giovedì 12 febbraio 2026

A proposito della “physis” di Carlo Rovelli. Seconda parte








    Proseguo, in questa seconda parte,[1] la lettura e il commento delle tesi contenute nel saggio di Carlo Rovelli “Sull’eguaglianza di tutte le cose”. In questa parte prendo in esame le lezioni quarta, quinta e sesta. Ho ricevuto qualche critica, a proposito della prima parte, circa l’eccessiva lunghezza. Chiarisco che questi sono appunti di studio e analisi delle posizioni di Rovelli e, per come sono nati, non c’era altro modo di scriverli. Consiglio il lettore volenteroso di non pretendere di leggere tutto in una volta. Di procedere un pezzo per volta, cercando soprattutto di focalizzare i problemi. Non ho consigli da dare al lettore frettoloso. Lasci perdere.

 

Lezione quarta. Vivere nel corso del tempo.

Flusso

1. È questa sicuramente la lezione più complessa e più difficile dell’intero libro di Rovelli. Per il fatto che riguarda la connessione tra il micro livello dei fenomeni quantistici e il macro livello della nostra esperienza quotidiana. Si tratta dell’aspetto, in un certo senso, ancora meno esplorato. Uno degli aspetti più interessanti e provocatori della nuova fisica è il fatto che essa sembra sempre più fare a meno della dimensione del tempo.[2] Mentre per quanto riguarda lo spazio si è da tempo alla ricerca dei gravitoni, quelli che dovrebbero essere i quanti di spazio, nel caso del tempo, nessuno o quasi pensa ci possano essere particelle di tempo. Afferma Rovelli: «Il fluire del tempo appare decisamente assente nello schema concettuale della gravità quantistica abbozzato nella lezione precedente. Ma attenzione, appare egualmente assente nella meccanica newtoniana».[3] Eppure, com’è noto a chiunque, la nostra esperienza di umani è strettamente connessa a questa entità piuttosto sfuggente che chiamiamo “tempo”. Fin dai suoi inizi, la filosofia occidentale si è occupata del tempo, fornendo risposte assai variegate. Questa lezione di Rovelli mira, se non a sciogliere il mistero del tempo, per lo meno a definirlo nei suoi termini costitutivi. E a stabilire entro quali limiti possiamo oggi parlare del tempo. Si vedrà che il risvolto fisico del tempo, che comunque c’è ed è ben solido, più che entro la meccanica quantistica va ricercato nell’ambito della termodinamica.

2. Il punto di partenza del discorso di Rovelli, naturalmente, è quello della comune esperienza del tempo. Spiega Rovelli: «Non è facile caratterizzare esattamente cosa intendiamo quando diciamo che il tempo scorre […]. Però è chiaro come questo scorrere si manifesta. Si manifesta in fenomeni peculiari: ricordiamo il passato ma non il futuro; possiamo decidere il futuro ma non il passato; gli effetti seguono, non precedono, le loro cause; uno strumento di misura registra eventi passati, non quelli futuri, e il nostro pensiero si dispiega chiaramente dal passato al futuro. La chiave per comprendere il fluire del tempo è capire che questi (e simili) fenomeni non sono manifestazioni del flusso del tempo: sono essi stessi ciò che intendiamo quando parliamo di flusso del tempo. Non sono sintomi dello scorrere del tempo: sono essi stessi ciò che chiamiamo lo scorrere del tempo. Per capire perché il tempo scorre, è sufficiente capire questi fenomeni».[4] Dunque, detto in soldoni, le cose non sono nel tempo, piuttosto sembra che il tempo sia una conseguenza di quel che fanno le cose.

3. Prosegue Rovelli, chiarendo dove vada cercata, secondo la nuova fisica, proprio la fisicità del tempo: «Tutti i fenomeni orientati nel tempo sono dissipativi. La dissipazione è la sorgente dell’orientamento temporale di tutti i fenomeni orientati nel tempo. Quando vi è dissipazione, vi è crescita di entropia, vi è un gradiente, cioè una differenza, di entropia. In una situazione fisica in cui vi sia un gradiente di entropia avvengono i fenomeni tipici che caratterizzano lo scorrere del tempo».[5] Dunque, per Rovelli, il mistero del tempo non sembra tanto collocato al livello delle micro particelle, nel mondo quantistico, ma piuttosto sembra collocato al livello dei fenomeni dissipativi. I fenomeni dissipativi sono i fenomeni di cui si occupa la termodinamica.

4. In questa lezione, purtroppo, Rovelli sembra dare per scontate un po’ troppe cose. Forse i suoi ascoltatori di Princeton avevano tutti una buona base di formazione nel campo della fisica, intendo della fisica convenzionale. Non credo questo sia il caso del lettore medio italiano e non è neppure il caso nostro personale, poiché chi scrive proviene dalla cultura umanistica. D’altro canto, Rovelli non poteva mettersi a fare una lezione introduttiva apposita su tutte queste questioni che sono oltremodo complesse. Fortunatamente Rovelli aveva già scritto, nel 2017, un altro libretto titolato proprio L’ordine del tempo. Cercherò allora, anche con l’aiuto di questo e di altri scritti di Rovelli, di recuperare, in via preliminare, alcune nozioni essenziali per la prosecuzione e comprensione del discorso.

5. I principi della termodinamica sono noti fin dalla prima metà dell’Ottocento, a partire dall’opera di pionieri come Carnot e Kelvin. La termodinamica ha avuto uno sviluppo abbastanza tormentato e diseguale, e solo ultimamente ha trovato una sua formulazione compiuta. Sebbene alcune questioni teoriche restino apertissime. Sorprendentemente, la termodinamica aveva preso le mosse da problemi assai specifici, a partire dalle implicazioni tecnologiche delle macchine a vapore, legate a loro volta alla rivoluzione industriale. Da quelle lontane origini, oggi essa ha assunto una centralità assai più marcata, fino a coinvolgere la dimensione cosmologica ma, anche e soprattutto, fino a alla spiegazione dei fenomeni della vita e dell’evoluzione biologica.[6]

6. In termini sintetici, i principi della termodinamica oggi sono quattro, sebbene siano stati curiosamente numerati (per varie vicende storiche) da zero a tre. Noi, per i nostri scopi, ci limiteremo a considerare i due più importanti. Il primo principio è quello della conservazione dell’energia. Esso asserisce che la quantità di energia in un sistema fisico è costante, cioè è sempre la stessa. L’energia non si genera e non si distrugge. Cambiano le forme nelle quali l’energia è distribuita, ma la sua quantità si conserva. Il secondo principio è quello della entropia. Esso afferma che l’energia, in un sistema fisico, tende costantemente a degradare verso una forma irreversibile e inutilizzabile che è il calore.[7]

7. L’oggetto generico di cui si occupa la termodinamica è dunque l’energia. Si noti che l’energia compare un po’ dovunque nella fisica, anche se – come ha scritto Feynman – nessuno sa davvero bene che cosa sia. In altri termini, ontologicamente non è ben chiaro di cosa si tratti.[8] Tecnicamente, di solito, si trova, nei manuali di fisica, che l’energia è la capacità di compiere un lavoro. L’energia tuttavia non si presenta mai allo stato puro: si presenta, nella nostra esperienza, in una molteplicità di forme, assai diverse e, soprattutto, essa è in grado di trasformarsi, cioè di passare da una forma all’altra. Tra le forme di energia più comuni, abbiamo l’energia chimica, la cinetica, l’elettromagnetica, la energia elastica e quella termica. C’è anche l’energia nucleare, legata però all’interazione forte presente nel nucleo atomico.

8. L’energia, pur potendo “passare” da una forma all’altra – gran parte della fisica si occupa proprio di questi passaggi – presenta una particolarità di gran rilievo per il nostro discorso: questi passaggi hanno un limite. Detto in soldoni, ci sono forme di energia “buone” (talvolta si parla di energia libera) che sono generalmente in grado di compiere un lavoro utile e c’è una forma di energia “degradata” che non è più in grado di compiere alcun lavoro utile. Questa forma di energia degradata è proprio il calore. Naturalmente, questi ragionamenti presuppongono il riferimento a un sistema fisico chiuso e al suo ambiente. La dissipazione cui accenna Rovelli fa proprio riferimento a questa degradazione dell’energia in calore.

9. La spiegazione che vien data del fenomeno della dissipazione è legata a quanto accade al livello molecolare. Il moto molecolare, o moto browniano, è una manifestazione del calore contenuto nei corpi. Il calore, cioè il moto molecolare stesso, in generale, si trasmette tra i corpi e tende sempre a passare da una sorgente più calda a una più fredda. Tende cioè alla distribuzione uniforme. Le differenze di calore sono in grado di produrre lavoro utile. Quando tuttavia in un sistema fisico vien meno ogni differenza nella distribuzione del calore, nessun lavoro utile è più possibile. È questa la situazione di massima entropia o, se si vuole, di massimo disordine nella distribuzione dell’energia nel sistema fisico in questione. Si noti che la tendenza del calore a distribuirsi uniformemente sembra sia universale e si tratti di un processo irreversibile.

10. È il caso di osservare che i meccanismi di cui tratta la termodinamica hanno luogo al livello molecolare e dunque al livello di tutti quei corpi che sono composti di molecole. Ciò contribuisce a definire un livello fisico macroscopico dove valgono, appunto, le leggi della termodinamica. Noi umani siamo fatti di molecole, per cui siamo soggetti senz’altro alle leggi della termodinamica. Lo stesso vale per l’ambiente in cui viviamo. E ciò, come vedremo, ha strettamente a che fare con la nostra esperienza del tempo. Sintetizzando, l’energia, è indispensabile per compiere qualsiasi lavoro. Si conserva in tutti i suoi passaggi per il primo principio ma, infine, per il secondo principio, tende irreversibilmente a distribuirsi in modo uniforme sotto forma di calore e, dunque, a divenire inutilizzabile.

11. Questa caratteristica fa sì che, nel mondo fisico, si produca, nell’ambito di qualsiasi processo fisico che implichi un lavoro, un prima e un dopo. Prima, si ha uno stato in cui il lavoro è possibile, in quanto si dispone di energia libera utile. Dopo, essendo stata dissipata l’energia utile, il lavoro non è più possibile. Si noti che la quantità di energia nel sistema fisico è sempre la stessa, essa non viene distrutta. Semplicemente, dopo la dissipazione si trova in una forma non più utilizzabile. Questa precisa caratteristica dell’energia, nel suo progressivo dissiparsi in calore, fa sì che tutte le cose che siano coinvolte in processi di trasformazione (cioè tutte le cose intorno a noi e noi stessi) vengano a trovarsi entro la cosiddetta freccia del tempo,[9] cioè entro una direzione temporale irreversibile. La direzione temporale è, in altri termini, la direzione della trasformazione della energia, dallo stato libero verso la massima dissipazione. Il “tempo passa”, poiché, avendo a disposizione energia buona, libera, possiamo dare continuamente luogo a delle trasformazioni, dentro e fuori di noi. Filosoficamente, nella storia della filosofia, si è parlato per secoli di attività o di azione. Aristotele conosceva la potenza (dynamis) e l’atto (energheia). Entro questa prospettiva, il “tempo passato” non è altro che la registrazione (Rovelli parla di tracce) delle trasformazioni avvenute, che permangono nel presente. Il tempo “presente” non è distinto dal passato e contiene tutte le registrazioni che permangono. Potrebbe esser definito come lo stato attuale della macchina o del sistema fisico. Il tempo futuro è il prospetto delle azioni o trasformazioni possibili che possiamo ingenerare o causare. Tutto ciò vale per i corpi fisici, naturali o artificiali, e per le cellule dei viventi.

12. Con questa premessa, siamo ora forse meglio in grado di comprendere come Rovelli spiegava, nel suo libro del 2017 su L’ordine del tempo, la faccenda della dissipazione. Osservava allora Rovelli: «È l’entropia, non l’energia, a trascinare il mondo. A scuola mi avevano detto che è l’energia che fa girare il mondo. Dobbiamo procurarci energia, per esempio dal petrolio, dal sole o dall’energia nucleare. L’energia fa girare i motori, crescere le piante e ci fa svegliare al mattino pieni di vita. Ma c’è qualcosa che non torna. L’energia – mi hanno pure detto a scuola – si conserva. Non si crea e non si distrugge. Se si conserva, che bisogno abbiamo di procurarcene sempre di nuova? Perché non usiamo sempre la stessa? La verità è che di energia ce n’è in abbondanza e non si consuma. Non è di energia che ha bisogno il mondo per andare avanti. È di bassa entropia».[10]

Come abbiamo visto, l’energia si conserva sempre, per il primo principio della termodinamica. Dunque il problema non è l’energia in sé. Il problema è se l’energia sia o meno disponibile a essere utilizzata. Questa limitazione sussiste poiché l’energia, per il secondo principio della termodinamica, tende costantemente a passare da una condizione di disponibilità a una condizione di indisponibilità. Questo è ciò che intendiamo quando parliamo di consumo.

13. In sostanza, si può avere tanta energia, ma questa, se è degradata, può essere del tutto inutilizzabile. Questo degrado è dovuto, come sé visto, alla sua distribuzione casuale e uniforme, a livello molecolare. Così spiegava Rovelli sempre nel 2017: «L’energia (meccanica, chimica, elettrica o potenziale) si trasforma in energia termica, cioè in calore, va nelle cose fredde, e da lì non c’è più modo di riportarla indietro gratuitamente e riusarla di nuovo per far crescere una pianta o girare un motore. In questo processo l’energia resta la stessa, ma l’entropia aumenta, ed è questa a non tornare indietro. È il secondo principio della termodinamica che la consuma. A far girare il mondo non sono le sorgenti di energia, sono le sorgenti di bassa entropia. Senza bassa entropia, l’energia si diluirebbe in calore uniforme e il mondo andrebbe al suo stato di equilibrio termico, dove non c’è più distinzione fra passato e futuro, e nulla avviene».[11]

14. Noi, eredi culturali del cristianesimo, siamo abituati a immaginare il tempo come una linea, che ha avuto un inizio, una progressione e una fine. Per la termodinamica, invece, lo stato zero del tempo sarebbe la situazione di ogni assenza di attività. E si presenterebbe alla fine. Non una situazione di assenza di energia, ma una situazione di sua equidistribuzione, per cui si avrebbe la perfetta immobilità di ogni freccia temporale. Non sarebbe possibile alcun lavoro, alcuna trasformazione, azione o vita. Sarebbe questa la situazione della morte termica universale. È la presenza di bassa entropia (cioè di elevata utilizzabilità della energia) a far sì che possa esserci attività secondo la freccia del tempo. Un mondo perfettamente simmetrico sarebbe un mondo morto. Perché ci sia attività occorre evitare la simmetria tra passato e futuro.

 15. Chi voglia avere un esempio di cosa si intenda concretamente per dissipazione può pensare all’attrito meccanico. Una palla di cannone scalda la canna in cui transita. Quando abbiamo freddo, ci strofiniamo le mani per generare calore. Le navette spaziali che rientrano si arroventano per l’attrito con l’atmosfera. Oppure si può pensare al fenomeno del raffreddamento, cioè alla universale diffusione del calore per contatto, da un corpo più caldo a uno più freddo. Sono situazioni in cui abbiamo dunque un gradiente, una pendenza, cioè una condizione di minor dissipazione che lascia il posto a una condizione di maggior dissipazione. La minore dissipazione corrisponde a sistemi fisici macroscopici che hanno energia a disposizione (= bassa entropia) e che sono in grado di compiere delle trasformazioni, di produrre lavoro. Dunque, l’energia, per essere utilizzabile deve avere bassa entropia, bassa dispersione. L’entropia può essere considerata, genericamente, la misura del disordine energetico/ molecolare presente in un sistema fisico. A rovescio, la misura dell’ordine di un sistema viene detta talvolta neg-entropia o entropia negativa. Anche se Rovelli non usa questo termine.

16. Tutti i ragionamenti della termodinamica si fanno sempre a proposito di sistemi isolati. Tuttavia, l’ampiezza del sistema di riferimento può essere estesa a piacere, fino a coinvolgere – teoricamente – l’intero universo. In tal caso ne derivano conseguenze decisamente rilevanti, e non solo per la fisica. L’ipotesi teorica più generale della termodinamica è quella che – in qualche modo – il punto di partenza, nella storia dell’universo, debba essere stata una condizione iniziale dotata di un ordine elevato, cioè di bassa entropia, una condizione cioè ricca di energia disponibile per produrre lavoro, eventualmente per produrre l’universo stesso, cioè gli elementi e i corpi, gli oggetti macroscopici relativamente ordinati tra i quali viviamo. Molti saggi di divulgazione ormai descrivono le tappe di questo processo di fabbricazione, iniziato 13,8 miliardi di anni fa.

