lunedì 18 novembre 2024

Le elezioni americane e noi


 

 

 




 

1. Le recenti elezioni[1] americane del 5 novembre 2024 – che hanno determinato la vittoria del repubblicano Donald Trump sulla concorrente democratica Kamala Harris – meritano qualche riflessione, poiché costituiscono senz’altro un evento rivelatore, non soltanto della situazione politico sociale degli USA ma anche delle prospettive della democrazia in Occidente e nel resto del mondo. Si tratta dunque di un evento che ci riguarda da vicino, ben più di quanto non sembri.

2. Personalmente, ammetto di avere sbagliato le previsioni. Sapevo bene come Trump fosse un candidato forte e pericoloso. Sapevo anche bene come la Harris fosse un candidato piuttosto debole, sia per la prestazione scarsa svolta come vice presidente, sia per l’avventurosa e sciagurata scelta dei Democratici di candidare prima Biden e poi di cambiare il candidato in corsa. La Harris non ha così avuto la possibilità di sfruttare il lungo processo delle primarie per farsi conoscere dagli elettori e mettere a punto il suo programma.

Tuttavia mi aspettavo, da parte degli elettori americani, una qualche reazione nei confronti di Trump, peraltro già visto all’opera, sempre più impresentabile, con la sua sfilza di denunce e condanne, con la questione giudiziaria pendente per l’assalto al Campidoglio da parte dei suoi seguaci. E con il suo atteggiamento nei confronti delle donne, con le sue spacconate da showman. Perciò mi aspettavo una vittoria di stretta misura da parte della Harris. Una vittoria che avrebbe potuto derivare da una specie di fronte di resistenza civile della parte migliore del Paese contro un candidato manifestamente pericoloso per i fondamenti stessi della democrazia americana. Mi aspettavo perciò anche un passaggio di consegne travagliato e lunghe contestazioni, magari su poche migliaia di voti. In altri termini, pensavo che il Paese dalla democrazia più vecchia del mondo avrebbe alla fine mostrato un residuo minimo di cultura civica democratica e sarebbe stato capace di reagire contro una minaccia così grave. Mi sbagliavo.

La vittoria di Trump è invece risultata netta e inequivocabile, non solo nella conquista dei delegati ma anche nel voto popolare. Trump ha ora in mano il Paese, avendo la Presidenza, avendo la maggioranza delle due Camere, avendo la Corte dalla sua parte. Avendo dalla sua oltretutto uno spoils system che produrrà un ricambio totale dei piani alti dell’Amministrazione. A questo quadro va aggiunta la presenza inquietante di Elon Musk, cui a quanto pare sarà conferito il compito di “alleggerire” lo Stato. Ci dobbiamo rassegnare: dell’America di Roosevelt non c’è neppure più l’ombra.

3. Certo, è stato da più parti sottolineato come gli avversari di Trump, i Democratici, guidati da una ristretta oligarchia di personaggi del tutto privi ormai di visione e di programmi, abbiano compiuto una serie incredibile di errori, consapevoli o meno che ne fossero. I Democratici avevano addirittura visto di buon occhio la candidatura di Trump nel campo repubblicano, con la convinzione di poterlo battere facilmente. Tuttavia, invocare come spiegazione della sconfitta le colpe dei Democratici sarebbe estremamente riduttivo. Al di là degli errori e delle carenze dei Democrats, evidentemente il sistema politico americano, nel suo complesso, non possiede più, al proprio interno, alcun antidoto efficace nei confronti delle tendenze anti-democratiche. I Repubblicani, dal canto loro, come partito tradizionale sono spariti, fagocitati dal movimento di Trump, il MAGA, (Make America Great Again!).

4. La cosa più preoccupante è che qui non siamo soltanto di fronte al caso americano. Non siamo soltanto di fronte ai limiti del sistema americano. Siamo evidentemente di fronte a un limite stesso dei sistemi democratici attuali, per lo meno in Occidente, che hanno mostrato di essere incapaci di reagire adeguatamente quando messi di fronte allo stile maturo del nuovo populismo. Il problema non è nuovo. Nel nostro Paese abbiamo ampiamente sperimentato il berlusconismo che aveva molti punti in comune con il Trump odierno e che addirittura, per molti aspetti, ha rappresentato una perfetta anticipazione del trumpismo. Dobbiamo costatare ormai che, in Occidente, le forme degenerate di democrazia (cui sono applicati nomi spesso fantasiosi, come democrazie autoritarie, democrature, sovranismi, democrazie del leader) sono sempre più diffuse, seppure con numerose varianti. E che si relazionano sempre più strettamente con le numerose altre democrazie border line ormai presenti in ogni angolo del Pianeta. Con queste ultime elezioni americane, la linea di tendenza è divenuta chiara.

5. Se guardiamo questi esperimenti antidemocratici solo dal punto di vista del leader, dobbiamo rassegnarci a caratterizzarli col nome stesso dei leader, poiché ciascuno possiede caratteristiche proprie: trumpismo, berlusconismo, orbanismo, putinismo, erdoganismo, melonismo, mileismo (dall’argentino Javier Milei), bolsonarismo e così via. Possiamo metterci anche il lepenismo che non ha ancora governato in Francia ma che, probabilmente, vedremo all’opera ben presto. Ognuno ha il suo stile. Ognuno la sua storia. Ognuno i suoi caratteri idiosincratici. Ciò impedisce all’osservatore di identificare eventualmente i loro tratti comuni e impedisce di cogliere la questione di fondo: come è possibile che costoro siano democraticamente eletti, in un quadro di democrazia formale e poi, nella loro azione di governo, si esibiscano in provvedimenti anti istituzionali e anti democratici. Detto in altri termini, com’è possibile che le democrazie, invece di progredire e di maturare emendando i propri difetti, tendano oggi a scadere in circoli viziosi che danneggiano e indeboliscono sempre più le democrazie stesse. Spesso questi leader, nonostante il loro pessimo rendimento politico, sono felicemente rieletti, proprio com’è accaduto nel caso di Trump, di Berlusconi di Orban e di altri ancora.

6. Si tratta allora di cambiare il punto di vista. Si tratta di domandarsi com’è possibile che i cittadini elettori, in società ove sia presente un livello accettabile di democrazia formale, finiscano per eleggere, talvolta con maggioranze notevoli, dei personaggi che si atteggiano a leader popolari ma che nel contempo operano per distruggere le stesse fondamenta della democrazia. Il sospetto ormai è che non si tratti più di semplici errori dei cittadini elettori, dovuti ad astensione, distrazione, cattiva informazione, propaganda, creduloneria. Si tratta di prendere atto definitivamente dell’efficacia dello stile populista e, soprattutto, della più totale incapacità di reagire a questo stile da parte dei difensori della democrazia.[2] Del resto non si tratta di fatti rari o del tutto nuovi: è noto che alcune delle peggiori dittature del XX secolo hanno visto l’elezione degli stessi dittatori da parte del popolo e/o dei suoi rappresentanti. Non è il caso tuttavia di usare il solito appellativo di fascismo o totalitarismo nei confronti di questi nuovi populismi. Si finirebbe per non capire un bel niente. Proviamo allora a circoscrivere il problema: occupiamoci degli ultimi decenni e occupiamoci delle tendenze antidemocratiche che in vario modo hanno preso piede in molte delle democrazie, anche quelle di più antica e nobile origine. Con l’ipotesi che l’odierno Trump sia solo l’ultimo caso in ordine di tempo. Altri ne verranno.

7. Siamo in presenza, dunque, di trasformazioni regressive della democrazia che avvengono attraverso competizioni elettorali che possono anche essere formalmente regolari, sebbene siano sempre possibili anche brogli, forzature e simili. Perché si arrivi agli esiti delle maggioranze populiste che ci interessano, occorre una qualche forma di polarizzazione, con il conseguimento di una maggioranza che si contrappone a tutti, in nome del popolo. La retorica populista, con al centro il leader, tenderà ad avallare l’idea che la maggioranza costituita rappresenti l’intero popolo e che la volontà dell’intero popolo sia impersonata nel leader e nella sua cerchia. Non importa più di tanto se il movimento populista è orientato a destra o a sinistra. Il M5S in Italia ha ben rappresentato un populismo di sinistra, ma lo stile anti istituzionale era lo stesso. Le democrazie sono per loro natura pluralistiche. Ogni forma di polarizzazione dunque tende già di per sé a indebolire il pluralismo. Quando poi uno dei poli pretende di costituire la totalità siamo palesemente su una strada regressiva.

8. Che cosa rappresentano effettivamente queste maggioranze populiste incarnate nel leader? La risposta tradizionale è che rappresentino degli interessi di tipo economico sociale. In genere si fa riferimento alle classi sociali coinvolte, che di volta in volta si ritiene di poter individuare e descrivere: operai, contadini, ceto medio, alta finanza, borghesia, militari, disoccupati, precari e così via. A volte si usano appellativi più fantasiosi: gli esclusi, gli emarginati, i danneggiati dalla globalizzazione, i dimenticati, i ceti medi sull’orlo della proletarizzazione, le fasce deboli, “Quelli che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese”. E così via.

Queste analisi potevano andare bene nel primo Novecento. Poi le cose si sono complicate. Il sociologo americano Ronald Inglehart[3] ha posto una linea di distinzione tra le società in cui la maggior parte della popolazione si confronta ancora con problemi di ordine materiale e le società in cui la maggior parte della popolazione gode invece di un relativo benessere e dunque può cominciare ad affrontare problemi di ordine immateriale. A cercare di soddisfare quelli che lui chiamava i bisogni post-materialisti. Così è accaduto che, con la crescita delle società occidentali, i portatori immediati di interessi “materiali” siano diventati via via meno numerosi, più evanescenti, lasciando il posto a una nuova configurazione sociale basata su distinzioni di tipo culturale. Accanto alle tradizionali differenze economiche e sociali, cosiddette di classe, hanno cominciato a comparire e a esser poste in primo piano altre differenze: differenze generazionali, di tipo religioso, di tipo linguistico, di tipo etnico, oppure anche differenze di genere. Si tratta di differenze che potremmo considerare non più di classe, bensì come identitarie. Ebbene sì, il benessere relativo diffuso in Occidente ha permesso a strati sempre più ampi il lusso di occuparsi di questioni identitarie.

9. Ma non basta. Andando ancora oltre, le identità si sono ulteriormente moltiplicate e suddivise secondo rivoli sempre più particolari. Spesso secondo linee di frattura di carattere etico.[4] Abbiamo avuto l’irruzione dei valori: i difensori della vita, i pacifisti, i difensori delle frontiere, i sovranisti, i beneficiari del reddito di cittadinanza o dei bonus, i negatori della crisi climatica e così via. Schierati, ovviamente, contro il nemico opposto: gli abortisti, i bellicisti, gli immigrati, i mantenuti a far nulla o gli sfruttatori delle regalie, gli ecologisti fondamentalisti. Ma poi abbiamo avuto anche – sociologicamente – delle linee di frattura che non rappresentano neppure interessi, identità o valori consapevoli, ma che semplicemente si limitano a registrare differenze in termini di distanza, separazione, repulsione, odio, rancore, stigma. Spesso si coagulano come atteggiamenti taciti che sono sempre in cerca di occasioni per esplicitarsi e scatenarsi. Ad esempio l’omofobia, il rancore verso le élite, l’antipolitica, ossia il rancore verso i politici (“Roma ladrona”), il rancore verso le istituzioni (il “pizzo di Stato”), la xenofobia, e così via. In questo quadro di istigazione e moltiplicazione delle divisioni, possono anche comparire stigmatizzazioni del tutto inventate, come quella trumpiana recente degli “immigrati clandestini che uccidono e mangiano i cani e i gatti dei nativi”. A questi elementi si possono aggiungere anche ulteriori forme di identificazione in termini meramente simbolici, come le curve dello stadio, il machismo, le ideologie estremistiche magari dotate di riferimenti storici nazifascisti. Oppure i movimenti fake nati in rete, come nel caso di QAnon.

10. Tutti questi elementi divisivi, e svariati altri la cui lista è senza fine, costituiscono la materia basilare grazie alla quale viene oggi orchestrata la propaganda populista, con la quale si cerca di unificare, dietro al leader e ai suoi slogan, una maggioranza di seguaci convinti, con la quale si cerca cioè di dare vita a un “popolo”.[5] Il tutto in un intreccio inestricabile che mette insieme rivendicazioni economiche, invidia sociale, supposti diritti violati, rivendicazioni identitarie, paure, rancori, pulsioni violente, rituali simbolici contro gli avversari. Le motivazioni al voto, di cui sono portatori i populisti e che coesistono nel loro “popolo”, possono così intrecciare cose diversissime, come la concorrenza sul mercato del lavoro, l’astio verso gli omosessuali, il costo della vita, la paura di essere aggrediti per strada, l’invidia sociale verso particolari tipi di privilegiati, emarginazione e frustrazioni personali, l’adesione credula a fake news, a narrazioni complottiste, e così via. Vale qui il principio di Thomas: nella vita sociale, ciò che è creduto è reale nelle sue conseguenze. Dal loro punto di vista, si può dire che abbiano tutti ragione. Il populismo, nelle sue narrazioni pigliatutto, cerca di agitare tutte le motivazioni possibili, almeno quelle compatibili tra di loro. E talvolta riesce anche a mettere insieme motivazioni incompatibili (che cioè si rivelano incompatibili solo alla prova dei fatti). Ci si dovrebbe ricordare di quelle tecniche di propaganda sui social media, che adattano il messaggio al profilo di chi lo riceve. Il profilo di ciascun destinatario viene costituito sulla base dei big data raccolti in rete. Steve Bannon era specializzato in lavori simili. Un caso macroscopico dell’uso di queste tecniche, che ha avuto pieno successo, è stato quello della propaganda per la Brexit, inscenata da Farage e dai suoi in Gran Bretagna.

In altri termini, dobbiamo convincerci che non c’è più la marxiana classe universale, quella che subendo l’ingiustizia più totale diventava rappresentativa dell’umanità nel suo complesso. Che poi era ciò che giustificava la lotta degli sfruttati e organizzava la loro azione nella storia. E veniva così legittimata a prendere il potere, magari anche con la forza. Ci sono solo più degli aggregati eterogenei di motivazioni tenute insieme dal collante generico e superficiale, per lo più emotivo, degli slogan prodotti dal leader e dalla sua propaganda. Strano a dirsi, ma la cosa funziona.

11. Tuttavia, per fortuna, non tutti finiscono nel mucchio. Osservando queste improbabili artificiose aggregazioni, ci possiamo domandare se ci sono ancora delle variabili di ordine generale, che possano dar conto di questi rassemblement, di queste molteplici e infinite motivazioni, magari anche contradditorie, che si ritrovano insieme, un po’ come attratte da una calamita. La calamita ovviamente, più che un programma politico dettagliato, è il leader. La vecchia sinistra nostrana su questo punto ha una risposta preconfezionata: dietro a tutto ciò, ci sono le condizioni economiche. Il vecchio economicismo è sempre di moda e opera come una spessa fetta di salame sugli occhi che impedisce di vedere le cose come stanno. È il caso dunque di ribadire ancora una volta che le condizioni economiche e sociali, per quanto ancora importanti, non sembrano essere più una variabile fondamentale nella costituzione dei nuovi blocchi elettorali populisti. Non ci sono più movimenti e partiti di classe (anche perché le classi sono sparite). Abbiamo cominciato ad accorgercene quando gli operai italiani hanno preso a votare per la Lega Nord, hanno cioè deposto l’universalismo tradizionale della sinistra e hanno aderito a una nuova formazione particolaristica su base etnica. Una vera e propria mutazione. È ormai luogo comune come il cosiddetto “popolo” del Novecento si sia allontanato dai partiti di sinistra per approdare spesso ai partiti di destra o all’astensionismo.[6] Mentre i partiti di sinistra vedrebbero ormai soltanto più l’adesione del ceto medio alto, la cosiddetta “area ZTL”.[7] Di questa tendenza sono state trovate notevoli conferme empiriche.

