martedì 23 giugno 2026

Miseria della filosofia. Note sulle “Indicazioni” di Valditara









1. La attuale maggioranza di governo, tramite il Ministro della Pubblica Istruzione Valditara, ha diffuso, con un certo clamore propagandistico, le Indicazioni nazionali per i Licei, documento che contiene quelli che, un tempo, sarebbero stati chiamati “i programmi” per un settore importante della istruzione secondaria di secondo grado. Si sono avute alcune sporadiche reazioni critiche, ma finora è mancato un dibattito approfondito e una analisi puntuale del testo. Personalmente non ho alcun desiderio di sobbarcarmi un simile onere, che spetterebbe piuttosto alle forze politiche, ai sindacati, agli intellettuali e alle diverse agenzie culturali che operano nel nostro Paese.

Mi limiterò qui a prendere in esame le Indicazioni relative all’insegnamento della filosofia, che è trasversale a tutti i Licei. Si tratta della disciplina che ho insegnato per anni e che credo di conoscere abbastanza bene.[1]

2. In generale, anticipo qui una mia personale valutazione, queste Indicazioni sono caratterizzate da due impulsi contradditori. Da un lato manifestano la marcia inarrestabile, col consenso unanime di tutti i coinvolti, del dumbing down, dell’appiattimento, della infantilizzazione della istruzione secondaria di secondo grado. Di questo processo di progressiva semplificazione fa parte il carattere assolutamente vago e non effettivamente prescrittivo delle Indicazioni. Per cui il tutto viene abbandonato alla viscosità dei processi locali e della cosiddetta autonomia delle istituzioni. In questo caso la libertà di insegnamento assume un carattere piuttosto ridicolo.  Dall’altro, manifestano la marcia, altrettanto inarrestabile, verso l’introduzione di varie marche ideologiche – palesi o nascoste – che nelle intenzioni degli estensori, dovrebbero correggere la supposta cosiddetta egemonia culturale della sinistra. Anche qui, nessuna prescrizione tassativa, ma chiari segnali di indirizzo sulle rotte preferibili da seguire. Segnali che, in un ambiente ormai privo di qualsiasi spirito di iniziativa, non potranno che coinvolgere i pigri e i conformisti.

3. I principali attori coinvolti nella situazione stanno recependo le Indicazioni con assoluta indifferenza. Ne è indice la indifferenza o la mancanza di dibattito con cui il tutto è stato accolto. L’abbassamento di livello dell’istruzione pubblica fa comodo a tutti (studenti, famiglie, insegnanti e dirigenti scolastici – politici, ovviamente) anche se nessuno osa proclamare apertamente che proprio questo sia l’obiettivo. D’altro canto, le sovra imposizioni ideologiche non sono considerate come un pericolo, in un contesto di deregulation, dove poi, in fin dei conti, ognuno fa quello che vuole (o quello che può). Queste sovra imposizioni hanno una funzione ideologica e propagandistica.

Il tutto poi è facilitato dal fatto che i sistemi di valutazione – nonostante la nuova pomposa e assurda definizione del Ministero stesso[2] – sono sempre più auto referenziali, privi di seri standard e di sistemi di misurazione dotati di qualche rigore. Anche in questo caso tutti sono d’accordo a che si valuti il meno possibile il rendimento effettivo dell’Istruzione, che io personalmente mi ostino a chiamare pubblica. Il sistema degli esami pare sempre più interessato alle questioni disciplinari (che certo sono importanti) e sempre meno sulle questioni di misurazioni effettive del rendimento, le cui connessioni con la nozione di merito andrebbero per lo meno esaminate con cura. Se sono tutti promossi, allora la scuola è promossa! Perché mai mettersi a fare delle riforme serie.

Tuttavia, appena ci si incontra con qualche serio confronto internazionale le pecche del nostro sistema scolastico emergono in termini giganteschi.  Ma la cosa non tocca le forze politiche che devono tenersi buoni i loro elettori. La qualità delle politiche scolastiche e il rendimento dell’istruzione non è mai materia del contendere nei programmi elettorali. Del resto, se non riusciamo neanche a occupare decentemente i migliori giovani che riusciamo a formare (tanto che vanno all’estero), non si capisce perché ci dovremmo affannare tanto per quelli che si contentano del minimo indispensabile. Salvo che poi questi pesano sulla intera comunità nazionale in qualità di degrado dell’etica pubblica, cattivi cittadini, elettori astensionisti, basse professionalità. Ma veniamo alle Indicazioni relative alla filosofia.     

 4. Gli estensori delle Indicazioni di filosofia per i Licei, in esordio, si piccano ahimè di fare una cosa temeraria. Nel lodevole intento di motivare (gli studenti e/o gli insegnanti) cercano di dire cosa è la filosofia e a cosa serve. Si tratterebbe cioè di dare una definizione della filosofia. Non c’è campo più minato. E il fatto che abbiano tentato di attraversarlo con assoluta dabbenaggine testimonia solo della loro superficialità.

L’esordio non poteva essere più stupido: «La filosofia è una disciplina complessa che, come tale, educa in ogni tempo ad affrontare situazioni complesse». Manca purtroppo la differenza specifica. C’è qualche disciplina che non sia complessa? È più complesso imparare la filosofia o imparare a suonare il violino? Cosa vuol dire che insegna ad “affrontare situazioni complesse”. Dove sono le discipline semplici che insegnano ad affrontare le situazioni semplici? Qualcuno ne ha mai vista una? La complessità è un concetto filosofico, alquanto superficiale, che è stato di moda per un po’, presso i cosiddetti teorici della complessità.[3] Oggi sembra alquanto scaduto. Quel che ha dato ha dato. Purtroppo, nelle Indicazioni non si troveranno altri espliciti tentativi di definizione.