Dice Rovelli: «Lo scorrere del tempo, in altre parole, è il fatto che l’entropia è più bassa nella regione che chiamiamo passato e più alta nella regione che chiamiamo futuro, e l’insieme di tutti i fenomeni che ne derivano».[12] Le interazioni tra gli oggetti macroscopici, necessarie affinché si compia un qualche tipo di lavoro, finiscono per dissipare l’ordine, l’energia, col risultato ultimo di produrre il calore, che è unicamente un fenomeno di dispersione. Più produciamo lavoro impiegando energia, più ci spostiamo cioè verso il futuro, più abbandoniamo l’ordine macroscopico e più l’entropia aumenta. Lo stesso “spostamento verso il futuro” è nient’altro che l’aumento del disordine. Il futuro altro non è se non la crescita generale dell’entropia. Il lavoro fisico dunque abbandona un mondo nel passato e produce qualcosa di nuovo nel futuro. Qualcosa che sarà a sua volta abbandonato al passato.

17. Ma vediamo meglio come la termodinamica spiega l’emergere del tempo nel sistema fisico più vicino a noi. Si tenga presente che l’universo attuale, sotto il profilo della distribuzione dell’entropia, è tutt’altro che uniforme. Questa mancanza di uniformità fa sì che l’universo sia pieno di “cose” che interagiscono, ciascuna con le sue modalità particolari. Spiegava Rovelli nel 2017: «Vicino alla Terra abbiamo una ricca sorgente di bassa entropia: il sole. [...] Quindi il sole è per noi una ricchissima fonte continua di bassa entropia. Abbiamo a disposizione abbondanza di bassa entropia, ed è questa che permette alle piante e agli animali di crescere, a noi di costruire motori, città, pensieri, e scrivere libri come questo. Da dove viene la bassa entropia del sole? Dal fatto che a sua volta il sole nasce da una configurazione di entropia ancora minore: la nuvola primordiale da cui si è formato il sistema solare aveva entropia ancora più bassa. E così via all’indietro, fino alla bassissima entropia iniziale dell’universo. È il crescere dell’entropia dell’universo che trascina la grande storia del cosmo».[13] Secondo la termodinamica, c’è dunque una connessione di tipo universale, tra i macro processi cosmici ed i processi fisici che sperimentiamo in noi stessi e nel nostro ambiente, nella nostra vita quotidiana.

18. Ma non è finita qui. Poiché la distribuzione dell’entropia (= del disordine dell’energia) non è la stessa ovunque. E muta costantemente. Spiegava Rovelli nel 2017: «[…] l’aumento dell’entropia nell’universo non è rapido come l’espansione improvvisa di un gas in una scatola: è graduale e prende tempo. Anche con un mestolone gigantesco, rimescolare una cosa grossa come l’universo prende tempo. Soprattutto, esistono porte chiuse e ostacoli per l’aumento dell’entropia, passaggi difficilmente praticabili. Per esempio una catasta di legna, lasciata stare, dura a lungo. Non è in uno stato di massima entropia, perché gli elementi di cui è fatta, come carbonio e idrogeno, sono combinati in modo molto particolare («ordinato») per dare forma al legno. L’entropia cresce se si disfano queste combinazioni particolari. Questo è quanto succede quando il legno brucia: i suoi elementi si disgregano dalle particolari strutture che formano il legno, e l’entropia aumenta bruscamente (il fuoco è infatti un processo fortemente irreversibile). Il legno però non inizia a bruciare da solo. Resta a lungo nel suo stato di bassa entropia, fino a che qualcosa non gli apre una porta che gli permetta di passare a uno stato di entropia più alta. Una catasta di legna è uno stato instabile, come un castello di carte, ma finché non arriva qualcosa a farlo crollare, non crolla. Questo qualcosa è per esempio un cerino che accende una fiamma. La fiamma è un processo che apre un canale attraverso il quale il legno può passare a uno stato di entropia più alta».[14]

Sono interessanti le porte chiuse e gli ostacoli. Se tutta l’energia a bassa entropia si disperdesse in un istante, l’universo raggiungerebbe subito la morte termica e nessun “tempo” sarebbe possibile. Invece la bassa entropia viene tenuta in sospeso, convogliata in un numero immenso di rivoli, ove si svolgono “lavori” del tutto particolari, che sono i lavori del cosmo.

19. L’orizzonte termodinamico temporale della catasta di legna dunque è tutt’altro che uniforme. C’è un prima in cui il legno era parte di un albero vivente. C’è un tempo successivo in cui la catasta permane (anche se il legno sta seccando). C’è poi il tempo rapido della combustione, che è un processo irreversibile. C’è poi ancora il tempo della cenere e dei prodotti della combustione. Questa, in breve, sul piano di una prospettiva prettamente umanistica, sarebbe quella che chiamiamo storia della catasta. Sono le trasformazioni successive irreversibili del legno (cioè quel che fa il legno) che determinano una freccia del tempo, cioè un tempo direzionato. Un prima e un poi. Dovrebbe esser chiaro a questo punto che una entità o “cosa” distinta che possiamo chiamare tempo proprio non c’è. Quel che c’è effettivamente sono i molteplici e variegati processi irreversibili di dissipazione dell’energia che sta nelle cose e si trasforma. Per completare il quadro, si ricordi poi, almeno intuitivamente – la metto qui come stimolo a pensare – l’equivalenza einsteiniana di massa ed energia.

20. Proseguiva Rovelli nel suo libro dedicato al tempo: «L’intera storia dell’universo è questo zoppicante e saltellante aumentare cosmico dell’entropia. Non è né rapido né uniforme, perché le cose restano intrappolate in bacini di bassa entropia (la catasta di legna, la nuvola di idrogeno...) fino a che qualcosa non interviene per aprire la porta di un processo che permette all’entropia di crescere ulteriormente. La crescita stessa dell’entropia apre occasionalmente nuove porte attraverso le quali l’entropia ricomincia a crescere. Una diga in montagna, per esempio, trattiene l’acqua fino a che l’usura del tempo non la consuma e l’acqua scappa a valle, facendo crescere l’entropia. Lungo questo percorso accidentato, pezzi piccoli o grandi di universo restano costantemente isolati in situazioni relativamente stabili per periodi anche molto lunghi».[15] Intorno a noi, dunque, i ritmi con cui le cose si degradano in forma entropica sono i più diversi. Come dire, volgarmente, che ogni “cosa” ha una sua propria durata temporale. Un suo tempo fisico che è generato dal lavoro della cosa stessa. Questa durata temporale è determinata dalle trasformazioni energetiche interne (ed esterne) che, comunque, aggiungono entropia. Si noti che le diverse durate delle singole cose sono tra loro perfettamente compatibili. Un cristallo, qui davanti a me, non subisce particolari cambiamenti, mentre io, per stare qui ad osservarlo, devo costantemente dissipare. Il ritmo termodinamico del cristallo è diverso da quello del mio corpo.

21. Siccome “ogni cosa è uguale”, anche i viventi non sfuggono ovviamente alla degradazione entropica. In altri termini, i processi termodinamici stanno alla base della biologia. Spiegava Rovelli: «Gli esseri viventi sono costituiti da processi simili, che si innescano l’un l’altro. Le piante raccolgono i fotoni di bassa entropia del sole attraverso la fotosintesi. Gli animali si nutrono di bassa entropia mangiando. (Se ci bastasse energia, invece che entropia, andremmo tutti al caldo nel Sahara invece di mangiare). All’interno di ciascuna cellula vivente, la complessa rete di processi chimici è una struttura che apre e chiude porte attraverso le quali la bassa entropia cresce. Molecole funzionano da catalizzatori che permettono a processi di innescarsi, oppure li frenano. L’aumento dell’entropia in ciascun processo individuale è quello che fa funzionare il tutto. La vita è questa rete di processi di aumento di entropia che si catalizzano a vicenda. Non è vero, come si dice talvolta, che la vita genera strutture particolarmente ordinate, o diminuisce l’entropia localmente: semplicemente è un processo nutrito dalla bassa entropia del cibo; è un disordinarsi autostrutturato, come il resto dell’universo».[16]

22. Con tutti questi approfondimenti e tutte queste chiarificazioni, possiamo ora tornare alla Eguaglianza di tutte le cose, con miglior cognizione. Spiega qui Rovelli: «La dissipazione è la sorgente dell’orientamento temporale di tutti i fenomeni orientati nel tempo. Quando vi è dissipazione, vi è crescita di entropia, vi è un gradiente, cioè una differenza, di entropia. In una situazione fisica in cui vi sia un gradiente di entropia avvengono i fenomeni tipici che caratterizzano lo scorrere del tempo. Il gradiente di entropia è quindi sufficiente a rendere conto della fenomenologia dello scorrere del tempo».[17] Per lo scorrere del tempo, i quanti dunque non servono proprio.

23. Certo, in un sistema fisico relativamente isolato, possiamo contrastare l’entropia, cioè possiamo realizzare uno stato locale più ordinato, o che mantiene un certo ordine, ma per farlo siamo costretti a introdurre costantemente neg-entropia (cioè ordine) dall’esterno. Il bilancio termodinamico generale tuttavia non può che essere negativo, per la seconda legge della termodinamica.

Possiamo dunque anche produrre e conservare sistemi fisici locali altamente ordinati ma, per farlo, dobbiamo contestualmente scaricare disordine in generale nell’ambiente intorno a noi. La freccia del tempo, la direzione temporale delle nostre attività interattive è possibile solo poiché è volta dall’ordine al disordine. Intuitivamente, questo accade perché per produrre qualsiasi attività, come stare in relazione, agire, fare, causare, conoscere (tutte modalità che implicano un qualche tipo di lavoro fisico) dobbiamo consumare, dobbiamo produrre attrito e dispersione. E il consumare in ultima analisi aumenta, in qualche misura, il disordine.

24. Cosa è allora ciò che chiamiamo presente? Si tratta evidentemente di una domanda eminentemente filosofica. Per rispondere a una simile domanda, è tuttavia conveniente ricorrere ancora al vecchio libro di Rovelli del 2017. Nel suo precedente L’ordine del tempo Rovelli aveva spiegato con chiarezza la nozione delle tracce, nozione oltremodo fondamentale per la cultura umanistica, oltre che per la fisica. Vado dunque a riprendere ancora qualche ulteriore citazione. Dice Rovelli: «C’è un effetto importante che segue dal fatto che l’entropia sia stata bassa nel passato, che è cruciale per la distinzione fra passato e futuro ed è ubiquo: le tracce che il passato lascia nel presente».[18] Forse Rovelli avrebbe potuto dire: «le tracce del passato che costituiscono il presente». Val la pena infatti di riflettere, per un momento, sul fatto che le tracce, in quanto tracce, sono necessariamente presenti, stanno nel presente, anche se si riferiscono (per noi) a eventi passati. Esse sono i residui delle trasformazioni energetiche che ci sono state e che sono tuttora conservati (seppure sempre soggetti a ulteriori dissipazioni).

25. Osserva Rovelli: «Tracce sono ovunque. I crateri sulla luna testimoniano di impatti passati. I fossili ci mostrano la forma di esseri viventi del passato. I telescopi ci mostrano come erano galassie lontane nel passato. I libri ci raccontano la nostra storia passata. Il nostro cervello pullula di ricordi. Esistono tracce del passato e non tracce del futuro solo perché l’entropia era bassa nel passato. Per nessun’altra ragione. L’unica sorgente della differenza fra passato e futuro è la bassa entropia passata, quindi non ci possono essere altre ragioni. Per lasciare una traccia, è necessario che qualcosa si arresti, smetta di muoversi, e questo può avvenire solo con un processo irreversibile, cioè degradando energia in calore. Per questo i computer scaldano, il cervello si scalda, le meteore cadute sulla luna la scaldano e perfino la piuma d’oca degli amanuensi nelle abbazie benedettine del Medioevo scalda un poco la carta dove posa l’inchiostro. In un mondo senza calore, tutto rimbalza via elastico e nulla lascia traccia di sé».[19]

26. Invito il lettore a riflettere su cosa comporterebbe la possibilità di «tracce del futuro». Si dovrebbe immaginare la possibilità di invertire la freccia temporale, cioè, volgarmente, di disfare ogni lavoro fatto e di tornare alla situazione precedente, “ricordando” però (come?) il lavoro fatto (o già tentato una volta). Nello spazio, questa reversibilità c’è sempre: sono a Venezia e mi sposto a Roma. Posso sempre ritornare, senza troppi problemi, da Roma a Venezia. Invece, il colpo di pistola di Gavrilo Prinzip, che ha “causato” la prima Guerra mondiale, non può esser fatto tornare indietro, onde evitare le sue deplorevoli conseguenze. La traccia di quel colpo è lì, con tutto il seguito, e si può solo procedere oltre, con i “lavori” che saranno obbligatoriamente successivi.

27. Val la pena di riflettere su “Per lasciare una traccia, è necessario che qualcosa si arresti, smetta di muoversi”. Il “qualcosa” è necessariamente qualcosa che, disponendo di energia utilizzabile (=bassa entropia) in qualche modo si muove (sfruttando anche i passaggi di forme di energia). Possiamo dire agisce. Passa aristotelicamente dalla potenza all’atto. Il muoversi comporta tuttavia il degrado e l’innalzamento della entropia. E con ciò si ha l’affievolimento del “movimento”. Si ha la dissoluzione del “qualcosa” nelle proprie tracce che restano e che daranno ancora seguito ad altre tracce.

28. Propongo qui un mio modesto esercizio, sempre per vedere se ho capito bene. La candela nuova sta lì, dentro alla lucerna, con la sua energia chimica potenziale. Certo, se c’è una candela, essa avrà una sua “storia precedente” che qui trascuriamo. Essa permane. Non si sposta. Diciamo che, a parte minime variazioni dovute a interazioni ambientali casuali o a piccole trasformazioni interne, la candela resta la stessa (il “tempo” della candela non passa o passa “lentamente”). Se però viene accesa, la candela comincia la sua combustione, perde la sua energia potenziale, con un processo che è irreversibile. Emette luce e la cera si consuma. Cosa è rimasto ora? I prodotti della combustione, CO2, magari un po’ di fuliggine sul vetro della lucerna. La fuliggine sul vetro è la traccia attuale dell’evento passato della combustione della candela. La candela che c’era prima è così “finita nel passato”. Nel presente attuale c’è la sua fuliggine. Ma anche la fuliggine, che pur permane, ha la sorte prescritta, perché anche la fuliggine è destinata prima o poi a degradarsi ulteriormente.

29. Questa è, considerata in termini umanistici, la storia della candela. Cioè, la candela che, trasformandosi, genera la sua vita nella storia. Ovvero: è la candela che bruciando genera la freccia temporale. La candela che brucia può solo andare nella direzione della maggiore entropia. La combustione è irreversibile. Quella candela non tornerà mai indietro. Possiamo aggiungere che ogni “cosa” dissipa a suo modo, per cui ogni cosa avrà la sua particolare freccia temporale termodinamica. La candela bruciata non è più (= è nel passato), mentre magari l’altra candela della confezione, che non è stata usata, è ancora lì, nel cassetto. Ovviamente tutte le frecce temporali saranno ordinate nella direzione della maggior entropia (= maggior disordine). Così si accumulano, una sull’altra, le tracce del passato, anche loro sottoposte a ulteriore dissipazione. Tutto quel che attualmente c’è, noi compresi, è costituito di tracce del passato. La cosmologia stessa ci suggerisce che l’universo attuale altro non è che l’insieme delle tracce del suo passato. Le stelle, la cui luce giunge oggi ai nostri occhi, magari non ci sono più o sono del tutto diverse. Tracce vaganti.

30. Come conseguenza, spiegava Rovelli: «È la presenza di abbondanti tracce del passato a produrre la sensazione familiare che il passato sia determinato. L’assenza di analoghe tracce del futuro produce la sensazione che il futuro sia aperto. L’esistenza di tracce fa sì che il nostro cervello possa disporre di estese mappe di eventi passati e nulla di analogo per gli eventi futuri. Questo fatto è all’origine della nostra sensazione di poter agire liberamente nel mondo, scegliendo fra diversi futuri, ma di non poter agire sul passato».[20] Possiamo ancora decidere se tirar fuori dal cassetto la candela rimasta e accenderla. Finché non lo facciamo, la candela perdura insieme a noi nel nostro presente. Resta una piccola “riserva” di energia /lavoro /luce a nostra disposizione, da impiegare se vogliamo. Possiamo accenderla e mandarla nel passato. Ma non possiamo riavere quella candela della quale ci è rimasta la fuliggine. Il frigo vuoto non si riempie da solo.

