1. Non è chiaro[1] perché ci siano in giro così numerose false
credenze che hanno una notevole forza di penetrazione e che, dopo un po’, le
condividono tutti. Forse perché sono soltanto verosimili. O forse anche perché
sono diffuse da fonti a torto ritenute autorevoli. Qualcuno le chiama memi. Dan Sperber si è addirittura
lanciato – meritoriamente – a ragionare intorno a una epidemiologia delle credenze.[2] In effetti, certe credenze si
diffondono in modo irresistibile, quasi come per contagio. La credenza di cui mi vorrei occupare è quella per cui i
notevoli progressi della scienza e della tecnologia dei nostri tempi starebbero
riabilitando numerose vecchie idee che a torto erano state considerate ormai
sorpassate. Si tende a ritenere, in altri termini, che i nuovi risultati delle
più recenti ricerche scientifiche non siano poi così tanto nuovi, e che
studiosi e filosofi del passato, oggi ingiustamente trascurati, li avessero già
preceduti o anticipati. Costoro avevano in realtà visto giusto e, finalmente,
le nuove acquisizioni li stanno riabilitando. Come vedremo, in realtà spesso
non è così. Spesso accade che la somiglianza tra le vecchie idee e le nuove
acquisizioni sia più apparente che reale.
2. È il caso di precisare che condivido pienamente l’epistemologia fallibilista di Popper,
dalla quale deriva che nessuna teoria può essere rigettata definitivamente. Una
teoria può essere rigettata solo fino a prova
contraria. Per cui può benissimo accadere che idee cadute nel discredito
per lungo tempo possano essere riabilitate. In linea puramente di principio, è
possibile dunque che l’astrologia possa
un giorno essere riabilitata. Potremmo magari anche riabilitare la frenologia, magari quando la nostra
conoscenza del funzionamento del cervello sarà più avanzata. Così ci sono buone
speranze anche per l’argomento ontologico
di Anselmo d’Aosta, oppure per l’eterno
ritorno dell’identico di Nietzsche. Aspettiamo fiduciosi. Dopo Popper, a niente
e a nessuno si può negare la possibilità
teorica di una riabilitazione.
3. Oggi vorrei trattare in particolare dell’idea diffusa secondo
cui la teoria evoluzionistica darwiniana, la biologia e le neuroscienze
starebbero confermando la tesi di fondo contenuta nella Critica della ragion pura di Immanuel Kant, cioè la tesi per cui le
forme a priori contenute nella nostra
mente costituirebbero[3] la nostra
esperienza del mondo. Kant stesso ha definito questa tesi come idealismo trascendentale. Oggi dell’idealismo
trascendentale non se ne parla più di tanto, ma tanti sembrano morire dalla
voglia di riabilitare gli a priori e
gli schemi della CRP.
4. L’idea generica che sta dietro alla tesi di Kant è che il
nostro Mondo non sia qualcosa di oggettivo, ben distinto e indipendente da noi,
ma che in realtà sia costruito da noi
(= costituito), dalla nostra mente, attraverso le varie forme a priori o schemi, di cui essa è dotata.
Questa tesi, più in generale, può essere anche definita come costruttivismo. Essa intenderebbe andare
oltre il senso comune, secondo il quale noi vivremmo invece in un mondo di cose
che sono del tutto indipendenti da noi e dalla nostra mente. Insomma, la realtà
sarebbe in parte o completamente una costruzione del soggetto, e magari tutto ciò
potrebbe avvenire anche inconsapevolmente. Questa tesi ha avuto una enorme
fortuna, fino a tutto il Novecento, soprattutto nella filosofia continentale.[4] Ne consegue che le teorie costruttiviste siano oggi piuttosto familiari a chiunque si
sia interessato appena un po’ di divulgazione scientifica e di filosofia.
5. È però il caso di osservare subito che il costruttivismo si
presenta (semplificando un poco la questione) in due versioni opposte che
chiamerò costruttivismo forte e costruttivismo debole. Secondo il
costruttivismo forte (quello che può essere attribuito a Kant e a molti
filosofi continentali dopo di lui), tutta
la nostra esperienza (= il fenomeno) è costruita da noi grazie ai nostri
schemi e a priori. Secondo il
costruttivismo debole, invece, soltanto alcuni
aspetti, peraltro piuttosto circoscritti, della nostra realtà sono effettivamente
costruiti da noi. In quest’ultimo caso si tratta allora di entrare nel merito e
specificare cosa sia effettivamente costruito da noi e cosa invece sia
indipendente da noi. Sono queste questioni che oggi attengono alla ontologia, quella disciplina filosofica
che, secondo W. V. O. Quine, è impegnata a rispondere alla domanda «Che cosa c’è?».
6. Non dovrebbe sfuggire la rilevanza della distinzione qui
proposta. Il costruttivismo forte si spinge a sostenere che tutto è in qualche modo costruito da noi
(= dal soggetto o eventualmente da un soggetto analogo più grande di noi che ci
comprende). Il che significa, come conseguenza minima, che tutto quel che c’è sarebbe soltanto una mera nostra rappresentazione. Quella che chiamiamo realtà sarebbe più che altro una nostra
illusione. Siamo proprio noi a produrre, magari inconsapevolmente, questa
illusione e poi ce la ritroviamo di fronte come se fosse un Mondo vero. Questa
natura illusoria della nostra realtà sarebbe inevitabile e ad essa di norma non
possiamo sfuggire. In questa situazione, è chiaro che la verità (=l’obiettivo
della conoscenza) diventa pressoché solo una riflessione del soggetto. La conseguenza più ovvia di una simile
situazione è il relativismo. Ci sono
solo punti di vista che, come tante monadi, si equivalgono. Qualora il soggetto
sia considerato come sovra individuale, avremo il suo opposto, e cioè l’assolutismo.
7. Il costruttivismo debole ha invece una prospettiva
ontologica diametralmente opposta. Pur ammettendo che qualcosa è costruito dal soggetto, esso ritiene che il soggetto sia
comunque posto di fronte a una oggettività che lo limita. La realtà in cui il
soggetto è immerso non sarebbe affatto una rappresentazione. Il costruttivismo
debole è dunque del tutto compatibile con una qualche prospettiva realistica e con una qualche teoria della verità come corrispondenza. Siccome ci
sono dei fatti collocati in un mondo esterno, vero è ciò che corrisponde ai fatti.