Se avessero almeno cercato su Wikipedia, avrebbero trovato qualcosa di meglio: «a systematic study of general and fundamental questions».[4] Proprio niente a che fare con la complessità. Spesso, le questioni generali e fondamentali sono difficili, ma non è detto che siano complesse. Non è vero poi che la filosofia insegna ad affrontare le “situazioni complesse”.[5] Queste sono le scemate che vengono raccontate ai manager quando fanno i corsi di formazione aziendale. Uno dei classici problemi della filosofia (della metafisica in questo caso) è: «Perché c’è qualcosa piuttosto che nulla?». È un problema di una semplicità eccezionale.

5. Si può anche sostenere, nella nostra tradizione occidentale, che la filosofia non serva proprio a nulla (in termini utilitaristici). Così la pensava Aristotele, per il quale lo scopo ultimo della filosofia era la contemplazione del vero. Le questioni generali e fondamentali si studiano anzitutto per “amore di verità” e non tanto perché abbiano una utilità qualsiasi. Che poi la filosofia possa offrire molti sottoprodotti anche utili, apprezzabilissimi, è questione importante ma non fondamentale. Si può, anzi, si deve, soprattutto se si è giovani, studiare la filosofia senza alcuna prospettiva di utile immediato.

Avrebbero potuto aggiungere – ma questa è una mia personale valutazione – che questo studio sistematico delle general e fundamental questions costituisce proprio l’elemento identitario principale della cultura e della civiltà occidentale, nel quale siamo stati educati e nel quale vogliamo che siano educati i nostri giovani, nel bene e nel male. Questa destra culturale è talmente stupida e ignorante che non riesce neanche a individuare, nella filosofia, la più autentica marca identitaria dell’Occidente. Ebbene, per sapere chi siamo, noi occidentali dobbiamo mettere da parte la cultura woke e dobbiamo studiare anzitutto la nostra filosofia.

6. Proseguono le Indicazioni ministeriali: «Da un lato, la filosofia è un esercizio concreto, una vera e propria pratica, che si traduce in un’attività di riflessione, d’interrogazione, di giudizio, di argomentazione. Dall’altro lato, essa ci consegna, al pari delle altre discipline, un sapere storico e teorico, nonché una tradizione di autori e testi da conoscere e da approfondire».

Dal primo lato, abbiamo ahimè un po’ di parole in libertà. La filosofia è associata a termini come esercizio concreto, a pratica, e ad attività. Un “esercizio concreto” di solito si fa in palestra. “Pratico” ha sempre la pesante connotazione utilitaristica, o comunque di “attinente alle cose pratiche” che lascia fuori un bel pezzo di filosofia. Il termine “attività” poi è così generico che non vuol dire proprio niente: anche suonare il flauto è una attività.  Perché simili scempiaggini? Qui dietro c’è lo spettro del pozzo di Talete e della servetta.[6] Si cerca di allontanare dalla filosofia l’accusa di essere fuffa, pura teoria o speculazione che non serve a nulla (a guardar per aria si cade nel pozzo, dice la servetta!). Invece, ahimè per gli estensori delle Indicazioni, la filosofia è propriamente teoria, anche quando non sembra (anche quando sembra pratica e concreta), e la servetta ridanciana è profondamente stupida (e il fatto che fosse una donna non la assolve per nulla). Le quattro attività che sono citate come tipiche (anche se piuttosto disparate) oltretutto stridono, perché non sono neppure messe in ordine. L’ordine corretto sarebbe: interrogazione, riflessione, argomentazione, giudizio. La “riflessione” poi è termine più generico, che male si mette con gli altri tre.

7. Dal secondo lato (della citazione), va bene, si tratta di una banale considerazione descrittiva: la filosofia è un sapere sia storico sia teorico, nonché una tradizione di autori e rispettivi testi. Una tradizione tipica della civiltà occidentale. Come già sottolineato.

Bene sarebbe dunque che entrambi gli aspetti vadano considerati. Si direbbe allora (forse con qualche precisione in più) che nella filosofia c’è la componente del metodo[7] e quella dei risultati disciplinari (la storia della filosofia). Entrambi andrebbero appresi e insegnati. Purtroppo, in quel che segue la citazione, i risultati disciplinari si perdono per strada e troviamo un miscuglio piuttosto eterogeneo di attività concrete: «la riflessione personale, il giudizio critico, l’attitudine all’approfondimento e alla discussione razionale, la capacità di argomentare una tesi, anche in forma scritta». Si capisce quindi che la storia della filosofia è considerata accessoria, può anche difettare, ma tutto va incentrato sulle abilità conseguibili dell’allievo. Insomma, gli allievi devono saper filosofare, anche senza saper troppo di storia della filosofia. Non è impossibile filosofare ignorando la storia della filosofia, ma come ognun comprende, ci si espone a rischi notevoli. Qui si aprirebbe il problema se il sapere filosofico sia un sapere cumulativo, che richiede una qualche sequenza ordinata di crescita, oppure un sapere d’altro genere. Ma gli estensori neppur sospettano la questione.