31. Si noti fin da ora che la freccia del tempo così strutturata produce, assieme al tempo, la possibilità stessa della causalità. Un fulmine può incendiare la catasta di legna, l’accendino può dare il via alla combustione che manderà la candela nel passato. Noi diciamo comunemente che il fulmine ha causato l’incendio. Si noti che causa ed effetto sono sempre antisimmetrici. Spiegava Rovelli: «I vasti meccanismi del cervello dei quali non abbiamo diretta consapevolezza […] sono stati disegnati nel corso dell’evoluzione per fare calcoli che riguardano futuri possibili: questo noi lo chiamiamo «decidere». E poiché elaborano possibili futuri alternativi che seguirebbero se il presente fosse esattamente com’è eccetto per un dettaglio, ci viene naturale pensare in termini di «cause» che precedono gli «effetti»: la causa di un evento futuro è un evento passato tale che l’evento futuro non sarebbe seguito in un mondo in cui tutto fosse eguale eccetto la causa».[21] Se non avessi acceso la candela, la candela sarebbe ancora lì. Dunque io sono la causa del consumo e della estinzione della candela.

32. Osservava Rovelli: «[…] memoria, cause e effetti, fluire, determinazione del passato e indeterminazione del futuro non sono che nomi che diamo alle conseguenze di un fatto statistico: l’improbabilità di uno stato passato dell’universo. Cause, memoria, tracce, la storia stessa dell’accadere del mondo che si dispiega non solo nei secoli e nei millenni della storia umana, ma nei miliardi di anni del grande racconto cosmico, tutto questo nasce semplicemente dal fatto che la configurazione delle cose è stata «particolare» qualche miliardo di anni fa. E «particolare» è termine relativo: si è particolari rispetto a una prospettiva. A una sfocatura. Che a sua volta è determinata dalle interazioni che ha un sistema fisico con il resto del mondo. Cause, memoria, tracce, la storia stessa dell’accadere del mondo, quindi, possono essere solo prospettiva: come il roteare del cielo, un effetto del nostro peculiare punto di vista sul mondo... Inesorabilmente, lo studio del tempo non fa che riportarci a noi».[22]

Il “movimento” temporale o freccia del tempo è dunque dovuto al fatto che abbiamo alle spalle una condizione energetica di bassa entropia (uno stato passato dell’universo alquanto statisticamente improbabile[23] – l’entropia elevata corrisponde invece sempre alla distribuzione più probabile, che è quella che noi consideriamo casuale). La condizione energetica di bassa entropia rende inevitabile, insieme alle svariate trasformazioni energetiche, l’aumento dell’entropia e dunque la inutilizzabilità dell’energia, la quale permane allo stato termico ma, appunto, in una condizione di disordine inutilizzabile.

33. La dissipazione, come abbiamo visto, non è un fatto che opera a qualsiasi livello dei sistemi fisici. Interessa soprattutto il mondo della nostra esperienza ordinaria, domestica, dove sono collocati sistemi fisici composti di variabili macroscopiche. Spiega Rovelli: «La dissipazione è un fenomeno che caratterizza la descrizione che diamo di sistemi con un gran numero di variabili («microscopiche»), quando li descriviamo in termini di un numero più piccolo di variabili («macroscopiche»). Avviene per esempio quando dell’energia passa dalle variabili macroscopiche alle variabili microscopiche. Quando è persa per le variabili macroscopiche. La direzione del tempo è quindi una proprietà delle variabili macroscopiche. I fenomeni correlati al flusso del tempo (memoria, tracce, libertà di scelta, causalità...) riguardano tutti queste variabili. Le nozioni stesse di entropia, dissipazione, e simili non hanno senso se non relativamente a un insieme di variabili macroscopiche».[24]

34.Val la pena di riflettere sul senso di “persa per le variabili macroscopiche”. Se colpisco con la stecca una palla da biliardo, trasmetto alla palla nel suo insieme (come sistema macroscopico) una certa capacità di moto (che ha una sua direzione precisa, una velocità, una accelerazione, ecc.). Quindi la palla, nel suo complesso, nel suo percorso compirà per me un lavoro buono. Tuttavia, la palla, nel suo percorso, per via dell’attrito, disperderà un poco della energia che le ho impartito, rotolando sul tappeto. Quella energia finita nel tappeto non avrà più la direzione, non avrà più la velocità della palla complessiva al livello cui ho agito con la stecca. Quella energia dunque resta energia come tale, ma perde informazione, diventa calore casuale, che non sarà mai più recuperabile ai fini del gioco del biliardo. Ad ogni colpo di stecca, ricco di informazione e lavoro utile, spargo sul tappeto energia degradata a entropia elevata. Cioè disordine.

35. La candela accesa è un sistema macroscopico che consuma il proprio ordine (il combustibile dotato della propria energia chimica potenziale, atto a produrre luce e altri sottoprodotti) e produce maggior disordine statistico a livello micro, un disordine che non può più essere rimesso in ordine. La luce dispersa è più disordinata e non potrà più illuminare alcunché. Abbiamo così il prima della candela nuova e il dopo della candela consumata con i suoi prodotti dispersi. La candela ha così avuto una storia da cui non potrà tornare indietro. In tema di storiografia, se qualcuno avesse fotografato la candela nuova, avrebbe, in foto, la candela come era, un documento storico, ma la candela “come era” non c’è propriamente più, ci sono solo più le tracce, i prodotti della sua combustione. E la sua foto, che è anch’essa una traccia. Immaginiamo però una candela accesa che, mentre brucia, venga parzialmente ricostituita, dall’esterno, dei suoi elementi fondamentali consumati. La candela riuscirà a mantenersi accesa molto più a lungo. Continuerà a “fare la candela” per un bel po’. Questa è una ovvia semplice metafora dei sistemi fisici macroscopici viventi.

36. Questo significa che se non ci fossero variabili macroscopiche, cioè le proprietà dei grossi sistemi fisici, che dissipano, il tempo fisico (nel senso del prima e del dopo) non ci sarebbe. Insomma, siamo “soggetti al tempo” per il fatto che siamo relativamente grossi, riforniti di energia libera, composti di e circondati da una molteplicità di cose più piccole. La nostra stazza fa di noi qualcosa di improbabile (di ordinato) che tuttavia, sfocando sui microlivelli, ha la inarrestabile tendenza a dissolversi in una nuvola di disordine statistico. Il tempo è il prezzo che paghiamo per il fatto (o il lusso) che siamo indotti a trascurare continuamente i minimi dettagli delle cose, di cui siamo fatti e con cui abbiamo a che fare.

Questo dunque è il fenomeno fisico della freccia termodinamica del tempo. Dunque, andando oltre Newton, come conseguenza filosofica, dobbiamo abbandonare l’idea di un tempo universale che scorre in modo uniforme e uguale per tutti. Ma dobbiamo, probabilmente, anche abbandonare l’idea che il tempo abbia una sua realtà a livello quantistico, a livello della micro fisica. Sembra che non ci possano proprio essere i quanti di tempo. Il nostro macro mondo è reso possibile dall’energia disponibile che fluisce, si trasforma, produce lavoro e, con la sua stessa attività, produce la sua stessa degradazione.

37. La stretta connessione (o identità) tra dissipazione e temporalità contribuisce comunque a stabilire una qualche base fisica al fenomeno che noi sperimentiamo della temporalità. Non è dunque esatto dire che “il tempo non c’è”. Non c’è nella fisica fondamentale. Non ci sono, presumibilmente, quanti di tempo. Ma a livello della macrofisica il tempo c’è, eccome. Tanto che noi stiamo a cavallo della freccia del tempo che governa il nostro avvento nel tempo e la nostra sparizione dal tempo. O magari il ricordo di noi, le nostre tracce, finché non svaniranno. Cosa comporta tutto ciò per la filosofia?

C’è una idea assai popolare tra i filosofi secondo la quale il fenomeno del tempo può essere catturato solo dalla nostra coscienza. Gli esempi più noti li troviamo in Agostino e Bergson. Ebbene, questa idea di Bergson, alla luce della fisica, sembra destituita di ogni fondamento. Questo non significa che, come umani e come animali viventi, non facciamo anche una esperienza della dimensione psicologica del tempo. Significa che non è il tempo psicologico quello di cui si interessa la fisica. Non è il tempo psicologico che ci fa nascere, invecchiare, morire, che governa la vita di Giulio Cesare, che governa l’estinzione della candela, o quella dei dinosauri. Il tempo psicologico è solo un derivato, generato all’interno della nostra mente, peraltro impreciso, del tempo fisico della termodinamica. A quanto pare, aristotelicamente, il tempo «si dice in molti modi».

38. Una riflessione sulla misura del tempo. Ho osservato che ciascun sistema fisico disperde a modo suo. Un pezzo di carbone sta integro per secoli. Poi se viene acceso si disperde piuttosto rapidamente. Allora, banalmente, per “misurare il tempo” ci serviamo di fenomeni fisici che facciano un lavoro regolare e che abbiano una dispersione regolare. Dal moto del pendolo agli orologi atomici. Si noti che la regolarità non è mai assoluta. Dal 1905 sappiamo poi che la “velocità” degli orologi non è uguale dappertutto. Osserva Rovelli: «Una candela misura la direzione del tempo. Qualsiasi fenomeno irreversibile lo fa. Anche i nostri orologi rivelano la direzione del tempo, perché l’ora che visualizzano cresce. (Qualsiasi orologio include una certa quantità di irreversibilità e dissipazione). L’idea che noi potremmo rilevare qualcosa che non possa essere rilevato da un dispositivo fisico è ridicola: per quanto intricatissimi, anche noi siamo dispositivi fisici. I sistemi che rilevano la freccia del tempo lo fanno tracciando dissipazione, e così fa il nostro cervello, che è molto dissipativo: la testa si scalda quando pensiamo».[25] Il tempo nostro, psicologico, è dunque una conseguenza del tempo termodinamico, e non viceversa.

Memoria e cause

39. Siamo pieni di tracce del passato e non altrettanto di tracce del futuro. Una traccia è una interazione avvenuta, può essere il risultato di una misurazione. Il termine traccia – come s’è visto – è importante. Le tracce restano nelle cose, ma si imprimono anche nella nostra memoria. Spiega Rovelli: «La memoria è un caso particolare di traccia. Il funzionamento del nostro cervello fa uso esteso di tracce del passato, immagazzinate sotto forma di ricordi e abilità acquisite. In un certo senso, l’intera informazione contenuta nelle nostre memorie, nei libri, nella nostra cultura, nella nostra intera civiltà, nella biosfera, in questo libro può essere vista come proveniente dalla bassa entropia iniziale dell’universo».[26] Si noti che anche il DNA che presiede alla vita e alla sua evoluzione sul nostro pianeta è un accumulo di tracce.

40. Le misure sono un particolare tipo di tracce. Osserva Rovelli: «Un esempio particolare di formazione di tracce è dato dai fenomeni che chiamiamo «misure». Nulla può essere misurato senza dissipazione. Dopo la misura, la registrazione è correlata al sistema misurato; in un contesto puramente meccanico senza dissipazione, questa aspettativa non sarebbe giustificata, perché qualsiasi configurazione è egualmente probabile. Questa osservazione mostra che la possibilità stessa di avere dati sul mondo dipende dal fatto che siamo in un gradiente di entropia. Qualsiasi conoscenza del mondo richiede di avere misurato qualcosa, misurare richiede dissipazione, la traccia della quantità misurata è immagazzinata in variabili macroscopiche. Queste portano l’informazione misurata. Ma per ottenerla è stata necessaria dissipazione, cioè perdita di informazione sulla microfisica».[27]

Una misura, in un certo senso, aggrega o connette qualcosa. Un metro trascura quel che c’è dentro. Un chilo trascura quel che c’è dentro. Misurare cancella le innumerevoli differenze che ci sarebbero se non avessimo fatto la misurazione. Trattare un metro cubo come un “riassunto” statistico, cancella le differenze interne. Ho come risultato un blocco ulteriormente manipolabile, utile per noi, ma ho cancellato (= non considerato, dimenticato) tutte le diverse informazioni di quel preciso metro cubo. Posso sommare metri cubi fino a rappresentare parti consistenti dell’universo, ma le micro informazioni presenti in ciascun metro cubo andranno perdute (=non saranno state registrate). Per poter bere un bicchier d’acqua, devo ignorare tutte le particelle micro, devo considerarle come tutte uguali, cioè solo statisticamente. Dovessi “bere” una particella per volta, lo stesso bere non avrebbe senso. Aggiunge Rovelli: «Osservate come questo implichi che la conoscenza sia necessariamente incompleta, per la sua stessa natura fisica! Per acquisire conoscenza, dobbiamo dissipare e perdere informazione».[28]

41. Rovelli introduce qui esplicitamente la questione della causalità. Che noi abbiamo già in parte anticipato, citando dal suo libro precedente. Tuttavia riprendiamo la questione un po’ più estesamente. In un testo come questo, qualche ripetizione è inevitabile. La causalità è una delle nozioni che hanno fatto discutere a lungo i filosofi. Si pensi soltanto alle cause aristoteliche. Nella storia della nostra cultura, la questione della causalità è stata trasferita dalla filosofia alla scienza con lo sviluppo della nozione delle leggi di natura. Da sempre inoltre la causalità è stata connessa con il tempo. E ciò per il fatto che la causa e l’effetto seguono un ordine temporale ben preciso. La causa precede sempre l’effetto. A sua volta un effetto può diventare causa di un altro ulteriore effetto. Si tratta della famosa catena causale.

Osserva Rovelli: «La nozione di causa che mi interessa qui è quella orientata nel tempo, in cui un evento che avviene prima nel tempo causa un effetto che si verifica dopo nel tempo. Vi è somiglianza stretta tra queste relazioni causali e la nozione di traccia discussa sopra. Un cratere sulla Luna è causato dall’impatto di un meteorite, un passo nella sabbia è causato dal passo di un uomo e così via. L’orientamento temporale della relazione fra causa ed effetto è anch’esso dovuto alla dissipazione. Quelle che chiamiamo relazioni causali, cioè cause che provocano effetti, sono generalmente esempi di fenomeni fisici in cui vi è dissipazione».[29]

42. Spiega infatti Rovelli: «La fisica fondamentale descrive correlazioni, che non distinguono il passato dal futuro. È espressa in termini di leggi fisiche, che sono solo vincoli che limitano ciò che è possibile nel nostro mondo. Definiscono ciò che è fisicamente possibile, estrapolando e generalizzando le nostre osservazioni. Non ci sono cause al livello elementare del mondo fisico. Chi dice che «la scienza si occupa solo delle cause delle cose», intendendo per «causa» la relazione orientata nel tempo fra causa e effetto, non ha capito nulla della fisica fondamentale. Le cause nel mondo ci sono, ovviamente, e ci interessano molto, interessano anche alla scienza, ma sono modi di descrivere fenomeni statistici che avvengono in un contesto in cui esiste un gradiente di entropia. L’orientamento causale del mondo è solo statistico».[30]

La distinzione tra passato e futuro – come abbiamo già visto ampiamente – è dunque qualcosa che si instaura solo a un certo livello di macroscopicità. Con un linguaggio talvolta utilizzato, possiamo dire che la distinzione tra passato e futuro (e dunque la possibilità della causalità) è una proprietà emergente. Capisco che, a questo punto, ricordare che per Kant la causalità era una forma a priori dell’intelletto, era cioè mind dependent, sia un po’ come sparare sulla Croce rossa. Tuttavia ciò ci offre la misura dell’enorme cambiamento concettuale di cui abbiamo bisogno per adeguare il nostro pensiero alle scoperte della fisica. Ma il rivolgimento è ancor più profondo. Aristotele aveva individuato le sue quattro cause intendendo che fossero universali. In particolare la causa efficiente. Ora sappiamo che la causalità non abita proprio dappertutto. Le famose leggi causali continuano certamente a essere valide al nostro macro livello, ma non valgono ovunque. Ciò implicherà un ripensamento sulla nozione stessa di natura e di leggi naturali.

Libertà

43. Rovelli in questo capitolo entra nella discussione della questione della libertà e del futuro aperto o chiuso. La sua tesi, contro il determinismo, è che il futuro sia aperto. Dice Rovelli: «Il futuro è aperto, possiamo deciderlo, dipende da noi».[31] Si tratta tuttavia di comprendere in cosa consista effettivamente questa apertura. Se e in che misura è assimilabile alla nostra comune nozione di libertà. Si vedrà come l’argomentazione di Rovelli in un certo senso sfugga al tradizionale dibattito filosofico sul determinismo e il libero arbitrio. L’argomentazione di Rovelli è una diretta conseguenza della discussione sui meccanismi della entropia che influenzano il tempo e il nostro macro livello evolutivo, biologico e culturale.