8. La pretesa riabilitazione
della tesi di Kant contenuta nella CRP, di cui mi occuperò in questo saggio
si basa su un argomento decisamente farlocco che a questo punto, spero, sia
divenuto ben chiaro e comprensibile: siccome le scienze ci stanno mostrando, in
alcuni ambiti piuttosto circoscritti, il costruttivismo debole all’opera, allora
ci sentiamo autorizzati a vedere costruzioni ovunque e ad avallare così il costruttivismo
forte. Oppure possiamo sentirci spinti a considerare il costruttivismo forte
come fosse un costruttivismo debole. In entrambi i casi tendiamo a riesumare
Kant e ad adottare la CRP come la nostra divisa d’ordinanza.[5]
9. Il costruttivismo debole si basa senz’altro su svariati risultati
delle scienze guadagnati in diversi ambiti. Anzitutto, abbiamo la realtà sociale. Tutti o quasi gli
aspetti del mondo sociale sono altamente costruiti da noi. Si vedano su questo
punto i lavori di John Searle. In particolare Searle 1995. Ma la cosa qui è
abbastanza ovvia. Un altro ambito rilevante è quello della genetica. Il codice genetico evoca l’idea di uno schema innato che
viene trasmesso e che ci costituisce
da capo a piedi e determina anche come vediamo il mondo. Ciò che consideriamo
realtà è ciò che il nostro codice genetico ci fa vedere. Le neuroscienze mostrano ogni giorno i correlati neurali di funzioni che invece
tradizionalmente erano attribuite alla libertà dello Spirito.[6] L’ipotesi è
che i processi neurali finiscano per determinare molti dei nostri
comportamenti. Lo studio del comportamento e delle funzioni cerebrali dei neonati della nostra specie, e di altre
specie animali, mostra sempre più marcatamente come il cervello appaia del
tutto predisposto, fin dalla nascita, a rispondere con intelligenza all’ambiente,
come sia dotato cioè di schemi cognitivi innati. La teoria della evoluzione stessa mostra come le diverse specie ereditino dai predecessori i loro
pacchetti di schemi selezionati, con i quali possono adattarsi all’ambiente.
10. La conclusione piuttosto confusa che si può trarre da
questa marea di dati è che, in generale, la nostra esperienza del mondo (= il
fenomeno) sia resa possibile (o addirittura sia interamente governata) dagli schemi
ereditati. Dunque si è spinti a concludere che in fondo Kant aveva visto
giusto. Kant non poteva conoscere nulla di genetica ed evoluzione ma aveva
intuito la verità. Egli viene dunque come minimo considerato come un precursore
di tutti questi sviluppi. In realtà, come vedremo, tutte queste evidenze
rientrano ancora nell’ambito di un costruttivismo debole. E hanno con la tesi dell’a priori di Kant solo una vaga analogia.
11. Il problema allora è quello di distinguere accuratamente cosa è costruito da noi e invece cosa non è affatto costruito da noi. E
decidere se per caso non riteniamo, come Kant, che tutto sia costruito. Il che peraltro rinvia a una questione davvero
complessa e controversa su quanto vi sia di innato
od acquisito nella natura umana. Ad
esempio, il linguista e filosofo Noam Chomsky ritiene, e io sono pressoché
sicuro che abbia ragione, che noi umani ereditiamo una predisposizione ad
apprendere le grammatiche, senza la quale non avremmo linguaggio e non avremmo
cultura umana. D’altro canto sono altrettanto sicuro che, come sostengono i
genetisti, noi non ereditiamo la
razza, poiché le razze umane oggi non esistono più. Possiamo ereditare certi
tratti somatici, la propensione a sviluppare certe malattie, alcune specifiche abilità
e così via. Tutta questa problematica rientra comunque sempre in quello che ho
definito costruttivismo debole. Che
non va assolutamente confuso con il costruttivismo forte. Il costruttivismo
debole generalmente si mantiene nell’ambito delle evidenze scientifiche. Il costruttivismo forte implica invece una posizione metafisica.
12. L’argomento, come ognun vede, è di amplissima portata è
ovviamente non posso sperare di esaurirlo nel breve contesto di questo scritto.
Mi terrò anche lontano dal costruire una qualsiasi teoria generale. In pratica,
mi limiterò invece ad esaminare le questioni che ci interessano attraverso la
lettura analitica di un paio di testi che, in un modo o nell’altro, avallano la
confusione tra i due tipi di costruttivismo di cui s’è detto. Cercherò di far
emergere come si giunga in pratica allo uno stiramento illecito della posizione
di Kant, che poi è una banalizzazione bella e buona, tanto da trasformare la
sua figura di metafisico in quella di
un biologo evoluzionista, oppure di
uno scienziato cognitivo. La scelta che
ho fatto dei due testi da esaminare è abbastanza casuale e non corrisponde ad
alcuna rassegna sistematica della letteratura esistente in proposito. La scelta
del primo testo è dovuta alla mia delusione in seguito all’acquisto e alla
lettura de Il pulcino di Kant di
Giorgio Vallortigara.[7] La scelta del secondo testo, il Ritrattino di Kant a uso di mio figlio di Massimo Piattelli
Palmarini,[8] è stata dovuta alla esemplarità dello stravolgimento di Kant in
direzione cognitivista operata dal suo Autore.
13. Qualche tempo fa, l’ottimo Giorgio Vallortigara, scienziato
di chiara fama e piacevole divulgatore scientifico, ha prodotto un saggio, per
l’appunto divulgativo, nel quale egli riporta una serie di risultati
sperimentali condotti per lo più su piccoli animali, pulcini e polli in
particolare, dai quali risulta in maniera straordinaria la presenza rilevante
di conoscenze innate trasmesse geneticamente. Si tratta ovviamente di
predisposizioni, conoscenze implicite, genetiche o epigenetiche, che possiedono
tutti coloro che appartengono alla medesima specie. Il libro è
interessantissimo e oltremodo divertente. E, senz’altro, è atto, se ce ne fosse
bisogno, a sostenere la tesi secondo cui i viventi vengono al mondo già con una
serie ragguardevole di predisposizioni (chiamiamoli pure schemi, se vogliamo).
Ciò tende ovviamente a smentire le classiche teorie della tabula rasa, suggerendo che, nelle prime fasi della vita, noi
assistiamo più che altro a un processo di interazione efficace e proficua tra
un ambiente interno ereditato e un ambiente esterno in cui siamo collocati
dalla sorte. Non si tratta neanche di cose nuove. I meccanismi della ereditarietà sono noti, in maniera più o
meno vaga, fin dalla notte dei tempi, da quando abbiamo cominciato a
selezionare vegetali e animali.