8. Il pezzo si conclude con una frase che suona per noi di difficile comprensione: «[…] riconoscendo la diversità dei metodi con cui la ragione giunge a conoscere il mondo in cui viviamo». Questa “diversità dei metodi della ragione” suona alle nostre orecchie alquanto stonata. Una sola ragione, diversi metodi? Di che ragione si parla? Analisi e sintesi? Induzione e deduzione? La ragione della psicologia, della logica o della metafisica? Quella che spesso vien scritta con la R maiuscola? La ragione delle femministe? La ragione dialettica? La ragione strumentale? La “diversità dei metodi” a cosa si riferisce? Il metodo razionale è uno solo o sono tanti? Il termine “ragione” è notoriamente polisemico: vale tanto per la ragione galileiana che per quella di Hegel, per la ragione romantica, che per quella di Nietzsche o Heidegger. O per quella di Bertrand Russell. Non è chiaro se sono tutti metodi “buoni per conoscere il mondo”, cioè, se hanno tutti ragione alla postmoderna. Oppure ce n’è uno più fondativo?

Si poteva dire semplicemente che la ragione o è ragione critica oppure non lo è. Oppure è fondamentalismo, fede religiosa, superstizione. Socrate lo hanno ammazzato perché non credeva agli Dei, alla tradizione. Perché scomodare qui la ragione (o Ragione) e le sue varietà metodologiche, se bastava insistere sulle generiche abilità “razionali” personali utili a chiunque per filosofare. Il pericolo qui è quello di consentire un vago pluralismo della cattedra, dove ciascun professore può insegnare come valido il suo modello di ragione. Avremo così classi dove sarà razionale lo spiritualismo, oppure dove la ragione non sarà affatto razionale, dove la ragione del diamat si potrà considerare ragione, dove si potrà anche tener per buono l’argomento ontologico di Anselmo. L’importante è ridimensionare la modernità e la correlativa ragione illuministica.

Al posto della ambigua “diversità dei metodi della ragione” sarebbe stato opportuno inserire una clausola sulla necessaria obiettività e avalutatività che deve tenere chi tiene cattedra nei Licei.[8] Altrimenti il rischio è che ogni cattedra diventi una piccola isola fondamentalista, magari stay woke, con i suoi seguaci. Mentre all’università è del tutto lecito che un filosofo di teoretica insegni la sua filosofia, il professore di filosofia liceale non può svolgere la sua personale filosofia teoretica. Forse ho pignolato un po’. Ma la genericità di questa parte introduttiva era davvero intollerabile. Con ciò, purtroppo, siamo solo all’inizio.

9. Si entra a questo punto in un paragrafo più tecnico dal titolo Linee generali e competenze. A una lettura attenta del paragrafo, non è dato però distinguere le “linee generali” dalle “competenze”. Eppure sembrerebbero cose alquanto diverse. Anche perché le linee generali dovrebbero essere, appunto, generali, mentre un elenco di competenze dovrebbe essere specifico, poco generale e tassativo.

Il paragrafo esordisce con un elenco di competenze: «Al termine del percorso liceale gli studenti dovranno essere consapevoli del significato della riflessione filosofica come modalità specifica e fondamentale della ragione umana che, in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali, ripropone costantemente questioni che hanno una portata potenzialmente universale. Lo studio della filosofia, attraverso i diversi autori, le varie problematiche, la lettura diretta di testi filosofici, consentirà loro di orientarsi sulle diverse articolazioni della disciplina (ontologia, epistemologia, logica, etica, filosofia politica, estetica, ecc.) e sui nuclei essenziali del pensiero occidentale; di contestualizzare i problemi filosofici fondamentali; di comprendere le radici concettuali delle correnti imprescindibili della tradizione filosofica; di essere in grado di utilizzare il lessico e le categorie specifiche della disciplina; di individuare i nessi tra la filosofia e le altre discipline: da quelle matematico-scientifico-tecnologiche a quelle artistico-umanistiche fino a quelle economico-sociali. Sia lo studio della filosofia, sia l’esercizio delle pratiche filosofiche permetteranno inoltre agli studenti di acquisire una consapevolezza critica nei confronti degli sviluppi tecnologici, in particolare dell’intelligenza artificiale, comprendendone, anche attraverso il confronto con le materie scientifico-tecnologiche, le potenzialità e i limiti, e promuovendone un uso responsabile ed eticamente orientato».

Qui, in apertura, implicitamente vien data un’altra definizione della filosofia, anch’essa però assai problematica. L’allievo dovrebbe alla fine giungere a comprendere che la filosofia è una: «modalità specifica e fondamentale della ragione umana che, in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali, ripropone costantemente questioni che hanno una portata potenzialmente universale». Questa curiosa ragione umana, che aleggia, sempre ed ovunque, e ripropone costantemente questioni universali, suscita più di un interrogativo. La ragione umana è unica? I problemi sono sempre gli stessi? Esistono questioni universali? Non entro nel merito della questione. Quel che è certo è che si può avere perfetta competenza filosofica proprio anche negando ciò che gli estensori danno per scontato a proposito della ragione umana. Una formazione filosofica compiuta non implica sponsorizzare questa o quella concezione della ragione.

L’elenco successivo delle competenze da raggiungere, è assai più accessibile e comprensibile, seppure le competenze siano presentate in ordine piuttosto casuale. Infine, non poteva mancare la tiritera modaiola della «[…] consapevolezza critica nei confronti degli sviluppi tecnologici, in particolare dell’intelligenza artificiale, comprendendone, anche attraverso il confronto con le materie scientifico-tecnologiche, le potenzialità e i limiti, e promuovendone un uso responsabile ed eticamente orientato». La critica della tecnologia e della AI sembra l’ossessione degli estensori. Ricorre ovunque. Solo evidentemente perché è di “attualità”. Purtroppo fin da Platone la filosofia ha riflettuto sulla tecnica. Nessuna novità, dunque. Ma ci sono decine e decine di altre questioni che meriterebbero di essere fatte oggetto di altrettanta attenzione.