12. Spesso s’incolpano i partiti della sinistra storica di avere abbandonato il loro “popolo”, avendo compiuto così un colossale errore nell’offerta politica. Un errore dovuto evidentemente a dirigenti che hanno preso a coltivare ideologie sbagliate. I loro programmi si sarebbero così “imborghesiti”. Può darsi anche ci sia qualcosa di vero, soprattutto per quel che concerne i dirigenti, ma è un dato di fatto che quel popolo, cui la sinistra tradizionale si rivolgeva con notevole successo, oggi non c’è più. O, meglio, è diventato un’altra cosa. Quel popolo ha subito nei decenni una colossale mutazione antropologica,[8] tale che le proposte della sinistra tradizionale sono diventate per loro estranee e irricevibili. Qualcuno storcerà il naso, ma è sufficiente guardare come stanno le cose, al di là delle più pervicaci illusioni. Tra i seguaci di Trump, già ricco di suo, abbiamo Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo. Accanto a costoro, stretti nello stesso “popolo”, abbiamo però numerosi bianchi del ceto medio, numerosi black e latinos, e i poveracci crédule di QAnon, nonché la feccia degli assaltatori del Campidoglio. È il caso di ricordare che da noi, il ricchissimo Berlusconi, notoriamente, raccoglieva il voto presso i ceti popolari e le casalinghe (nonostante trattasse le donne con una certa disinvoltura).

13. Allora, chi sono prevalentemente quelli che finiscono nel mucchio populista? Osservando la dinamica delle aggregazioni elettorali populiste, la variabile più rilevante in assoluto sembra essere costituita dalla dicotomia tra le grandi città e le località periferiche. Una volta si diceva città e campagna. Oppure centro e periferia. Talvolta – come per ragioni storiche in Italia – questa dicotomia prende anche la connotazione di nord e sud. Basta osservare una mappa del voto territoriale di qualsiasi Paese occidentale per rendersi conto del peso enorme di questa variabile.

Certo, ogni Paese ha le sue specifiche mappe. Ad esempio, la distribuzione elettorale di destra e sinistra in Francia vede l’opposizione tra città e campagna: la sinistra sta nelle grandi città, e nell’area di Parigi in particolare. Gli estremisti di destra si concentrano nelle aree periferiche e nelle campagne. Si pensi ai gilet gialli. Spesso si qualificano come “i dimenticati”. Oppure, si vada a vedere la distribuzione territoriale del voto per la Brexit in Gran Bretagna: la dimensione città/ campagna è stata clamorosa. Nel caso americano poi – si vedano le mappe elettorali – abbiamo la contrapposizione tra le due coste con la concentrazione delle grandi città (New York e Los Angeles/ San Francisco) che son sempre state la tradizionale area dei Democratici, insieme agli Stati attorno ai Grandi Laghi, ora persi. D’altro canto, gli stati centro meridionali, la Bible belt e la Rust belt che sono ora terreno dei Repubblicani. Per capire l’enorme divide tra questi mondi, si pensi che una quota spropositata di americani nella Bible belt non crede alla teoria darwiniana e preferisce sostenere il creazionismo. Pare che nella prossima amministrazione, a occuparsi della salute degli americani sarà un fondamentalista No-vax. I seguaci di Trump, contro ogni evidenza, tendono a negare il cambiamento climatico. Insomma, due Mondi sempre più estranei.

14. La seconda variabile decisamente rilevante nella caratterizzazione delle aggregazioni populiste è il livello di istruzione. Da tempo è noto che il livello di istruzione condiziona enormemente l’analisi e la elaborazione delle informazioni ricevute. Può spingere a credere o a non credere ai messaggi, alla propaganda, alle fake. Il livello di istruzione determina poi il livello della definizione dei propri interessi materiali e culturali, dal particolarismo legato prevalentemente alla bassa istruzione, all’universalismo legato invece alla istruzione più elevata.

Abbiamo poi la variabile delle generazioni, cioè l’età, sebbene questa in sé non sia molto significativa e lo diventi quando legata ad altri fattori. Ad esempio, nell’America odierna la popolazione dei giovani dei college e delle università ha caratteristiche sue proprie ed è generalmente più progressista. In taluni casi sono presenti forme assai radicali di universalismo. Ciò è dovuto al fatto che i giovani che vanno al college o alle università si devono per lo più trasferire e così sono in un certo senso risocializzati nel nuovo ambiente che di solito è progressista e politicamente corretto.

Abbiamo poi ancora variabili come il genere e l’etnia (specie se legata a minoranze) che possono – seppure non sempre – avere un peso rilevante. Nel caso americano s’è visto come gli immigrati si siano schierati nettamente a favore di Trump contro l’immigrazione clandestina, considerata fonte di concorrenza economica e di disordine. All’interno delle diverse etnie, i rapporti tra i generi sembra abbiano avuto un certo peso elettorale: maschi neri non avrebbero simpatizzato per una possibile Presidente donna nera. Più in generale, l’America è ricca di movimenti, magari anche progressisti, che tuttavia pare abbiano finito per promuovere fratture e divisioni. Addirittura reazioni anti – establishment. Si pensi a stay woke e a BLM (Black Lives Matters)). In molti Stati americani ci sono programmi progressisti che hanno lo scopo di favorire le minoranze (nell’ingresso alle università, nei concorsi, nelle assunzioni nel pubblico e nel privato). Tuttavia ciò ha prodotto l’accantonamento del criterio del merito, scatenando così rancori e rimostranze da parte degli esclusi. Tutto ciò s’è visto alla perfezione nei risultati elettorali americani.

15. Tuttavia, per completare il quadro della polarizzazione antropologica delle società democratiche, va riconosciuto che tutto questo calderone non sarebbe stato possibile senza l’effetto dei media e soprattutto dei nuovi media. Nel nostro Paese abbiamo avuto una chiara anticipazione del peso di questa variabile nella figura di Berlusconi e del suo impero mediatico, con il suo relativo enorme conflitto di interessi che le istituzioni democratiche non sono riuscite a fronteggiare. Sottolineo, en passant, che i conflitti di interesse sono senz’altro tra le cause più sottovalutate del degrado delle democrazie. I nuovi media stanno dando un enorme contribuito alla polarizzazione e alla compartimentazione delle società contemporanee. I media relazionali producono una sorta di effetto bolla per cui essi tendono a mettere in comunicazione principalmente persone che si somigliano quanto a caratteristiche di fondo, motivazioni, interessi, visioni del mondo, tipo di linguaggio. In Italia ha fatto scuola la auto selezione dei militanti operata sul blog in rete dal movimento di Grillo. Il risultato era che i grillini si somigliavano tutti e ripetevano tutti le stesse cose.

16. In particolare, nel caso americano, i nuovi media hanno contribuito pesantemente a differenziare e separare la cultura delle élite rispetto alla cultura dei ceti popolari. Per essere più precisi, hanno consentito, in particolare, alla cultura dei ceti popolari di esprimersi, di organizzarsi e di contrapporsi con successo alla cultura delle élite, la quale aveva avuto invece da sempre anche altri canali. La cultura delle élite è la cultura delle due coste, delle grandi città, del reticolo delle grandi università e dei centri di ricerca, delle grandi imprese private che operano nel campo delle nuove tecnologie, o della AI, come Google, Facebook, Microsoft, che spesso si rappresentano come progressiste, sottoscrivono e promuovono le discriminazioni positive a favore delle minoranze e la cultura woke e il politically correct.

17. La cultura dei ceti popolari è invece sempre stata assai più frammentata, distribuita sull’immenso territorio e spesso compartimentata in termini localistici, etnici e di genere. Tuttavia anche tra i ceti popolari le nuove tecnologie hanno contribuito a costruire e a mettere in contatto le bolle comunicative locali. Senza le nuove tecnologie, un fenomeno come QAnon sarebbe stato impossibile. Lo stesso vale anche – si badi bene – per le bolle dei progressisti: senza i nuovi media non avremmo il politically correct, la cancel culture, stay woke, me too e quant’altro. Solo che le bolle dei progressisti numericamente finiscono per contare assai meno. Notoriamente le élites costiere sono percepite in modo assai negativo dai ceti popolari, tra i quali fiorisce un forte sentimento anti-establishment. A loro volta le élites mostrano spesso un senso di superiorità e paternalismo nei confronti di questi ultimi. Sono mondi che non si parlano e che, così facendo, favoriscono la polarizzazione populista. È chiaro che i populisti possono realisticamente aspirare ad avere il numero dalla loro parte, poiché le culture delle élite sono per definizione numericamente ristrette.

Prima dei nuovi media si poteva pensare che le élite potessero fungere da avanguardie, guadagnare un’egemonia sul resto del Paese. Dopo i nuovi media, l’egemonia delle élite è sempre più contestata, poiché le culture popolari sono divenute relativamente autonome. E si esprimono. Si esprimono spesso identificando un leader, come paradossalmente diceva Marx, che fosse transfuga dalla propria classe, che usa linguaggi volgari, che si comporta come un carrettiere, disprezza la legge e le istituzioni, e così via. Senz’altro, tra i transfughi di successo dalla loro classe, possiamo annoverare Berlusconi, Trump e Musk.

18. Sulla scorta di questi elementi analitici di ordine generale, possiamo ora provare a decrittare alcuni aspetti specifici della cronaca che abbiamo visto all’opera in queste elezioni. Non sarò del tutto sistematico, farò solo alcune osservazioni sparse, scelte tra le questioni che mi sono parse più rilevanti.

La volgarità paga. In questo quadro, è stato un grande errore ritenere – come hanno fatto i democratici – che i trascorsi giudiziari di Trump, unitamente al suo stile volgare, antipolitico, immorale e scandaloso, avrebbero contribuito a screditarlo presso l’opinione pubblica. È invece accaduto esattamente il contrario. Nell’America polarizzata e spaccata, il personaggio Trump è stato visto dal polo populista come elemento anti-establishment, come il castigamatti nei confronti dell’élite. Del resto, anche nel caso di Berlusconi, il suo comportamento border line, nel pubblico e nel privato, il suo anti-istituzionalismo non gli hanno mai fatto perdere il consenso. Le volgarità non hanno mai fatto perder consenso alla Lega, sia nella versione di Bossi sia in quella di Salvini. Il linguaggio da borgatara di Meloni e quello parafascista di parte della sua compagine di governo – per quanto susciti strilli e infinite contumelie da parte della opposizione – non intacca minimamente il consenso della destra.

I diritti civili e la difesa della democrazia non pagano. La concentrazione delle piattaforme elettorali democratiche intorno ai civil rights non paga, non fa vincere le elezioni. I civil rights sono per lo più percepiti come faccende delle élite. La Harris si è impegnata in particolare sulla questione del diritto all’aborto, un diritto della persona che riguarda le donne, cioè la metà elettorato. Un diritto che evidentemente non è stato considerato prioritario dalle elettrici. Molte avranno pensato che la questione non le riguardasse direttamente. Ugualmente, un’eventuale prima Presidente americana donna non ha costituito una retribuzione simbolica e morale tale da mobilitare le stesse donne. Il fatto di essere donna e nera pare poi abbia sfavorito la Harris presso taluni gruppi sociali, in particolare tra i maschi neri.

Anche la difesa delle regole della democrazia – cavallo di battaglia di Harris – pare non avere lasciato traccia. Inutile ricordare agli elettori americani la lunga sequela di reati, processi, scorrettezza in cui era incorso il candidato Trump. Inutile ricordare agli elettori che il candidato Trump – se eletto – avrebbe potuto concedere la grazia a se stesso, facendo di lui un cittadino diverso da tutti gli altri, dotato di privilegi estranei a qualsiasi altro. Come un monarca assoluto. Ciò in aperta violazione dell’etica repubblicana. Ma il Partito repubblicano odierno non si sofferma più su questi dettagli.

Insomma, la questione dei civil rights, della difesa della democrazia e delle istituzioni, è ormai divenuta distintiva della “sinistra ZTL”, destinata a rimanere sempre più una minoranza, di chi abita le città, di chi ha elevata istruzione e reddito elevato.

Progressisti senza cultura politica. Anche se in Italia la questione è poco conosciuta, i Democratici e i progressisti americani (siamo dentro le élite dunque) hanno tagliato i ponti con la loro tradizionale cultura politica e hanno aderito a una specie di subcultura comunitaristica[9] dei diritti e delle pari opportunità declinata non più in termini universalistici, come diritti e pari opportunità del cittadino, bensì in termini particolaristici, come diritti e pari opportunità degli innumerevoli gruppi e minoranze che si sono via via costituiti, in base alla lingua, alle preferenze sessuali, al colore della pelle, al genere. E si battono per il riconoscimento.In questo ambito si sono sviluppati vari movimenti, come il politically correct, la cancel culture, Me Too, Stay Woke, LGBTQ(ecc.), Black Lives Matters e così via. Si tratta di movimenti che senz’altro hanno avuto all’origine radici democratiche e progressiste, ma che hanno subíto varie degenerazioni fondamentaliste. In un suo recentissimo saggio intitolato Il follemente corretto[10] il sociologo Luca Ricolfi ha descritto, analizzato e stigmatizzato questi movimenti, mostrandone le conseguenze devastanti in termini di disgregazione politica, sociale e culturale. Trump ha avuto buon gioco a usare la propria totale “scorrettezza” contro queste forme degeneri e modaiole di elitarismo. È appena poi il caso di sottolineare che la correctness nordamericana ha origine nella elaborazione delle filosofie postmoderne e nella importazione del poststrutturalismo europeo. Ma di questo tratterò eventualmente altrove.

Le improvvisazioni si pagano. Va poi osservato che la tattica dei democratici è stata disastrosa. Purtroppo qui ha pesato la mancanza di una struttura di partito di qualche rilievo (tipica dei partiti americani) capace di esaminare la situazione, di definire una strategia e di prendere le decisioni. Di fatto i democratici americani sono ridotti a una stretta oligarchia di pochi personaggi che sono titolati a decidere a prescindere. È mancata poi, in campo democratico, una seria analisi del quadriennio di governo di Biden, che invece è stato fatto a polpette dalla propaganda di Trump. È mancato il tempo e il modo, per la Harris, di differenziare ove necessario il suo nuovo programma da quello di Biden. Su alcune questioni, Biden si è limitato a portare avanti l’impostazione del Trump I, soprattutto sulla questione della immigrazione. E anche in politica internazionale.

La questione internazionale conta. Harris si è trovata ad avere le mani legate – nella campagna elettorale – anche a causa della situazione di indecisione nella politica estera condotta da Biden e a causa dei diversi gruppi di pressione presenti nell’area dei democratici. Del resto, la Presidenza di Biden era cominciata proprio con la disfatta afghana, che tuttavia era stata accuratamente preparata dal pacificatore Trump I e che Biden ha eseguito pedissequamente nella maniera più becera. Biden è riuscito a farsi accusare, anche dai suoi sostenitori, di essere un guerrafondaio in Ucraina e di essere un complice dei massacri condotti da Netanyau a Gaza. Per paura di perdere sostenitori, il messaggio di Harris è stato confuso e indeterminato, a differenza di Trump che ha promesso di far finire le guerre in un battibaleno. Così i democratici in politica estera hanno finito per scontentare tutti. È chiaro che, in generale, dopo la loro opzione fallimentare per la globalizzazione, i Democrats non hanno più un’idea chiara e salda di politica internazionale. Per Trump e i suoi seguaci è stato molto più semplice sventolare la pace: farsi i fatti propri e darci dentro col MAGA (Make America Great Again). Basta che a pagarne le spese siano gli altri.