14. Ma torniamo a Vallortigara. L’unica cosa che non va di
questo libro è il titolo. Il volume si intitola “Il pulcino di Kant” e il
titolo stesso spinge il lettore proprio nella direzione del meme di cui si diceva in apertura. E
cioè che, sulla questione degli a priori
o degli schemi mentali, la biologia contemporanea, la teoria della evoluzione e
le neuroscienze oggi darebbero ragione a Kant.
In realtà – e qui sta
una certa sorpresa – il libro di Vallortigara non parla affatto di Kant. Me ne ero ben accorto leggendolo. Così ho
fatto una ricerca sul testo digitale del libro dalla quale è risultato che –
tralasciando il titolo e l’indice dei nomi – il nome di Kant viene citato
appena due volte. Una volta per confutare lo stesso Kant e una volta per
travisarlo. Vediamo.
15. La prima volta Kant è nominato nell’introduzione, dove
Vallortigara, cercando di spiegare perché, nella sua gioventù, aveva deciso di
dedicarsi alla biologia, afferma quanto segue: «A farmi decidere alla fine fu L’altra faccia dello specchio di Konrad
Lorenz, la cui tesi di fondo, che l’«a priori» kantiano fosse un «a posteriori»
filogenetico, faceva intravedere la possibilità di studiare il tema che mi stava
a cuore con i metodi delle scienze naturali». Ora, se il punto di partenza del
giovane Vallortigara, su impulso di Lorenz, è stata la convinzione che l’a priori kantiano fosse in realtà un a posteriori filogenetico, allora il
pulcino non è proprio di Kant ma dell’evoluzione, la quale “ragiona” in modo
completamente diverso da Kant. Insomma, nella sua introduzione Vallortigara
distrugge il suo stesso titolo. Si è dedicato alla biologia in un certo senso
proprio perché questa smentiva l’a priori
di Kant. Il pulcino di Vallortigara dunque non c’entra proprio con Kant. Chi ha
scelto il titolo? Perché il costruttivismo forte di Kant è ridotto al costruttivismo
debole del pulcino? Kant neuroscienziato ante
litteram? Una furberia per andare incontro alla domanda di rivalutazione di
Kant da parte di tutti i frustrati intellettuali continentali? Sfruttamento del
nome di Kant per vendere qualche copia in più?
16. L’altra citazione del nome di Kant presente nel libro – nel
contesto di un resoconto sperimentale che non sto qui a riportare – è la
seguente: «Come per il senso del numero, ci sono prove che anche questo
elementare senso euclideo della geometria faccia parte dell’equipaggiamento di
base del cervello degli animali. Un’idea che probabilmente sarebbe piaciuta a
Immanuel Kant, secondo il quale spazio, tempo e numero sono intuizioni a
priori, che precedono e strutturano il modo in cui sperimentiamo l’ambiente».[9]
Qui, palesemente, il costruttivismo assai debole del pulcino euclideo viene
accostato al costruttivismo forte di Kant. Possiamo noi osservare che, in
realtà, la notizia a Kant non sarebbe piaciuta più di tanto, l’avrebbe
considerata una forma di psicologismo. Oltretutto, il riferimento in questi
termini a Kant è fuorviante poiché, per Kant, l’a priori assolutamente non fa
parte dell’equipaggiamento di base della mente degli animali. Per Kant gli
animali non pensano, non hanno un Intelletto. Non hanno una esperienza. Non sono dei soggetti. Non hanno
uno spirito come gli umani. [10]
Giustamente Vallortigara
riporta che per Kant «spazio, tempo e numero sono intuizioni a priori» le quali
“precedono” e “strutturano”, ma il precedere e strutturare di Kant è metafisico e non evoluzionistico e/o
cognitivistico. Sarà un dettaglio, ma a noi pare piuttosto rilevante. Se il
giovane Vallortigara era interessato al problema metafisico dell’a priori avrebbe dovuto studiare metafisica e non biologia. La
metafisica sarà anche discutibile, ma si confuta, se si vuole, sul suo terreno.
17. Così accade in definitiva che l’intero libro di
Vallortigara, pieno di ingegnosi risultati sperimentali che testimoniano la
presenza negli animali di un notevole patrimonio cognitivo innato viene – a
partire dal titolo equivoco – associato, senza spiegazione alcuna, agli a priori kantiani facendo senz’altro
opera di mistificazione e di stravolgimento delle effettive posizioni kantiane.
Il costruttivismo debole viene usato per suggerire un costruttivismo forte che
negli animali di Vallortigara proprio non c’è. E, kantianamente, non ci
potrebbe neanche essere.
18. Ma proviamo, per puro divertimento, a fare qualche
ragionamento proprio su un ipotetico pulcino
kantiano. Magari potremmo imparare qualcosa. Sorvoliamo sul fatto – come ho
già spiegato – che Kant non riteneva che gli animali avessero una mente.[11] Da
buon leibniziano, Kant riteneva che i viventi fossero solo degli aggregati, dei
composti. Gli esseri umani invece erano, a tutti gli effetti, delle monadi spirituali dotate di sensibilità
e Intelletto. Per avere un pulcino kantiano dobbiamo allora mettere uno spirito[12]
umano dentro al pulcino. Questo dovrebbe allora avere, per intanto, una
appercezione umana con dentro gli a
priori di spazio, tempo e le altre categorie trascendentali, e dovrebbe
produrre la sua stessa esperienza attraverso una sintesi a priori. Il pulcino sarebbe così come una monade auto
cosciente (= dotata di appercezione) che al proprio interno rappresenta se stesso e tutta la sua
esperienza grazie ai suoi stessi a priori.
Gli altri pulcini, altrettante monadi spirituali, faranno la stessa cosa e le
loro rappresentazioni si
intrecceranno grazie al fatto che condividono
gli stessi a priori (= potranno così conoscere e ragionare nel loro comune
Mondo pulcinesco). In altri termini, la condivisione degli stessi a priori è il modo in cui Kant assicurava
la sua armonia prestabilita tra gli spiriti.
Le cose spazial-temporali che il pulcino aritmetico conta (= il fenomeno) sono cose generate entro lo spazio e il tempo
locati nello spirito del pulcino stesso! Sono queste delle rappresentazioni che avvengono nella monade pulcinesca. Si noti che, per la parte empirica, il pulcino
rappresenta anche se stesso come
parte della rappresentazione. Si tratta di una condizione ontologica dalla
quale il pulcino non può uscire.[13] Una situazione della quale la bestiola
neanche si accorge. Questo è il costruttivismo
forte. Questo è il pulcino impossibile
che sarebbe piaciuto a Kant.