10. Due modalità. Il passaggio chiave che determina la nuova struttura dell’insegnamento della filosofia è contenuto in queste righe: «Le linee generali e le competenze qui delineate, valide per tutti i Licei, saranno attuate e raggiunte mediante due modalità di insegnamento e apprendimento della filosofia di valore reciproco, complementari e integrabili fra loro. La prima accentua l’approccio diacronico: per ogni anno del triennio, si richiede l’approfondimento di autori e correnti attraverso uno sviluppo storico. La seconda privilegia l’approccio tematico: per ogni anno del triennio, si prevede l’analisi di problematiche fondamentali della tradizione filosofica». Ci sarebbero allora “due modalità di insegnamento e apprendimento […] di valore reciproco”. Questa sarebbe la grande novità.

11. Occorre premettere, per il lettore poco addentro, che in generale nell’insegnamento della filosofia ci sono effettivamente questi due orientamenti diversi, non facilmente integrabili. Uno è l’orientamento storicistico (secondo la tradizione idealistica e crociana in Italia) che prevede lo studio della storia della filosofia. I concetti della filosofia si imparano dalla storia, presentata nella sua successione a grandi linee cronologica. A filosofare si impara a partire dalla storia della filosofia. I manuali disponibili in Italia – a partire dal tradizionale Abbagnano – sono   tutti organizzati secondo questo schema. Naturalmente  si mette l’accento sui concetti che ogni filosofo ha introdotto.

L’altro è l’orientamento contenutistico o tematico (meglio sarebbe: orientamento per problemi) che individua una problematica filosofica specifica e la approfondisce, andando eventualmente a recuperare i concetti necessari nella storia della filosofia. Tanto per fare un esempio, La nozione dello spazio e del tempo nel mondo antico, oppure La nozione di essenza nei suoi sviluppi da Aristotele a Kant. O ancora: L’Idea della libertà nell’Età moderna.

12. Dovrebbe esser chiaro quali siano in generale i pregi e i difetti dei due diversi metodi. Nel primo caso, per giungere ad affrontare problemi contemporanei, occorre sobbarcarsi il lungo percorso storico, con il vantaggio tuttavia di cumulare una solida padronanza dei concetti. Soprattutto nella loro genesi storica. E con il vantaggio di possedere una panoramica chiara di quanto si è ricercato e discusso nel corso dei secoli. Nell’altro caso, si possono affrontare effettivamente problemi nuovi (anche e soprattutto contemporanei) ma con lo svantaggio di dovere, ogni volta, ricostruire l’apparato storico – concettuale ad hoc, in mancanza di una solida conoscenza storico filosofica.

È noto che in Italia è sempre stato seguito il metodo storicistico. È un elemento tipico della nostra tradizione. E non ha mai suscitato particolari obiezioni. Un suo ridimensionamento così rilevante avrebbe richiesto per lo meno un dibattito approfondito. E una ricognizione dei vantaggi del metodo per problemi.

13. In Francia (dove la filosofia si studia intensivamente solo l’ultimo anno ed è fortemente intrecciata con la letteratura,) si segue normalmente il metodo “tematico” o per problemi. Più che seguire una rigida linea cronologica, il programma ministeriale, che tuttavia è alquanto prescrittivo, è strutturato attorno a nozioni chiave (es. la conscience, l'inconscient, la liberté, la justice, la nature, la culture). Su queste tematiche, gli studenti confrontano il pensiero di diversi autori. L’approccio è argomentativo e orientato al pensiero critico. L'obiettivo principale non è lo studio nozionistico della storia del pensiero, ma lo sviluppo della libertà di pensiero e di argomentazione attraverso la pratica del ragionamento logico. L’insegnamento mira a sviluppare la capacità di produzione saggistica scritta. Alla fine (all’esame di Baccalauréat) si ha la produzione di una Dissertation scritta, scegliendo una traccia tra tre assegnate.[9] In alternativa, si può anche svolgere il commento a un testo. Non si richiede nozionismo, ma rigore logico, stile letterario e capacità di confutare o argomentare una tesi. Capacità di mettere a confronto diversi testi di autori diversi. Un continuo esercizio testuale del pensiero, piuttosto che l’insistenza su una panoramica di contenuti.

È chiaro che la scelta di mettere in primo piano l’esercizio del pensiero filosofico può risultare alquanto unilaterale. Avvicina questo procedimento a quello dell’insegnamento teoretico tout court. Oppure alle imprevedibili sfrenatezze della letteratura. A mio modesto avviso, certe follie della recente filosofia francese si spiegano un po’ con le conseguenze di questo metodo. Se mi occupo fondamentalmente di sviluppare continui esercizi argomentativi (orali e scritti) a proposito di tutto e del contrario di tutto, alla fine del corso avrò certo avuto modo di affrontare e sviscerare delle questioni di rilievo, magari mi sarò anche entusiasmato, magari avrò anche inventato qualche argomentazione originale, ma potrò anche avere ignorato ampi settori del pensiero filosofico passato e presente. I maestri francesi del pensiero vengono da queste pratiche.