44. Anche in questo caso, Rovelli avvia il suo ragionamento partendo dall’esperienza quotidiana. Qui prende le mosse dal caso del computer che gioca a scacchi (pp. 113-116). Sia i computer che noi, quando giochiamo a scacchi, ci esibiamo, in termini minimali, nella analisi di futuri alternativi. Dato che sussiste l’eguaglianza di tutte le cose, non ci sarà una differenza radicale tra il computer e gli esseri umani.

Rovelli ammette che, in un certo senso, il processo decisionale del computer è completamente deterministico. Tuttavia il computer, per poter decidere la mossa successiva, deve fare un calcolo (in base alle informazioni che ha immagazzinato) e prendere in esame la possibilità di altre mosse. Che siano possibili diverse mosse è previsto dall’algoritmo. Cosa significa che l’esito della mossa, per il computer è già determinato in partenza? Afferma Rovelli: «La sottigliezza sta nel fatto che il percorso dinamico attraverso cui si realizza il futuro implica il processo complesso dell’analisi di possibili futuri alternativi. All’interno di questa logica, la pluralità di possibilità future gioca un ruolo essenziale». E continua: «Dal punto di vista di un astratto determinismo, il futuro è determinato dal passato. Ma dal punto di vista del programma, il futuro è genuinamente aperto, nel senso che il programma valuta diversi futuri possibili e sceglie. Il programma manipola informazioni e mentre le manipola queste sono insufficienti per stabilire cosa sarà deciso. Il futuro stesso dipende da queste informazioni e da come sono manipolate».[32]

Rovelli probabilmente vuol dire che il programma ha a disposizione, come output, un repertorio finito di mosse. Queste mosse sono tutte effettivamente possibili. Allora la scelta dipenderà dalle informazioni che possiede l’algoritmo del computer. E gli algoritmi sono assai diverse tra loro per complessità. L’algoritmo può semplicemente rispondere alla mossa precedente in base a uno schema fisso. Oppure può possedere uno schema di gioco complessivo. Oppure può registrare tutte le mosse del giocatore umano, comprese le sviste, e costruire un modello statistico del suo comportamento. Oppure ancora può usare schemi di AI generati in base alla storia di milioni di partite. È chiaro che la risposta, in tutti questi casi, sarebbe assai diversa. Dice in nota Rovelli: «Le informazioni stesse interferiscono con la possibilità per l’agente di prevedere il futuro».[33] In altri termini, ogni previsione non può che essere limitata. Ogni decisione, in base alle previsioni limitate, non può mai essere vincolata.

45. Nel caso degli umani i nostri processi di deliberazione e scelta non sarebbero poi così diversi da quelli del computer. Sebbene, nel nostro caso, la complessità del processo decisionale sia enormemente maggiore. Anche nel nostro caso, l’esito dipende comunque dalla informazione disponibile a chi decide. Dice Rovelli: «I nostri processi di deliberazione, come quelli di un computer, sono analisi di possibili futuri alternativi. Le nostre scelte sono determinate da una combinazione variabile di analisi razionale, spontaneità istintiva, arbitraggio nel cervello fra diverse pulsioni. Di qualunque forma siano, la deliberazione implica la contemplazione di diversi futuri. Questa contemplazione di diversi futuri è esattamente l’apertura del futuro, nella nostra esperienza».[34]

Noi stessi, come abbiamo visto, siamo tracce del passato. Attorno a noi abbiamo altre innumerevoli tracce del passato. Su queste tracce basiamo la formulazione, sempre imprecisa e limitata, delle nostre alternative. Dunque scegliamo fra le alternative in base alla prospettiva attraverso la quale consideriamo o meno le tracce che abbiamo a disposizione. Mi conviene o non mi conviene accendere la candela? Un altro, dalla sua prospettiva, farebbe la stessa scelta? È probabile che due prospettive esattamente identiche non esistano. Rovelli non si occupa degli indiscernibili, ma la questione può esser posta.

46. Spiega in definitiva Rovelli: «Dal punto di vista di un agente, cioè dal nostro, il futuro è aperto in un senso molto preciso: il calcolo è formulato e condotto come un’analisi di distinti possibili futuri alternativi. Questo non è in conflitto né con il determinismo della fisica classica, come dimostra l’esempio del programma per computer deterministico che gioca a scacchi, né tantomeno con il probabilismo della fisica quantistica».[35] E prosegue: «Sia noi sia i computer siamo sistemi dissipativi: il computer scalda, dissipando energia, e ha bisogno della presa di corrente per rifornirsi di energia libera. Il nostro cervello scalda egualmente, per lo stesso motivo, e per lo stesso motivo ha bisogno di zuccheri e parmigiano. Funzioniamo grazie alla disponibilità di questa energia libera che esiste perché siamo immersi in un gradiente di entropia. Il nostro funzionare, il nostro deliberare sono epifenomeni del grande fiume che è il gradiente di entropia in cui siamo immersi. Il futuro dipende effettivamente da noi, perché senza il nostro deliberare il futuro sarebbe diverso. A nostra volta, noi dipendiamo dal passato. La fisica non blocca la nostra libertà: la rende possibile, anzi la rende effettiva. Il futuro è veramente aperto. Per noi».[36]

47. Dunque, se abbiamo ben capito, la nostra libertà consiste nella nostra prospettiva unica, grazie alla quale contempliamo i futuri possibili della nostra situazione, e scegliamo il corso d’azione che valutiamo come migliore. Il corso d’azione, abbiamo visto, altro non è che un impiego di energia che abbiamo a disposizione. Se decido di accendere la candela, la decisione stessa ha impiegato energia e, di conseguenza, per accendere la candela, devo a mia volta impiegare energia. La candela accesa a sua volta impiegherà energia. Nel processo di ogni attività c’è solo sempre trasferimento di energia. Solo che la candela, una volta accesa non può che bruciare. La candela non ha a disposizione un processo “decisionale” per decidere se continuare o meno a bruciare. Io invece, macchina energetica decisamente complessa, per decidere cosa fare della candela devo elaborare l’informazione che ho a disposizione dal mio punto di vista. E devo produrre un verdetto su cui avranno influito innumerevoli variabili. Alcune magari neanche consapevoli. Solo così si spiega, come conseguenza della mia prospettiva, il movimento eventuale della mia mano che accende la candela.

48. Quindi la stessa entropia, che ci colloca in un passato di tracce che ci è in parte noto, fa sì che il futuro non sia ancora determinato, e per determinarsi abbia bisogno di una attività di scelta da parte nostra. Che è analoga alla attività di calcolo del computer. Che tuttavia prende in considerazione un livello di informazione davvero molto complesso. È un dato di fatto che in molti casi in cui dovremmo decidere, non sappiamo proprio cosa fare. Dove indirizzare l’energia di cui disponiamo. Abbiamo anche dei metodi per decidere senza decidere (decidere senza lunghi calcoli), ad esempio tirando a testa e croce con una moneta. Possiamo dunque concludere che – per noi – il futuro è aperto, ma noi non siamo liberi in senso assoluto. Perché decidiamo sempre in situazioni date. Prospetticamente.

49. Sulla questione della libertà assoluta, che peraltro ha sempre costituito un problema filosofico di primaria importanza, Rovelli introduce un ragionamento critico sottile, a partire dalla sua specifica posizione teorica. Osserva Rovelli: «Molti trovano che ci sia una tensione fra il nostro senso di essere liberi e l’esistenza di leggi della natura. Pensare che ci sia contraddizione tra la nostra sensazione di decidere liberamente e le leggi della natura è la conseguenza di un errore concettuale diffuso: immaginare che il processo mentale della decisione sia al di fuori del normale corso della natura. Immaginare che per poter essere liberi questo processo debba intervenire sulla natura dall’esterno. Ma noi non siamo esterni alla natura. La conoscenza del soggetto e il suo ruolo attivo nel determinare il futuro sono eventi naturali, non esterni alla natura. […] La sorgente della confusione è pensare che esistano due alternative: o siamo esterni alla natura o non siamo liberi. Non è vera né una cosa né l’altra: siamo parte della natura e siamo liberi perché deliberiamo e scegliamo fra alternative. Questo è essere liberi. Che altro potrebbe significare essere liberi? Questo è quanto accade in quelle situazioni in cui percepiamo la nostra libertà».[37]

50. Effettivamente, un’idea di libertà piuttosto diffusa ha a che fare con la perfetta indipendenza dell’Io da qualsiasi condizionamento. Questa cosa è stata spiegata perfettamente da Kant. Per Kant, la libertà incondizionata era un presupposto della possibilità stessa della moralità. Con il naturalismo di Rovelli cade ogni possibilità di indipendenza totale del soggetto. Da un certo punto di vista, cade ogni ipotesi di libertà assoluta. Sul gradiente termodinamico noi dipendiamo dal passato, siamo sempre condizionati (anche quando cerchiamo volutamente di non farci condizionare). Tuttavia siamo sistemi fisici complessi che agiscono fisicamente. Dunque in un certo senso siamo costretti a calcolare la mossa successiva, e lo facciamo inevitabilmente dalla nostra unica prospettiva. In base a quello che sappiamo. O che teniamo presente. Il calcolo della mossa può essere utile o inutile, felice o disastroso, ma è l’esito di quel calcolo che determina la nostra mossa successiva, esito che noi stessi non conoscevamo prima di avere eseguito il calcolo. Si noti che nell’eseguire il calcolo deliberativo, noi non prenderemo mai in considerazione la totalità delle nostre proprietà o di quelle del nostro ambiente. Per cui le nostre decisioni saranno sempre sotto ottimizzate. Non possono mai godere di una qualche conoscenza totale di noi stessi e del mondo.

Commenta qui sarcastico Rovelli: «Se ci consideriamo fuori dalla natura, dobbiamo pensare che per poter scegliere è necessario in qualche modo violare le leggi della natura. Ma è la credenza superstiziosa di essere fuori dalla natura che genera l’errore. Non c’è nulla di veramente nuovo in queste idee. Sono già chiare in Spinoza. Le hanno sostenute in molti nel recente passato. Ma gli esseri umani sono testoni e piace loro pensare di essere angeli e puri spiriti. Ahimè, certo angeli non sono. Ma nemmeno puri spiriti».[38]

51. Qui Rovelli riprende alcune considerazioni che connettono la questione della libertà con il gradiente di entropia. Dice Rovelli: «Per un agente che delibera, in un mondo orientato dal gradiente di entropia, è il futuro, non il passato, a essere determinato dalla deliberazione. [...] La domanda interessante è come mai le strutture che chiamiamo cause sono così importanti per noi. Lo sono perché questa è la logica con cui funzioniamo: analizzare possibili futuri e agire di conseguenza. Il futuro è aperto a noi nel senso che esaminiamo le opzioni e agiamo per scegliere tra di esse. Questo è il processo che definisce l’agente come orientato nel tempo. Un agente come noi, che raccoglie informazioni, pensa, analizza e delibera, è un fenomeno macroscopico orientato nel tempo. La biosfera è un fenomeno macroscopico orientato nel tempo. Il pensiero è un processo che avviene nel nostro cervello, che è parte della biosfera; è dissipativo, irreversibile. Questo orientamento temporale del processo di conoscenza è una fonte del vivido senso del passare del tempo che sperimentiamo: noi stessi siamo fenomeni orientati nel tempo. Lo siamo come lo sono tutti i fenomeni irreversibili che ci circondano. Se non fossimo in un gradiente di entropia, cioè se fossimo in equilibrio termico, non ci sarebbe distinzione tra passato e futuro, ma non tanto perché non ci sarebbero fenomeni irreversibili, quanto perché in equilibrio termico il nostro stesso funzionamento, la nostra acquisizione di conoscenza non funzionerebbero. Il senso vivido del tempo che corre in avanti è dunque dovuto al gradiente entropico in due modi distinti: per l’orientamento temporale della dissipazione intorno a noi, ma molto di più perché noi stessi siamo fenomeni dissipativi, che deliberano le proprie azioni considerando futuri possibili. È il nostro pensiero a correre in avanti, non il tempo».[39]

52. Ogni azione, ogni decisione presa (sulla base del calcolo “libero”) passa nel passato, il quale non è più modificabile. La ricostruzione storica che possiamo fare, o il ricordo, sono appunto ricostruzioni statistiche che non riportano in vita l’evento. L’evento è trascorso, l’energia dissipata, e così l’entropia è aumentata. La “storia” possiamo conoscerla come ricostruzione ma non possiamo rifarla come piacerebbe a noi. Possiamo invece, sulla base delle nostre informazioni presenti, deliberare (o scommettere) le scelte future. Il calcolo può essere molto complesso se, per esempio, prevediamo i nostri impatti ambientali o le scelte di politica internazionale. Ma, una volta fatto il quadro predittivo da cui risulta la nostra scelta (un voto, una dichiarazione di guerra, un matrimonio), la scelta la facciamo noi, “liberamente”, dal nostro punto di vista.

E una volta fatta, la nostra scelta diventa storia e viene inghiottita. Se è stata una scelta importante che ha lasciato tracce importanti, possiamo metterla nelle cronache, nella storiografia, o magari tra i resti archeologici. La nostra “libertà” è legata alla nostra particolarità di essere sistemi fisici complessi che operano in una prospettiva unica. Qui potrebbe aprirsi un interessante parallelo con la filosofia di Leibniz. Ogni monade è concepita come una prospettiva unica (seppur sfocata) rispetto a tutto il resto. Tuttavia, dal punto di vista di Rovelli, non potrà mai esserci una monade delle monadi.

53. Spiega Rovelli: «Tutti questi fenomeni, tutti i fenomeni tipicamente temporali, quelli che alla nostra intuizione suggeriscono il fatto che il tempo scorre, sono dunque gli epifenomeni del gradiente di entropia in cui siamo immersi. La differenza fra passato e futuro è statistica. La seconda legge della termodinamica è universale, ma non è esatta. Questo non significa che senza di noi non ci sia il tempo. Significa che il tempo senza di noi è qualcosa di più scarno e semplice che non la ricca esperienza che abbiamo noi della temporalità, che comprende il nostro abbracciare passato e futuro con il pensiero. Comprende pensare ai nostri nonni e ai nostri nipoti. La confusione sulla nozione di tempo che dilaga nel senso comune come nella letteratura filosofica viene dal confondere due piani: la descrizione astratta della dinamica delle cose e degli orologi con la complessità della nostra relazione con il tempo, che dipende dalla nostra memoria, dal nostro fare programmi, dal maestoso crescere dell’entropia».[40]

54. Quando Rovelli dice “Differenza statistica non esatta” tra passato e futuro vuol dire che la costituzione del nostro macro mondo ultra complesso implica sempre la perdita di informazione circa i micro processi elementari che pure consentono l’aggregazione del nostro macro mondo. L’energia si trasforma e genera i macro processi che ci tengono in vita, ma alla fine degrada in calore e il calore si disperde in modo uniforme determinando la perdita di informazione e l’aumento dell’entropia. Dunque, il governo del mondo in cui viviamo è dovuto all’energia, e soprattutto all’entropia. Le interazioni che costituiscono la realtà sono rese possibili dalle varie forme di energia e dalle loro trasformazioni, fino al calore, cioè fino all’energia che non è in grado di trasformarsi in nient’altro e può solo dissipare verso l’equilibrio termico.

55. Il tempo della termodinamica è il tempo della dissipazione energetica, quello per cui una azione causale prima (=impiego di qualche forma di energia da parte di un sistema fisico) produce un effetto dopo: la causa finisce nel passato e l’effetto finisce nel “momento successivo”, che rispetto alla causa è il futuro. È ciò che abbiamo chiamato freccia del tempo. Ma noi, e in ciò sta la complessità del tempo umano, in quanto sistemi fisici complessi siamo relativamente in grado di mantenere le tracce statistiche delle interazioni causali trascorse. In realtà non possiamo tenere tutte le tracce, ma solo una esigua parte. Queste tracce le chiamiamo storia naturale, evoluzione, preistoria, storia, archeologia, evoluzione culturale e simili. È sulla base delle tracce del passato disponibili che cerchiamo di definire la nostra situazione e tentiamo di impiegare l’energia di cui disponiamo ora in piani, progetti, scelte e così via. Azioni che, una volta consumate, diventeranno a loro volta passato. Stiamo precariamente in sella alla freccia del tempo.