19. Proviamo a confrontare il nostro pulcino kantiano con un
pulcino non kantiano, che dispone soltanto dei suoi schemi evoluzionistici da prosaico
costruttivismo debole. Il pulcino come specie gallinacea è diventato
aritmetico, o euclideo, per il fatto che, per non so quanto tempo, i suoi
progenitori genetici si sono riprodotti, con relativo successo, in un ambiente
naturale sufficientemente stabile. La selezione darwiniana ha fatto il suo
lavoro e ha generato nel suo cervello degli schemi
biologici che, in un certo senso, hanno delle aspettative verso il mondo
esterno, che c’è (= esiste), che non è un semplice rappresentato, una produzione/
creazione dello spirito del pulcino. Così, quando esce dall’uovo, il pulcino si
aspetta di trovare, nello spazio e nel tempo fisico, delle cose da contare. Si
aspetta di trovare una chioccia con cui interagire, e così via. Magari banalmente
anche dell’aria da respirare, visto che nasce già dotato di polmoni.
20. Finché l’ambiente è stabile il gioco interattivo dell’evoluzione
funziona e il pulcino sarà ben adattato al mondo esterno. Poniamo però che l’ambiente
esterno, per qualche causa lontana, si modifichi radicalmente: quel cervello
pulcinesco, accuratamente prodotto dall’evoluzione, con tutti i suoi schemi,
non troverà più niente da contare, oppure quel suo saper contare non basterà
più comunque a farlo sopravvivere. Così il pulcino come specie, se non saprà
adattarsi rapidamente, sparirà. Sarà cioè confutato da qualcosa di ignoto che esiste fuori di lui. L’evoluzione, come
lo ha lentamente costruito, può ben distruggere il cervello aritmetico del
pulcino. È esattamente quel che è successo ai dinosauri e a tutti gli altri
animali estinti.
La ragione ontologica
ultima è che l’evoluzione presuppone che ciò
che evolve sia messo in relazione con un mondo esterno, e che questo sussista indipendentemente. Che sia mind-independent. Quello dell’evoluzione
è sempre un costruttivismo debole. Da ciò si ricava che l’evoluzione implica
dunque necessariamente un qualche tipo di
realismo. L’evoluzione, con il suo cieco operare, non può che essere la confutazione
degli a priori kantiani. Chi crede
all’evidenza scientifica dell’evoluzione darwiniana non può sostenere il costruttivismo
forte kantiano.
21. Se invece il pulcino fosse davvero kantiano, incorrerebbe
in quello che ho chiamato il circolo
vizioso dell’a priori.[14] Continuerebbe a vivere in un ambiente che è una rappresentazione prodotta totalmente dai
suoi stessi a priori e non sarebbe
mai confutato, almeno come specie.
Non sarebbe neanche confutabile. Se con un esperimento mentale lo forzassimo a
evolvere darwinianamente, avremmo il paradosso di un pulcino fenomenico che sta evolvendo nel suo stesso spazio tempo,
generato dal suo stesso spirito, mentre però le sue forme a priori (= sensibilità, Intelletto e appercezione pulcineschi) dovrebbero
per definizione restare fuori da ogni evoluzione. Avremmo un gallinaceo metà
metafisico e metà fenomenico! Sarebbe una sintesi a priori piuttosto farlocca. Gli a priori non evolvono. Sennò
sarebbero degli a posteriori. Si
conferma che il circolo vizioso dell’a
priori è un pastrocchio metafisico,
un misleading intrinseco al sistema kantiano,
che è incompatibile con l’evoluzione darwiniana.
22. Piuttosto delusi dal pulcino kantiano di Vallortigara, possiamo
ora permetterci una nostra seconda scorribanda testuale.[15] Massimo Piattelli
Palmarini – d’ora in poi PP – noto studioso nel campo delle scienze cognitive e
anche dell’evoluzione, è autore di un simpatico librettino intitolato Ritrattino di Kant a uso di mio figlio.
Il suo proposito è del tutto divulgativo: si tratta di riassumere Kant in poche
decine di pagine, ad usum delphini.
Preciso che ai divulgatori – mestiere difficilissimo – va tutta la mia sincera
simpatia. Del resto, nei miei scritti, mi capita spesso di fare della
divulgazione, bene o mal riuscita che sia. Del librettino di PP prenderò in
esame solo la parte relativa ai temi di cui ci stiamo occupando e cioè quanto
riguarda la CRP. Il divulgatore PP è costretto purtroppo a risolvere la questione
in una decina di paginette (da p. 49 a p. 58), ma la brevità non costituisce un
limite, poiché a noi interessa soprattutto esaminare come viene impostata la questione. Lo seguiremo passo a passo nella
sua esposizione. Anche in questo caso andremo alla ricerca di eventuali
confusioni tra costruttivismo debole e costruttivismo forte.
23. PP si presenta fin dall’inizio come un fervente kantiano e
non risparmia a Kant una marea di apprezzamenti, considerandolo quanto mai
attuale. Così esordisce con la sua trattazione dei temi della CRP: «Il problema
di Kant è quello dei rapporti tra conoscenze a priori e conoscenze a
posteriori. Il suo grande successo ancor oggi, consiste nell’aver rivoluzionato
il rapporto tra queste due forme di conoscenza».[16] Da queste prime parole si
evince però subito purtroppo che, per il nostro, la CRP sia fondamentalmente un
testo che si occupa di teoria della
conoscenza. A PP sembra sfuggire completamente il fatto che, invece, ha in
mano un’opera di metafisica. Più
precisamente, di ontologia. Certo, la
mascheratura della ontologia da epistemologia è stata in parte opera
intenzionale di Kant, ma non è detto che uno ci debba proprio cascare.[17]
24. Incentrando la sua argomentazione intorno alla questione della
conoscenza, PP espone al suo lettore i limiti del metodo deduttivo, metodo che tuttavia, ahimè, confonde con l’a priori. Non è proprio la stessa cosa. Mi
spiego: dovrebbe esser chiaro che gli assiomi di Euclide, che pure usa il
metodo deduttivo, non sono a priori
kantiani, cioè non sono trascendentali.