14. Nelle Indicazioni si pretende di praticare entrambi i metodi, che sarebbero “di valore reciproco”. L’obiezione più ovvia è quella di non riuscire a fare bene né una cosa né l’altra. Nella versione nostrana, intanto, non si dà spazio a una cosa come la Dissertation scritta, per cui l’abilità nella composizione saggistica scritta non viene affatto curata. Da noi non c’è lo scritto di filosofia. L’apprendimento sarà sempre verificato con il metodo della esposizione orale o con interrogazioni scritte sotto varia forma. Dunque l’accentuazione ruota sempre intorno ai contenuti, siano essi organizzati storicamente, siano invece organizzati per concetti

Circa la scelta dei problemi, dal contesto non è chiaro se i problemi indicati siano o meno tassativi. Non si dice cioè se l’insegnante è libero, dopo avere svolto la parte storica, di ritagliare una sua propria lettura problematica trasversale, seguendo la propria ispirazione, seguendo tagli interpretativi canonici o addirittura tentando nuove letture. In Francia il fine non è quello di sviluppare nuovi elementi cognitivi, ma di sviluppare le abilità individuali di affrontare un problema dal punto di vista filosofico, quale che sia. Quindi, del modello francese si mantiene ben poco.

15. Possiamo a questo punto esaminare le prescrizioni specifiche in termini di strutturazione dell’insegnamento. Scrivono le Indicazioni: «Nella fattispecie: PRIMA MODALITÀ. Nel secondo biennio saranno affrontati autori e testi basilari della filosofia dall’antichità al XIX secolo. Nell’ultimo anno saranno trattati autori e testi fondamentali della filosofia dei secoli XX e XXI secolo. SECONDA MODALITÀ. Per ogni anno del secondo biennio e per l’ultimo anno si richiede l’approfondimento di problematiche filosofiche, studiate in relazione ai testi della tradizione filosofica e alla loro contestualizzazione storico-culturale».

La dizione “problematiche filosofiche” è alquanto vaga. E comunque l’orientamento sembra abbastanza chiaramente contenutistico.  Straordinariamente, non si spiega esplicitamente se l’approccio per problemi dovrà esser relativo solo alla parte storica già studiata, oppure potrà essere anche indipendente. Ad esempio, in prima liceo potrei fare una parte di programma sulla nascita della filosofia, dai Presocratici ad Aristotele e poi, accanto e indipendentemente o quasi, tenere un approfondimento sul nichilismo contemporaneo. Oppure fare una trattazione sulla nozione moderna dell’inconscio, dopo il Romanticismo. Oppure ancora tenere un mini corso sulla epistemologia di Karl Popper. È chiaro che in tal caso si rischierebbe di produrre un pasticcio notevole. La dizione «studiate in relazione ai testi della tradizione filosofica e alla loro contestualizzazione storico-culturale» non pone con chiarezza alcun ambito cronologico. Il mistero tuttavia viene sciolto – sempre senza dirlo esplicitamente – nella ultima parte, dove si forniscono le indicazioni contenutistiche. Le indicazioni contenutistiche relative alla parte per problemi sono legate solo alla parte di storia già studiata.

16. Tuttavia, se l’approfondimento per temi e/o problemi deve riguardare solo il periodo già affrontato di storia filosofica, allora l’innovazione è assai meno innovativa di quanto non venga presentata. Qualcuno avrebbe dovuto avvisare la illustre Commissione che questa attività di approfondimento la si fa già da sempre, dilatando uno o qualcuno degli argomenti storici trattati nell’anno di corso. Il primo anno ci si può dilungare a leggere e commentare  riga per riga la Apologia di Platone, oppure si può fare un approfondimento sulla logica aristotelica (dopo avere studiato storicamente Aristotele). Da sempre, il professore di filosofia, accanto al manuale di storia filosofica, adotta almeno un’opera originale da leggere e approfondire in classe. Dietro all’opera, se ben scelta, ci sono sempre uno o più problemi da sviscerare in profondità. Naturalmente relativa al periodo storico già trattato. C’è un intero ramo della editoria scolastica che si occupa di editare questi classici scolastici, con introduzioni, note e commenti adatti per i Licei. Cosa cambia? Ora il professore ha la facoltà di scegliere in piena libertà gli approfondimenti da fare. Da ora in avanti avrà l’ingombrante sovrapposizione delle Indicazioni che gli suggeriranno “ad esempio” cosa trattare.

Quindi, stando così le cose, saremmo di fronte a una perfetta macchina del vuoto: o una rivoluzione velleitaria pasticciata, oppure poco più di quello che si è sempre fatto.

17. Non poteva mancare. All’interno sempre di Linee generali e competenze – completamente fuori luogo a nostro avviso – troviamo una prescrizione contenutistica (“va prevista”) in stile politically correct: «All’interno degli argomenti del biennio e dell’ultimo anno va prevista la trattazione di figure femminili di rilevante interesse per la loro attività, la loro riflessione e la loro opera, per consentire agli studenti di approfondire la questione della presenza femminile nella ricerca filosofica e la sua rappresentazione. Come esemplificazione può essere fatto riferimento alle figure di Ipazia, Ildegarda di Bingen, Eloisa, Madame de Staël, Émilie du Châtelet, Edith Stein, Simone Weil».