56. Alla fine della sua argomentazione, Rovelli si permette, a questo punto, di dare una bacchettata al grande Bergson. Dice Rovelli: «La confusione è sostenere, come per esempio faceva, sbagliando, Henri Bergson, che il fluire e la durata del tempo che percepiamo siano qualcosa al di là della fisica, solo perché non sono descritti dalla fisica elementare. Senza vedere che si tratta invece di fenomeni che non appaiono nelle equazioni elementari solo perché sono fenomeni complessi, che ci coinvolgono».[41]

Qui non possiamo aprire una discussione sui fondamenti della filosofia di Bergson, cosa che ci porterebbe troppo lontano. Possiamo tuttavia riportare il fatto che, nel 1922, ci fu uno storico incontro, a Parigi, in una pubblica conferenza, tra Bergson e Einstein. Dove i due sostanzialmente ribadirono le loro diverse posizioni. Non si parlava ancora estesamente di meccanica quantistica, ma Einstein riteneva che lo spaziotempo della teoria della relatività fosse qualcosa di oggettivo, e di intrinsecamente relativo, del tutto indipendente dalla coscienza. Di questa controversia resta un’opera di Bergson, intitolata Durata e simultaneità, sempre del 1922, in cui l’autore sostiene articolatamente la sua tesi della universalità di un tempo relativo alla coscienza. Diversi commentatori, esperti di relatività, ritengono comunque errati i calcoli e le argomentazioni ivi contenute.

57. Dunque, se ha ragione Rovelli, anche Bergson in termini di attualità andrà archiviato, magari anche con tutti gli onori, ma solidamente e definitivamente archiviato. Anche Bergson, al pari di Husserl, è colpevole di una certa hybris, da parte della filosofia, tipica dell’epoca sua, che si configurava come un tentativo di colonizzare il dominio delle scienze e di sottometterlo a una visione fondazionale unitaria. Insomma, Bergson (1859-1941), che pure conosceva i benefici della macchina a vapore, aveva alquanto trascurato la termodinamica. Come ho già osservato altrove, i progressi della nuova fisica sembrano sempre più relegare nella inconsistenza o, se si vuole, consegnare alla storia, al cumulo delle tracce del pensiero, interi capitoli della storia della filosofia, non solo di quella antica ma anche di quella relativamente recente.

 

Lezione quinta. Cosa esiste?

Molteplicità

Passiamo ora alla lezione quinta. Dove Rovelli riprende la questione ontologica. Cioè la questione relativa alla natura intima delle cose. Nel capitolo Molteplicità, Rovelli propone un esempio abbastanza analogo a quello della nostra mela, l’esempio che abbiamo presentato nella Prima parte di queste Note.[42] L’esempio riguarda una bottiglia d’acqua. A costo di allungare, vale la pena di trascriverlo, visto anche che l’esempio di Rovelli è molto più breve del mio. Dice Rovelli: «Pensa, caro lettore, a una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo. Possiamo descriverla come un oggetto con una certa massa e un certo volume. Possiamo fare di meglio e vederla come un sistema termodinamico caratterizzato anche da temperatura e pressione. Ma naturalmente sappiamo che c’è pure una ricca idrodinamica che si dipana, c’è microturbolenza, e altro ancora. Ci sono fenomeni peculiari nell’interazione tra l’acqua e le pareti della bottiglia. C’è una relazione complicata tra la superficie, l’aria, il vapore che si forma e condensa incessantemente. Ci sono organismi viventi che nuotano nell’acqua. Hanno una biologia complessa, di cui sappiamo molte cose. Ci sono miliardi di molecole che rimbalzano. Possono essere descritte usando la meccanica statistica, oppure a partire dalle loro equazioni del moto individuali. Ci sono i legami chimici fra gli atomi di ossigeno e quelli di idrogeno, e poi un certo numero di ioni liberi. C’è la fisica atomica dei livelli energetici degli orbitali atomici e quella nucleare dei nuclei degli atomi. Per non parlare del fatto che la bottiglia è lì perché beviamo, quindi la nostra comprensione di essa, incluso il motivo per cui è sul tavolo, si basa su questa funzione. E naturalmente la bottiglia italiana su un tavolo statunitense è indicativa di una certa organizzazione del mercato capitalistico internazionale, delle relazioni commerciali e politiche degli Stati Uniti con l’Italia, e così via. E a ben guardare la superficie dell’acqua nella bottiglia non è incolore, vi si rispecchiano l’intera stanza, la finestra e il cielo, per cui quell’acqua sa dell’azzurro cristallino del cielo e delle rondini che ora stanno roteando, sa della primavera imminente... Ci sono innumerevoli mondi, in una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo».[43] Fin qui, posso consolarmi, poiché – nel mio esempio/ esercizio della mela –mi pare di avere interpretato abbastanza correttamente il senso della prospettiva di Rovelli.

58. E Rovelli conclude: «Tutti questi mondi fanno parte della nostra conoscenza e della nostra comprensione della bottiglia. Dov’è la vera bottiglia, che li esaurisce tutti? Ce n’è una descrizione completa e definitiva? Penso che la risposta ragionevole sia negativa. Non c’è una singola descrizione completa e definitiva della bottiglia d’acqua. Liquidare parti della complessità a cui ho fatto cenno come meno rilevanti di altre non ha senso. Alcune delle prospettive sulla bottiglia a cui ho accennato sono più «fondamentali» di altre, in un senso o in un altro della parola «fondamentale». Per esempio, la fisica atomica è più fondamentale della chimica, nel senso che ogni fenomeno chimico è anche un fenomeno di fisica atomica ma non viceversa. Non per questo, però, la fisica atomica ci offre più chiarezza della chimica o di altre prospettive sulla bottiglia. In questo altro senso, la fisica atomica è molto meno fondamentale. Ciascun livello di descrizione della bottiglia, ciascuna prospettiva da cui ne abbiamo una comprensione parziale, ha il suo livello di coerenza e di utilità. Cosa importante, ognuno di questi livelli rappresenta un possibile modo in cui noi e altre parti della realtà possiamo interagire con la bottiglia. Ognuno riguarda un modo in cui la bottiglia si manifesta. Ognuno però trascura altri aspetti della bottiglia. Questa ineliminabile complessità mina l’idea di una descrizione completa e definitiva di qualsiasi cosa».[44]

Mi pare interessante sottolineare, fin da subito, che le diverse descrizioni possibili sono probabilmente inesauribili, sono tra loro compatibili, sono tra loro connesse e talora sono tra loro inter dipendenti. Soprattutto, sono descrizioni tra loro non contradditorie, poiché non si vietano a vicenda, non si ostacolano. Semplicemente, di alcune descrizioni, che pure sono possibili, potremmo non dovere mai avere bisogno. E forse ci sono descrizioni possibili di cui non abbiamo neppure alcun sospetto o notizia.

59. Afferma Rovelli: «Comprendiamo il mondo con una varietà di strumenti concettuali distinti: fisica per descrivere processi fisici, chimica per processi chimici, biologia per la materia vivente, psicologia, sociologia, politica per studiare fatti umani, e così via. E le stesse porzioni del mondo possono essere comprese con strumenti cognitivi diversi. Ciascuna porzione del mondo è anche un sistema fisico, ma non per questo la sua descrizione fisica è comunemente quella rilevante. Impariamo sugli esseri umani attraverso letteratura e poesia, impariamo gli uni dagli altri, parlando e ascoltando ogni giorno, interagendo fra noi. Ciascuno di questi approcci descrive la realtà. Sarebbe assurdo cercare di comprendere i nostri amici usando equazioni della fisica. La fisica, in questo senso, è ben lontana dal rendere interamente conto del mondo che ci interessa».[45]

Mi pare fondamentale il fatto che – secondo Rovelli – ogni descrizione sia connessa in qualche modo a un sistema fisico. Se è vero che ontologicamente tutto è fisico, non è tuttavia vero che la prospettiva della disciplina che chiamiamo “fisica” sia la prospettiva da tenere primieramente in considerazione. Se sono assetato, i costituenti atomici della bottiglia possono ben essere trascurati. Se ho seri dubbi circa la potabilità della bottiglia, allora l’analisi dei suoi componenti chimici verrà in primo piano. Tutte le prospettive avranno allora una loro “verità” a seconda delle circostanze. Di volta in volta ci focalizziamo sulle interazioni che ci servono, o su quelle che si impongono nell’intreccio delle interazioni.

60. Contro ogni riduzionismo, afferma Rovelli: «Chi dice che, se conosciamo le equazioni fisiche fondamentali del mondo, sappiamo tutto del mondo dice quindi, io credo, una sciocchezza. Per dire cose utili sul mondo usando le equazioni della fisica dovremmo conoscere la sterminata vastità delle loro soluzioni. E sarebbe ancora inutile. Ci serve sapere qualcosa di utile su quanto abbiamo davanti, conoscere strutture concettuali adatte a cogliere aspetti specifici delle situazioni che ci interessano. È meglio sapere se quanto abbiamo davanti sia comprensibile in termini propri che non scomodare inutili leggi fisiche elementari. La fisica è meno utile di come talvolta la si dipinge».[46]

Rovelli qui vuol suggerire che c’è un senso in cui la fisica è “fondamentale” per la comprensione della bottiglia, accanto tuttavia a innumerevoli altri sensi, altrettanto legittimi ed eventualmente “fondamentali”. Ciò permette di riandare a decenni di discussioni filosofiche passate che oggi lasciano il senso che trovano. Uno dei casi recenti più singolari riguarda senz’altro il cosiddetto neopositivismo, nelle sue diverse versioni e nomenclature. I neopositivisti hanno sostenuto seriamente che – secondo loro – ciò che cade al di fuori dei protocolli sperimentali non ha alcun significato. In realtà le province di significato – tanto per dare, una volta tanto, ragione a Husserl – sono molteplici e per di più interconnesse.

Unità

61. Dunque, abbiamo solo prospettive che tuttavia sono coerenti tra loro, anche se, quando ci focalizziamo su una prospettiva possiamo talvolta trascurare le altre. Questo è un punto della massima rilevanza, altrimenti si finirebbe in un appiattimento relativistico senza freni. Afferma in proposito Rovelli: «Nonostante la varietà, tuttavia, le prospettive sulla bottiglia sono coerenti fra loro. Nessuna persona ragionevole dubita che abbia senso dire che stiamo sempre parlando della stessa bottiglia. E che questa sia reale, definita, oggettiva. È la stessa bottiglia, così come l’austero insegnante in classe e il gentile compagno a casa possono essere la stessa persona. Non c’è nulla di strano nel vedere uno stesso oggetto, persona o fenomeno da più punti di vista. Lo facciamo regolarmente nella vita. La molteplicità non rompe la coerenza, aggiunge sfaccettature, ricchezza, comprensione. Se l’atteggiamento riduzionista radicale di alcuni fisici e di alcuni filosofi che pensano che la fisica sia l’unica prospettiva vera o che spieghi tutto è insensato, lo è ancor più l’estremo opposto, tanto più diffuso. L’idea cioè che i diversi modi che abbiamo di parlare del mondo parlino di cose diverse, o addirittura inconciliabili. Che esistano cioè salti metafisici, e che i livelli di descrizione colgano aspetti della realtà indipendenti gli uni dagli altri. Le tante prospettive sulla bottiglia sono coerenti. Non si contraddicono. Se sembrano farlo, questo suscita la nostra curiosità e pensiamo che ci sfugga qualcosa e che possiamo capire meglio».[47]

62. Questo brano permette un richiamo critico all’accento che talune filosofie hanno posto sul binomio realtà/ rappresentazione. Una delle tante prospettive veniva dichiarata “reale” e tutte le altre illusorie. Si pensi alle vie di Parmenide, che erano due, o forse tre. Per Platone il mondo sensibile era una imperfetta rappresentazione del mondo ideale. Per Schopenhauer e Nietzsche noi saremmo costantemente immersi nella rappresentazione. Fino a certi filosofi post-strutturalisti, secondo cui la realtà sarebbe fatta di rappresentazioni spettacolari mercificate. Per non parlare del mondo del Dasein heideggeriano che è una mera rappresentazione di un essere che – chissà perché – si nasconde. La prospettiva di Rovelli toglie di mezzo gran parte di queste speculazioni.

63. A costo di sembrar noioso, faccio notare ancora una volta che le tante prospettive sono coerenti tra di loro e non si contraddicono. Le nostre esperienze sensoriali non contraddicono la fisiologia e la biologia. La chimica e la fisica atomica concordano tra loro. La sociologia e l’economia non contraddicono la biologia. La matematica non contraddice la chimica, come la logica non contraddice la matematica. La linguistica avrà anche poco a che fare con la geometria, ma non si contraddicono. Ciò assicura la stabilità relativa di ciò che chiamiamo realtà (al nostro livello macroscopico) che poi è il complesso delle interazioni cui abbiamo avuto accesso e che ci hanno lasciato qualche informazione.

Afferma Rovelli: «La storia della scienza degli ultimi secoli è in gran parte la scoperta di tale coerenza, e questa è stata una sorpresa. Uno degli insegnamenti più significativi dell’intero sviluppo scientifico degli ultimi secoli è proprio il fatto che i diversi modi di descrivere il reale non sono in contraddizione fra loro. Ciascuna descrizione si applica a domini più o meno ampi della realtà (la biologia non riguarda la materia non-vivente), ma là dove due livelli di descrizione sono entrambi concretamente applicabili, entrambi rendono conto, magari con linguaggi diversi, degli stessi fenomeni. Non ci sono salti metafisici da un livello all’altro. C’è maggiore o minore precisione, maggiore o minore efficacia. Efficacia e precisione sono spesso complementari: si guadagna in efficacia rinunciando alla precisione».[48] 

64. Rovelli aggiunge ancora un esempio piuttosto chiaro (Oibò, ancora gatti!): «Se potessi descrivere il comportamento del mio gatto usando la meccanica che descrive il movimento di ogni sua molecola, avrei una grande precisione nel prevedere cosa farà fra un minuto. Ma l’efficacia di un tale progetto è nulla. Per realizzarlo non mi bastano le equazioni del moto delle molecole, che magari conosco: dovrei conoscere una marea di cose che non conosco. Non solo lo stato di ciascuna molecola nel gatto e attorno a lui, ma anche soluzioni di queste equazioni che non conosco. Se invece uso il mio sapere su personalità e abitudini del mio gatto, posso predire cosa farà. Ho una descrizione molto più efficace. Ma perdo in accuratezza: chi può predire davvero cosa farà un gatto? Il senso in cui la fisica è fondamentale è semplice: tutti i fenomeni che osserviamo sono anche fenomeni fisici. Non abbiamo oggi alcun indizio che ci possa essere qualche fenomeno che violi le leggi fisiche. Anzi, abbiamo larga evidenza che siano sempre rispettate. Questo è l’universalismo specifico della fisica».[49]

Tutti i “fenomeni” sono dunque «anche» fenomeni fisici! Possiamo dunque trascurare, per ora, gli a priori, le essenze, gli spiriti non fisici e i miracoli. E possiamo anche sostenere, con cognizione di causa, il CICAP nella sua meritoria opera di demistificazione.

65. Dunque – cosa fondamentale per la filosofia – non ci sono “salti metafisici”: la credenza nei salti metafisici, come materia vivente e materia non vivente, fra corpo e mente, fra spirito e materia, fra emozioni e pensieri, fra moralità assoluta e realtà fisica è, secondo Rovelli, una malattia dello spirito. Aggiunge Rovelli: «Quattro secoli di evoluzione della scienza moderna mostrano in maniera convincente, a ogni persona ragionevole che li abbia digeriti, che queste sono sciocchezze. Chi non lo vede non conosce la scienza, o non la vuole guardare, o non l’ha capita, o ha resistenze ideologiche che lo rendono cieco. Ci sono differenze fra ciò che si trova sulla Terra e ciò che si trova nel cielo, fra i sassi e gli esseri viventi, fra umani e animali, fra materia e pensieri, fra uomini e donne. Ma sono distinzioni dai contorni sfumati, riducibili a varianti delle stesse famiglie di processi. Nessun indizio serio suggerisce che tutti questi processi non ammettano anche una descrizione semplicemente fisica. Vi è ampia evidenza per l’eguaglianza di tutte le cose».[50]

66. Asserire che “non ci sono salti metafisici” permette di vedere sotto luce interamente nuova la annosa questione del destino della metafisica in Occidente o, se si vuole, della fine della metafisica. Concetti spesso accomunati al nichilismo e alla morte di Dio. Ovviamente il riferimento va all’asse Nietzsche – Heidegger e a tutti gli epigoni. La fisicità è dunque il comune denominatore. Rovelli definisce esplicitamente questa prospettiva come naturalismo. Anche se non tutte le connessioni tra i vari ambiti della realtà naturale sono state perfettamente chiarite: «Alla luce di secoli di clamorosa convergenza, pensare ancora che esistano separazioni metafisiche mi sembra una puerile nostalgia di un mondo concettuale che non può più essere il nostro».[51]

A questo punto Rovelli cerca di spiegare alcune ragioni che possono rendere difficoltosa l’adesione al naturalismo. Non ci dilunghiamo, eventualmente si veda pp. 136-140.