Manco a dirlo – lo dico qui solo en passant – tutti questi aspetti dovrebbero essere attentamente considerati anche nel nostro Paese, da quelle forze che intenderebbero operare per la difesa della democrazia dalle tendenze antidemocratiche.

 19. Tra le conseguenze più importanti di queste elezioni americane, ci saranno notevoli cambiamenti nella politica estera. In seguito alla vittoria di Trump, è il caso di domandarsi cosa potrebbe accadere nelle relazioni tra USA e il resto del mondo. Vediamo. Per avere un’idea grezza di come si svilupperà la politica internazionale americana, basta vedere chi sono coloro che hanno esultato per la vittoria di Trump. Pare che Alexandr Dugin, il filosofo russo rossobruno più estremista di Putin, abbia esultato per la vittoria di Trump. Putin dal canto suo sta dichiarando aperture pacifiste a più non posso, ovviamente alle sue condizioni. Praticamente siamo all’esordio del trumputinismo. In effetti, nella visione distorta di Dugin, il populismo occidentale è sempre stato considerato come il migliore alleato dell’euroasiatismo.

Anche i pacifinti[11] nostrani hanno esultato, convinti che Trump, in politica internazionale, facendo l’isolazionista e mettendo così da parte l’imperialismo americano, sarà pronto a “fare la pace” con la Russia (molti pacifinti nostrani hanno sempre pensato che la guerra in Ucraina fosse una guerra differita degli USA e della NATO contro la Russia). Ovviamente il tutto avverrà a spese di Kiev (e del diritto internazionale), che sarà disarmata e ricondotta a più miti consigli, oltre che territorialmente amputata. Finalmente qualcuno che sarà in grado di mettere a posto Zelensky e i suoi nazi! Nella retorica trumpiana, i Democratici fanno le guerre, mentre i Repubblicani trumpisti le faranno finire. Si prospetta dunque lo strano caso dei pacifisti filotirannici che vedremo presto all’opera, anche e soprattutto nel nostro Paese.[12]

Anche Netanyau pare abbia esultato, poiché ormai nulla si frapporrà al suo progetto massimalista e colonialista di un Israele esteso dal Giordano al mare. Il recente licenziamento di Gallant è un segnale abbastanza chiaro. Il progetto dei “Due popoli, due Stati”, con cui la nostra falsa coscienza occidentale si è baloccata per ottant’anni, è ormai divenuto impossibile. I palestinesi, col contributo suicida determinante di Hamas, hanno perso la loro tragica partita e faranno la fine degli indiani americani. Non che i Democrats fossero stati difensori convinti della causa palestinese, la prova è che hanno sempre foraggiato Israele con le armi, lasciandole ogni libertà di azione, ma almeno hanno tentato di mettere in atto un’azione calmieratrice, seppure alquanto ipocrita e nei fatti alquanto inefficace.

20. Xi è senz’altro un altro di coloro che hanno gioito per la vittoria di Trump, anche se i cinesi sono più composti, educati alla vecchia scuola, e sanno ancora controllare le emozioni. I prossimi quattro anni trumpiani – considerato anche in che stato critico è la Russia e lo stato comatoso in cui è ridotto l’ONU – costituiscono una perfetta finestra di tempo, una occasione insperata, per la Cina, di regolare i conti con Taiwan, con le buone o con le cattive. Il che potrebbe comportare, a tempi relativamente brevi, una nuova fonte di instabilità nel Pacifico. Non solo di tipo militare, ma anche di tipo economico, visto il ruolo rilevante che i prodotti tecnologici di Taiwan hanno per l’economia mondiale. Dopo la crisi dovuta alla fornitura del gas russo, avremo con buone probabilità la crisi dovuta alla carenza dei chip di Taiwan.

Sicuramente poi a livello di opinione pubblica avranno esultato i negazionisti del cambiamento climatico e le lobby dei combustibili fossili. Assieme a tutti i No-vax. Tutti coloro che ritengono che la transizione ecologica sia solo una futile moda di élite che si vorrebbe imporre a tutto il mondo per oscure finalità. Trump ha detto chiaro quello che pensa sugli Accordi di Parigi sul clima.

Gli altri esultanti, per ora, a livello di Stati -nazione sono senz’altro di rango minore. Ma tutti insieme costituiscono una bella banda. Sono tutti gli aspiranti facenti parte della internazionale populista e sovranista, quella che era stata messa in piedi proprio da Steve Bannon e che ora risorgerà a nuova vita. Per tacere di Orban e del nostro Salvini, magari comprendendo anche il M5S, non possiamo evitare di citare Bolsonaro, sempre attivo, oppure personaggi come l’argentino Milei.

21. Se c’è qualcuno che invece non può proprio gioire è la UE. I rapporti tra USA e UE sono stati sempre problematici, poiché interesse degli USA, in generale, è sempre stato di avere una Europa debole e divisa. Non è chiaro quel che farà Trump, data la sua imprevedibilità, anche se, da quanto annunciato, verranno al pettine sicuramente due questioni: la questione della difesa e la questione dei dazi.

Per ciò che riguarda la difesa, l’Europa sarà inevitabilmente tenuta a investire maggiormente nelle spese militari e a cercare di costituire una forza militare europea, di cui tanto finora si è parlato senza nulla concludere. Su questa questione, che è di una ovvietà totale, la politica europea sembra però paralizzata. È il caso di tener conto che in UE ci sono anche quelli che vorrebbero smantellare la NATO. Si prospettano dunque quattro anni di vuote discussioni ed eventualmente di realizzazioni puramente di facciata. Quattro anni in cui l’Europa si giocherà definitivamente la propria posizione internazionale. In ogni caso, questi tentennamenti costituiranno di fatto un indebolimento della difesa europea, tanto da incoraggiare le pressioni della Russia sui vari numerosi punti critici, quelli che tutti fanno finta di non vedere, dai Paesi baltici a Kaliningrad, alla Moldavia e alla Transnistria, fino alla Georgia.

Nel campo del commercio internazionale Trump ha enunciato con chiarezza quale sarà la sua politica. Una specie di miope ritorno al mercantilismo pre-liberista: esportare le proprie merci ed evitare di importare le merci degli altri. Una furbata colossale. I dazi americani nei confronti dell’Europa comunque ci saranno (nonostante l’ “amica” Meloni), per cui l’Europa dovrà prendere delle decisioni radicali circa la sua struttura produttiva e finanziaria e la propria posizione nel mercato mondiale. E l’Europa non ha attualmente neppure la struttura politica adeguata che sarebbe indispensabile per questo compito.

22. Se l’analisi che abbiamo svolto fin qui ha qualche fondamento, la vittoria di Trump dovrebbe allarmare alquanto quel che è rimasto del fronte democratico internazionale, almeno in Occidente. Dovrebbe allarmare anche e soprattutto i nostri democratici italiani. Cioè, quel gruppo eterogeneo di partiti e partitini più o meno di sinistra, che, nel tracollo di mezzo mondo, il massimo che stanno a fare è di concentrarsi sulla luminosa prospettiva del campo largo. Come già detto in esordio, si tratta di prendere atto ormai che il populismo funziona. Nelle democrazie più vecchie come in quelle più recenti. In ciò dobbiamo rivedere tutta la nostra storia recente. Il populismo che abbiamo sperimentato finora non è stato una parentesi. Non lo si può più considerare un incidente di percorso (come molti avevano fatto col primo Trump. O con il nostro Berlusconi che, erroneamente, abbiamo considerato come una storia lunga ma ormai conclusa[13]). Le mutazioni antropologiche delle democrazie hanno reso possibile questa nuova forma di populismo e l’hanno resa oltremodo efficace.

23. Oltretutto, i nuovi populisti sono in una botte di ferro, poiché i loro oppositori, chiamiamoli Sinistra, Democratici, oppure Progressisti, se vogliono restar tali, non possono usare lo stile e il metodo populista. Sarebbe paradossale combattere le tendenze anti democratiche usando stili e metodi antidemocratici. A meno che non si intenda adottare la prospettiva di Popper. Il quale sosteneva, appunto, che non si possono usare metodi democratici con gli anti democratici (quando Popper scriveva, però c’erano i nazisti). Credo che in linea teorica avesse perfettamente ragione. Soprattutto nel campo della politica internazionale. Tuttavia applicare oggi il metodo di Popper nelle democrazie populiste, per contrastare le tendenze anti democratiche, esporrebbe a gravi forme di conflittualità interna che non ci possiamo permettere. Sperando che la situazione non degeneri così tanto da rendere necessaria una reazione dura di resistenza.

Se non possiamo usare oggi il populismo contro il populismo, allora si tratta anche di considerare che il populismo di sinistra – di cui si è parlato fino alla noia[14] e di cui abbiamo ottimi esempi – è una palese contraddizione in termini, anche se momentaneamente e localmente può anche funzionare. La tentazione di combattere il populismo di destra alleandosi con il populismo di sinistra (tentazione ben presente nel nostro Paese) non tien conto del fatto che il metodo populista di per sé erode la democrazia. Sempre e comunque. I democratici allora sono con le spalle al muro. E lo saranno sempre di più. E ciò è divenuto perfettamente visibile. Stando così le cose, la destra populista vincerà sempre.

24. Come se ne esce? Occorre considerare, allargando un poco lo sguardo, che la mutazione antropologica di cui s’è detto ha prodotto, in sostanza, la evanescenza del citoyen. Gli elettori dei rassemblement populisti sono dei citoyen dimezzati.[15] Uso qui il termine originario francese citoyen per sottolineare il fatto che si trattava, sia teoricamente sia praticamente, di un tipo umano ben preciso. Quello che ha permesso la sostituzione della dimensione verticale della politica, la sudditanza, con la dimensione orizzontale, cioè la cittadinanza.[16] La costruzione del citoyen della democrazia ha richiesto un lungo percorso storico, assai faticoso e non privo di incognite. Erroneamente si pensa che il citoyen sia un dato di fatto, una specie di prodotto naturale. Basta esser nati in uno Stato nazionale e si è per ciò stesso cittadini. I marxisti poi hanno sempre pensato che il cittadino fosse un elemento sovrastrutturale superfluo, illusorio e ingannevole. Il cittadino sarebbe finito con l’eliminazione dello Stato nel comunismo. Invece il citoyen è un raro prodotto storico, un prodotto che può realizzarsi solo in determinate condizioni, attraverso una lunga fase di formazione, anche sulla base di precisi e generosi investimenti delle istituzioni pubbliche. Condorcet è stato uno dei primi a rendersi conto che i cittadini dovevano essere formati, costruiti come corpi artificiali.[17] Schiere di studiosi hanno esaminato con cura i contesti storici e culturali in cui questa formazione è stata possibile.[18] Ma sono stati per lo più ignorati.

In realtà, accade sempre che i citoyen rendono possibile l’esercizio della democrazia e a, sua volta, la democrazia esercitata dovrebbe produrre e riprodurre in forma allargata i citoyen stessi. Ebbene, si tratta di prendere atto del fatto che questi processi virtuosi stanno vistosamente smettendo di funzionare, almeno in ampi settori delle società democratiche. So che dalle nostre parti l’antiamericanismo pregiudiziale è ancora molto diffuso. Gli antiamericanisti cronici si stanno fregando le mani, ma costoro non si rendono conto che, furbi come sono, stanno segando proprio il ramo su cui sono seduti.

25. I partiti democratici nelle democrazie occidentali, quale che sia la loro tradizione, sono del tutto impreparati di fronte alla mutazione antropologica di cui s’è detto e all’insorgere del nuovo populismo. Questo perché il populismo erode la formazione dei loro i citoyen e li trasforma in una moltitudine di estranei, ciascuno chiuso nella sua bolla comunicativa, in costante ricerca di una appartenenza virtuale al mondo simbolico artificioso messo in piedi dal leader. In un simile contesto non è più possibile alcun dibattito pubblico razionale intorno al bene comune, come voleva Rousseau. Diventa impossibile una opinione pubblica come quella preconizzata da Habermas. Diventa possibile solo un’adesione individuale al “popolo” per lo più di carattere emotivo, sulla base di una informazione limitata e spesso distorta. L’adesione avviene per le motivazioni più eterogenee, sulla base di interessi per lo più particolaristici, legati a situazioni specifiche e subordinati alle miriadi di frammenti virtuali di discorso che si producono ogni giorno. Diceva Umberto Eco che, prima della rete, le chiacchiere da bar degli avvinazzati restavano tali e non facevano danni. Dopo la rete, qualsiasi chiacchiera, per quanto assurda, può essere riprodotta e ricevere milioni di Like!. Può cioè costituire un popolo, buono a tutti gli usi.

26. Se questo è vero, per le nostre forze democratiche, invece di continuare a concentrarsi sulla recita del campo largo, cui non crede più nessuno, e che comunque lascerebbe sempre vincere alla destra, si tratterebbe di prendere il toro per le corna. Si tratta di affrontare proprio quella mutazione antropologica di cui s’è detto, che sta dando ovunque il potere ai populisti. Le mutazioni non sono inesorabili. Ma intanto bisogna vederle, capirle e cominciare a combatterle. Non possiamo più permettere che i nostri citoyen siano sistematicamente corrotti (è proprio questo che avviene) e cadano nelle mani dei populisti come utili idioti.

Come si fa? Finché i democratici o progressisti saranno “sinistra ZTL”, per di più divisi, rissosi e privi di una cultura politica di qualche rilievo, non vinceranno mai e non combineranno niente di buono. Occorre una vera e propria rivoluzione culturale nel campo democratico. Le elezioni americane e le vicende dei Democrats americani come s’è visto, hanno parecchio da insegnare. Ma facciamo un esempio specifico, d’altro genere ma assai pertinente. Lo psicologo sociale Jonathan Haidt ha pubblicato una sua ricerca, davvero impressionante, che ha fatto discutere mezzo mondo.[19] È stata ora appena pubblicata in Italia. In soldoni, Haidt dimostra che l’uso dello smartphone e dei social da parte degli adolescenti produce danni gravissimi al loro sviluppo emotivo e cognitivo, fino a determinare un preoccupante aumento di disturbi psichiatrici e un aumento dell’autolesionismo e perfino del suicidio. Questo è un piccolo esempio di quello che ho chiamato mutazione antropologica. Ebbene, Haidt fa una serie di proposte radicali per ovviare alle problematiche denunciate. La più significativa, perfettamente fattibile, è proibire lo smartphone ai minori di 16 anni. Un piccolo passo per rientrare dalla mutazione. Ce la sentiamo?

27. Fuor di metafora, cosa possiamo fare per ricostituire i nostri citoyen? Si noti che è indubbio che si tratta di ricostruirli. Altrimenti saranno sempre pronti a seguire il primo Trump che passa. C’è un lavoro di lungo periodo che bisogna incominciare a fare, al di là delle contingenze della politichetta quotidiana. E questo lavoro possono farlo solo i democratici, quelli che sono rimasti. In primo luogo, i democratici devono riscoprire una cultura politica autentica della democrazia e devono fare una seria autocritica per quel che sono attualmente diventati. Secondariamente, si tratta di ricostruire la cultura civica della democrazia, quella che è stata devastata dalla mutazione antropologica e che rischiamo di perdere per sempre. In terzo luogo si tratta di ricostruire il capitale sociale, quella modalità relazionale fondamentale a livello locale che i populisti, nella loro illusione di unione totalizzante col popolo e col leader, distruggono sistematicamente. Cosa implica in pratica tutto ciò? Non ho spazio qui per affrontare la questione. Ci vorrebbe un altro saggio. Per intanto, sarebbe importante l’acquisizione di ciò che siamo andati sostenendo nella nostra analisi. Le elezioni americane ci stanno semplicemente spiegando che, senza un urgente e radicale cambiamento da parte dei democratici, non ci sarà più alcun futuro per la democrazia.