Personalmente non conosco proprio il contributo di Eloisa alla storia della filosofia. Non ne ho mai sentito parlare, se non a proposito della dolorosa biografia di Abelardo. E comunque il suo contributo sarebbe trascurabile. Nella Enciclopedia Filosofica, la voce “Eloisa” proprio non compare. Siamo in presenza qui di un inchino alle quote rosa della filosofia.  Mistero che non abbiano nominato tra la presenza femminile il nome eccellente di Hannah Arendt. La quale però è citata negli elenchi dell’ultimo anno. Oppure Martha Nussbaum. Troppo anglofona? Qui il professore di filosofia (maschio o femmina che sia) viene assoldato per una squallida e conformistica operazione ideologica.

18. Chi c’è e chi non c’è. A un certo punto gli estensori si pronunciano sugli autori e correnti da tenere dentro, per la parte storica, in ciascuno dei tre anni. Questo ha alimentato un certo gioco di società sui nominati e i non nominati. Ad esempio è stata segnalata la soppressione di Marx e Spinoza. Per Marx non è del tutto vero, poiché si parla per lo meno del “marxismo”. Se gli elenchi fossero davvero prescrittivi, avrebbe senso il gioco di andare a vedere chi c’è e chi non c’è. Tuttavia la maggior parte degli elenchi non suonano affatto prescrittivi. Spesso si usa  “ad esempio”. È chiaro che le Indicazioni sono indicative, e poi c’è sempre la libertà di insegnamento.

Ma le indicazioni sono molto indicative del modello di storia della filosofia che hanno in testa gli estensori. Nella parte elencativa delle Indicazioni, come abbiamo già anticipato, sembra chiarirsi che la parte per problemi si riferisca, in qualche modo, ai rispettivi periodi di storia filosofica già affrontati.

19. Vediamo la parte storica dei primi due anni, che dovrebbe arrivare fino all’Ottocento compreso. Così recitano le Indicazioni: «Per quanto riguarda la prima modalità d’insegnamento e apprendimento, gli autori e gli argomenti da affrontare saranno ad esempio: i presocratici e Socrate, Platone, Aristotele, la filosofia ellenistico-romana e l’incontro con il cristianesimo; Agostino e la patristica; Tommaso e la scolastica; la concezione filosofica dell’umanesimo e del rinascimento; Galilei e la rivoluzione scientifica; il problema della conoscenza in Cartesio, Hume e Kant; il pensiero politico in un autore tra Hobbes, Locke e Rousseau; metafisica, empirismo e razionalismo in età moderna; la riflessione sulla storia; la prospettiva dell’illuminismo; l’idea di critica in Kant; gli sviluppi del romanticismo e dell’idealismo, con particolare riferimento a Hegel; la reazione allo hegelismo; la filosofia italiana dell’Ottocento; l’imporsi del modello scientifico nel positivismo e la teoria dell’evoluzione; Nietzsche e il nichilismo».

Val la pena di segnalare esplicitamente la tartufesca locuzione “ad esempio” che accompagna tutte le Indicazioni. Non si tratta di Indicazioni prescrittive. Si tratta evidentemente di indicazioni esemplificative. Quanto sono prescrittivi gli esempi? Ad ogni esempio si può sempre contrapporre un altro esempio. In queste Indicazioni gli estensori non hanno il coraggio in realtà di prescrivere nulla. Prova dello stato comatoso del nostro sistema di istruzione.

I primi che compaiono nell’elenco sono sommariamente i soliti argomenti canonici. E fin qui, passi. Poi però comincia il pasticcio. Nel “problema della conoscenza”, oltre ai citati dovuti, si sente gravemente la mancanza di Locke, di Spinoza e Leibniz. Locke è citato solo come politologo. Si vede che l’empirismo non è tenuto in gran conto. La dizione “il pensiero politico in un autore tra Hobbes, Locke e Rousseau” fa sganasciare dalle risate. Sono tre contrattualisti, non se ne può studiare solo uno, prescindendo dagli altri due.

Cosa si intenda per “reazione all’hegelismo” non è ben chiaro: hanno “reagito” all’hegelismo almeno Schopenhauer, Feuerbach, Kierkegaard e, addirittura, Marx (per quanto quest’ultimo possa essere anche considerato come il maggior discepolo di Hegel). Quindi, anche in questo caso, ognuno potrà fare come vuole. Tutto fa brodo.

È il caso poi di notare che l’espressione “L’imporsi del modello scientifico nel positivismo” è per lo meno imprecisa, poiché il positivismo, proprio sul “modello scientifico” ha sbarellato. C’è scritto proprio sull’Abbagnano. Nel positivismo, accanto al metodo  scientifico, si impone una vera e propria metafisica della scienza, del tutto estranea proprio al metodo (o modello) scientifico.

20. Ma vediamo le Indicazioni per i problemi da trattarsi nei primi due anni. Così recitano le Indicazioni: «Relativamente alla seconda modalità, le problematiche di riferimento potranno essere quelle concernenti: la filosofia greca e la sua influenza nel corso del pensiero occidentale; la nascita e lo sviluppo dell’etica nel mondo antico; libertà e potere nel pensiero antico e moderno; la questione della verità nel pensiero antico, nel cristianesimo e negli sviluppi scientifici in età moderna; gli sviluppi della logica aristotelica e stoica fino a Leibniz; il rapporto tra religione e filosofia nelle tradizioni monoteistiche; la ripresa del pensiero antico nell’Umanesimo e nel Rinascimento, la trasformazione delle sue istanze in epoca moderna, il confronto critico con tale pensiero nelle riflessioni sviluppate in epoca contemporanea; emancipazione e autodeterminazione; il paradigma del positivismo e quello del darwinismo; il sapere della scienza e il sapere dell’esistenza».