Morale

67. Il capitolo intitolato Morale è strettamente connesso a una polemica di Rovelli con il realismo morale dei “filosofi di Princeton”. Un gruppo non ben precisato. Sono stati costoro, tra gli altri, i suoi interlocutori nel corso delle lezioni americane. Rovelli lascia trasparire che il confronto sia stato alquanto vivace e comunque interessante, nonostante una evidente disparità di vedute.

La prospettiva naturalistica di Rovelli implica comunque un alleggerimento del realismo. Gli interlocutori di Rovelli invece sembravano attestarsi su una posizione di realismo forte, ritenuto da essi del tutto coerente con una prospettiva scientifica del mondo. Spiega Rovelli che i filosofi suoi interlocutori: «Difendevano, per esempio, un realismo morale assoluto. Cioè l’idea che le verità morali siano fatti reali, assoluti, indipendenti dagli esseri umani. Secondo loro, cioè, esiste una realtà al di là del mondo fisico, indipendente dal mondo fisico, che è la realtà assoluta di ciò che è giusto e ciò che non è giusto. Questa morale assoluta, staccata da tutto, appunto, sarebbe eterna, immutabile, e precederebbe l’esistenza degli esseri umani».[52]

68. Questo è un punto di rilievo per comprendere ulteriormente la posizione di Rovelli. Tutto ciò che è connesso alla moralità appartiene, per Rovelli, come ogni altra cosa, alla realtà naturale: abbiamo infatti parlato di naturalismo. Se tutte le cose sono uguali, allora anche i fatti morali sono costituiti della stessa stoffa di cui sono costituite tutte le altre cose. Bisognerà dunque abituarsi a questo modo di vedere. Dichiara Rovelli: «Io trovo ragionevole, […], pensare di poter dire che le verità morali siano reali, nel senso che sono aspetti reali del mondo con cui facciamo i conti. Sono reali come sono reali le nostre emozioni, le nostre leggi, le nostre università. Ma mi sembra chiaro che le verità morali sono aspetti della nostra natura umana, biologica, culturale, e che dipendono da questa (come le leggi, le emozioni e le università). Sono fatti che riguardano noi esseri umani, non fatti indipendenti da noi esseri umani. I metafisici di Princeton muovono diverse obiezioni a questo realismo morale molto più moderato del loro. Le discuto qui perché vi è un illuminante parallelismo fra l’assunzione di una morale assoluta e l’assunzione di una realtà fisica assoluta».[53]

Il problema posto da Rovelli è ancora quello dell’anti fondazionalismo. Questa volta in campo morale. Se esista un qualche principio che possa costituire un fondamento assoluto della moralità. Come non c’è una realtà fisica assoluta, così evidentemente non c’è una morale assoluta. Come abbiamo già avvertito a proposito della conoscenza, questo non significa tuttavia che ognuno debba sentirsi autorizzato a fare quello che vuole.

69. Le obiezioni dei metafisici di Princeton al realismo debole di Rovelli sono le seguenti: «[...]se non pensiamo che esista una morale assoluta e immutabile, cadiamo in un relativismo totale che toglie valore alla morale, perché ogni azione può diventare lecita, basta cambiare le regole morali. [...] Una seconda obiezione è che se non pensassimo che la morale sia assoluta, non potremmo condannare azioni ingiuste commesse da persone o culture che le ritengono giuste, e dovremmo dunque accettare, per esempio, di convivere con un vicino che faccia sacrifici umani o torturi bambini. [...] Una terza obiezione riguarda il fatto che la morale evolve, sia storicamente, sia nel corso della vita di una persona. Secondo i realisti morali assoluti, non potrebbe evolvere se dipendesse da noi, perché non avrebbe senso dire «sbagliavo su un giudizio morale» se non confrontandolo con una morale assoluta».[54]

Ancora una volta, si tratta di comprendere come il rifiuto di posizioni assolutistiche non implichi la caduta nell’arbitrio o nel relativismo sfrenato: «[…] Queste obiezioni e queste risposte, che ho brevemente riassunto, hanno un equivalente nella nostra conoscenza del mondo. Il fatto che ogni sapere sia sapere di qualcuno non rende il sapere arbitrario, non ci impedisce di pensare che altri sbaglino, o che noi stessi ci sbagliavamo. Quando correggiamo un errore, lo facciamo perché impariamo qualcosa di nuovo, il nostro sapere cambia e giudichiamo l’errore precedente alla luce di quanto abbiamo imparato. Per essere curiosi del mondo, non è necessario coltivare il mito di una «realtà ultima assoluta» a cui agognare. Fare scienza non vuol dire «agognare la Verità finale». Vuole solo dire capire meglio il mondo».[55]

 70. Tuttavia Rovelli approfondisce ulteriormente la questione della moralità: «Ma l’obiezione centrale dei metafisici di Princeton all’idea che la morale non sia assoluta è di carattere più prettamente filosofico, e molto più interessante. È la seguente. Considerate la domanda: cosa «rende giusto» un giudizio morale? La risposta dei metafisici è che, affinché un giudizio morale sia giusto, debba esserci qualcosa che lo «rende giusto», e questo qualcosa può soltanto essere – sostengono – una verità morale assoluta».[56] Si tratta ancora di una domanda di fondamento. Domanda di assoluto. Per Rovelli: «È l’illusione di poter saltare fuori dal punto di vista che crea confusione. Mettersi in un luogo che non esiste, prendere la prospettiva di Dio, da cui parlare della Verità assoluta, della Morale assoluta, della Realtà in sé – tutte cose che con noi, poveri mortali, hanno poco a che fare».[57]

71. Secondo Rovelli queste posizioni hanno una spiegazione di tipo storico sociologico. Spiega Rovelli: «Credo che il rigido realismo assoluto, sia riguardo alla morale, sia riguardo alla realtà, che si trova oggi fra alcuni metafisici della tradizione analitica (non fra i filosofi della scienza della tradizione analitica, e non nella filosofia europea), sia un residuo della paura che si è presa la cultura americana qualche decennio fa, quando sono sbarcate in forza negli Stati Uniti alcune idee della filosofia europea continentale che hanno spaventato gli americani, scatenando quella che è stata chiamata una «guerra fra culture».[58] Le idee cui accenna Rovelli sono presumibilmente le idee – soprattutto francesi – del post-strutturalismo. Il relativista Michel Foucault ha avuto un enorme successo nelle facoltà umanistiche americane, contribuendo, tra l’altro, proprio alla oggi tanto esecrata cultura woke.

Spiega Rovelli: «Credo che la motivazione profonda di posizioni come il realismo morale assoluto che ho trovato a Princeton, a New York e altrove sia ancora una volta il panico di veder crollare la civiltà, se la priviamo della Verità e della Morale. Non credo che sarà questo a far crollare la civiltà. Possiamo avere una comprensione molto più ricca e articolata di cosa sia per noi imparare, e di cosa sia per noi la morale, senza appellarci all’esistenza di qualcosa di assoluto al di fuori della natura, al di fuori di ciò a cui possiamo, noi limitati mortali, attingere. Anzi, ritengo possiamo avere una comprensione molto più ricca e articolata di cosa sia per noi imparare, e di cosa sia per noi la morale, proprio tenendo conto di come la morale sia radicata in noi, non fuori di noi, e la nostra conoscenza sia incarnata.[59]

72. Dunque abbiamo qui delineata la prospettiva di una moralità di carattere naturalistico: «Vivere è scegliere, costantemente, e la morale è parte intrinseca dell’arbitraggio continuo e non facile in cui sono impegnati i nostri pensieri e le nostre emozioni nel decidere ogni passo della nostra vita. È una componente reale della complessità che noi siamo. Ha radici biologiche, culturali, sociali, è difficile da districare dalla complessità di ogni nostra deliberazione. È spesso un cercare a fatica difficili compromessi fra tensioni diverse. Un disperato dibattersi nella impossibile scelta fra due mali. O fra due beni. Non c’è motivo di proiettarla al di fuori di noi, di farne una statua bianca, pura e farisaica. La capiamo meglio come il nostro confuso sforzo quotidiano di navigare nella realtà. Allo stesso modo, quella realtà non è altro che il nome che diamo al contenuto di tutto ciò che ne sappiamo, e all’acuta consapevolezza della profondissima incompletezza del nostro sapere».[60]

È il caso di ricordare che la moralità, come fenomeno concreto, è densa di dilemmi morali di difficile e talvolta impossibile soluzione. Molti capolavori dell’arte e della letteratura hanno descritto una varietà di dilemmi morali. Il ruolo che da sempre ha svolto la tragedia nella nostra cultura testimonia della incompiutezza dell’etica. La distinzione weberiana tra etica dei principi e etica della responsabilità è abbastanza acquisita, con tutte le sue conseguenze. Ormai – anche in campo filosofico – è ampiamente riconosciuta la incongruenza dei valori. Fin da Aristotele sappiamo che i due principi di eguaglianza da lui individuati sono incompatibili. Anche la liberty from e la liberty of manifestano ampie aree di incompatibilità. Tutte queste problematiche non vanificano comunque il discorso etico. Più o meno come l’imperfezione delle leggi umane non giustifica l’anarchia. E non implicano minimamente la privatizzazione o particolarizzazione dell’etica, nello stile multiculturalista, postmoderno o woke che sia.

73. In chiusura del capitolo, Rovelli ne approfitta per chiarire il fatto che anche la sua ontologia (quella presentata nella prima lezione) va intesa piuttosto come una ontologia debole. Una ontologia non fondazionale. E così ne approfitta anche per fare i conti con l’analitico Quine. Osserva Rovelli: «La domanda metafisica fondamentale «cosa esiste?» a me, scienziato, sembra mal posta e vuota. Il verbo «esistere» ha una grande varietà di usi e significati diversi, in contesti diversi. Non ve n’è uno più fondamentale degli altri. Esiste un burattino a cui cresce il naso quando dice le bugie. Sì, esiste, è Pinocchio. No, non esiste, è solo una fantasia di Collodi. Sono entrambe risposte corrette, in cui «esiste» è impiegato in un senso diverso. In un articolo famoso, Willard Quine ha proposto una possibile definizione molto ampia di «esistere», ma è una definizione come un’altra, che mi sembra sia stata presa troppo sul serio dalla metafisica analitica contemporanea, più di quanto Quine stesso intendesse».[61]

 Rovelli si riferisce a un noto saggio di Quine On What There Is del 1948.[62] Qui è chiaro che, per Rovelli, non solo di “esistere” si tratta, ma di fare i conti con la intera tradizione metafisica occidentale che ha sempre sventolato l’“essere” come la sua bandiera, da Parmenide fino a Heidegger e oltre ancora, visto che molti sono ancora lì a piangere sull’indebolimento dell’essere. La conclusione di Rovelli, comunque, è esattamente equivalente a quella già avanzata da Aristotele nella sua Metafisica: «L’essere si dice in molti modi». Il celebre tentativo di Heidegger, all’inizio della sua carriera filosofica, di scoprire il vero senso dell’essere è del tutto contrario all’evidenza dell’uso plurimo e dei molti sensi della parola essere.

74. Prosegue Rovelli ampliando il discorso sull’essere in quanto “esistenza”. E qui il riferimento implicito non può che essere proprio Heidegger. Rovelli non dice qui gran che di nuovo rispetto alla citazione precedente, ma mi pare assai efficace e lo riprendo volentieri: «Chiedersi cosa esiste nel mondo non significa nulla. C’è un senso in cui esistono i gatti, un senso in cui esistono gli atomi, un senso in cui esistono i numeri, un senso in cui esistono i quanti di spazio, un senso in cui esistono i sogni. Discutere se i numeri esistano o meno è una discussione di cui non ho mai capito il punto. C’è un senso molto chiaro in cui esistono (esiste un numero intero più grande di due e più piccolo di quattro?) e uno molto chiaro in cui non esistono (dov’è questo numero nello spazio fisico?). I matematici non si confondono quando si chiedono se esistono numeri primi arbitrariamente grandi, e i fisici non si confondono quando si chiedono se esistono particelle supersimmetriche a bassa energia. Entrambi sanno esattamente di cosa stanno parlando, in che senso, e come cercare la risposta giusta. C’è anche un senso in cui esistono gli unicorni (chi ne dubita non è mai entrato in un negozio di giocattoli), che non è lo stesso senso in cui esistono i gatti, e la differenza la capiscono i bambini dai quattro anni in poi, mi sembra strano che non la capiscano i filosofi. C’è anche un senso molto preciso in cui gli unicorni non esistono. Che bisogno hanno i filosofi di inventarsi sensi metafisici per la parola «esistere», al di là di questi sensi tutti chiari, e poi perdersi in discussioni sul sesso degli angeli? Mi sembra più ragionevole chiedersi quali siano, allo stato attuale delle nostre conoscenze, comprese le conoscenze scientifiche, i concetti efficaci per pensare il mondo, renderne conto e navigare in esso. Quali entità fanno parte come ingredienti della nostra descrizione, approssimata, incompleta, del mondo, quali possiamo continuare a usare in ambiti più o meno vasti. Di quali nozioni non facciamo più un uso efficace. Le cose esistono tutte, egualmente, in relazione alle altre, ciascuna a modo suo – un modo da capire».[63]

Possiamo presumere – mi permetto qui di scherzare – che questo realismo debole di Rovelli possa indirettamente costituire una qualche minaccia al posto di lavoro per un buon numero di filosofi, sia analitici sia continentali. E ciò probabilmente non contribuirà a rasserenare i rapporti tra fisici e filosofi.

 

Lezione sesta. Senza certezza né fondamenti.

Relazioni

75. Il primo capitolo della lezione sesta si apre con una ulteriore sottolineatura della natura relazionale della realtà che riprende i temi della prima lezione. Ricorda Rovelli: «La meccanica quantistica descrive la realtà come formata da processi che si influenzano l’un l’altro. Inizialmente formulata nei termini di “osservatore” e “misure”, la teoria quantistica, cioè il sapere sul mondo fisico più generale che abbiamo, spogliata da antropocentrismo e strumentalismo, descrive la realtà come interazione, vista dall’interno della rete stessa delle interazioni che descrive».[64]

Sul piano ontologico, la nuova fisica ha dunque accentuato l’elemento relazionale, togliendo di mezzo ogni possibilità di far riferimento a un qualche tipo di sostanza. Ciò impone e imporrà un’attenta revisione del nostro tradizionale e comune linguaggio filosofico. Osserva Rovelli: «[…] il carattere relazionale della fisica del XXI secolo […] Prima di tutto mina la speranza, associata a un materialismo ingenuo, che la fisica possa fornire un substrato di sostanza chiaramente definita con la quale costruire poi le relazioni. Se il possesso di proprietà variabili intrinseche è essenziale per l’identità di un’entità, allora la relativizzazione imposta dai fenomeni quantistici distrugge l’identità stessa di tutti i sistemi fisici».[65] Questo significa che non ci sono variabili intrinseche che costituiscano l’identità di qualche sostanza. E ciò mette in dubbio ogni nozione assolutistica di identità, nei campi più diversi, nonché ogni teoria filosofica relativa alle essenze.

76. Spiega ulteriormente Rovelli: «Possiamo cioè parlare di processi, sistemi, eventi, proprietà, ma stiamo sempre facendolo da una prospettiva: un processo rispetto al quale ne parliamo. Ogni resoconto dello stato del mondo è un resoconto da una prospettiva. Il mondo come lo conosciamo ammette di essere descritto dall’interno, lo impariamo dall’interno, non ne usciamo mai. Ogni descrizione fisica riguarda un insieme limitato di variabili, rilevanti per i processi che ci interessano. Trascura il resto, che è sempre molto di più. Le variabili scelte sono modi per il sistema di interagire. Ogni descrizione di un sistema è determinata da uno dei possibili modi di interagire con quel sistema. Ogni descrizione è contestuale».[66] Ogni prospettiva dunque è sempre e soltanto una parte. Quelle che per noi sono “cose” sono sempre insiemi limitati di variabili, che per qualche motivo ci interessano, mentre trascuriamo tutto il resto. E il resto è ben più di ciò che prendiamo di volta in volta in considerazione.