Giuseppe Rinaldi (06-18/11/2024)

 

 

OPERE CITATE

 

2024 Haidt, Jonathan, The Anxious Generation, Penguin Press, New York. Tr. it.: La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli, Rizzoli, Milano, 2024.

 2020 Henrich, Joseph, The WEIRDest People in the World, Farrar, Straus and Giroux. Tr. it.: WEIRD. La mentalità occidentale e il futuro del mondo, Il Saggiatore, Milano, 2022.

 1977 Inglehart, Ronald, The Silent Revolution, Princeton University Press, Princeton. Tr. it.: La rivoluzione silenziosa, Rizzoli, Milano, 1983.

 2018 Mouffe, Chantal, For a Left Populism, Verso, London. Tr. it.: Per un populismo di sinistra, Laterza, Bari, 2018.

 2017 Ricolfi, Luca, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, Milano.

 2022 Ricolfi, Luca, La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, Rizzoli, Milano.

 2024 Ricolfi, Luca, Il follemente corretto. L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite, La nave di Teseo, Milano.

 2021 Wagenknecht, Sahra, Die Selbstgerechten. Mein Gegenprogramm - für Gemeinsinn und Zusammenhalt, Campus Verlag GmbH, Frankfurt am Main. Tr. it.: Contro la sinistra neoliberale, Fazi Editore, Roma, 2022.

 

NOTE

[1] Questo saggio ha origine da una serie di appunti che ho preso mentre seguivo la maratona elettorale  del bravo Mentana (su La 7). A partire dall’evento in diretta, ho poi sentito l’esigenza di formulare una qualche spiegazione di quel che stava accadendo. Si tratta ancora di riflessioni grezze, che avranno bisogno di ulteriori approfondimenti. Ringrazio gli amici di Città Futura, con i quali ho avuto occasione di discutere l’esito elettorale americano. Naturalmente, la responsabilità di quanto qui sostenuto è solo mia.

[2] A questo punto sento il ruggito dell’imbecille di turno: «L’ho sempre detto io, che la democrazia non funziona!».

[3] Cfr. Inglehart 1977.

[4] Ne ho parlato in un mio saggio recente pubblicato su Città Futura. Cfr. sul mio Blog: Finestre rotte: Toh, chi si rivede. Etica e politica! .

[5] In un mio saggio del 2017 mi sono occupato in dettaglio del populismo. Cfr. Finestre rotte: I soggetti del populismo.

[6] Cfr. Ricolfi 2017 e Ricolfi 2022.

[7] Cfr. Wagenknecht 2021.

[8] Naturalmente mi riferisco alla antropologia culturale, sebbene alcuni studiosi abbiano sostenuto la presenza anche di inquietanti mutazioni di ordine psicofisiologico.

[9] Il riferimento va qui al comunitarismo nord americano, che è una filosofia ivi alquanto diffusa e che sostiene che i soggetti della democrazia non sono gli individui bensì le comunità, le quali devono ottenere dallo Stato il riconoscimento.

[10] Cfr. Ricolfi 2024.

[11] Il termine “pacifinto” è nato come termine spregiativo in occasione degli accesi dibattiti intorno alla guerra tra Russia e Ucraina e serviva a sottolineare il fatto che la volontà di pacificazione di costoro era tale da prescrivere la resa immediata dell’Ucraina (col rischio anche di una sua sparizione dalla carta geografica) e dunque tale da determinare una pace ingiusta, accettando come un dato di fatto la forza superiore della Russia (e i suoi dati per scontati interessi “imperiali”). Personalmente, pur criticando questo tipo di pacifismo, mi sono sempre rifiutato di usare questo termine, proprio per il fatto che esso veniva usato più come strumento di offesa che come strumento di analisi. Ora possiamo invece intravvedere effettivamente uno schieramento amplissimo di forze – a livello internazionale e a livello nazionale, di destra e di sinistra – che sosterranno questa posizione, ovviamente ai danni della autodeterminazione della Ucraina e ai danni di qualsiasi sopravvivenza dell’ONU. Dunque, poiché ormai il fatto c’è, il termine è destinato a divenire un termine descrittivo, perfetto descrittore dei tanti creduli promotori di una pace fasulla. Un altro motivo che mi ha indotto all’utilizzo descrittivo del termine è il fatto che i pacifinti della prima ora erano tutti intenti a predicare che qualsiasi invio di armi fosse sicuramente controproducente, da non farsi anche a costo di indurre, per ciò stesso, alla resa gli aggrediti. Ebbene, in seguito ai fatti di Gaza, non ho sentito nemmeno uno dei pacifinti - oltre alla dovuta condanna di Hamas - battersi per sospendere qualsiasi rifornimento di armi a Israele, visto l’uso che Israele ha fatto, sta facendo e farà di quelle armi. Più finti di così! Secondo costoro, mentre l’Ucraina non è legittimata a difendersi, Israele è legittimata a usare la forza “per difendersi” come meglio le aggrada, fregandosene del diritto internazionale e dell’ONU. Si è arrivati a sostenere che l’ONU sia antisemita. Che a Gaza e altrove ci sia stato un uso sproporzionato della forza non lo dico solo io. Su queste basi equivoche, si costruirà il trumputinismo nostrano. Prevedo già che qualcuno ci farà sopra un bel movimento e magari si presenterà anche alle elezioni.

[12] I pacifisti filotirannici sono quelli che concepiscono l’uomo in termini hobbesiani, come naturalmente incapace di vivere pacificamente. L’unica pace possibile, per costoro, è la sottomissione a un tiranno cui sono concessi tutti i poteri, compreso il potere di vita e di morte. Ci si aspetta la pace dal tiranno perché si ritiene che costui, avendo già tutto, non sia spinto a togliere la vita ai sottomessi. Tuttavia c’è il piccolo inconveniente di trovarsi a fare un patto con un tiranno, il quale a rispettare i patti non è tenuto. Beninteso, l’assolutismo hobbesiano è una rispettabile teoria politica, che poteva anche essere adeguata ai suoi tempi. La quale tuttavia pare non abbia mai garantito la pace. Ai tempi nostri, i pacifisti filotirannici rientrano nel prototipo dei servi del potere. Spesso, di mestiere, fanno a vario titolo gli intellettuali.

[13] Il berlusconismo è più vivo che mai. Meloni e Salvini ne sono i continuatori.

[14] Vedi Mouffe 2018. Ho sviluppato una critica alla nozione di populismo di sinistra nel mio saggio Populisti, Ircocervi e Sarchiaponi. Cfr. Finestre rotte: Populismi, ircocervi e sarchiaponi.

[15] So bene che affermazioni del genere possono condurre alla facile accusa di elitismo. Nelle mie parole non c’è alcun disprezzo morale nei confronti degli elettori populisti. C’è solo la costatazione che le loro scelte alimentano di fatto le tendenze antidemocratiche.

[16] La distinzione è di Steven Lukes.

[17] Per questo alcuni individualisti fondamentalisti hanno accusato la democrazia di essere totalitaria.

[18] Questi temi sono stati trattati da giganti del pensiero come Tocqueville e Max Weber. In ordine di tempo, si veda Henrich 2020.

[19] Cfr. Haidt 2024.




lunedì 13 maggio 2024

Toh, chi si rivede. Etica e politica!







 

1. Nell’Italia di questi giorni,[1] il discorso politico è sempre più contagiato da una serie di questioni che in un modo o nell’altro ruotano intorno all’etica. Ciò sta avvenendo in due sensi assai diversi ma complementari. Da un lato abbiamo una nuova ondata di trasgressioni e violazioni nel campo dell’etica pubblica. Queste sono dovute agli scandali dei politici, degli amministratori e dei dipendenti della PA nello svolgimento delle loro funzioni. Ma sono dovute anche alla implosione dei partiti, sempre più incapaci di svolgere le loro funzioni elementari, come la costruzione delle alleanze, la scelta delle candidature o la stesura dei programmi elettorali. Dall’altro lato, sembra che il discorso politico sia incentrato sempre più intorno a contenuti che si riferiscono a questioni etiche in senso lato. Il caso Vannacci ne è una compiuta esemplificazione. Siamo, cioè, alla presenza di una specie di deriva eticistica della politica. Come vedremo, in entrambi i casi non si tratta di un buon segno.

2. Sulle questioni di etica pubblica, registriamo oggi – come già alcuni decenni or sono – numerosi casi personali di politici accusati di avere violato i principi fondamentali dell’etica pubblica. Per costoro accade comunemente che sia denunciata l’incompatibilità con la funzione ricoperta, siano chieste le dimissioni. Oppure ancora, si proceda con vere e proprie inchieste della magistratura. Mentre scriviamo, un caso recentissimo è il rinvio a giudizio del ministro Santanché.[2] Ancor più recente è l’arresto del Presidente della Liguria, Giovanni Toti, assieme a un folto gruppo di amministratori e imprenditori, per una serie piuttosto grave di ipotesi di reato. Talvolta in questa casistica sono coinvolti anche i dipendenti della PA come, ad esempio, impiegati, forze dell’ordine o guardie carcerarie.

Ma non basta. Oltre ai casi personali, abbiamo sempre più la tendenza, da parte di gruppi o di singoli politici, all’occupazione delle istituzioni attraverso forme di potere personalistico, ben oltre quanto consentirebbe un appena decente spoils system. Questo ormai avviene in ogni campo, a livello di singoli ministeri, a livello regionale o, anche e soprattutto, a livello locale. Ma ciò accade anche a livello dei mezzi di comunicazione o delle istituzioni culturali. Abbiamo insomma la tendenza a una vera e propria feudalizzazione del potere grazie all’intraprendenza di una miriade di leader locali, spesso poco dipendenti dai partiti, che allargano la loro influenza sul territorio con metodi discutibili e tendono ad agire al di fuori di ogni controllo.

Ma non basta ancora. Un ulteriore effetto di questa situazione è lo scontro sempre più ampio e generalizzato del mondo della politica con la stampa e la magistratura. C’è una tendenza sempre più marcata da parte della politica a fabbricare ostacoli pretestuosi nei confronti di magistrati e giornalisti, onde impedire che di certi fatti sia data notizia, oppure impedire l’avvio e lo sviluppo stesso delle inchieste giudiziarie.[3] In generale, il ceto politico feudalizzato sopporta sempre meno le regole deontologiche cui dovrebbe invece sottoporsi, quelle che imporrebbero appunto di svolgere la propria funzione “con disciplina e onore”,[4] entro i limiti consentiti dalla legge.

Un’ultima ma non ultima questione, emersa dalla cronaca corrente, è la totale inettitudine dei partiti nel far fronte ai loro compiti più elementari che consistono nell’assicurare la funzionalità del sistema politico. Le direzioni dei partiti sembrano non dirigere proprio nulla. Da parte loro si moltiplicano sempre più atti di incoerenza e inspiegabili “mosse suicide”. I partiti sono oggi nelle mani dei potentati locali che fanno il bello e cattivo tempo, oppure nelle mani delle improvvisazioni dei loro leader personali. Non riescono a fare una politica credibile di alleanze, non riescono a fare le liste elettorali. Non sono neanche in grado di compilare decentemente i programmi elettorali. Chiedete ai rappresentanti dei vari partiti di farvi avere i loro programmi dettagliati in vista delle elezioni europee!

3. Mentre assistiamo a tutte queste disfunzioni nell’ambito dell’etica pubblica, non possiamo che registrare nel contempo l’introduzione selvaggia, sempre più ampia e pervasiva, di questioni etiche nel dibattito della politica. I nostri politici, invece di discutere di politica, come sarebbe opportuno, evocano continuamente questioni di tipo etico, per lo più in forma rozza ed elementare, per spingere il pubblico a schierarsi, per qualcosa e/o contro qualcosa. È di questi giorni la proposta di “attuazione” della legge 194/78 che consentirebbe alle Associazioni antiabortiste di intervenire direttamente nei consultori accanto al personale. Si tratta di un tentativo indiretto di mettere in discussione la libertà di decidere che oggi la legge riconosce alle donne. A destra e anche a sinistra (vedi il caso Tarquinio) ci sono quelli che, per tagliar corto, proclamano che «L’aborto non è un diritto». Si tratta di pure proclamazioni, che tuttavia intendono suscitare uno schieramento.

Va osservato, anzitutto, che questa tendenza a sbrodolare etica dappertutto non deriva da una qualche miracolosa conversione all’etica della nostra classe politica. Deriva bensì dalla scoperta, datata almeno da una trentina d’anni, che delle questioni etiche si può fare un uso efficace, soprattutto per mobilitare la propria parte politica e per screditare la parte avversa. Il discorso etico, quando sia opportunamente strumentalizzato, è in grado di creare schieramenti compatti, l’un contro l’altro armati.

Come vedremo nel corso della nostra analisi, non c’è alcuna contraddizione, c’è anzi una perfetta coerenza, tra questi due aspetti dell’abuso in campo etico. Entrambi si rifanno allo stile populista, oggi egualmente diffuso a destra come a sinistra e, soprattutto, al carattere sempre più estrattivo che i partiti e il sistema politico stanno assumendo. Di ciò tratterò ampiamente nelle conclusioni.

4. Prima di proseguire, è il caso di premettere alcune minime questioni di definizione. Che cosa intendo per etica. Rinuncio qui alla classica distinzione (che tuttavia per certi versi non ritengo del tutto inutile) tra etica e morale.[5] Il termine “morale” soffre oggi di un’ingiusta riduzione del suo campo semantico. Ciò è senz’altro dovuto al relativismo sempre più imperante.[6] Se le “regole morali” sono relative, come crede ormai la maggior parte dell’opinione pubblica, allora tutto può essere egualmente morale o immorale e le distinzioni in base alla moralità tendono a non avere più alcun senso. Per etica intenderò qui, assai riduttivamente, un complesso di regole (o anche una sola regola) fondato intorno a delle argomentazioni più o meno ampie e/o approfondite. Spesso anche solo fondato da vaghe intuizioni, da credenze o da altrettanto vaghi sentimenti. Darò dunque prevalenza all’elemento normativo contenutistico.

5. Cominciamo con l’etica pubblica. Poc’anzi ho usato il termine etica pubblica per indicare anzitutto quel campo in cui oggi si compiono innumerevoli trasgressioni, che occupano la gran parte della cronaca politica e che spesso sono indagate dalla magistratura. In effetti, si tratta di poco più di un campo. Purtroppo, soprattutto nel nostro Paese, l’etica pubblica è un po’ come l’araba Fenice: che ci sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa.

Non ci credete? Se cercate, ad esempio su Amazon, i titoli dei libri prodotti nel nostro Paese sull’etica pubblica, avrete qualche delusione. C’è di tutto e di più: testi sparpagliati sull’anticorruzione o sulla trasparenza, questioni di legalità nei più diversi settori degli affari, manuali di ogni tipo per i concorsi nella PA, tentativi sparsi di produrre codici etici per diversi settori della PA, saggi intorno a diversi scandali assurti all’onore delle cronache, progetti di educazione civica diretti agli insegnanti e ai ragazzi delle scuole, celebrazioni di eroi civici che si sono sacrificati per il bene comune.

Dall’eterogeneità dei suoi contenuti non è neppure ben chiaro se l’etica pubblica appartenga prevalentemente alla filosofia, al diritto o alle scienze sociali, o a tutte queste insieme. L’etica pubblica, evidentemente, non esiste come disciplina matura. Probabilmente non ha neanche un insegnamento universitario, visto che di manuali organici non ne esistono.[7] Utilizzare oggi, in questo Paese, la nozione di etica pubblica significa allora, più che altro, manifestare un’aspirazione a un minimo di fondazione teorica, la pretesa di una qualche organicità, la richiesta di definizione precisa del campo. E, forse, la speranza di arrivare, chissà quando, a una formulazione ampia e circostanziata di un’etica pubblica democratica.