Anche il principio di non contraddizione di Aristotele non è un a priori kantiano. La storia dei limiti
del metodo deduttivo comunque è vecchia come il cucco e noi la condividiamo
perfettamente: il metodo deduttivo è formidabile, ma abbisogna, in ultima
analisi, sempre, dell’assunzione arbitraria di qualche principio dato per
scontato, da cui fare derivare tutto il resto. Ma – sostiene ancora PP
proseguendo – anche le conoscenze a
posteriori, quelle che corrispondono cioè al metodo induttivo, hanno i loro limiti. E fin qui ancora ci siamo. Bisogna
allora riconoscere che, secondo una convinzione diffusa, entrambi i
procedimenti hanno i loro pregi e i loro difetti. Del resto, comunemente si ritiene
che non si possa essere contemporaneamente
deduttivi e induttivi. Basterebbe accettare
i nostri limiti, come creature finite, e il caso sarebbe chiuso. Faccio
finta, qui, di non sapere che W. V. O. Quine ha messo in discussione la
distinzione tra analitico e sintetico comunemente data per scontata.
Si veda il saggio Due dogmi dell’empirismo,
contenuto in Quine 1953.
25. Ma c’è sempre, ahimè, qualcuno che non si rassegna ai
propri limiti. A partire dai limiti della deduzione e dell’induzione, PP
individua quello che sarebbe, secondo lui, lo scopo precipuo della CRP: «Kant
capì che l’empirismo aveva dei punti deboli, anzi debolissimi. […] Né il lavoro
a priori da solo, né il lavoro a posteriori da solo erano in grado di spiegare
come mai possiamo conoscere il mondo e fabbricare delle certezze razionali. […]
occorre qualcosa di intermedio, di diverso, qualcosa che prenda il meglio di
tutti e due».[18] PP non si interroga granché circa la fattibilità di una
simile ambiziosa impresa, anche se a noi fa sorgere spontanea una domanda: come
mai nessuno ci aveva pensato prima? PP non si interroga neanche sul prezzo che
Kant dovrà pagare per realizzare l’impresa. Prezzo che, come vedremo, sarà
necessariamente costituito dalla adesione a quello che abbiamo chiamato costruttivismo forte.
26. A questo punto PP sembra però avere qualche scrupolo di
coscienza, qualche esitazione. Infatti, secondo lui, a partire da questa
esigenza di fondere induzione e deduzione: «Kant mette insieme una specie di “mostro”
filosofico, una chimera, un pasticcio geniale. L’idea era inaudita e quasi
scandalosa. Ancora oggi, a due secoli di distanza, c’è chi storce il naso
davanti a questo brutto “pasticciaccio” Kantiano».[19] Si tratta, ovviamente
della sintesi a priori.
Conveniamo perfettamente
con la drammatizzazione di PP, il quale sembra, per un attimo, prendere le
distanze dall’operazione kantiana. Noi, per quel che conta il nostro modesto parere,
siamo senz’altro tra coloro che continuano a storcere il naso. Nel proseguimento
del discorso però PP supera invece ogni dubbio e la sintesi a priori kantiana
sembra andargli benissimo. Il problema è che non s’accorge che, così facendo,
dovrebbe aderire, come Kant, al costruttivismo forte, con tutte le sue
conseguenze. PP lascia così il proprio figliolo del tutto ignaro della cosa e
indifeso di fronte a una eventuale adesione all’idealismo.
27. Si tratta ora, finalmente, di spiegare cosa sia questa mirabile
sintesi a priori. Questa
consisterebbe in: «Un processo di conoscenza che ha lo stesso a priori della
matematica e lo stesso a posteriori delle scienze».[20] Profondamente vero,
almeno in teoria e stando a Kant, ma anche qui, per poter dire di avere realizzato
la cosa, si deve purtroppo passare al costruttivismo forte e si deve fare della metafisica. Bisognerà
mescolare insieme a priori e a posteriori, matematica e scienza e, per
di più, bisognerà ficcare il tutto dentro
la mente umana. La conseguenza inevitabile sarà che Tutto, o quasi, dovrà necessariamente
diventare mind-dependent.
28. Ma vediamo in dettaglio le strategie argomentative di PP.
La prima strategia di spiegazione è quella della forma, quale che sia, che conferisce
una forma al suo contenuto. Il caso trattato a mo’ di esempio è quello del
liquido che prende la forma del recipiente nel quale è stato versato. Il
recipiente è l’a priori, il liquido è
l’elemento sintetico a posteriori, la
materia della conoscenza. Come nel caso del recipiente, osserva PP che: «Le
esperienze sono, diciamo oggi una parola di moda, “strutturate” secondo le
strutture della conoscenza umana».[21] Peccato che questa argomentazione sia
solo analogica e del tutto
insufficiente, un mero esempio per principianti. Qui siamo ancora nel campo del
costruttivismo debole, anzi,
debolissimo. È una ovvietà che il liquido prenda la forma del recipiente.
Ugualmente, quel che passa per una lente viene deformato dalla lente. La lente
conferisce cioè una forma. Il daltonico, visto il disturbo percettivo che ha, vede
verde dove tutti gli altri vedono rosso. Il disturbo percettivo conferisce una forma
al colore percepito. Diremo allora che il daltonismo è la prova della sintesi a
priori? I cani ascoltano dei suoni per noi non udibili. Evidentemente le nostre
strutture cognitive/ percettive di umani non riescono a “strutturare” certe
frequenze. Le “strutture” dei cani lo fanno. Metteremo i fischietti come prova
a supporto della CRP? E che dire delle allucinazioni, dei sogni e delle
illusioni ottiche?
29. È chiaro che le facili analogie non bastano. Se non
introduciamo a questo punto la necessaria rivoluzione
copernicana non avremo alcuna sintesi a priori. Ciò è a dire che, se non
ficchiamo Tutto (= tutta la Natura) nella
mente, la sintesi a priori non può funzionare. La nostra mente continuerà
invano a girare intorno agli oggetti.
Occorre invece che siano gli oggetti ad
adattarsi alle forme a priori della nostra mente. Proprio per questo gli
oggetti stessi vanno messi dentro la mente. A questo punto PP deve introdurre necessariamente
lo spazio e il tempo come a priori della
mente. Si noti che Kant, tanto per chiarire cosa stava facendo, nella Estetica, dove si tratta dello spazio e
del tempo, aveva utilizzato una esposizione
metafisica e una esposizione
trascendentale. Tanto per segnalare ai perplessi che ormai (e siamo appena
all’inizio della CRP) non si tratta più di teoria della conoscenza, si tratta
di ontologia generale.
30. Ma vediamo l’argomentazione base di PP: «Io non “imparo” lo
spazio e il tempo ricavandolo dalle cose, io possiedo già, fin dalla nascita,
le dimensioni spazio e tempo. Io “impongo” queste dimensioni al mondo
sensibile, ce le proietto sopra, non le “bevo” dal mondo. […] Queste forme sono
a priori, cioè precedono l’esperienza. Però l’esperienza occorre, altrimenti
resto con dei recipienti vuoti, inutili».[22] Segnalo anzitutto che questa
formulazione implica una strana cosa: che il Mondo, di suo, sia senza spazio e
senza tempo. Si tratta di una tesi impegnativa che produrrà l’impiccio del noumeno.