77. Di conseguenza: «Pensare una descrizione fisica di un oggetto come la sua caratterizzazione completa è un errore. La descrizione fisica del mondo è sempre una descrizione parziale e prospettica. Ogni resoconto dello stato del mondo è un resoconto approssimato da una prospettiva. Agendo gli uni sugli altri, i processi lasciano tracce. Queste sono informazioni che parti del mondo hanno l’una dell’altra. Il mondo è dunque informazione relativa fra parti diverse. Per studiare la posizione del pendolo la misuro, e questa misura lascia tracce della sua posizione nello strumento di misura o nei miei occhi. La fisica si occupa dell’informazione relativa che i sistemi hanno l’uno dell’altro. Ogni nostra descrizione del mondo è relativa. La verità sullo stato del mondo è sempre, in questo senso, una verità soggettiva».[67] L’impiego del termine “soggettivo” qui mette sull’avviso chi abbia familiarità con certi dibattiti della filosofia continentale. Soggettivo qui equivale a prospettico e ovviamente non ha nulla che fare con la arbitrarietà del soggettivismo.

78. A questo punto Rovelli si impegola un tantino, in effetti, con la soggettività di Kierkegaard. Il che avviene andando alla ricerca di una possibile fonte di ispirazione di Niels Bohr, nella sua elaborazione della interpretazione di Copenhagen. Egli, danese, sarebbe in qualche modo stato influenzato da Kierkegaard nella sua interpretazione della meccanica quantistica.[68] Ma – e qui protestiamo noi – il soggetto kierkegaardiano è senz’altro diverso dalla soggettività di cui parla Rovelli. Vediamo anzitutto come la spiega Rovelli: «L’idea che la verità sia soggettiva deve aver avuto influenza sull’intuizione di Bohr – l’intuizione che chiarisce la natura dei fenomeni quantistici: la verità di un processo fisico è soggettiva, è nell’osservatore o, più in generale, in un altro sistema che la raccoglie. Kierkegaard, come Bohr, intuisce che il cuore della realtà è nella soggettività e nella pluralità delle soggettività».[69]

Per fortuna Rovelli si corregge quasi subito e spiega chiaramente cosa intende: «Qui, in questo libro, la «soggettività» di cui parlo non ha nulla a che vedere né con la salvezza eterna del cristianesimo né genericamente con noi umani. È l’idea centrale che la verità sia intrinsecamente prospettica. L’oggettività senza soggetto è un costrutto astratto, poco rilevante, è l’illusione di una scienza che appartiene ormai al passato».[70] Appunto: la soggettività di Rovelli “non ha nulla a che vedere […] con noi umani”. È una caratteristica della physis. Non ha nulla a che vedere col soggetto esistenziale kierkegaardiano, angosciato dalla impossibilità della scelta tra i tre famosi esistenziali.[71] Il soggetto di Rovelli è l’osservatore che, con la sua presenza, rende possibile l’emergenza del suo stesso punto di vista prospettico. Il soggetto di Rovelli una sua prospettiva ce l’ha sempre e meno male che ce l’ha. Rovelli probabilmente non ha familiarità con i tranelli linguistici legati al termine “soggetto” che sono sparsi nella filosofia continentale. Proporrei di usare il termine multiprospettico. Avremmo dunque un interazionismo multiprospettico.

Pesci

79. Il capitolo Pesci reca, in esergo, una citazione dello Zuangzi, un antico testo filosofico cinese, che allude al contenuto del capitolo stesso. Rovelli è alquanto affascinato dalla antica filosofia cinese, e dalle filosofie non occidentali. Riporto qui di seguito la citazione (Zuangzi, 17).

 

«Zhuangzi e Huizi stavano camminando sul ponte sul fiume Hao.

Zhuangzi osservò: – Quei pesciolini che vagano tranquilli e senza fretta sono pesci felici!

A cui Huizi obiettò: – Tu non sei un pesce; come fai a sapere come sta un pesce?

Zhuangzi rispose: – Tu non sei me, come fai a sapere quello che so io su come sta un pesce?

Ma Huizi insistette: – Io non sono te, ovviamente non so di te; ma tu non sei un pesce e questo è sufficiente per dedurre che non sai cosa piace a un pesce.

Ma Zhuangzi concluse: – Torniamo a dove abbiamo iniziato. Quando hai detto «come fai a sapere come sta un pesce?», sapevi che lo sapevo. Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao».

 

La citazione Di Rovelli allude al noto problema filosofico dei qualia (vedi oltre). Un ampio commento di Rovelli a questa citazione si trova nella raccolta di articoli dello stesso Rovelli intitolata – guarda caso – Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao.[72] L’evocazione di filosofie non occidentali da parte di Rovelli ricorre comunque anche altrove. In Helgoland, Rovelli parla diffusamente del filosofo indiano Nāgārjuna (150 circa - 250) e della sua concezione totalmente relazionale della realtà. Secondo il quale tutto è ricondotto alle relazioni e dunque, in un certo senso, alla totale assenza di sostanza. Al di là delle relazioni ci sarebbe soltanto il vacuo.[73] Si noti che Nāgārjuna non nega la realtà dell’esperienza comune. Tuttavia la considera soltanto come una entità relazionale. Ciascun oggetto, in sé, non è nulla, non ha sostanza. Oltre le relazioni c’è il vacuo. Nell’ambito del buddismo, naturalmente ciò ha a che fare con la prospettiva della liberazione. È poi il caso di ricordare che proprio il titolo delle sei lezioni americane, Sull’eguaglianza di tutte le cose, è tratto, alla lettera, dal titolo analogo di un capitolo dello stesso Zuangzi. Il capitolo secondo.

80. Nel capitolo intitolato Pesci, Rovelli si domanda: «Allora, se il mondo è uno specchiarsi di prospettive, queste differenti prospettive sono impermeabili l’una all’altra?».[74] E risponde senz’altro di no. Di qui si capisce che proprio non si stava parlando della soggettività di Kierkegaard appena evocata.[75] Spiega Rovelli: «Immaginare che lo siano [impermeabili ndr] significa non comprendere il fatto che la soggettività è incarnata. Le prospettive non sono entità che possono essere comparate dall’esterno, perché “dall’esterno di ogni prospettiva” non significa nulla. Ma possono essere comparate direttamente fra loro. Non esistono soggetti d’esperienza disincarnati. Alice non è nulla di più di quanto noi possiamo osservare di lei. Le prospettive possono differire, ma questo non significa che non possano comunicare. Proprio perché sono fisiche, sono accessibili l’una all’altra. Non hanno nulla di nascosto. Nulla in più, cioè, del fatto ovvio che di quanto avviene nel mondo ci sono innumerevoli cose che non sappiamo. L’inaccessibilità della mente altrui è un argomento presentato contro l’idea che ogni fenomeno sia anche un fenomeno fisico. Questa inaccessibilità è un mito. Le menti non sono né meno né più inaccessibili di ogni altro processo in natura. Non si sottraggono all’eguaglianza di tutte le cose».[76]

81. Rovelli qui riprende da un lato il suo fisicalismo e dall’altro ne sviluppa una rilevantissima conseguenza teorica: il rifiuto dei qualia. Sulla prima questione, se non vogliamo parlare di “materialismo” perché non sta bene, non è di moda, e poi perché sarebbe anche tecnicamente sbagliato,[77] possiamo appunto parlare di un fisicalismo radicale. Il termine “incarnato” qui usato da Rovelli forse non è il più appropriato. Forse, da parte di Rovelli, si tratta di un espediente letterario (anche se nelle Lezioni lo ripete più volte). Oppure può costituire una inconsapevole eredità del cristianesimo. Soggetti e mondo possono entrare in relazione perché sono cose dello stesso tipo, cioè cose fisiche. Non oggetti come sostanze ma insiemi multiprospettici di variabili che sono altrettante solide connessioni. I “punti di vista” sono tutt’altro che mere rappresentazioni. Sono solide connessioni in base alle quali, prospetticamente, cioè da dentro, si realizza tutto «quello che c’è».

82. Sulla seconda questione, i qualia, va ricordato che il problema della inaccessibilità della mente altrui è tuttora ampiamente discusso nell’ambito della filosofia analitica e anche nell’ambito delle discipline cognitive.[78] In generale, nel linguaggio filosofico, il concetto dei qualia, o qualità soggettive,  si rifà alla differenza tra la prima persona e la terza persona. Attorno a questa problematica si è accumulata ormai un’ampia letteratura.

Rovelli evita tuttavia di entrare direttamente nel merito specifico del dibattito sui qualia. Evidentemente ritiene che l’evidenza che emerge da quanto presentato finora nelle diverse lezioni sia sufficiente. Per confutare la questione dei qualia Rovelli preferisce scegliere una via di tipo logico – filosofico. Si limita cioè a commentare la citazione dello Zhuangzi che ha messo in esergo e che noi abbiamo già riportato. Evitiamo qui, per brevità, di riportare tutta l’argomentazione. Per il lettore che voglia occuparsene in dettaglio, il tutto si trova alle pagg. 159-163. Si può vedere anche l’articolo contenuto in Rovelli 2023.[79]

83. La soluzione di Rovelli al problema dei qualia è completamente fisicalistica. In sostanza, il salto tra prima e terza persona sarebbe nient’affatto radicale. L’accesso negato alla prima persona da parte di terzi dipende solo dal fatto che non sappiamo stabilire le connessioni fisiche necessarie. Spiega Rovelli: «[…] non sappiamo tutto ciò che accade, ad esempio, all’interno di una pietra. In una pietra ci sono oceani di processi molecolari e subatomici che avvengono in ogni momento e a cui non abbiamo accesso. Se non abbiamo pieno accesso a ciò che accade in una pietra, tantomeno abbiamo pieno accesso a ciò che accade in un cervello, sia questo di un pesce o di un amico. La differenza è solo che di solito consideriamo la pietra meno interessante».[80]

Prosegue Rovelli: «Non vi sono differenze a priori tra una mente, che è il nome che assegniamo a ciò che accade in un cervello, e una pietra, per quanto riguarda l’accessibilità per la nostra comprensione. Di entrambi abbiamo una comprensione concettuale incompleta – costruita da informazioni, conoscenze, osservazioni, misurazioni, comunicazioni, immagini, ricordi, empatia, emozioni e così via, collegati con processi nel nostro cervello. Queste connessioni ci informano sui fenomeni che chiamiamo fisici, così come sui fenomeni che chiamiamo mentali. La stessa introspezione non ci dà accesso a tutto ciò che accade neppure nel nostro proprio cervello individuale [...]».[81]

84. In generale, il ragionamento è il seguente. Poiché anche l’informazione è physis, per avere l’accesso informazionale a qualcosa, dobbiamo costruire una catena di relazioni, di connessioni (o osservazioni). Se non siamo in grado di farlo, o non sappiamo come farlo compiutamente, il qualcosa ci risulta inaccessibile. Ci risulta inaccessibile il micromondo della pietra, così come il mondo dei qualia. Poiché ogni conoscenza è prospettica, per definizione non possiamo avere accesso a un mucchio di cose. Alla maggior parte.

Ad esempio (esempio mio), i fisici e i cosmologi da tempo sospettano che nel cosmo ci sia una cosa come la materia oscura. L’unica “via di accesso” che per ora abbiamo è costituita da una serie di calcoli (in senso fisico, cioè computazioni) che ne ipotizzano l’esistenza. Accade tuttavia che di molte cose di cui si ipotizza l’esistenza matematica non è detto che poi abbiano anche altri tipi di esistenza. Allora, per la materia oscura, si tratterebbe di trovare una qualche connessione, oltre i meri calcoli teorici, una via di accesso. Cioè si dovrebbe riuscire a interagire con essa in qualche modo, osservare, misurare e tenere informazione di quanto è avvenuto. Solo inventandoci uno strumento fisico di “osservazione” adeguato potremo connettere la ipotetica materia oscura a quanto già sappiamo della cosmologia. Quanto già sappiamo della cosmologia è la nostra attuale prospettiva di umani, sempre una prospettiva limitata, dal di dentro. Val la pena di notare che, se la nostra conoscenza è prospettica, anche la nostra ignoranza è prospettica. Non potremo mai sapere se siamo arrivati al fondo del barile. I benaltristi sperano sempre di trovare una connessione con il benaltro, oltre al punto dove siamo arrivati, al di là delle parole. Ma se ci sarà questa ulteriore connessione, sarà questa necessariamente una connessione fisica, attraverso organi di senso o strumenti.

85. Ricordo che, recentemente, la teoria dei qualia è stata ampiamente ripresa e discussa da Federico Faggin, proprio nell’ambito della sua molto particolare interpretazione della teoria quantistica. Una interpretazione che ha ricevuto una certa attenzione mediatica. Al contrario di Rovelli, Faggin pensa che i qualia (l’impossibilità fattuale di accedere ai contenuti delle altre menti) costituiscano addirittura una specie di prova della sua interpretazione della meccanica quantistica. Purtroppo Faggin è uso mescolare senza troppe cautele, nei suoi testi, proposizioni scientifiche acclarate con teorie che attendono una verifica sperimentale, con divagazioni filosofiche piuttosto gratuite e alquanto improbabili. Il tutto unito a narrazioni di esperienze mistiche personali.

Fondamenti

86. Il capitolo Fondamenti è l’ultimo della lezione sesta. In esso Rovelli sintetizza i temi che ha esposto e riprende la sua visione anti fondazionalista. Dice Rovelli: «Siamo arrivati alla fine di questo lungo volo, in cui ho cercato di tirare le fila di quanto la scienza contemporanea ci dice sulla natura delle cose. La realtà, come ci appare oggi, è più tenue di quella immaginata da vecchi modelli fisici o metafisici: è fatta di accadimenti, eventi discontinui, probabilistici, impermanenti, situati l’uno rispetto all’altro, che esistono solo relativamente l’uno all’altro. Non vive in uno spazio, non si dipana in un tempo. È una trama fine, intricata e fragile come un pizzo veneziano... La nostra conoscenza di questa realtà è un evento fra eventi, parte delle trame stesse che riflette».[82]

87. Rovelli Ricorda ancora il fatto che la conoscenza è sempre incarnata dentro una physis: «Conoscere è un fenomeno collettivo costruito sulla struttura concettuale condivisa fra noi e i nostri simili. Dipanarne ogni aspetto è un lungo percorso, che spazia dalla fisica alla chimica, alla biologia, alle neuroscienze, alla psicologia, alla cultura. Molti dei passaggi intermedi ci sono poco chiari. È l’ambizione di molta scienza esplorarli. Ma qualunque siano le strutture che caratterizzano la conoscenza come forma particolare di correlazione, resta il fatto che la conoscenza è anche una correlazione fisica. Non esiste fuori dalla realtà fisica. A conoscere è qualcuno o qualcosa di reale e fisico. Internamente, la conoscenza è strutturata da un’impalcatura di concetti che si è evoluta con noi, la nostra società e la nostra cultura, e continua a evolvere con gli scambi e con il crescere della conoscenza stessa. Esternamente, è una forma delle correlazioni tra i nostri cervelli, i nostri libri, le nostre voci, e il resto del mondo».[83]

L’osservazione rilevante, qui, è il fatto che “molti dei passaggi intermedi ci sono poco chiari”. Conosciamo meglio alcune province di significato piuttosto che altre. Abbiamo poi la distinzione, nell’ambito della conoscenza, tra la prospettiva interna e la prospettiva esterna. Il lato del suo contenuto e il lato della sua fisicità. Prosegue Rovelli: «La nostra conoscenza, come tutti gli altri aspetti della nostra vita spirituale e mentale, è quindi finita, incompleta, e niente la garantisce. Sono finiti ed estremamente imperfetti tutti i concreti processi mentali di gestione della conoscenza».[84]

88. Nel capitolo Fondamenti, Rovelli presenta anche alcune osservazioni conclusive sulla ragione umana e su Kant, il filosofo che, come abbiamo ormai abbondantemente capito, si trova all’opposto della prospettiva di Rovelli stesso. Si tratta di una notevole pars destruens in cui la definizione stessa della ragione umana, quella fornita dalla tradizione filosofica, viene ridimensionata. Dice Rovelli: «L’ideale di una razionalità pura, di una chiarezza finale, caro all’illuminismo e a certa filosofia analitica, ne esce ferito. La nostra ragione non è lo strumento perfetto che volevano gli illuministi, affascinati dalla potenza nuova che la Ragione stava mostrando. Il suo valore è fuori discussione: è uno degli strumenti migliori che abbiamo, ma è limitata. Non è che un insieme di processi fisici imprecisi e barcollanti. La complessità del mondo la limita, non può prescindere dalle emozioni e dalle motivazioni che ci guidano, ed è troppo radicata nella realtà per poter prendere davvero sul serio le sue proprie astrazioni. Ogni tentativo di astrarne una versione purificata e perfetta è in ultima analisi velleitario. Non siamo pura ragione o puro spirito che contempla il mondo. Siamo fragili e confusi pezzi di questo stesso mondo, presi all’interno della rete di relazioni che ci permette di descriverlo».[85]

Sottolineo la definizione della ragione come “un insieme di processi fisici imprecisi e barcollanti”. La definizione è quanto mai stringata e tranchante ma non intende certo denigrare la ragione, come invece oggi è piuttosto di moda, intende riportarla a un sano realismo, cioè entro i suoi propri limiti. Anche Kant aveva formulato un programma del genere, ma è poi finito nella esaltazione della Ragione stessa. Per Kant, la Ragione finiva addirittura per costituire il fenomeno, tanto che la filosofia di Kant è nota come idealismo trascendentale. E prosegue Rovelli: «Mi pare che questa lezione di umiltà rispetto alle ambizioni dell’illuminismo e di tanta filosofia sia uno degli insegnamenti della scienza moderna. Il prospettivismo che troviamo nella fisica contemporanea, la continua deriva dei nostri schemi concettuali, la comprensione della natura fisica della nostra conoscenza convergono nell’invitarci a non prendere la nostra conoscenza troppo sul serio, a diffidare di qualsiasi idea di fondamento o metodologia sicura per la conoscenza».[86] Nonostante questo minimalismo di fondo, ribadisco che sarebbe del tutto sbagliato arruolare Rovelli nella schiera degli anti illuministi postmoderni, alla Lyotard o alla Foucault, per esempio.