6. Qualche dritta provvisoria tuttavia dobbiamo pur averla. Mi dilungo appena un po’ sulla questione, perché mi pare circolino molte idee confuse. Sotto l’incerto ombrello dell’etica pubblica mi sembra che, in forma provvisoria, possiamo utilmente collocare almeno tre ambiti principali.

Anzitutto, possiamo individuare un’etica pubblica in senso descrittivo (caso A). Si tratta di descrivere l’etica pubblica che c’è, in un certo preciso spazio, in un certo tempo. Eventualmente, si tratta anche di descriverne gli sviluppi storici. Si tratta di raccogliere dei fatti, dei documenti e di cercare delle spiegazioni. In quest’ambito sarebbe richiesta una metodologia empirica, attinente più che altro alle scienze storico sociali. Questo settore dell’etica pubblica dovrebbe anzitutto basarsi sulla statistica, sulle indagini di opinione, sui fatti di cronaca. Rientrano in questo campo molti studi intorno ai reati, alla corruzione, alla mafia, alle inefficienze, al degrado di talune zone del Paese, ai pubblici servizi, all’esercizio della cittadinanza, al capitale sociale e alla cultura civica. Nonché alla partecipazione elettorale e alla libertà di stampa. E poi studi su problemi particolari, magari anche come quello di Marcello Dei sulle scopiazzature scolastiche che, davvero con poco, possono spiegare molto del nostro costume nazionale.[8] La descrizione dell’etica pubblica potrebbe anche riguardare la dimensione psicologica soggettiva, il funzionamento dei valori, la formazione delle credenze e degli atteggiamenti in campo pubblico, il senso di identità nazionale, il patriottismo della Costituzione e così via.

Una conoscenza non episodica dei fenomeni legati all’etica pubblica è fondamentale, sia per conoscere lo stato delle cose sia per identificare i problemi e proporre riforme efficaci. Basti ricordare che un elevato tasso di violazione delle regole abbassa il livello della fiducia diffusa tra i cittadini, fino a rendere la vita sociale ingovernabile. Per questo, in questo campo, hanno un certo rilievo gli studi sulla fiducia nei confronti degli altri e soprattutto nei confronti delle istituzioni. Il prototipo di questi studi è stato senz’altro quello sul familismo amorale di Banfield, alla fine degli anni Cinquanta.[9] Secondo il Corruption Perceptions Index, l’Italia nel 2023 è stata collocata, su 180 Paesi, al 42° posto. Tanto per capire quali siano i nostri competitor, le mete che per noi oggi sono di fatto inarrivabili, ai primi 10 posti della graduatoria figurano Paesi come Danimarca, Finlandia, Nuova Zelanda, Norvegia, Singapore, Svezia, Svizzera, Olanda, Germania e Lussemburgo. Siamo piuttosto indietro anche sull’indice della libertà di stampa.

7. Abbiamo poi, secondariamente, un’etica pubblica intesa in senso prescrittivo (Caso B). Qui siamo in presenza di quella che, in senso stretto, sarebbe la deontologia politica.[10] Siamo in presenza di quelli che, nella oggi misconosciuta tradizione repubblicana, si dovrebbero chiamare doveri del cittadino e dei funzionari pubblici.[11] Di fatto, l’etica pubblica prescrittiva riveste sempre più importanza nella nostra vita associata perché ha a che fare con i doveri grandi e piccoli che abbiamo verso gli altri e, parimenti, con le aspettative, che legittimamente possiamo avere, circa i doveri degli altri nei nostri confronti. L’etica pubblica prescrittiva indica, tra l’altro, i comportamenti generalmente attesi da chi svolge un determinato ruolo pubblico.

Alcuni aspetti dell’etica pubblica sono ovviamente regolati dalla legge. In tal caso la violazione delle norme comporta conseguenze di ordine legale. Tuttavia molte norme relative all’etica pubblica hanno risvolti semplicemente morali. La loro violazione comporta al più una condanna morale da parte dell’opinione pubblica. Si tenga presente, tuttavia, che le condanne morali possono comunque avere delle conseguenze rilevanti per coloro che vi incorrono. Oggi è assai frequente la richiesta di dimissioni per chi sia incorso in un qualche tipo di condanna morale. Si tratta dunque di un ambito piuttosto sfumato, che comprende regole assai diverse, che vanno dalle semplici aspettative di ruolo a vere e proprie prescrizioni di tipo legale.

In un ambito intermedio tra questi due estremi, si collocano poi i cosiddetti codici etici (o anche codici deontologici) promossi a vari livelli da una miriade di gruppi, associazioni e istituzioni del settore pubblico. È questa una pratica, in ampia crescita, legata all’esigenza sempre più sentita di una specificazione precisa dei diritti e dei doveri in particolari settori. In questi codici, i comportamenti attesi e dovuti sono esplicitamente formalizzati. Anche in questo caso, la loro violazione può comportare conseguenze di vario tipo per gli appartenenti. Recentemente, la Segretaria del PD, essendosi accorta che nel suo partito alcuni procedimenti interni erano fuori controllo, ha invocato l’applicazione del codice etico interno. Non sappiamo con quale esito.

8. Dovremmo infine avere poi (caso C) un’etica pubblica in senso più propriamente disciplinare, di carattere teorico e critico. Si tratterebbe di un settore disciplinare di carattere filosofico, afferente alla etica pratica. L’etica pubblica disciplinare dovrebbe occuparsi dell’elaborazione di teorie in senso generale. Ad esempio potrebbe discutere e determinare i contenuti di un’etica pubblica democratica. Per avere un’idea di cosa possa ciò significare, mi sento di consigliare il libretto di Flores d’Arcais che s’intitola Il sovrano e il dissidente.[12] Una simile disciplina potrebbe, ad esempio, disquisire intorno alla cultura civica, ai diritti e ai doveri. Oppure intorno ai rapporti tra il pubblico e il privato Mi viene qui in mente, ad esempio, il classico caso di Mandeville, oppure Hirschman.[13] Molte analisi di etica pubblica si trovano nell’opera di studiosi come Norberto Bobbio, Gustavo Zagrebelsky o Giovanni Sartori. Alcuni studiosi della mafia come Pino Arlacchi, Diego Gambetta o Fabio Armao hanno sicuramente sviluppato, implicitamente, una serie di teorie interessantissime attinenti l’etica pubblica come disciplina teorica. C’è comunque molto da fare in quest’ambito.

9. A questo punto, per documentare il ritorno delle trasgressioni dell’etica pubblica da parte del mondo della politica (caso A) dovremmo far ricorso a una gran mole di dati e statistiche. Purtroppo i dati e le statistiche proprio non ci sono. Se ci sono, sono sepolti là dove un comune cittadino non riuscirebbe mai ad accedere. Questo tipo d’indagini non trova sponsor e finanziatori. Non trova audience, se non per gli aspetti scandalistici. Vediamo allora, nel nostro piccolo, tanto per consolarci, quel che si può desumere dalle cronache di queste ultime settimane.

Grazie alla cronaca, abbiamo compreso che le famose alleanze tra i partiti non sono tali, ma sono piuttosto ammucchiate di concorrenti interni che hanno la finalità di sopravanzarsi gli uni con gli altri. Anche a costo di procurare la sconfitta dell’alleanza stessa. Abbiamo compreso bene come le candidature alle elezioni non abbiano come oggetto la scelta dei migliori, secondo il criterio del merito, bensì comportino lo scontro tra i vari gruppi di potere che si contendono la supremazia nei partiti e sul territorio. Abbiamo così scoperto che i partiti hanno in realtà delle direzioni centrali assai deboli e sono nelle mani dei signori delle tessere, dei cacicchi e dei capibastone, nomi pittoreschi per mestieri sciagurati. Sappiamo che esiste ancora, a tutt’oggi, un mercato dove si fa la compravendita dei voti, dove il valore di un voto ammonta a una cinquantina di Euro. Una cena per due in pizzeria. Abbiamo imparato che lo stile mafioso è usato ormai anche dai nemici della mafia: il glorioso governatore Emiliano non ha esitato a usare un perfetto stile mafioso a proposito della “protezione” accordata al suo Assessore. Del resto le collusioni tra mafia, politica e affari continuano imperterrite e la loro pratica, tanto per cambiare, è stata estesa oggi anche alle regioni del Nord, che si credevano immuni.

Abbiamo poi dovuto registrare un fittissimo cambio di casacca di numerosi politici, non solo a livello parlamentare ma anche ai livelli locali. Si tende oggi, dopo essere stati eletti, a cambiare formazione anche solo per un piatto di lenticchie. Con ogni evidenza, l’appartenenza politica ormai è qualcosa di eminentemente estrinseco e strumentale. La carriera politica non si fa più dentro a una formazione politica, bensì saltando spregiudicatamente da una formazione all’altra. Inoltre, il conflitto d’interessi sembra essere sempre più generalizzato, tanto che non ci fa caso più nessuno. La Santanché, ad esempio, non sarebbe neanche dovuta diventare ministro del Turismo per il suo conflitto di interessi, essendo Lei imprenditrice proprio nel campo del turismo. Lo stesso vale per il sottosegretario Sgarbi oggi dimissionario e sotto inchiesta. Il quale, evidentemente per i suoi meriti, è stato perfino ricandidato dal suo partito alle prossime elezioni europee. Il riciclaggio degli altrimenti impresentabili è un’altra tendenza pericolosamente in aumento. L’elenco di quel che abbiamo imparato potrebbe essere alquanto allungato, ma penso possa bastare.

10. Da dove viene tutta questa porcheria? In attesa di studi organici, in termini empirici e descrittivi, tutto quel che possiamo fare, noi qui, è di delineare sinteticamente gli sviluppi storici recenti della questione dell’etica pubblica nel nostro Paese. Guardando appena indietro nella nostra storia recente, emerge senza dubbio il macigno di quel complesso di eventi che è stato definito come Tangentopoli. In altre parole, l’inchiesta Mani Pulite, la quale, a partire dal 17 febbraio 1992 (data dell’arresto di Mario Chiesa) ha sconquassato il sistema dei partiti della Prima Repubblica. Tuttavia, già ben prima di Mani Pulite, Enrico Berlinguer, tra il 1979 e il 1981, aveva posto all’attenzione dell’opinione pubblica proprio la questione morale. La questione di cui parlava il leader comunista era una questione strettamente deontologica. Berlinguer denunciava una serie di degenerazioni del personale politico e dei partiti, soprattutto di quelli governativi. In un’intervista a Eugenio Scalfari – cito da Wikipedia – definì la questione morale come «l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, i quali oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela, privi di ideali, senza sentimento e passione civile».

11. Perché i fatti di Tangentopoli? Sul piano interpretativo, le cose in termini generali sono abbastanza chiare. La storia della Prima Repubblica e, in particolare, la situazione della Guerra fredda hanno in pratica contribuito a bloccare la classe politica, preservandola da qualsiasi avvicendamento e ricambio. In tal modo ne hanno accentuato la propensione alla corruzione. Il fatto poi che controllati e controllori in gran parte coincidessero ha fatto il resto. Si noti che, in gran parte, i corrotti di Tangentopoli rubavano non per arricchire se stessi, bensì rubavano per il partito. I corrotti di Tangentopoli erano sorpresi di essere inquisiti. Avevano per lunga tradizione ormai la certezza dell’impunità. Avevano perfino una notevole stima di sé come benefattori della loro causa. C’è un famoso discorso con cui il tanto celebrato Craxi ha chiamato in correità tutti i parlamentari di tutti i partiti. La questione morale viene dunque da lontano.

Indubbiamente, Tangentopoli ha prodotto un enorme scossone nell’opinione pubblica, ponendo all’ordine del giorno proprio la questione dell’etica pubblica e, indirettamente, la questione dei costi della politica e quella del suo rendimento. In quel frangente emerse dai cittadini la domanda pressante di una riforma radicale della politica che avrebbe dovuto introdurre nuove regole, bloccare la corruzione e fare pulizia delle mele marce. Per rispondere a questa domanda di pulizia, a partire dalla metà degli anni Novanta, si affrontarono molte questioni, seppure in modo del tutto raffazzonato e episodico. I temi affrontati furono quelli del finanziamento pubblico dei partiti, della legge elettorale locale e nazionale, dell’abolizione degli enti inutili, di una serie non ben definita di riforme istituzionali (tra cui il monocameralismo e la diminuzione del numero dei parlamentari). Quello che seguì fu, insomma, un processo di auto riforma della politica che tuttavia non fu mai ben strutturato e soprattutto non fu mai terminato. Si è trattato di un processo caotico e farraginoso e, soprattutto, reticente. Nulla o quasi si fece, infatti, sulla riforma dei partiti, i quali erano stati in realtà il centro propulsore della corruzione. Ci si concentrò sulla questione dei finanziamenti ai partiti, quando il problema era costituito dall’assenza di una loro regolamentazione pubblica[14] e di un sistema stringente di controlli. Era evidente anche la loro più totale assenza di democrazia interna.

Da allora nulla è cambiato. Berlusconi, proprio in quegli anni, s’inventò il partito proprietario, e in ciò fu seguito da altri, senza che alcuno gridasse allo scandalo. Non si giunse inoltre mai a regolare il conflitto d’interessi che in tal modo fu sempre più radicato e pervasivo, fino a oggi. Si ebbe forse qualche successo nella lotta alle collusioni tra mafia, politica e affari, soprattutto grazie a una certa mobilitazione popolare e all’impegno e al sacrificio di pochi eroici servitori dello Stato. Tuttavia neanche qui si trattò di una vittoria definitiva, poiché è un fatto che oggi la mafia si stia espandendo a macchia d’olio, dalle regioni originarie verso il Centro e il Nord.

12. Sono passati più di trent’anni dal 1992 e forse abbiamo il diritto – e magari anche il dovere – di fare un bilancio. Nonostante il forte chiacchierare di questione morale e di etica pubblica, e le rutilanti contrapposizioni tra le forze del bene e le forze del male, le tre grandi novità della politica della Seconda Repubblica (La Lega Nord, Forza Italia e il M5S) non sono affatto riuscite a moralizzare la vita pubblica, non sono riuscite a incanalare in un ambito deontologico accettabile il comportamento dei politici a tutti i livelli. Non hanno affatto risanato i partiti, che anzi sono stati abbandonati alle più varie degenerazioni e sperimentazioni. Gli altri partiti, i residui della Prima Repubblica, erano in pesante declino e alcuni di loro erano decisamente con le ossa rotte, in seguito alle inchieste giudiziarie. Invece del rinnovamento, si ebbe la disgregazione progressiva in frammenti sempre più piccoli e instabili. Insomma, i vecchi e i nuovi hanno fallito miserabilmente tutte le riforme della politica che hanno tentato. La vergognosa posizione del nostro Paese sull’Indice della percezione della corruzione è un verdetto implacabile circa i pessimi risultati ottenuti.