Andrebbe poi osservato
che a priori non vuol dire proprio la
stessa cosa di innato. Il cane ha uno
schema innato nel suo cervello che lo abilita ad ascoltare ultrasuoni, ma
questo schema è evolutivo, non è a priori.
PP non coglie che spazio e tempo kantiani non
sono proprio come i fiaschi che danno forma al vino, come la lente che
deforma la luce e simili. Il lettore attento avrà notato che, nel testo, compare
al più il costruttivismo debole, tipo pulcino aritmetico. Qui spazio e tempo
sono trattati come banali schemi
cognitivi, come mettersi e togliersi gli occhiali. In Kant invece, è bene
ricordarlo, spazio e tempo sono degli a
priori del soggetto trascendentale,
posti a livello della sensibilità e non dell’Intelletto. Il soggetto
trascendentale è metafisico, lavora dentro di me senza che io lo sappia o lo
possa controllare.[23] Questo perché io stesso sono uno spirito, una sostanza
metafisica. Spazio e tempo comprendono in sé stessi tutta la Natura (= il
fenomeno dal punto di vista della mia appercezione). Spazio e tempo per Newton
erano il sensorium Dei. Il luogo
infinito dove Dio collocava la sua creazione. In Kant diventano il sensorium hominis, ma funzionano proprio
nello stesso modo. Mettendo spazio e tempo nella “mente” o spirito, il
costruttivismo kantiano diventa costruttivismo
forte. Diventa cioè idealismo
trascendentale.
31. Ma il nostro PP aggiunge un ulteriore argomento, sempre per
spiegare la sintesi a priori: «Lo stesso vale, per Kant, a proposito della
nozione di causa. Le spiegazioni
scientifiche sono sempre fatte in termini di cause […]. Il concetto che qualcosa
sia la causa di un’altra cosa io ce l’ho dentro a priori, non lo derivo da
quanto osservo intorno a me».[24] A questo punto, PP introduce l’esempio del “daltonico
della causalità”: se non fossimo in grado di avere cognizioni intorno a cause
ed effetti non riusciremmo a sopravvivere. Questo è davvero un caso esemplare
di degrado cognitivista della
metafisica kantiana. Siamo nuovamente d’accapo: nell’esempio, le forme a priori kantiane sono ridotte a strutture cognitive di un soggetto umano
empirico.
32. Aggiunge poi PP, chiarendo definitivamente quel che ha in
mente circa la sintesi a priori: «L’esperienza non può insegnarci né il tempo,
né lo spazio, né la causa. Assai più recentemente, quando gli psicologi hanno
cominciato a osservare sistematicamente come il bambino piccolissimo, perfino
il lattante, conosce il mondo, hanno potuto verificare quanto Kant affermava:
il bambino viene al mondo sapendo già come trattare il tempo, lo spazio e la
causalità».[25]
Il lettore riconoscerà
perfettamente, anche in questo caso, l’argomento del pulcino. Ancora una volta
il costruttivismo debole scambiato con quello forte. Occorre allora ribadire
che le strutture cognitive di cui l’evoluzione ha dotato pulcini e bambini
nulla hanno a che fare con gli a priori
kantiani. Siamo in presenza di vaghe analogie e anche forse di scarso
studio sul testo della CRP. Lo psicologo e filosofo strutturalista Jean Piaget
– che pure era stato notevolmente influenzato da Kant – non ha mai preteso che
le strutture mentali del bambino – che pure si accrescono progressivamente in
interazione con l’ambiente – fossero degli a
priori metafisici. Anche se era uno strutturalista e qualche tentazione
deve averla avuta. Comunque, a questo punto, dopo avere esposto i suoi argomenti
ritenuti più forti, PP conclude: «Kant aveva visto giusto».[26]
33. Resta, a onor del vero, da commentare un passo dove PP
sembra invece avvicinarsi alla verità della questione, pur senza trarre tuttavia
le dovute conseguenze. «La sintesi a priori è un mettere contenuti esterni […]
dentro forme interne proprie alla nostra specie per sua natura. (Oggi diremmo “innate”,
ma si noti che per Kant queste erano necessarie e universali, quindi non
soggette a “evoluzione”, così come la si intende da Darwin in poi; per alcuni
scienziati cognitivi non strettamente “darwiniani” – tra i quali io sono – è
tuttora assai problematico combinare felicemente questa inneità e questa
necessità con la zigzagante storia evolutiva della nostra specie)».[27] La
parte interessante è quella tra parentesi. Qui PP precipita dalle stelle della metafisica kantiana nelle stalle della specie. E per giunta getta anche un’ombra
sul perfezionismo della evoluzione.
Meno male. Nessuno ha mai giurato sul perfezionismo della evoluzione. Abbiamo
già visto abbondantemente che se si è evoluzionisti non si può ammettere l’a priori kantiano. Eppure l’evoluzionista
PP sposa integralmente il progetto della CRP.
34. Esaurita la questione della sintesi a priori, evidentemente
PP pensa che Kant abbia finalmente raggiunto il suo scopo, abbia compiuto il
miracolo di mettere insieme matematica e scienza, deduzione e induzione. Di
avere finalmente realizzato, direi io, la metafisica
come scienza. PP può permettersi a questo punto di polemizzare contro i
razionalisti[28] e gli empiristi: «Kant […] con la sua sintesi a priori, cioè
con l’idea di una forma innata (tempo, spazio, numero, causa, scopo e poche
altre cose fondamentali) e di contenuti a posteriori, riuscì a liberarci sia
dal dogmatismo che dallo scetticismo. L’invenzione, o piuttosto la scoperta,
della sintesi a priori segnò una rivoluzione in filosofia».[29] Qui non ci
siamo proprio. A parte un a priori
denominato “scopo”, di cui nessuno ha mai sentito parlare (a meno che non si
tratti di uno scivolamento sulla terza critica, sulla teleologia), Kant, a conti fatti, non ci ha affatto liberati dallo
scetticismo e dal dogmatismo. I contributi dati dal kantismo alla metodologia
delle scienze e alla epistemologia sono sempre stati limitatissimi. Per il
fatto che nella CRP (prima parte) è contenuta una metafisica (= ontologia) scomoda
e alquanto invasiva. Basta vedere quello
che hanno fatto i successori di Kant. Ma qui debbo rinviare ancora al mio
saggio precedente.[30]
35. Dopo avere intonato taluni peana alla “rivoluzione
copernicana”, PP osserva che: «Kant non nega affatto che le cose esistano, non
dice che ci inventiamo il mondo (questo lo diranno alcuni suoi continuatori,
poi divenuti avversari […]. Dice che noi lo organizziamo
secondo le forme a priori del nostro percepire e del nostro intendere)».[31]
Questa a noi pare una colossale banalità. Organizzare
non è costituire, in senso kantiano.