Si noti sempre il “potranno” al posto di un atteso “dovranno”. Alcuni dei problemi proposti sono del tutto attesi. E meno male. Troviamo tuttavia davvero sorprendente “il rapporto tra religione e filosofia nelle religioni monoteistiche”. L’ebraismo, quando si è formato non conosceva proprio la filosofia occidentale. L’Islam si fonda in parte notevole sull’ebraismo. La ricezione della filosofia greca nell’Islam non ha comportato significative modificazioni in campo religioso. Dunque l’argomento riguarda più che altro la teologia cristiana in rapporto alla filosofia greca (i soliti, Agostino, Tommaso, Anselmo e compagnia bella).

Cosa è poi “il confronto critico con tale pensiero (il pensiero antico?) nelle riflessioni sviluppate in epoca contemporanea”. Quali riflessioni contemporanee? La critica contemporanea dei presocratici, di Platone e Aristotele? Questa idea di una specie di “ritorno all’antico” del pensiero ricorre più volte, quasi come una ossessione. Non abbiamo proprio capito a cosa si riferisca. “Emancipazione” e “autodeterminazione” andrebbero poi contestualizzati. A chi si riferiscono? A Kant, a Feuerbach, a Marx? A Rousseau? Perché poi raffrontare “positivismo e darwinismo”? Per parlare del darwinismo sociale e del razzismo? Meglio sarebbe stato darwinismo e creazionismo! “Il sapere della scienza e il sapere dell’esistenza” è un modo un po’ ridicolo per contrapporre “le due culture”. Non ne abbiamo proprio bisogno. Magari i NoVax stanno rubricati sotto il “sapere dell’esistenza”! Perché non una bella unità di lavoro sui Pregiudizi vecchi e nuovi nei confronti del pensiero scientifico? Le idee suggerite sui percorsi problematici – la gran novità di queste Indicazioni – sembrano davvero scarse e decisamente confuse.

21. Possiamo ora passare a esaminare le indicazioni per l’ultimo anno. Cronologicamente esse riguardano il Novecento fino ad oggi. Vediamo anzitutto i contenuti suggeriti per la parte storica dell’ultimo anno. Dice il testo delle Indicazioni: «Per quanto riguarda la prima modalità ci si concentrerà sugli autori e gli argomenti di riferimento di questo periodo, che saranno ad esempio: Husserl e il movimento fenomenologico; Freud e la psicanalisi; Heidegger e la filosofia dell’esistenza; il neoidealismo italiano di Croce e Gentile; Wittgenstein e il neopositivismo logico; vitalismo e pragmatismo; il personalismo; l’ermeneutica filosofica; il marxismo e la Scuola di Francoforte; Arendt e la filosofia politica contemporanea; gli sviluppi della filosofia analitica anglo-americana; il rinnovamento della logica tra Ottocento e Novecento; le riflessioni filosofiche sulla scienza e la tecnica (tenendo conto anche degli sviluppi tecnologici più recenti)».

Anche qui un bell’ “ad esempio”, tanto per ricordare che tutto va bene. Da notare che – contrariamente a quanto sostenuto in un noto documento pubblico di protesta di alcuni professori – si indicano effettivamente il marxismo e la scuola di Francoforte.[10] La congiunzione e nella dizione “Heidegger e la filosofia dell’esistenza” è piuttosto problematica, ambigua, vista la dissociazione pubblica di Heidegger proprio dall’esistenzialismo. Va bene se è soltanto un elenco; non va bene se ipotizza una relazione.

Il personalismo è decisamente una corrente minore, messo lì forse per buon peso a rappresentare certi orientamenti di tipo “spiritualista”.  Meglio sarebbe stato mettere Bergson. Del personalismo e del neoidealismo italiano di Croce e Gentile avremmo fatto volentieri a meno. Comprendiamo le esigenze cerchiobottiste ma si poteva scegliere di meglio. Di una sola assenza siamo veramente felici. Va dato atto alla Commissione del coraggio dimostrato. Non vi è alcuna citazione dello strutturalismo e del post-strutturalismo francese! L’ho detto solo per scherzo: per la comprensione della melma del pensiero postmoderno, cui queste stesse Indicazioni devono molto, non si può prescindere da Foucault, Lyotard, Lacan e compagnia bella. Non si può prescindere poi da Umberto Eco, decisamente il più acuto e presentabile dei debolisti nostrani.

Sul settore filosofico politico era meglio dire: “La filosofia politica contemporanea e Arendt”, visto che Arendt è solo una piccola parte della suddetta (Rawls, Habermas, e giù un lungo elenco…). Manca qualsiasi accenno alla filosofia in rapporto alle scienze umane. Nessun accenno a Durkheim, Weber e Pareto. Nessun accenno ai rapporti tra filosofia e linguistica (Wittgenstein, chi era costui? ). Al loro posto, abbiamo il prevedibile modaiolo e quanto mai generico: «Le riflessioni filosofiche sulla scienza e la tecnica (tenendo conto anche degli sviluppi tecnologici più recenti)». In questa dizione ci sta dentro tutto, dalla epistemologia del Novecento  (Kuhn, Popper, …) fino alla enciclica di Papa Leone. Con l’ombra dei soliti piagnistei ossessivi sulla AI. La cosa importante sembra sia cavalcare l’attualità.

22. Vediamo ora i contenuti suggeriti per l’ultimo anno, nella parte per problemi. A nostro modesto avviso, è questa la parte più generica e insoddisfacente.