Inutile dunque soffermarsi nel dettaglio sul fallimento, nel campo dell’etica pubblica, di Berlusconi e del berlusconismo, com’è inutile soffermarsi sulle cadute etiche della moralizzatrice Lega Nord (dai bilanci allegri fino al diploma del Trota).[15] Il M5S-II, rinnovato nel 2021, dopo una crisi melodrammatica, è oggi un partito diverso rispetto alle origini, anche se ha mantenuto lo stesso nome. Forse ha sviluppato una minor corruzione al proprio interno, ma la sua articolata e tanto strombazzata “riforma della politica” (tutti ricordiamo il famoso apriscatole esibito in Parlamento) non ha minimamente funzionato e continua a non funzionare. Ci si dovrebbe ricordare dei contenuti del “movimento” originario, organizzato intorno al Blog di Grillo e alla piattaforma digitale di Casaleggio. Non sto neanche ad esaminare in dettaglio le imprese di riforma della politica tentate dal PD, dove brilla il fallimento clamoroso della riforma costituzionale renziana, affossata anche dai suoi stessi alleati di sinistra. Oggi è senso comune diffuso che il PD, il principale partito di opposizione, abbia urgente necessità di una radicale riforma interna. L’attuale Segretaria, eletta proprio per questo scopo contro la burocrazia delle tessere, sembra tuttavia non essere in grado di farlo.

La storia però non finisce qui. In perfetta linearità con tutti questi fallimenti, ora il centro destra – degno erede di tutta questa miseria ed eletto il 25 settembre 2022 con il contributo sostanziale della sinistra – sta proponendo agli italiani, ahimè, l’ennesima grande riforma della politica, quella che dovrebbe essere finalmente risolutiva, sotto la forma cioè dell’autonomia differenziata e della riforma del premierato. La storia che abbiamo raccontato non sembra proprio stare dalla sua parte.

13. Sono cose risapute, certo. Il solo il fatto di metterle tutte in fila produce tuttavia un effetto davvero impressionante. Mettendo in fila tutto ciò siamo in grado davvero di individuare il nodo fondamentale che, da almeno trent’anni, soffoca il nostro Paese e gli impedisce di crescere. Si tratta proprio dello scarsissimo rendimento generale della politica. È quasi banale riconoscere che lo sviluppo di un Paese dipenda essenzialmente dalla qualità delle sue istituzioni e dalla qualità delle istituzioni politiche in particolare.[16] Quando la politica fa male il suo lavoro, o proprio non fa il suo lavoro, viene danneggiata la società nel suo insieme. Lo scarsissimo rendimento della politica viene indirettamente pagato da tutti i cittadini, che vedono costantemente tarpate tutte le potenzialità di sviluppo. La storia generalmente ci restituisce tutti gli errori che abbiamo fatto, ma non ci dice gran ché di tutte le opportunità che abbiamo gettato al vento, per noi e per le generazioni future. L’inefficienza della politica è la pesante zavorra che ci impedisce di crescere.

Ne fanno testo alcune semplici evidenze. Il debito pubblico in continua crescita, lo stato sempre più precario dei servizi pubblici, tra cui la sanità. Il disastroso bonus “110 per cento” che ha pesato e peserà sui bilanci per molto tempo a venire. Abbiamo poi l’incredibile vicenda del pessimo utilizzo dei fondi del PRNN.[17] Dovuto anche al fatto che disponiamo di una Pubblica Amministrazione farraginosa ed arretrata, neanche capace di gestire i progetti di spesa. Possiamo aggiungere l’interminabile questione della riforma della giustizia. Anche la questione fiscale è del tutto irrisolta e ciò nonostante si continuano a fare condoni per favorire gli evasori. Non parliamo poi di politica estera e di politica europea. Va riconosciuto che i pochi aspetti di modernizzazione che abbiamo introdotto, e stiamo introducendo obtorto collo, derivano proprio dalle pressioni esterne della Unione Europea. Il campo della politica italiana continua così ad avere il carattere di una istituzione estrattiva[18] ai danni dei cittadini. I quali si lamentano continuamente ma continuano a tollerare e ad alimentare il meccanismo estrattivo stesso.

Nello stesso tempo, in questi trent’anni è stata messa in atto una colossale attività di diseducazione civica, nei confronti dei giovani e dei cittadini di tutte le fasce sociali, che ha abbassato gli indici di fiducia nei confronti delle istituzioni, ha abbassato gli standard della moralità pubblica, ha allontanato gli elettori dalla politica, peggiorato nettamente la qualità della classe politica, consegnato il Paese al populismo becero e ignorante. E distrutto quello straccio di capitale sociale di cui ancora disponevamo alla fine della Prima Repubblica. Di fronte a questo complessivo bilancio fallimentare trentennale, i fatti di cronaca spicciola, cose come le vicende della Santanché o di Sgarbi, dell’uomo con la pistola, o l’improvvido Emiliano che raccomanda il suo assessore alla mafia, i cacicchi e capibastone del PD, i voti comprati a cinquanta euro, i continui cambi di casacca degli eletti sembrano soltanto innocenti bruscolini.

14. Possiamo passare ora alla seconda questione, già delineata in sintesi nell’introduzione. Nonostante il più che trentennale tracollo della politica italiana nel campo dell’etica pubblica, se ci fate caso, nel dibattito politico quotidiano si discute continuamente di questioni etiche o di questioni che con l’etica hanno una stretta relazione. Incredibile ma vero. Le questioni etiche hanno finito per invadere lo spazio della politica. Si tratta di un fatto relativamente nuovo, e per certi versi preoccupante, che è stato assai poco notato dai commentatori.

Anche in questo caso, per capirci qualcosa, dobbiamo tornare a Tangentopoli. Più che la riforma della politica, tanto ventilata ma mai veramente realizzata, fu proprio l’antipolitica di quegli anni a determinare una sorta di nefasta torsione etica del discorso politico. Si smise di discutere degli ideali, della modernizzazione del Paese, delle grandi riforme, dei rapporti tra Stato e mercato e tra pubblico e privato, dei diversi modelli alternativi di società, dello sviluppo economico e delle prospettive per il futuro e ci si cominciò ad accapigliare sui buoni e i cattivi, sugli onesti e i disonesti, su noi e quelli diversi da noi.

Con la fine della Guerra fredda e, in Italia, con la fine della Prima Repubblica, non c’è stata alcuna efficace riflessione intorno alla politica, per adeguarla alla nuova condizione, nazionale e internazionale. Fu questo il vero disastro lasciatoci in eredità – un velenoso regalo d’addio – dal vecchio mondo della Repubblica dei partiti. Le ideologie politiche col loro rispettivo sottofondo di etica pubblica, sono semplicemente state abbandonate. Sono finite nel dimenticatoio. Al più sono divenute elementi rituali sempre più sterili. Ci hanno raccontato che, finalmente, eravamo approdati all’epoca della fine delle ideologie, all’epoca post ideologica. Invece di una revisione della politica effettuata proprio sul piano stesso del discorso politico, siamo scivolati sempre più avventurosamente su un terreno primitivo, opposto alla politica, sul terreno antipolitico. Questo è il periodo in cui i nuovi contenuti di carattere etico elementare hanno sostituito le complesse argomentazioni politiche cui i cittadini della Prima Repubblica erano in qualche modo abituati.

15. Le prime due imprevedibili novità politiche della Seconda Repubblica – sempre di loro si tratta, la Lega Nord di Bossi e Forza Italia di Berlusconi – nascevano su un terreno propriamente etico elementare. Si pensi alle tirate berlusconiane sulla libertà (che non avevano proprio nulla a che fare con la politica liberale) o contro i comunisti (che ormai non esistevano più), o al penoso patriottismo da stadio di “Forza Italia”. O al “Contratto con gli italiani”. La Lega Nord nasceva, a sua volta, da una altrettanto elementare reazione antimeridionale, che tendeva a nobilitare le qualità morali della gente del Nord. Una reazione di pancia, come si dice. I politici oppressori del popolo erano tutti meridionali (e stavano dal fiume Po in giù). Chi non ricorda lo slogan «Roma ladrona» messo al posto dei seriosi dibattiti sulla Questione meridionale che avevano occupato il secolo precedente. Fu proprio a partire da un antimeridionalismo razzista e di maniera che si produssero grandi cose come il progetto della secessione padana e l’ideologia comunitaria etnocentrica, quella dei celtici cornuti e delle ampolle del Dio Po. Chiarendo con ciò definitivamente che il Paese, un’effettiva identità nazionale non l’ha mai avuta. E continua a non avercela.

Appena una generazione più tardi, lo stesso fenomeno primitivo, antipolitico e post ideologico, darà vita al movimento di Grillo (si ricordi l’elegantissimo Vaffa), che proponeva anch’esso una piattaforma politica elementare, le cinque “stelle”, unita a una rilettura della politica stessa in chiave di etica elementare. Si pensi al direttismo, il mandato imperativo dei “portavoce”, lo slogan “uno vale uno”, il disprezzo della politica come professione, il non statuto, il movimento e la rete come spazio politico democratico alternativo. Ma anche a contenuti specifici, come i costi della politica, oppure la riduzione del numero dei parlamentari. Sembravano dire «Noi siamo i migliori, noi abbiamo capito come va il mondo, noi siamo il futuro, il resto è porcheria».

Insomma, abbiamo avuto tre nuove forze politiche che, con la scusa della riforma della politica, hanno di fatto svolto il compito di fare a pezzi quel che era rimasto della politica dopo la fine della Guerra fredda. Caratteristica generale tipica di queste tre forze antipolitiche era quella del rifiuto delle ideologie (del resto si era in pieno postmodernismo) e della sostituzione delle ideologie con l’appello, appunto, a principi etici elementari (o anche etno-etici). Così furono orgogliosamente mandati al macero il repubblicanesimo, il liberalismo, la democrazia, la socialdemocrazia. Anche la tradizione federalista, quella autentica, fu maciullata. Non solo, anche il complesso dei diritti e delle garanzie. E i diritti umani in particolare. Ricomparve prepotente il razzismo, dapprima contro i meridionali e poi contro gli immigrati e gli islamici. L’antifascismo, la Costituzione e i simboli nazionali furono sberleffati. Non va dimenticato neppure il sovranismo, un vero attentato contro il progetto federalista di costruzione dell’Unione Europea. Si rilegga il Manifesto di Ventotene, per rendersi conto della distanza abissale che intercorre tra la prospettiva etico – politica di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e le cialtronerie leganordiste.

Da quegli anni di volgarità, le grandi correnti del pensiero politico contemporaneo e i principi fondamentali della nostra civiltà giuridica hanno smesso di trovar posto nel curricolo formativo e nel linguaggio dei giovani, dei cittadini e dei politici. Al loro posto un’interminabile querelle spettacolare contro i magistrati, colpevoli di essere i persecutori dell’Unto dal Signore. Inutile dire che non si trovarono solerti difensori della politica e delle istituzioni presso i vecchi partiti della Prima Repubblica, presso la gloriosa classe operaia ormai in disarmo o presso il cosiddetto popolo. E i risultati li vediamo oggi che quei giovani politicamente diseducati sono divenuti quarantenni e stanno prendendo in mano il Paese come dei dilettanti, capaci oltre a tutto di danneggiare non solo gli altri ma anche e soprattutto se stessi.

16. Non basta però stare ai fatti. Occorre anche cogliere più in generale la profonda trasformazione, avvenuta in quegli anni, nei rapporti tra etica e ideologie politiche. Prima, in un passato indeterminato, c’erano le religioni. Interiorizzare l’etica religiosa (cioè la morale religiosa – qui il termine “morale” funzionava ancora) era d’uopo. Anche perché non farlo poteva essere alquanto rischioso. Non che la morale religiosa venisse di fatto seguita sempre, ma non c’era molto da discutere nel merito. Si rischiava l’eresia, la scomunica, la condanna. La nascita di una moralità di tipo laico, accanto a quella religiosa, è stato un processo lungo e faticoso. Si pensi a Montaigne e a Machiavelli. A Galileo e a Voltaire. Poi, a partire dal Settecento, ci sono state le ideologie. Il repubblicanesimo, il federalismo nord americano, il costituzionalismo, il contrattualismo, il liberalismo, la democrazia, il socialismo e tutte le loro complesse combinazioni successive. Le ideologie – che erano sistemi di pensiero piuttosto ampi, compatti e articolati – avevano anch’esse di fatto un’etica incorporata. Infatti, c’è chi ha detto che le ideologie fossero, più o meno, delle religioni laiche. Ogni ideologia aveva un proprio pacchetto etico incorporato. Se ti professavi liberale, era ovvio che dovevi avere un minimo di commitment per l’etica liberale. Se eri comunista, in qualche modo ti riferivi all’etica comunista (per quanto fosse controversa). E così via. Il nostro Maurizio Viroli ha riscoperto e riproposto, con i suoi studi e i suoi interventi, la nobile e poco praticata etica repubblicana.[19] Da parte sua, il cattolicesimo democratico faceva continuo riferimento all’etica cattolica, anche se spesso la sua osservanza lasciava alquanto a desiderare. Certo, ci furono anche le degenerazioni ideologiche totalitarie, ma furono appunto degenerazioni. Non è proprio il caso di mettere sullo stesso piano Mazzini o Giolitti con Mussolini e Hitler.

C’erano ovviamente delle discussioni, dei contrasti, perché le ideologie erano numerose e agguerrite. Tuttavia i dibattiti inter ideologici, quando si facevano, erano spesso di alto livello e si giovavano di specialisti riconosciuti e di tutte le migliori risorse della cultura alta. Le differenze di opinione erano esaminate con cura, erano accuratamente argomentate. È pur vero che, via via che si scendeva a livello popolare e ultra popolare, si ritrovavano le semplificazioni, le falsificazioni e gli slogan a carica emotiva. Tuttavia ogni corrente politica le argomentazioni buone le aveva e, all’occorrenza, poteva sfoderarle. C’erano valorosi intellettuali al lavoro. I dibattiti parlamentari lo testimoniavano. E anche i giornali e le riviste. La questione morale posta da Berlinguer non nasceva dal nulla. Così ancora aveva funzionato, nel bene e nel male, la Repubblica dei partiti.[20]

17. Il fatto è che l’etica oggi corrente, l’etica dei tempi nostri, non è più quella di una volta. Con l’accantonamento delle religioni e poi delle ideologie, i pacchetti etici preconfezionati hanno smesso di essere elaborati e coltivati dalle rispettive centrali intellettuali e di essere recapitati al grande pubblico. E hanno smesso di essere insegnati, memorizzati e interiorizzati. Non sono neppure più facilmente riconosciuti. Hanno perso cioè ogni rilevanza pubblica. Sono stati zittiti. La svolta, in Italia, anche in questo caso, s’è avvertita più o meno con la fine della Prima Repubblica, che coincide con la fine della Guerra fredda. Per tutta la Prima Repubblica c’erano ancora, sparse per il Paese, le comunità etico politiche, come quelle descritte da Scoppola.[21] Magari erano già in crisi, ma c’erano ancora.

A partire proprio dai primi anni Novanta – Berlusconi, sempre lui, ne fu il principale promotore – si è cominciato a parlare di deregulation. Si noti che con questo termine non ci si riferiva soltanto al laissez faire liberista, bensì anche e soprattutto al costume pubblico e financo a quello privato. Insomma, ci si poteva finalmente liberare dalle regole. Se per la Lega Nord i problemi del Paese erano dovuti ai meridionali, per Forza Italia erano dovuti all’eccesso di regole che tarpavano la libertà del singolo. Questo fu il “liberalismo” berlusconiano. Ognuno era così autorizzato a confezionarsi la propria etica custom. In base a regole che non potevano mai essere di ordine universale ma che venivano sempre adattate alla situazione. Una specie di cialtronesco casuismo gesuitico (oggi il casuismo è condannato anche dai gesuiti!). Eravamo oltre tutto in una situazione in cui la distinzione tra pubblico e privato stava subendo gravi e preoccupanti stiramenti.[22] Ciò che era pubblico poteva diventare privato e ciò che era privato poteva facilmente diventare pubblico. La privatissima Ruby rubacuori divenne la “nipote di Mubarack”, cioè un caso di Stato. Con tanto di ratifica del Parlamento. Non a caso Berlusconi ebbe a che fare, per tutta la sua carriera, col conflitto di interessi e con la magistratura. Berlusconi fu il primo a scrivere il proprio nome nel simbolo del partito di sua proprietà. E il suo nome, nonostante tutto, sta ancora lì, ampiamente imitato da tanti altri. Berlusconi, grazie alle sue televisioni e a un certo numero di giornali addomesticati, impose così al Paese una specie di etica fai da te che aveva al centro il relativismo e, nel contempo, la trasgressione. Un’etica estemporanea, superficiale e strumentale. Adattabile a tutte le situazioni, capace dei lassismi e dei fondamentalismi più estremi.