Ancora, abbiamo il costruttivismo debole per sostenere il costruttivismo forte.
Anche le termiti organizzano i loro
termitai seguendo le loro strutture “mentali” innate. Ma questa non è una prova
a sostegno della sintesi a priori. PP
non ha proprio capito che la CRP nella sua prima parte è un trattato di ontologia e non una guida metodologica per scienziati
cognitivisti.
36. Peccato per PP che resti fuori il fastidioso noumeno, che è definito come ciò che cade fuori dalla nostra
organizzazione. È interessante il fatto che PP solo sul noumeno trovi un
moto di indignazione critica: «Qui si entra nella “metafisica”, un terreno cioè
ingombrato dai carrozzoni degli imbroglioni. Kant ha invece voluto ben
delimitare il campo della metafisica, additando a tutti gli imbrogli e le magie
dei filosofi poco scrupolosi».[32]
Purtroppo PP non si è
accorto che ha parlato di metafisica per tutto questo tempo (di ontologia per la precisione) e si
accorge della metafisica solo quando picchia il naso contro il noumeno. Non si
è accorto, ahimè, di star facendo parte egli stesso del “carrozzone degli
imbroglioni”. Non si accorge, o fa finta di non accorgersi, che nel sistema di
Kant il noumeno è fondamentale.
Infatti chi lo ha tolto ha combinato guai ancor più grossi. Il noumeno è
proprio la conseguenza necessaria
della sintesi a priori, tanto ricercata e osannata. Se vuoi la sintesi a
priori, cioè se vuoi una conoscenza che sia nello stesso tempo analitica e
sintetica, ti devi beccare il noumeno. Non si può avere la botte piena e la moglie
ubriaca.
37. Da quel che abbiamo letto, si evince che PP non ha capito proprio
la struttura della CRP. Chiama metafisica solo la Dialettica trascendentale (della quale si occupa il “carrozzone
degli imbroglioni”). In effetti, Kant, nella CRP, ha combattuto una parte della
vecchia metafisica, ma ha inteso anche
realizzare, lo afferma egli stesso, una metafisica
come scienza. La metafisica combattuta da Kant nella CRP è la metaphysica specialis dei suoi tempi, quella
che trattava di Anima, Dio e Mondo. Nella CRP, nella Estetica e nella Analitica
trascendentali è invece contenuta la ontologia
di Kant, cioè la metaphysica
generalis.[33] Quella che anticamente Aristotele chiamava scienza dell’ente in quanto ente. Quella
che gli scolastici chiamavano scientia
tanscendens. Si tratta di una ontologia camuffata magari un po’ da teoria
della conoscenza, che mette insieme materiali eterogenei, ricavati da Newton,
dagli empiristi inglesi, dagli scolastici tardi e dai leibniziani. Dice in
altri termini Kant: se vuoi conoscere il Mondo con i vantaggi della sintesi a
priori, devi modificare la natura stessa del mondo e devi convertirti all’idealismo trascendentale. Cioè, nel linguaggio
colorito di PP, devi salire sul “carrozzone degli imbroglioni”.
38. Kant dunque, se abbiamo capito bene la versione di PP, con
la sua sintesi a priori sarebbe l’anticipatore della scienza cognitiva e l’inventore
di una metodologia scientifica razionale, capace di fondare la conoscenza, e capace
di superare i limiti del dogmatismo e dell’empirismo. A noi sembra abbia invece
– contro le sue stesse intenzioni – aperto la stura a una reazione anti scientifica (Romanticismo, idealismo tedesco,
vitalismo, esistenzialismo, ermeneutica e tutte le altre filosofie
trascendentali) e a quella cosa che oggi chiamiamo nichilismo. Per tutto questo rinvio sempre al mio saggio
precedente.[34]
39. In conclusione, la nostra modestissima indagine sui due
testi campione, scelti a caso, nella pletora del misleading di Kant, sembra sia andata oltre ogni nostra migliore
aspettativa. Intanto è stata messa in luce una certa ignoranza diffusa circa il
Kant testuale. Per lo meno, è emersa una vulgata pervasiva e fuorviante che ormai
si è instaurata ovunque come versione ufficiale. Secondariamente è stato
mostrato il funzionamento pervasivo del meme di un Kant precursore del
cognitivismo, dell’evoluzionismo e delle neuroscienze. Un meme che impedisce
anche soltanto una corretta interpretazione del Kant storico, e che,
soprattutto, impedisce di cogliere gli
attuali bachi della filosofia continentale, la quale, notoriamente, da Kant
fondamentalmente proviene.
40. Non vorrei, con tutto ciò, avere dato l’impressione di
voler fare dell’anti kantismo gratuito o di maniera. Vorrei precisare che
considero Kant un grandissimo filosofo che bisogna necessariamente studiare,
conoscere e meditare. Soprattutto, un filosofo senz’altro difficile che va
compreso e non stravolto o banalizzato. Kant lascia un’immensa eredità e noi
oggi siamo fortunati, perché possiamo continuare a ragionare sul suo lavoro e
perché possiamo apprendere qualcosa anche e soprattutto dai suoi errori. Come si dice: «On the shoulders of
Giants».
Giuseppe Rinaldi (11/03/2025)
ABBREVIAZIONI
CRP
= Critica della ragion pura
PP
= Massimo Piattelli Palmarini
OPERE
CITATE
2001 Ferraris, Maurizio, Il mondo esterno, Bompiani, Milano.
2004 Ferraris, Maurizio, Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura,
Bompiani, Milano.
2008 Ferraris, Maurizio (a cura di), Storia dell’ontologia, Bompiani, Milano.
1994 Piattelli Palmarini, Massimo, Ritrattino di Kant a uso di mio figlio,
Mondadori, Milano.
1953
Quine, Willard van Orman, From a Logical
Point of View. Nine logico-Philosophical Essays, Harvard University Press,
Cambridge. Tr.
it.: Da un punto di vista logico. Saggi
logico-filosofici, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004.