Recita il documento: «Relativamente alla seconda modalità potranno essere approfonditi e discussi, ad esempio, le diverse concezioni dell’essere umano proposte nel pensiero contemporaneo, anche in riferimento alle loro rappresentazioni letterarie; la ripresa di modelli classici nella cultura del presente; le teorie della mente e il rapporto mente e corpo; la logica delle scienze storiche della cultura; l’analisi di alcuni dilemmi morali; le trasformazioni dell’immagine del mondo a seguito degli sviluppi scientifici; le questioni etiche sollevate dalle tecnologie, ecc.».

Anche qui, osserviamo un abbondante uso di “ad esempio” e di “ecc.” a significare che niente è tassativo e che anything goes. Le «diverse concezioni dell’essere umano» è una indicazione assai vaga tanto più che ci si riferisce anche alle «loro diverse rappresentazioni letterarie». Personalmente siamo convinti che filosofia e letteratura siano due cose alquanto diverse. I pastrocchi filosofico letterari non giovano alla filosofia. E di solito generano pessima letteratura. Comunque, sarebbe stato meglio dire “concezioni dell’uomo”. L’umanismo disturba tanto da doverci tirare dentro l’essere? C’è poi qui, per la seconda volta, quello che è per noi un vero mistero: la «ripresa di modelli classici nella cultura del presente». Non si capisce davvero a cosa si riferisca. Il neoaristotelismo? Il neocontrattualismo? Mc Intyre e l’etica di Aristotele? Il terrapiattismo? Siamo sempre nel campo del pensiero vago, come diceva Augusto Viano.

Perché poi limitarsi all’analisi di “alcuni dilemmi morali” e non parlare di etica, etica pratica ed etica pubblica? Troppo difficile? Non è chiaro poi cosa sia la “logica delle scienze storiche della cultura”? I dibattiti sul metodo storico? Dilthey, i neokantiani? La distinzione tra idiografico e nomotetico? Cassirer? Max Weber? E il povero Habermas, che diverrà sempre più un filosofo di riferimento,  dove lo mettiamo? Insomma, davvero pochi clamori e parecchia confusione.

23. Approssimative, frettolose, abborracciate, superficiali, velleitarie. Le Indicazioni dovrebbero risolvere i problemi degli insegnanti, invece di crearne dei nuovi. Intanto non posso non rilevare – credo di averlo mostrato abbondantemente – l’uso di un linguaggio veramente povero e approssimativo. Può darsi che rispecchi i tormenti del dibattito interno della Commissione, ma certe banalità non sono decisamente accettabili. Anche se ormai nessuno ci fa più caso. L’approssimazione linguistica nasconde la sostanziale semplificazione dei contenuti. Il rimbambinimento. Il dumbing down sistematico. La filosofia modaiola. I professori di filosofia di fronte a una simil cosa dovrebbero inscenare una rivolta, ma evidentemente la maggioranza di loro sta benissimo tra i rimbambiniti.

Messo così, lo studio della filosofia (da tempo non più “storia della filosofia”!) diventa un articolato entertainment dove si chiacchiera di tutto e di più. Tanto per star dietro alla complessità.  Dove si seguono gli interessi di moda più svariati degli allievi, quelli occasionali degli insegnanti e quelli del Ministro. E quelli dei media. Si salta da una cosa all’altra, sperando che, alla fine, venga fuori qualcosa. Momenti di intrattenimento ad usum delphini che assomigliano molto a certe lezioncine, spiegazioni colloquiali che si trovano facilmente su You-Tube. In questi “programmi” di veramente tassativo e innovativo non c’è nulla.   

 

Giuseppe Rinaldi (16/05/2026 –rev. 20/06/2026)

 

NOTE

[1] Preciso che nella stesura di questo documento non ho fatto uso di strumenti di AI.

[2] Ministero dell’Istruzione e del merito. Si noti la sparizione dell’attributo di “pubblica” davanti a Istruzione. Un insulto alla nostra Costituzione.

[3] Da distinguere assolutamente dalla la fisica della complessità, di cui è pregevole interprete il nostro Giorgio Parisi.

[4] Lascio in inglese perché appena più preciso della più debole traduzione italiana.

[5] Posto che si abbia chiaro cosa sia una situazione complessa. Si vadano a vedere le regole del metodo cartesiano. I problemi complessi vanno scomposti nei loro elementi. E poi ricomposti.

[6] E’ un noto aneddoto che si trova in tutti i manuali di storia della filosofia, quando si tratta di Talete.

[7] Qualche filosofo, come ad esempio Hegel, ha sostenuto che la filosofia non ha metodo. Tesi piuttosto difficile da sostenere.

[8] A meno che non si sia hegeliani, la storia della filosofia, diversamente dalla filosofia teoretica, è una disciplina storica (come la storia dell’arte, o della letteratura). Cioè è una disciplina scientifica entro i limiti del metodo delle scienze storico sociali.

[9] Ciò tira in ballo la filosofia come materia scritta. Da noi un eventuale “scritto di filosofia” incontrerebbe molte obiezioni.

[10] Nel secondo anno, per la parte storica, Marx sarebbe inseribile – con molti altri – nelle  “reazioni all’hegelismo”.  Nel terzo anno non si parla di Marx ma del “marxismo”. A rigor di logica, nel “marxismo” ci starebbe così anche la pletora dei “marxisti”! Chi non ricorda il bandierone rosso con Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao Tse-Tung!