 Abbiamo così assistito a un impressionante caso di sostituzione etica. Le complesse argomentazioni etiche sono diventate slogan brevi, spesso confezionati dai pubblicitari, da memorizzare e ripetere incessantemente, sostituibili e intercambiabili. Il discorso pubblico e il dibattito in campo etico sono diventati contrapposizioni di slogan. Senza più nemmeno alcun obbligo di coerenza, visto che, poco a poco, è caduto anche ogni obbligo di ricordare il giorno dopo quel che s’era dichiarato il giorno prima. A mettere il cappello a questo luminoso trend furono poi gli intellettuali postmoderni. Alcuni direttamente assoldati da Berlusconi stesso, altri, decisamente volenterosi, hanno fatto il loro lavoro completamente gratis. Ad esempio, nel 2009 usciva un libretto di uno dei nostri più celebrati filosofi nazionali dal titolo, davvero emblematico, di Addio alla verità.[23]

18. Su questa eticizzazione della politica si è basato il populismo berlusconiano che si è poi diffuso presso tutti i movimenti, i partiti, ed è divenuto rapidamente il solo vero costume politico nazionale. Ben prima dell’americano Donald Trump. La sola vera etica reale diffusa, esattamente come il socialismo reale. Il M5S di Grillo e Casaleggio si è limitato, una generazione dopo, a cucinare gli ingredienti che Berlusconi aveva già preparato. Sotto questo profilo, il M5S non si rende conto di quanto deve proprio a Berlusconi.

All’interno del populismo trovano posto, ancora oggi, gli echi di quei pacchetti etici estemporanei che hanno spopolato pur valendo il tempo di uno slogan. Volete degli esempi? Vediamo un piccolo elenco, un po’ a caso. Ognuno, sul filo della memoria, può farsi la sua antologia personale. Si pensi, ad esempio, al già citato pacchetto di «Roma ladrona», al pacchetto sovranista ai tempi di Steve Bannon, oppure a «Aiutiamoli a casa loro», magari condito con il «blocco navale». Oppure, ancora, al più recente pacchetto etico dei NoVax[24] che fu sostenuto da importanti filosofi italiani. Apprendiamo in questi giorni che un noto NoVax si appresta a essere eletto a Bruxelles: non si getta mai via nulla. Non si può non prendere poi in considerazione anche le cose di bioetica spicciola, come «Basta con “Genitore 1” e “Genitore 2”. Tutti i bambini e tutte le bambine devono avere un papà e una mamma». Oppure «La famiglia naturale deve essere composta da un uomo e una donna». Oppure ancora che «L’utero in affitto è un crimine universale».

Non si pensi soltanto a temi di portata generale. Anche «Mettere fuorilegge la farina di insetti» e «Proibire la carne sintetica» sono esattamente prescrizioni di etica elementare. D’altronde sappiamo bene che da sempre i tabù alimentari sono tipici delle religioni. Abbiamo poi l’ossessione della difesa della casa e della proprietà: «La sinistra vuole tassare la casa» e poi «Se un malintenzionato entra in casa mia ho il diritto di sparargli». Lo ricordate Salvini che suona al citofono e chiede «È qui che si spaccia?». Per attaccare i magistrati, s’insinua che questi potrebbero essere degli squilibrati e se ne deduce che si debba «sottoporre i magistrati a un test di personalità». E che dire di «Ricordatevi di Bibbiano!», dove la sinistra fu accusata di sottrarre i figli ai legittimi genitori. Sulle tasse ci sarebbe un vagone di citazioni, da «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani» fino alle tasse che sarebbero un «Pizzo di Stato». Oppure ancora: «Quelli che pigliano il reddito di cittadinanza sono dei mantenuti». Ma anche: «Giudici e giornalisti non possono violare la privacy». O ancora «L’aborto non è un diritto!», oggi condiviso, come abbiamo già ricordato, oltre che dal ministro Roccella, anche dal candidato del PD Tarquinio. L’impressione che si ricava è quella di una continua mobilitazione dell’opinione pubblica su questioni distorte, ingannevoli, labili o inesistenti, che hanno veramente poco a che fare con la politica propriamente intesa.

19. Ma la cosa ha contagiato anche la sinistra (anch’essa sensibile al populismo) la quale tuttavia ha mostrato forse minor fantasia. Ha tuttavia perso un sacco di tempo a rintuzzare quanto prodotto dai pubblicitari di Berlusconi, lasciandogli comunque quasi sempre l’iniziativa, cioè l’Agenda, come si dice. Interessante, sebbene un po’ controproducente, fu «Anche i ricchi devono piangere». Oppure «I soldi si prendono dove sono». Più recentemente circola con insistenza una proposizione normativa del tipo: «Devolvere le spese militari a favore della sanità». Oppure, di fronte alla situazione internazionale altamente contorta come quella che si profila: «Noi siamo per la pace». Anche lo «Smettetela!» rivolto a Russia e Ucraina è un bel capolavoro, facendo a meno di distinguere tra aggredito e aggressore. Bellissimo poi «L’ha detto anche il Papa!», che va bene per tutto. Personalmente, assolverei però completamente «Le tasse sono belle» di Padoa Schioppa, in quanto estrema sintesi di un sacrosanto principio di etica pubblica democratica. Per venire ai tempi nostri, si pensi al pacchetto quasi esclusivamente etico di Santoro e della sua nuova formazione politica Pace, Terra e Dignità. Si badi bene che anche il recentissimo ritornello: «Rifiuta di dirsi antifascista» fa parte dello stesso stile riduzionista.

 20. Mi soffermo qui in particolare su due esempi di semplicismo etico populista di sinistra, ma solo perché se ne parla in questi giorni. Il fatto che la Schlein non abbia proprio inteso il significato del nome nel simbolo, e abbia dovuto essere pesantemente consigliata a toglierlo, la dice lunga sui limiti oggettivi dei nuovi politici quarantenni. Il fatto poi che, comunque, Schlein si farà votare almeno in una circoscrizione e poi non andrà a ricoprire il seggio in Europa, la dice lunga sul deficit in termini di etica pubblica che ormai è così diffuso che non se ne accorge più nessuno. E non per il fatto banale, come dice qualcuno, che ingannerebbe gli elettori (i quali in realtà sanno benissimo cosa farà o non farà la Schlein) ma per l’implicita demolizione del principio fondamentale della democrazia rappresentativa. Che ci siano dei principi che sono fondamentali, dunque inviolabili, non frega più niente a nessuno. Berlusconi docet. Lui che anche da morto ha il nome nel simbolo.

Un altro caso legato alle liste è quello della candidatura di Ilaria Salis nelle liste dell’Alleanza rosso verde. Con tutta la solidarietà che si può avere per la nostra concittadina Ilaria Salis, è evidente che questa iniziativa costituisce uno sfregio nei confronti dell’etica pubblica democratica. Il principio della democrazia rappresentativa qui è usato strumentalmente per correggere il mal funzionamento della giustizia ungherese, oppure per dare una lezione a Orban.[25] Oppure, ancora, per una riparazione della pur grave ingiustizia subita dalla Salis. Si evidenzia qui fino a qual punto sia giunto il disprezzo delle istituzioni europee nella testa di Fratoianni, Bonelli e compagnia bella. Ma la cosa piace ai loro elettori, perché anch’essi condividono lo stesso disprezzo antipolitico per la rappresentanza democratica. O forse – sarebbe ancor peggio – pensano di usare la candidatura della Salis per passare lo sbarramento del 4%? Anche in questo caso avremmo un volgarissimo uso strumentale dell’istituto della rappresentanza.

Abbiamo poi, sempre di questi giorni, Calenda il quale ha dichiarato di non candidarsi, salvo poi cambiare idea la settimana successiva. Abbiamo anche Renzi, il quale ha deciso di candidarsi e ha detto che, a differenza degli altri, lui a Bruxelles ci andrà. Evidentemente, in questa politica odierna, chi fa una cosa normale brilla come una stella. Comunque il costume non è nuovo. Anche nelle precedenti elezioni europee le candidature di facciata sono state assai numerose. Il primo a candidarsi in Europa e poi a non andare a Bruxelles fu sempre Berlusconi. Un vero pioniere. A chi volesse chiarirsi le idee sulla democrazia rappresentativa, consiglio l’ottimo saggio di Bernard Manin.[26]

21. Perché tutta questa porcheria funziona benissimo? Per capirlo bisogna soffermarsi un momento intorno alla nozione della frattura etica. In talune situazioni, diverse proposizioni normative si organizzano più o meno come dei macro pacchetti, dotati di una qualche elementare coerenza al proprio interno. Non siamo al livello delle vecchie ideologie. Diciamo che potrebbero essere definiti come i loro surrogati. Questi pacchetti – ammesso che si configurino con un minimo di chiarezza – potranno essere compatibili tra loro oppure trovarsi in contrapposizione, definendo delle linee di frattura nette tra i loro sostenitori. Si tratta di una frattura non più in base a caratteristiche tangibili (reddito, classe sociale, istruzione ricevuta, …) e a precisi interessi, bensì in base a quel che i singoli hanno in mente. Le linee di frattura mentali sono assai più manipolabili di quelle sociali reali. Non si confrontano mai con la realtà.

Queste linee di frattura saranno anche e soprattutto linee di confine tra diversi mondi etici. Coloro che si ritrovano in accordo col medesimo pacchetto avranno la sensazione di condividere alcuni principi di fondo, di trovarsi a casa propria, di essere ap-paesati nel proprio mondo etico. Coloro che si trovano collocati in pacchetti diversi e contrapposti, avranno la sensazione di una forte estraneità reciproca. Addirittura avranno la sensazione che gli appartenenti al diverso pacchetto possano costituire una minaccia. I diversi da noi potranno di conseguenza essere etichettati negativamente, sviliti, derisi, insultati, aggrediti e combattuti con tutti i mezzi. Le fratture etiche funzionano approssimativamente come le fratture etniche e possono avere effetti devastanti.

22. Un esempio davvero plateale di questo uso politico della frattura etica è quanto sta accadendo intorno alla candidatura del generale Roberto Vannacci da parte della Lega per Salvini Premier. Il libro di Vannacci costituisce, nel suo complesso, un pacchetto etico altamente distintivo che riguarda una pluralità di questioni eticamente sensibili. Questioni riguardanti la figura e il ruolo della donna, la sessualità, il confine tra la normalità e la anormalità nei campi più diversi, l’identità nazionale e il nazionalismo, il colore della pelle, l’immigrazione, la composizione delle classi scolastiche e così via. Chi scrive ha letto il libro attentamente il libro di Vannacci e non ha potuto fare a meno di notare il livello elementare delle argomentazioni e l’assoluta superficialità della trattazione dei singoli argomenti. Tuttavia gli argomenti sono strategicamente organizzati per costruire esattamente una frattura radicale tra una macchietta della modernità (il mondo che va “al contrario”) e una collezione raffazzonata di valori e credenze decisamente antimoderne, le quali, se adottate, servirebbero finalmente a fare andare il mondo nel verso giusto.

L’opposizione – avendo poco da dire per conto suo – sta passando il tempo a chiosare, una per una, le sparate di Vannacci, dandogli probabilmente una rilevanza che non merita.[27] Comunque, il libro e la propaganda di Vannacci stanno costruendo con un certo successo una linea di frattura tra destra e sinistra. È così efficace nel produrre spaccature che sta dividendo anche quelli di destra, tra moderati e radicali. Il caso Vannacci è ben lungi dal costituire un unicum. Vadano i lettori a vedere quali sono i pacchetti etici diffusi tra i seguaci di Trump. La credenza nella sostituzione etnica, diffusa anche nella destra europea, oppure il complotto del Deep State contro la rielezione di Trump. La congiura della cabala internazionale, oppure le altre bizzarre teorie di QAnon.

In tema di etica pubblica, ci sarebbe piuttosto da ragionare sugli aspetti deontologici del comportamento di Vannacci in quanto militare, cioè dipendente pubblico. Si vuol sottoporre ai magistrati il test MMPI-II per verificare il loro equilibrio personale e poi si permette a un alto ufficiale di debordare da suo ruolo come più gli aggrada.

23. Possiamo a questo punto enunciare una specie di piccola legge sociologica che deriva da quel che abbiamo evidenziato finora. E che può servire da guida nell’interpretazione di questo tipo di fenomeni. Le fratture etiche saranno quanto più nette (e potenzialmente violente) quanto più bassa sarà la qualità cognitiva delle argomentazioni espresse intorno alle rispettive posizioni. E quanto più alta sarà la componente di intuizioni, sentimenti e credenze ad alimentare la frattura stessa. Se è vero che il populismo tende a semplificare e a usare l’emotività al posto delle argomentazioni razionali allora – in un’epoca di populismo come l’attuale – le fratture etiche saranno sempre più efficaci. Gli appartenenti ai diversi pacchetti etici troveranno facilmente dei capibanda (quelli che altrove ho definito leader tossici),[28] che useranno proprio le linee di frattura etica in senso divisivo, con lo scopo di consolidare le loro posizioni di potere. Vai a fare delle alleanze in situazioni come queste!

24. Per concludere, vorrei fare un ultimo sforzo per cercare di capire il vero problema di fondo che emerge da quanto abbiamo detto finora. Come mai, da trent’anni almeno, nel nostro Paese, la politica ha un pessimo rendimento – così pessimo da distorcere o da bloccare lo sviluppo della società stessa – e perché tutti i tentativi di riforma della politica hanno fallito miserevolmente. E perché continueranno a fallire.

La risposta sta, implicitamente, nel circolo vizioso per cui la riforma della politica non può che dipendere dalla politica stessa. Si tratta del paradosso ben noto del codino del Barone di Münchhausen. Il Barone, in sella al suo cavallo, deve passare oltre una palude e racconta: «… caddi dentro fino al collo nel fango. Senza fallo vi sarei dovuto morire, se la forza del mio braccio, afferrandomi per il codino, non mi avesse estratto dalla melma assieme al cavallo che stringevo forte tra le ginocchia».[29] Il problema che si pone qui ovviamente è quello della autoreferenzialità.[30] Ci si domanda se la politica, che ha il potere di cambiar tutto, possa cambiare anche se stessa. Alla luce degli ultimi trent’anni, la risposta è un secco No.

25. Per evidenziare il nocciolo della questione, userò alcuni concetti presi in prestito dalla teoria istituzionalista dello sviluppo di Daron Acemoglu, autore, insieme a James Robinson, di Perché le nazioni falliscono.[31] Acemoglu e Robinson sono economisti e sono particolarmente interessati a spiegare le cause ultime dell’incapacità cronica di talune nazioni di uscire dal circolo vizioso del sottosviluppo. Userò i loro concetti per spiegare il fenomeno analogo che qui ci interessa, cioè l’incapacità cronica della politica italiana di uscire dal circolo vizioso del suo sempre più scarso rendimento.