89. Rovelli si pronuncia poi esplicitamente su Kant: «La riflessione di Immanuel Kant ci ha insegnato a porre l’attenzione sul soggetto della conoscenza e su aspetti e limiti della conoscenza che derivano dalla natura del soggetto. Ma nelle Critiche Kant tratta il soggetto, dalla prospettiva che chiama trascendentale, astraendolo dalla sua concretezza fisica, trascurando il fatto che il soggetto stesso ha natura di sistema fisico che porta informazione, e che, come tale, può essere a sua volta e completamente oggetto di conoscenza. Così facendo, apre la porta al malinteso dell’inconoscibilità del soggetto, un malinteso che è alla radice di molta confusione riguardo alla realtà: considerare la conoscenza come disincarnata, esistente fuori dal mondo fisico, privata. È anche questo malinteso che porta Kant a scambiare ripetutamente fatti contingenti, o addirittura falsi – ad esempio la geometria euclidea dello spazio fisico –, per verità a priori».[87]

Quando Rovelli dice “completamente oggetto di conoscenza”, va inteso ovviamente in prospettiva. La questione della conoscibilità o meno del soggetto è stata uno dei motivi dominanti della filosofia continentale postkantiana. Dove si è andati allegramente dalla assolutizzazione del soggetto (come nel caso degli idealisti tedeschi) fino alla scoperta della debolezza del soggetto (come nel caso degli esistenzialisti o di Freud), o anche fino alla evanescenza del soggetto (come nel caso di Nietzsche o Heidegger).

90. La confutazione della prospettiva kantiana non avrebbe potuto esser più radicale e totale. Nel brano citato, Rovelli è lucidissimo: Kant “apre la porta al malinteso dell’inconoscibilità del soggetto”. Il soggetto (Io penso o appercezione trascendentale) non è altro che un sistema fisico che porta informazione. Come tale non è nulla di misterioso e dunque, in linea di principio, potrebbe essere completamente oggetto di conoscenza. Viene così destituita di ogni fondamento tutta la riflessione sulla soggettività che procede da Kant (e prima ancora da Cartesio) e si dirama per tutta la filosofia continentale. Compresa la divisione interna del soggetto tra conscio e inconscio.[88] Non c’è, secondo Rovelli, una conoscenza ineluttabilmente privata (come sostiene invece Faggin) anche se, allo stato attuale, sappiamo farla comunicare con l’esterno solo attraverso le vie traverse delle espressioni emotive, del linguaggio o magari della poesia. C’è continuità totale tra il nostro cervello, la mente, il nostro corpo, il mondo esterno. Siamo fatti della stessa physis di cui sono fatti i sassi. In questo consiste l’eguaglianza di tutte le cose, secondo Rovelli. Niente misticismo, dunque, niente empatetismo che non si fondi solo su canali fisici di comunicazione reciproca (compresa l’informazione, la quale deve sempre avere un supporto fisico di qualche tipo[89]). Oltretutto, per via meramente fisica, alcune parti di noi sono in comunicazione con le più lontane galassie, visto che da queste possono giungere fino a noi le onde gravitazionali. Le quali onde interagiscono con noi e modificano, seppure in forma impercettibile, il corpo fisico di cui siamo fatti.

91. In più, secondo questa prospettiva, non ci possono essere anime separate dai corpi. Con tutte le relative conseguenze per la teologia. In proposito si può vedere come Kant discuteva la questione degli spiriti.[90] Se tutte le cose sono uguali, allora abbiamo una sola physis. Non si intende sostenere qui che, nella storica controversia, abbia vinto il materialismo. La prospettiva di Rovelli chiarisce – finalmente – il fatto che molto materialismo è volgare, così come sicuramente è altrettanto volgare molto spiritualismo. Possiamo dire che questa physis è del tutto naturale (i due termini, si sa,  significano esattamente la stessa cosa). Essa comprende, in termini esclusivamente di processi fisici, anche ciò che, nella tradizione, si considera invece come spirituale. Cose come l’informazione, le emozioni, il linguaggio, il pensiero, la logica, la matematica.

92. Cade anche il confine tra vivente e non vivente. Un confine misterioso che in campo filosofico ha dato luogo, sempre nel Campo continentale, a svariate forme di vitalismo. Tra i due elementi c’è perfetta continuità, anche se il vivente, grazie alla sua scala macroscopica complessa, acquisisce proprietà particolari. Ovviamente in questa continuità è compresa l’evoluzione della vita sulla Terra.[91] Come noi siamo in grado di registrare (anche se non conosciamo ancora con precisione le modalità) una serie di ricordi personali e di riprodurli nella nostra mente e di tradurli in comunicazione esterna, così nel codice genetico sta la memoria del vivente, delle specie viventi, la memoria accumulata attraverso tutte le prove ed errore compiute. Il tutto collocato, come s’è visto, sul gradiente dell’entropia. La dipendenza della vita dall’energia e dalle sue trasformazioni fa della vita un’entità comunque fisica. L’evoluzione, attraverso la genetica, accumula l’informazione, tiene traccia di quanto accaduto (come gli storici e le culture umane). Per far questo deve contrastare la dissipazione e quindi ha bisogno di essere alimentata. L’energia solare, distribuita al pianeta terra, ha costituito e continua a costituire il carburante neg-entropico che ha permesso finora l’accumulo della informazione evolutiva.

93. La vita contiene elevata informazione. Dunque deve costantemente contrastare la dissipazione termodinamica. Mantenersi vivi, significa avere accesso a energia utile rispetto a quella che dissipiamo. Usarla per agire e produrre informazione. Scrivere un testo – come quello che state leggendo – implica produrre ordine dal disordine, implica andare in direzione contraria alla dissipazione. Il computer dissipa energia, il corpo dello scrivente dissipa energia. Ciò nonostante il vivente, grazie alle connessioni (informazioni accumulate) è in grado, localmente, di produrre ordine (o di limitare il disordine). Esempio fisico banale: il carbone accumulato nelle precedenti ere geologiche è una memoria/ informazione che noi possiamo estrarre e utilizzare, producendo tuttavia a nostra volta dissipazione. Noi usiamo la memoria che è accumulata nelle biblioteche, nel linguaggio, nella cultura per per contrastare il disordine che ineluttabilmente avanza. L’ordine prodotto e mantenuto è tuttavia sempre e soltanto locale, poiché la legge termodinamica generale del cosmo sembra condurre il tutto, ineluttabilmente, verso la morte termica.

94. Rovelli, nella chiusa, non ci fa mancare un finale da Cantico delle creature, di ispirazione naturalista e carico di pathos: «Quando osserviamo e studiamo il mondo, non siamo soggetti trascendenti distinti dal mondo. Siamo parte di quel mondo che conosciamo e descriviamo. Non siamo stranieri nella realtà: siamo a casa. [...] Per questo dovremmo rivolgerci al mondo come ci rivolgiamo ai nostri fratelli e sorelle. Il resto del mondo è come noi: un sistema fisico. È nostro fratello di sangue. Ogni parte interagisce con un’altra come noi interagiamo con gli altri e con il resto del mondo».[92] Compresa evidentemente la sorella morte, di francescana memoria. I monopolisti della spiritualità volgare ne saranno disgustati, ma questo con ogni probabilità è un loro limite.

 

Appendice. Come funziona la scienza?

Rovelli, in questa Appendice (pp. 179 - 206), produce una sere di osservazioni complementari legate al metodo scientifico. Sebbene in forma minimalista, egli avanza una serie di idee sul metodo scientifico e sulla filosofia della scienza di notevole rilievo, che meriterebbero un articolato approfondimento. Poiché, con tutto ciò, si finirebbe per aprire un ulteriore enorme capitolo a proposito del confronto tra scienza e filosofia, abbiamo ritenuto di soprassedere. Anche per la dimensione di notevole lunghezza ormai raggiunta da queste note. Sarà per un’altra volta.

 Giuseppe Rinaldi (12/02/2026)


 

OPERE CITATE

2025 Battiston, Roberto , Energia. Una storia di creazione e distruzione, Raffaello Cortina, Milano.

2024 Coelho, Ricardo, Lopes, What Is Energy? An Answer Based on the Evolution of a Concept, Springer, Cham Switzerland.

2014 Rovelli, Carlo, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina, Milano.

2017 Rovelli, Carlo, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano.

2018 Rovelli, Carlo, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS MediaGroup SPA, Milano.

2020 Rovelli, Carlo, Helgoland, Adelphi, Milano.

2023 Rovelli, Carlo, Lo sapevo, qui, sopra il fiume Hao, Solferino, Milano.

2025 Rovelli, Carlo, L’eguaglianza di tutte le cose, Adelphi, Milano.

1953 Quine, Willard van Orman, From a Logical Point of View. Nine logico-Philosophical Essays, Harvard University Press, Cambridge. Tr. it.: Da un punto di vista logico. Saggi logico-filosofici, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004.

 

 

NOTE

[1] Per la Prima parte, vedi: A proposito della “physis” di Carlo Rovelli. Prima parte - Città Futura on line . Oppure vedi il relativo post su questo stesso blog. L’immagine in copertina è una delle tracce lasciate sugli strumenti di rilevazione da parte delle onde gravitazionali. Preciso di non aver fatto uso, in questo lavoro, di alcuno strumento di intelligenza artificiale.

[2] La questione comunque è ancora alquanto controversa. Lee Smolin, uno degli storici collaboratori di Rovelli, sembra propenso a una qualche rivalutazione del tempo.

[3] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso. P. 101-102.

[4] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso. P. 101.

[5] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso. P. 102.

[6] Chi voglia una panoramica sulla termodinamica e sulle questioni connesse, può consultare il recente Battiston 2025.

[7] Prevengo l’obiezione ovvia: nella macchina a vapore, il calore del vapore si trasforma in lavoro meccanico utile. Certo, tuttavia, secondo i principi della termodinamica, la macchina a vapore, con il suo funzionamento, produce una dissipazione di calore che non è più recuperabile. La macchina, per continuare a lavorare deve essere costantemente alimentata dall’esterno.

[8] Cfr. Coelho 2024. Questo volume ha il pregio di evidenziare la grande disparità di pareri che esiste tuttora tra gli esperti intorno alla nozione profonda di energia.

[9] Questo termine sembra risalga all’astronomo Arthur Eddington.

[10] Cfr. Rovelli 2017: 137.

[11] Cfr. Rovelli 2017: 137-138.

[12] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso. P. 103.

[13] Cfr. Rovelli 2017: 138-139.

[14] Cfr. Rovelli 2017: 139-140.

[15] Cfr. Rovelli 2017: 140-141.

[16] Cfr. Rovelli 2017: 141.

[17] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso. P. 103.

[18] Cfr. Rovelli 2017: 143.

[19] Cfr. Rovelli 2017: 143.

[20] Cfr. Rovelli 2017: 144.

[21] Cfr. Rovelli 2017: 143-144.

[22] Cfr. Rovelli 2017: 145-146.

[23] Ciò che è improbabile, ha elevata informazione.

[24] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso. P. 104.

[25] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Flusso. P. 104.

[26] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Memoria. P. 108.

[27] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Misure. P. 108-109.

[28] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Misure. P. 109.

[29] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Cause. P. 109.

[30] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Cause. P. 110.

[31] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 112.

[32] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 116.

[33] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 116.

[34] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 117.

[35] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 117-118.

[36] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 118.

[37] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 119.

[38] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 120.

[39] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 120-121.

[40] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 123.

[41] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quarta. Libertà. P. 123.

[42] Vedi nota n. 1 .

[43] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 125-126.

[44] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 126.

[45] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 127.

[46] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 130.

[47] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Unità. P. 131.

[48] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 132.

[49] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 133.

[50] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 134.

[51] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 136.

[52] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 141.

[53] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 141-142.

[54] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 142- 143.

[55] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 143.

[56] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 144.

[57] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 145.

[58] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 145-146.

[59] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 146.

[60] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 146-148.

[61] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 148-149.

[62] Cfr. Quine 1953.

[63] Cfr. Rovelli 2025: Lezione quinta. Molteplicità. P. 149-150.

[64] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Relazioni. P. 151.

[65] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Relazioni. P. 154.

[66] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Relazioni. P. 155.

[67] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Relazioni. P. 156.

[68] Non metto in dubbio che Bohr possa benissimo essere stato influenzato dal clima culturale danese, come suggerisce Rovelli, ma ciò non basta a qualificare come idealista l’interpretazione di Copenhagen. Altrimenti ricadiamo nel dualismo tra idealismo / materialismo.

[69] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Relazioni. P. 158.

[70] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Relazioni. P. 158.

[71] Si tratta della vita estetica, della vita etica e della vita religiosa. Ricordo che gli esistenziali kierkegaardiani sono praticamente degli a priori. Dunque hanno quella caratteristica fondazionale che invece Rovelli rifiuta fermamente. La soggettività di Rovelli non è affatto fondazionale.

[72] Cfr. Rovelli 2023: Zuangzi, la conoscenza dei pesci.

[73] Cfr. Rovelli 2020: V.3.

[74] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P. 160.

[75] Ricordo che i tre esistenziali kierkegaardiani si escludono rigorosamente: aut-aut.

[76] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P. 160.

[77] Si riabiliterebbe il dualismo materia/ spirito.

[78] Rovelli cita D. J. Chalmers e Thomas Nagel

[79] Cfr. Rovelli 2023: Zuangzi, la conoscenza dei pesci

[80] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P. 163.

[81] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Pesci. P. 163-164.

[82] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti. P. 170.

[83] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti. P. 172.

[84] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti. P. 174.

[85] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti. P. 174.

[86] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti. P. 174.

[87] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti. P. 176.

[88] Ciò non significa che, in noi, non ci siano processi che non siamo in grado di portare a coscienza. O che possiamo portare a coscienza solo in certi casi o con particolari metodi. La nostra auto coscienza necessariamente emerge proprio dai processi (relazioni) sottostanti. Poiché il nostro corpo non può essere un sistema isolato, possiamo anche pensare, se ci fa piacere, che noi siamo quel che siamo anche perché, in qualche modo, siamo in relazione con il cosmo intero. Relazione di tipo fisico, si intende. Senza il bosone di Higgs sembra che non ci sarebbe massa. Dunque siamo “connessi” anche col bosone.

[89] Possiamo tranquillamente generalizzare i risultati di Shannon e Weawer nel campo della teoria della informazione. I quali risultati sono in perfetto accordo con la termodinamica e con l’entropia.

[90] Cfr. la Monadologia fisica e I sogni di un visionario di Kant.

[91] Non sappiamo ancora se si tratta di un fatto unico, oppure se simili processi evolutivi sono in corso su altri pianeti. Per ora è per noi decisamente difficile fare “osservazioni” che ci permettano di rispondere alla domanda.

[92] Cfr. Rovelli 2025: Lezione Sesta. Fondamenti. P. 176-177.





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