1995
Searle, John R., The Construction of
Social Reality, Free Press, Chicago. Tr. it.: La costruzione della realtà sociale, Einaudi, Torino, 2006.
1994
Sperber, Dan, “The Epidemiology of Beliefs”, in Fraser, C. & Gaskell, G. (a
cura di), The Social Psychological Study
of Widespread Beliefs, Clarendon Press, Oxford. Tr. it.: L’epidemiologia delle credenze, Anabasi,
Milano, 1994.
1996
Sperber, Dan, Explaining Culture. A
Naturalistic Approach, Blackwell Publishing Ltd, Oxford, UK. Tr. it.: Il contagio delle idee. Teoria naturalistica della cultura, Feltrinelli, Milano,
1999.
2023 Vallortigara, Giorgio, Il pulcino di Kant, Adelphi, Milano. [2021]
NOTE
[1] Onde evitare elucubrazioni circa eventuali
rapporti tra Kant e i peanut,
specifico che le noccioline contenute nell’illustrazione alludono soltanto al
carattere occasionale e divulgativo di questo scritto. Nella redazione di
questo saggio non sono stati usati strumenti di intelligenza artificiale.
[2] Cfr. Sperber 1994 e Sperber 1996.
[3] “Costituire” fa parte della terminologia
Kantiana. Il termine ha valore ontologico
e sta a indicare che gli a priori trascendentali
entrano direttamente nella costituzione del fenomeno. Ciascun fenomeno sarà
sintesi a priori di due elementi: [a
priori + materia della conoscenza]. L’a
priori è di natura “mentale” ed è universale e necessario. La materia della
conoscenza è l’elemento accidentale, sintetico, sempre nuovo. Ne deriva che
ogni specifico fenomeno possiede intrinsecamente una doppia natura: una parte del tutto ideale (“mentale”) che è la
parte principale e una parte accessoria, di oscura provenienza (come le monadi
opache di Leibniz) che viene resa accessibile proprio dall’a priori.
[4] Cfr. il mio recente saggio Finestre rotte: Finestre
rotte: Esiste la filosofia continentale?
[5] Si veda in proposito Ferraris 2004.
[6] Si badi bene che prima di Darwin e Mendel,
prima di Watson & Crick, l’innatismo e/o l’a priorismo erano generalmente basati su considerazioni di tipo
metafisico e/o religioso. In passato si è ritenuto (e c’è chi ci crede ancora)
che ciascuno di noi avesse ricevuto l’anima tramite il seme del genitore.
Ovviamente, con l’anima si ereditava anche il peccato originale. Questa teoria, che risale ad Agostino di Ippona,
è nota come traducianismo.
[7] Cfr. Vallortigara 2023.
[8] Cfr. Piattelli Palmarini 1994.
[9] Cfr. Vallortigara 2023: Capitolo 27.
[10] Su questa questione c’è una semplice
spiegazione. Kant, pur non essendo definibile come un seguace di Leibniz, ne
aveva condiviso molte idee. Soprattutto nella fase precritica. Per Leibniz le
uniche sostanze davvero esistenti
sono gli spiriti, che egli chiamava monadi.
I corpi dei viventi sono invece dei composti
di monadi opache, prive di appercezione, che si aggregano e si disgregano.
L’Intelletto kantiano – che per una tradizione fuorviante noi continuiamo a
chiamare mente – ha molte
caratteristiche di una monade leibniziana autocosciente. Non a caso, per
indicare il soggetto, Kant usa il termine appercezione che è tratto da Leibniz.
Queste caratteristiche “leibniziane” del soggetto kantiano diventano più
evidenti nella seconda Critica.
[11] A rigor di logica, l’uso del termine mente, a proposito di Kant, risulta
alquanto fuorviante, anche se ormai questo uso è piuttosto generalizzato. La
problematica è assai complessa. Come minimo occorre distinguere in Kant due
elementi. Da un lato abbiamo il soggetto
empirico, cioè il nostro Io disteso nel tempo, come voleva Agostino, con
tutte le facoltà che sono sotto la nostra consapevolezza e il nostro controllo,
come l’immaginazione, la memoria e quant’altro. D’altro canto abbiamo il soggetto trascendentale (definito
leibnizianamente come appercezione)
che è una specie di intelletto agente
sul modello degli antichi o sul modello della monade leibniziana, che governa
l’intuizione spaziotemporale e le categorie e rende possibile l’autocoscienza.
Kant non sempre è chiaro in proposito e molti aspetti di questa “mente”
suscitano ancora perplessità e dibattiti tra gli studiosi. Kant usa il termine Gemüt che viene reso con spirito, animo,
mente. Il termine “mente” oggi suscita in noi un’immediata connotazione psicologica che è decisamente fuorviante, in quanto
oblitera completamente l’elemento trascendentale.
[12] Uso qui, e in tutta la discussione che
segue, il termine “spirito”, secondo la traduzione gentiliana di Gemüt. Questo perché il termine “mente”
darebbe alla mia argomentazione una torsione cognitiva che non dovrebbe proprio
avere.
[13] Solo se il pulcino diventasse un filosofo
trascendentale potrebbe accorgersi che le cose stanno in questo modo. Per farlo
dovrebbe però studiare la CRP.
[14] Sul circolo
vizioso dell’a priori vedi il mio articolo precedente, già segnalato alla
nota 4.
[15] Ringrazio sentitamente l’amico Nicola
Parodi per avere riportato alla mia attenzione il libretto di Piattelli
Palmarini.
[16] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 49.
[17] Che la CRP nella sua prima parte sia
un’opera di metafisica e non di
epistemologia è stato ormai ben chiarito. Si veda Ferraris 2004 e Ferraris
2008.
[18] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 51.
[19] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 51.
[20] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 52.
[21] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 52.
[22] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 52-53.
[23] Se spazio e tempo fossero banali strutture
cognitive, come l’aritmetica del pulcino, quando per qualche motivo le mie
strutture cognitive non fossero in funzione (sonno senza sogni, uno svenimento)
allora dovrei uscire dallo spazio e dal tempo. Fantascientifico, ma poco
pregnante sul piano filosofico.
[24] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 53.
[25] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 54.
[26] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 55.
[27] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 53.
[28] Anche Kant era un razionalista, sebbene di tipo particolare.
[29] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 55.
[30] Vedi nota 4.
[31] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 56.
[32] Cfr. Piattelli Palmarini 1994: 56.
[33] Cfr. Ferraris 2001 e Ferraris 2004.
[34] Cfr. il riferimento riportato alla nota 4.
.