Secondo i due studiosi, che si basano sull’analisi di un’ampia casistica anche di tipo storico, il fattore determinante dello sviluppo o del sottosviluppo è in ultima analisi costituito dalle istituzioni. Sono le istituzioni a governare le società. Dunque ci sono istituzioni che hanno il potere di favorire oppure di scoraggiare lo sviluppo. Acemoglu e Robinson distinguono così due tipi di istituzioni, le istituzioni estrattive/ estorsive e le istituzioni inclusive.[32]

Le istituzioni estrattive, in generale, sono istituzioni che consentono a individui o a particolari gruppi di potere di mettere le mani arbitrariamente sui beni prodotti dalla collettività. In presenza di simili istituzioni, i singoli individui, sottoposti a una tacita, costante e prevedibile forma di estorsione, non avranno alcuna possibilità e alcun interesse ad adottare tutti quei comportamenti e tutte quelle misure che favoriscono lo sviluppo. Le istituzioni inclusive sono invece quelle che garantiscono attivamente l’autonomia dei soggetti individuali, permettono una remunerazione proporzionale alle capacità e agli sforzi e, quindi, sono in grado di favorire l’iniziativa individuale, l’imprenditorialità e lo sviluppo.

26. I partiti italiani, come s’è visto, si comportano da almeno trent’anni come tipiche istituzioni estrattive. I partiti raccolgono voti e i voti si tramutano in posizioni di potere nelle istituzioni e, dunque, determinano gli indirizzi di governo. Tuttavia, nelle istituzioni estrattive, coloro che occupano le posizioni di potere, invece di svolgere il loro compito di governo “con disciplina e onore” a beneficio dei cittadini, degli elettori e della collettività, sono costantemente impegnati nella riproduzione e nell’accrescimento delle loro stesse posizioni di potere, attività per cui consumano gran parte delle risorse che hanno a disposizione. Costoro svilupperanno una consumata capacità mantenersi al potere invece della capacità di governare a beneficio della collettività. Questa è la causa ultima fondamentale del cronico basso rendimento della politica italiana.

È chiaro che i singoli cittadini, gli elettori o i militanti – coloro cioè che hanno ceduto il loro voto, o la loro militanza, ai partiti estrattivi e che non hanno ottenuto nulla in cambio o che sono stati addirittura danneggiati in quanto cittadini – tenderanno alla defezione e a lasciare così il campo ai carrieristi che hanno voglia di intraprendere la lotta oligarchica per ricoprire le posizioni che contano, quelle posizioni dove si comincia ad avere dei dividendi di varia natura, per sé o per i propri sodali. I carrieristi ovviamente saranno indotti a usare il potere loro consegnato per accrescere sempre più la loro stessa capacità estorsiva. Insomma, un vero e proprio processo di auto selezione degli estorsori.

Poiché, in ultima analisi, la posta in gioco per la sopravvivenza è il voto, il partito estrattivo avrà principalmente due strade davanti. A) tenderà a raccoglier voti dando in cambio merce illusoria, cioè in ultima analisi il nulla. Le cose più simili al nulla sono i simboli, il senso di appartenenza, l’identificazione col leader, oppure l’identificazione con un principio etico, con uno slogan, oppure ancora la denigrazione della parte avversa e la mobilitazione intorno a questioni inesistenti. B) Tenderà a raccoglier voti elargendo in cambio mance elettorali di corto respiro, con la mera logica della clientela. Fino a comprare esplicitamente i voti. Chi accetta la mancia elettorale avrà certo nel breve periodo un tangibile vantaggio. Tuttavia nel lungo periodo sarà anch’esso danneggiato, in quanto cittadino, dalla cronica inefficienza della politica che si instaura e mantiene con questo stesso sistema. Dal punto di vista del partito estrattivo naturalmente è meglio se esso riuscirà a fare entrambe le cose insieme. Macchine del vuoto e distributori di mancette elettorali. Questo è tutto ciò che gli estrattivi fanno e sono spinti a continuare a fare, con grande professionalità. Altro che politica.

27. I partiti estrattivi possono permettersi di disseminare ovunque la loro merce scadente perché, di fatto, considerati nel loro complesso, sono dei monopolisti. Nel caso delle istituzioni politiche, o del sistema politico stesso, è chiaro che non c’è concorrenza esterna. Non ci si può rivolgere a un altro fornitore di politica. L’unico fornitore concorrente potrebbe essere la mafia e, in effetti, ad essa ci si rivolge sempre più spesso. Purtroppo anche la mafia è un’istituzione estrattiva.

L’unico sistema politico che abbiamo è esattamente quello che c’è. Il pubblico può protestare,[33] come sta facendo continuativamente da Tangentopoli in qua, tuttavia senza ottenere alcun risultato. Oppure può defezionare, usando l’astensione. Ma la defezione sarà soltanto un gesto espressivo, non fermerà il processo estrattivo in corso e non alzerà certo il rendimento del sistema. Al momento buono i cittadini saranno comunque chiamati a votare. Saranno chiamati a scegliere i propri estorsori. E ciò avverrà indipendentemente dalla consapevolezza o meno dei singoli. È questa ormai una caratteristica oggettiva del sistema.

Compariranno così i faccioni sui manifesti elettorali, con qualche slogan striminzito, senza dibattito, senza programmi,[34] intanto tutti ormai danno per scontato che i programmi non avranno alcun seguito. Le posizioni di potere che mal decideranno, o non decideranno affatto, del nostro futuro sono quelle già prestabilite. Qualcuno le ricoprirà senz’altro e finirà sicuramente per perseguire finalità che comunque non coincideranno col bene comune, perché il basso rendimento delle istituzioni politiche produrrà comunque sottosviluppo, disservizi, sprechi e danni. Perché il circolo vizioso del processo estrattivo è ormai in moto e non può che andare avanti.[35] Lo spettacolo deve continuare. Quel che sta appena emergendo dall’inchiesta sul “sistema ligure” è una perfetta illustrazione del meccanismo.

28. Da Tangentopoli in qua, l’enorme protesta del pubblico nei confronti dei partiti politici, del sistema politico e delle istituzioni politiche[36] è stata completamente svuotata e ritualizzata. Usata per i fini opposti. E così sarà per l’attuale protesta. In cambio abbiamo avuto solo sproloqui a sfondo etico e cervellotiche sperimentazioni di riforme della politica, tutte miseramente fallite. Abbiamo allevato una marea di furbetti che si sono acquartierati con comodo per sviluppare le loro attività estrattive. Abbiamo assistito a trent’anni di espedienti gattopardeschi, a innumerevoli promesse di cambiar tutto con il risultato di lasciare le cose come prima. Se non peggio. L’inefficienza della politica nel nostro Paese è ormai un dato di fatto assodato. Completamente inemendabile. Costituisce oggettivamente una zavorra, un’enorme tassa obbligatoria con prelievo alla fonte, alla quale nessuno può sfuggire. Cara e simpatica Giorgia, questo è il vero «pizzo di Stato»! E lo paghiamo proprio a tutti, sia a quelli del governo sia a quelli dell’opposizione.


Giuseppe Rinaldi (11/05/2024)

 


OPERE CITATE

2012 Acemoglu, Daron & Robinson, James, Why Nations Fail, Crown Publishers, New York. Tr. it.: Perché le nazioni falliscono, Il Saggiatore, Milano, 2013. 

1958 Banfield, Edward C., The moral Basis of a Backward Society, Free Press, Chicago. Tr. it.: Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna, 1976.

2024 Boeri, Tito & Perotti, Roberto, PNRR. La grande abbuffata, Feltrinelli, Milano.

2011 Dei, Marcello, Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane, Il Mulino, Bologna.

2004 Flores d’Arcais, Paolo, Il sovrano e il dissidente. La democrazia presa sul serio, Garzanti, Milano.

1970 Hirschman, Albert O., Exit, Voice and Loyalty, Harvard University Press, Cambridge. Tr. it.: Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato, Bompiani, Milano, 1982.

1982 Hirschman, Albert. O., Shifting Involvements. Private Interest and Public Action, Princeton University Press, Princeton. Tr. it.: Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna, 1983.

2004 Lakoff, George, Don’t Think of an Elephant: Know Your Values and Frame the Debate!, Chelsea Green Publishing. Tr. it.: Non pensare all’elefante!, Internazionale, Roma, 2006.

1997 Manin, Bernard, The Principles of Representative Government, Cambridge University Press. Tr. it.: Principi del governo rappresentativo, Il Mulino, Bologna, 2010.

1991 Scoppola, Pietro, La Repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia, Il Mulino, Bologna.

2009 Vattimo, Gianni, Addio alla verità, Meltemi, Roma.

1999 Viroli, Maurizio, Repubblicanesimo, Laterza, Bari.

2008 Viroli, Maurizio, L’Italia dei doveri, Rizzoli, Milano.

1988 Watzlawick, Paul, Münchhausen Zopf Oder Psychotherapie und “Wirklichkeit”, Verlag Hans Huber, Bern. Tr. it.: Il codino del Barone di Münchhausen. Ovvero: psicoterapia e “realtà”, Feltrinelli, Milano, 1989.

 

NOTE

[1] Il contenuto di questo saggio riguarda alcune questioni che ho avuto modo di dibattere in ripetute occasioni  con gli amici di Città Futura. Ringrazio i miei interlocutori per avere riportato la mia attenzione su questi problemi. Per situare le notizie di cronaca che riporto, ho cominciato a scrivere il 29/3. Preciso di non avere usato alcuno strumento di AI per la redazione di questo saggio.

[2] Il Ministro del Turismo è stato rinviato a giudizio per truffa all’INPS. Sul suo capo pende anche l’accusa di falso in bilancio.

[3] Non intendo sostenere, con ciò, che stampa e magistratura non abbiano limiti, colpe o responsabilità. Si tratta di accertarle con rigore. Il più delle volte tuttavia le accuse nei loro confronti sono pretestuose.

[4] Dalla Costituzione: «Art. 54. Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge».

[5] La morale, tradizionalmente, costituirebbe il contenuto normativo. L’etica sarebbe invece il discorso filosofico intorno alla morale. Insomma, la morale sarebbe il prodotto dell’etica.

[6] Il relativismo è una componente rilevante della filosofia postmoderna che oggi è diventata una specie di senso comune di massa.

[7] A mia conoscenza, nel nostro Paese, sul piano filosofico si sono occupati dell’argomento, peraltro episodicamente, filosofi come Veca, Maffettone e Viano. Altri, come Bobbio, Sartori o Zagrebelsky se ne sono occupati indirettamente nel contesto filosofico o politologico.

[8] Cfr. Dei 2011.

[9] Cfr. Banfield 1958.

[10] Ricorda Wikipedia che la deontologia, dal greco δέον e λογία, è letteralmente lo “studio del dovere”, cioè la trattazione filosofico-pratica delle azioni doverose e la loro codificazione. Questo termine ha oggi nell’ambito dell’etica una qualche ambiguità di fondo. Da un lato serve a designare le etiche del dovere, cioè le etiche simil kantiane. Così è, soprattutto nel mondo anglosassone. D’altro canto, a partire da un uso relativamente recente, il termine serve a indicare l’insieme delle prescrizioni che dovrebbero guidare il nostro comportamento pratico, in una varietà di casi, soprattutto nell’ambito pubblico, soprattutto nel campo delle professioni, ma non solo. Così intesa la deontologia, da corrente generale dell’etica, è stata confinata nell’etica pratica. Solo dal contesto è possibile evincere quale uso se ne sta facendo.

[11] Cfr. Viroli 2004.

[12] Cfr. Flores d’Arcais 2004.

[13] Cfr. Hirschman 1982.

[14] L’Art. 49 della Costituzione è tuttora inattuato e tutti fanno finta di non accorgersene.

[15] Si rammenti che la Lega Nord ha terminato la sua storia politica nel 2017. L’attuale partito che è succeduto, che si chiama per intero Lega Nord per Salvini Premier, è forse anche peggio della precedente.

[16] Mi riferisco qui alla teoria istituzionalista di Acemoglu e Robinson. Vedi oltre.

[17] Si veda in proposito Boeri & Perotti 2024.

[18] Il concetto di istituzione estrattiva è stato elaborato da Daron Acemoglu (uno dei più prestigiosi economisti a livello mondiale) e spiega perfettamente quello che fanno in realtà i partiti nel nostro Paese. Ne discuterò ampiamente in chiusura del saggio.

[19] Cfr. Viroli 1999.

[20] Si osserverà che si trattava di pacchetti etici preconfezionati, da prendere o lasciare. Che concedevano poco spazio all’autonomia individuale. Insomma, indottrinamenti. Che erano – come si dice – poco rispettosi delle molteplici “sensibilità” individuali. In effetti, in margine alle etiche ideologiche preconfezionate furono realizzate varie sperimentazioni, proprio sul filo della sensibilità individuale. Si pensi ad esempio al caso di Don Milani in campo cattolico. O al caso di Norberto Bobbio in campo laico. La fine delle ideologie avrebbe dovuto dare spazi mai visti alle molteplici sensibilità etiche individuali. Tuttavia, se ci guardiamo intorno, oggi non scorgiamo miriadi di sperimentatori, equivalenti morali di un Bobbio o di un Don Milani. Come mai?

[21] Cfr. Scoppola 1991.

[22] Si veda in proposito Hirschman 1982.

[23] Cfr. Vattimo 2009.

[24] In un mio ampio saggio, ho mostrato la profondità e la pericolosità di questo pacchetto. Si veda Finestre rotte: Novax. Gli ultimi eredi della filosofia occidentale .

[25] Lo stesso discorso vale anche per i pochi casi precedenti, quando ad esempio fu candidato Enzo Tortora. È bene ricordare che anche la sedicente Cicciolina fu candidata dai radicali come rappresentante del popolo.

[26] Cfr. Manin 1997.

[27] Cfr. Lakoff 2004.

[28] Si veda il mio precedente saggio Finestre rotte: Finestre rotte: La sinistra italiana e l’arte di pettinare le bambole .

[29] Da Wikipedia.

[30] Sull’uso del paradosso di Münchhausen e della nozione di autoreferenzialità nelle scienze umane si veda Watzlavick 1988.

[31] Cfr. Acemoglu & Robinson, 2012.

[32] Nella traduzione italiana del libro è impiegato il termine italiano estrattivo che corrisponde all’inglese extractive. Si noti tuttavia che il termine inglese extractive possiede anche il significato di estorsivo che, in taluni casi del nostro discorso, sarebbe stato più appropriato. Quando lo riterrò opportuno, userò anche il termine estorsivo.

[33] Qui uso le categorie di Hirschman della lealtà, defezione e protesta. Cfr. Hirschman 1970.

[34] Siamo a poco dalle elezioni e la maggior parte dei partiti estorsivi si è accapigliata per le liste, per i nomi nel simbolo, ma non si è neppure data la pena di scrivere i programmi per l’Europa.

[35] Secondo Acemoglu e Robinson, si può anche permanere indefinitamente nel circolo vizioso del sottosviluppo. Sono questi i casi del sottosviluppo cronico, ampiamente reali e ben documentati. Tuttavia in certe circostanze (altrettanto reali e ben documentate) – sebbene più raramente – si possono rompere i circoli viziosi e si può imboccare una strada virtuosa verso lo sviluppo. Ciò però avviene, secondo i due Autori, soltanto in seguito all’insorgenza di una qualche congiuntura critica. Le congiunture critiche possono essere eventi fortuiti favorevoli, ma possono essere anche di tipo catastrofico. Non ho spazio qui per esaminare in dettaglio la questione. Tornando ai partiti, nel nostro Paese, non c’è neppure uno straccio di consapevolezza che ci sia, appunto, un qualche circolo vizioso da rompere.

[36] Ci sono dei perfetti sprovveduti (soprattutto nel campo dei media e anche tra certi studiosi) che concludono, a questo punto, che la democrazia  non funziona. Personalmente sono convinto che la democrazia di per sé funzioni benissimo. Ha i suoi problemi quando è messa nelle mani sbagliate ed è usata per altri scopi.

 





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