Volendo andare per le spicce, la dottrina della democrazia di Sartori
e Bobbio.
[3] Cfr. Mouffe 2018.
[4] I due autori hanno collaborato a lungo e le loro
dottrine sono per lo più coincidenti. Laclau è scomparso nel 2014 e Mouffe sta
ulteriormente sviluppando la comune teoria. I testi teorici più rilevanti di
questo orientamento sono Laclau 2005 [1985] e Laclau & Mouffe 2001.
Utilizzerò preferibilmente “Laclau / Mouffe” per riferirmi alla loro dottrina
generale. Utilizzerò invece “Mouffe” per riferirmi a quanto contenuto in Mouffe
2018.
[5] Si noti anzitutto che il popolo qui è, di fatto, una parte e che quindi non ha nulla a
che fare con il popolo giuridicamente inteso, come quando si dice che «la
sovranità appartiene al popolo». Si noti inoltre la totale sottovalutazione dei
singoli soggetti individuali e l’assenza di un qualsiasi tipo di contratto. Il
dato da cui si parte non è un qualche tipo di stato
di natura, come in Rousseau e nella tradizione contrattualistica, bensì lo
stato di indeterminatezza della
condizione postmoderna. Dato che il soggetto è debole (o frammentato) e dato che
non esistono riferimenti fondativi di alcun genere, allora soltanto una qualche
potere egemonico può produrre le aggregazioni che servono per costituire il
campo politico. Una volta accettata questa prospettiva, resta solo da recuperare
la distinzione gramsciana tra dominio e consenso.
Come è noto, Gramsci riteneva che l’egemonia del nuovo Principe dovesse essere
assicurata dal consenso piuttosto che dal dominio. Se il termine consenso
esclude con una certa chiarezza la coercizione dall’esterno, lascia aperta
tuttavia una marea di problemi, relativi all’individualità autonoma (o al self)
di colui che consente.
[6] C’è un’evidente analogia con le formazioni
economico-sociali marxiane. Mentre quelle erano formazioni legate alla
struttura, queste sono formazioni sovra strutturali.
[7] Ciò non vare per il populismo che, come si vedrà,
per Mouffe costituisce la struttura elementare della politica stessa, o come si
dice, del politico.
[8] Cfr. Mouffe 2019: 89.
[9] Si noti che tale modello dissociativo, nonostante
l’insistenza posta sul conflitto, non ha molto a che vedere con una teoria del
conflitto di stampo weberiano (come in Parkin o in Dahrendorf) la quale è invece
perfettamente compatibile con la democrazia liberale.
[10] Questa situazione ha un preciso analogo nella
linguistica. È la lingua che complessivamente costituisce i parlanti, ben più di
quanto un singolo parlante abbia la possibilità di costituire la
lingua.
[11] Per molti versi, gli individui che entrano nel
campo politico di Mouffe presentano forti analogie con l’ontologia dei quanta o
centri di forza della volontà di
potenza nicciana. Lo stesso campo politico tende a strutturarsi esattamente
a seconda del gioco dei diversi centri di forza. I quanta di Nietzsche hanno
una descrizione in termini ontologici, mentre gli individui di Laclau e Mouffe
sono elementi saussuriani che entrano relazionalmente in opposizione per
costituire un ordine di significazione. Non posso qui svolgere le implicazioni
nicciane di questo discorso. Chi fosse interessato alla questione può
consultare il mio articolo Nietzsche e la metafisica, pubblicato sul mio blog
Finestrerotte il 02/09/2015.
[12] Vedi un approfondimento sul populismo nel mio
saggio I soggetti del populismo, già
citato.
[13] Cfr. Mouffe 2018: 5.
[14] Qui naturalmente si passa oltre a qualsiasi
distinzione tra il campo politico e
il campo economico, cercando di
trasferire le diseguaglianze dal campo economico a quello politico. È questo un
motivo che risale alla famosa distinzione tra la società
civile e lo Stato che, secondo
Marx, avrebbe dovuto essere superata nel comunismo.
[15] Chi non ricorda i neoeletti parlamentari del M5S
che volevano aprire le istituzioni come tante “scatolette di tonno”?
[16] Cfr. Mouffe 2018: 36.
[17] Cfr. Mouffe 2018: 37-38.
[18] Cfr. Mouffe 2018: 37-38.
[19] Cfr. Mouffe 2018: 46-47.
[20] Cfr. Crouch 2003.
[21] Cfr. Mouffe 2018: 19.
[22] A noi miseri osservatori delle cose umane era
sembrato invece assai più possibile un passaggio dal populismo di sinistra a
quello di destra. Ma non si può mai dire.
[23] Cfr. Mouffe 2018: 17-18.
[24] Cfr. Mouffe 2018: 17.
[25] Cfr. Mouffe 2018: 17.
[26] Cfr. Mouffe 2018: 55.
[27] Cfr. Mouffe 2018: 56.
[28] Cfr. Mouffe 2018: 61-62.
[29] Si veda ad esempio Bobbio 1992.
[30] Cfr. Mouffe 2018: 63.
[31] Cfr. Mouffe 2018: 65.
[32] Cfr. Mouffe 2018: 70.
[33] Cfr. Mouffe 2018: 71.
[34] Cfr. Mouffe 2018: 76.
[35] Cfr. Mudde & Kaltwasser 2017.
[36] Si veda Lukes 2003.
[37] Recentemente si è parlato di patto
implicito tra l’élite e il popolo, una specie di compromesso, evocandone una
sua recente rottura. Si veda Baricco 2019 e, per la sua base teorica, Baricco
2018.